Archivi per la categoria ‘Notizie’

RISULTATI ELETTORALI MFL (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA” – MARZO 2010

sabato, 15 maggio 2010

Dico subito che questa tornata stava per trasformarsi in una rotta degna di Waterloo (per Napoleone), ma fortunatamente abbiamo salvato la situazione eleggendo un Consigliere Comunale; il regime mafioso antifascista dovrà sorbirsi ancora per 5 anni un esponente del MFL nelle istituzioni, che va ad affiancarsi al superstite Andrea Chessa, Consigliere a Borutta (SS) per un altro anno… E soprattutto, certi falliti della cosiddetta “area” dovranno ancora una volta digerire un successo del MFL che li farà schiattare dall’invidia e procurerà l’ennesimo travaso di bile.
Noi continuiamo a presentarci alle elezioni e ad ottenere i nostri piccoli successi… Altri continueranno a commentare i nostri risultati senza essere in grado di fare nulla, come loro costume.
Vediamo in dettaglio i risultati:

Baldissero Canavese (TO) – Paolo Sola: 0,22%

Montenero Val Cocchiara (IS) – Marco De Simone: 0,23%

Osasio (TO) – Stefano Caramello: 0,49%

Isolabella (TO) – Carlo Gariglio: 1,88%

Parella (TO) – Fabio Toma: 4,53%

FABIO TOMA eletto al Consiglio Comunale di Parella

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

ELEZIONI 2010 (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA” – FEBBRAIO 2010)

venerdì, 16 aprile 2010

Ed eccomi qua a parlare delle prossime elezioni e delle solite peripezie sopportate per garantire al MFL una presenza che certamente provocherà il mal di pancia a qualche fallito d’area, in particolar modo a quanti passano il loro tempo non a fare politica, ma a ficcare il naso nei nostri affari, pontificando sulla grossezza dei Comuni ove il MFL presenta liste, pur senza essere capaci di fare altrettanto. Ci siamo e ci saremo, con buona pace di quelli che da anni sperano nei nostri fallimenti e fanno il tifo per uno schifoso regime partigiano – mafioso, che tenta sempre ogni porcheria per eliminare gli unici veri Fascisti rimasti sulla scena politica italiana; ci sarà il sottoscritto, candidato alle Regionali piemontesi come indipendente nella lista “Alleanza per Torino – Nuova Libertà”, che sarà presente in tutta la provincia di Torino, ma ci sarà anche il MFL, grazie alle cinque liste nei giorni scorsi ed alle due che verranno presentate in provincia di Palermo, ove si vota il 30 e 31 maggio prossimi.
Parlando della mia candidatura da indipendente, da mesi il presidente del movimento “Nuova libertà”, cioè l’ingegner Nicola Cassano, che fu mio avversario alle elezioni comunali di Torino del 2006, mi aveva proposto di candidarmi nella sua lista, stante l’impossibilità per un movimento come il nostro di organizzarsi autonomamente per partecipare ad una elezione regionale di una Regione come il Piemonte, con circa 4 milioni e mezzo di abitanti e ben 8 province, che richiede migliaia e migliaia di firme da raccogliere… Per non parlare dei comportamenti da mafiosi messi in pratica dalle istituzioni per eliminare le nostre liste dal gioco, come avvenuto lo scorso anno alle elezioni provinciali di Torino. In un primo momento avevo detto no alla candidatura, perché pareva che la lista espressa dal movimento “Nuova Libertà” intendesse apparentarsi con il PDL… Non essendo il sottoscritto un saltimbanco della politica come i segretari dei vari MSFT, FN, La Destra e ciarpame vario, né una starlette fallita priva di ideali come la Alessandra Floriani e la sua omologa Santanchè, non avrei mai potuto candidarmi con qualcuno che sostiene il Polo giudeo – massonico capitanato da Fini e Berlusconi… Ma quando mi è stato comunicato che la lista “Alleanza per Torino – Nuova Libertà” si era invece aggregata al cosiddetto “Terzo Polo” capitanato da Rabellino, leader di “No Euro”, ho sciolto la riserva ed ho accettato questa candidatura, sia per dare una mano all’amico Cassano, benché condivida soltanto il 70 – 80% del programma del suo movimento, sia per dare ai residenti di Torino e provincia l’opportunità di votare per un Fascista vero, ovvero per uno che da sempre si dichiara tale ovunque e comunque, senza saltellare da una coalizione all’altra e soprattutto senza nascondersi dietro a definizioni ridicole. Certo, devo dire di avere appreso con un certo rammarico, all’atto della presentazione delle liste, che anche FT e FN appoggiano la stessa coalizione di Rabellino, ma sono cose che possono capitare quando si ha a che fare con personaggi che girano come trottole fra una coalizione e l’altra… Una volta da soli, una volta in coalizione con la Floriani e Tilgher, una volta con il PDL, una volta con altre minuscole realtà di quella che qualcuno si ostina a chiamare “area”, abbiamo visto “lorsignori” presenti dappertutto… Chissà che non capiti di vederli, un giorno, alleati della sinistra!

Fortunatamente almeno al 50% le cose sono andate bene, in quanto la lista della FT è stata poi esclusa dalla competizione per mancanza di firme… E questo mi dà l’opportunità di ricambiare la cortesia che questi traditori ci fecero nel 2006, dopo la prima ricusazione (poi rientrata) della lista MFL presentata a Torino… Allora sui forum di FT si festeggiava la nostra esclusione; oggi festeggio io la sparizione di questa inutile sigla che raccoglie solo più poveracci di destra venduti al duo Berlusconi – Fini e nessun Fascista.
Circa FN, inutile parlare di Fascismo con personaggi che pubblicamente hanno più volte smentito di credere in questa ideologia… Loro sono cattolici e seguono le direttive del Papa… Ovvero, uno dei tanti gruppetti di “Papa Boys” che seguono una Chiesa asservita al giudaismo e che giudica il nazifascismo come “male assoluto”.
Di certo non ho alcuna possibilità di essere eletto in Regione, ma nella mia campagna elettorale personale non mancherò di sottolineare la mia fede nel Fascismo e nel Nazionalsocialismo; lascio ad altri e ad altre sigle “l’onore” di svendere gli ideali per avere una decina di voti in più!
Ma veniamo alle elezioni comunali, ove la presenza del MFL sarà completa, ovvero con liste proprie; siamo riusciti a presentare liste in 4 comuni della provincia di Torino: Isolabella, Osasio, Parella e Baldissero Canavese; per quanto riguarda i primi due si tratta di un ritorno, mentre gli altri ci vedono in lizza per la prima volta. E ritorniamo a candidarci anche a Montenero Val Cocchiera (IS), dove il nostro Consigliere uscente Marco De Simone si ripresenta al giudizio dei cittadini che ha contribuito ad amministrare per 5 anni.
Tolto il caso di De Simone, la cui lista è stata subito accettata senza problemi di simbolo (Fascio Repubblicano con sigla tricolore “MFL”), per boicottare le 4 liste torinesi è stato fatto di tutto!
Iniziava la commissione elettorale di Moncalieri, competente per il comune di Isolabella, che mi intimava diu recarmi là per una “comunicazione”… Spiegavo che non mi pareva il caso di fare 35 + 35 Km per una comunicazione generica, dato che da tempo hanno inventato i telefoni, i fax e le E-mail; inoltre, avevo indicato sul modulo di presentazione con molta chiarezza il mio numero di fax, indi le comunicazioni andavano inviate là! Poco dopo, dimostrando tutto lo squallore di questi grigi burocrati antifascisti, quelli della commissione elettorale di Cuorgnè, competente per il Comune di Baldissero Canavese, comunicavano telefonicamente al Camerata Paolo Sola che il logo consegnato non era del diametro di 10 cm, ma solo di 9,6 cm, indi occorreva portarne una copia più grossa di 4 millimetri! Ovviamente consigliavo al Camerata Sola di mandarli a quel paese, dato che nessuno era mai arrivato a contare i millimetri mancanti nel simbolo e che certamente il problema sarebbe stato risolto dalla tipografia in sede di stampa… Ed è stata una fortuna, perché dopo circa un’ora la stessa commissione richiamava dicendo che il logo violava la XII Disposizione Transitoria della Costituzione!
Chissà se se ne sono accorti così tardi perché troppo presi a misurare il diametro del cerchio che conteneva il logo, oppure perché i primi “pizzini” prefettizi erano arrivati in ritardo! Comunque, benché in ritardo, i “pizzini” mafiosi avevano finalmente il loro effetto: tutte e 4 le commissioni si accordavano (2 addirittura compilavano un verbale del tutto identico!) per ricusare il simbolo del Fascio associato alla sigla “MFL”… Simbolo che, lo scorso anno, venne bocciato alle provinciali, ma approvato per le elezioni del Comune di Brozolo, che sempre in provincia di Torino è!
Parlando al telefono con i segretari di alcune commissioni, venivamo a sapere che questa volta la cosa che terrorizzava il regime era la lettera “F” presente nella sigla MFL… Essa, se associata al Fascio, potrebbe richiamare alla mente il Fascismo… Il Fascio da solo, invece, no!
E meno male che qualcuno ci deride considerandoci quattro pezzenti senza seguito e senza speranze! Se riusciamo a mettere paura al regime con così poco, chissà cosa farebbero se fossimo un partito di massa!
Comunque, per verificare la bontà delle cose riferiteci dalle commissioni, ho deciso di cancellare del tutto la sigla MFL dai loghi, consegnando il solo Fascio Repubblicano rosso… Non prima di avere verificato un’ulteriore “perla” di questo Stato da operetta: le commissioni di Ivrea e Cuorgnè accettano di ricevere il logo sostitutivo via mail, mentre le commissioni di Moncalieri e Pinerolo sostengono che gli invii tramite mail e fax sono vietati dal Consiglio di Stato! Comune che vai, Legge che trovi!
In verità temevo una nuova trappola del tipo di quella ordita dai magistrati della Corte d’Appello di Torino, i quali prima ci invitarono a ripresentare il Fascio sottolineando la sua liceità, salvo poi, in seconda battuta respingerlo in quanto loro intendevano “un altro” Fascio… Quale dobbiamo scoprirlo ancora oggi!
Fortunatamente le quattro commissioni sopra menzionate non facevano ulteriori scherzi (magari se ne riserveranno qualcuno per i prossimi anni!) e riammettevano le nostre liste con il logo privo di sigla; ovviamente, giusto per non smentirsi, omettevano di comunicarci alcunché, costringendoci così a contattare direttamente i comuni per sapere se eravamo presenti al sorteggio dei numeri di lista e quale numero avevamo ottenuto.
Restiamo così in pista, giova ripeterlo, nei comuni di Montenero Val Cocchiera (IS), con candidato Sindaco il Camerata Marco De Simone, e nei quattro comuni torinesi di Isolabella (candidato Sindaco Carlo Gariglio), Parella (candidato Sindaco Fabio Toma), Osasio (candidato Sindaco Stefano Caramello) e Baldissero Canavese (candidato Sindaco Paolo Sola). Dato il clima non è tanto ma non è neppure poco, specie se consideriamo le altre due liste che saranno presentate nel palermitano. Speranze di essere eletti ce ne sono poche, anche perché tutti i comuni che ci vedono in lizza sono molto ben forniti di liste concorrenti, specie quelli ove avevamo già consiglieri uscenti (Osasio e Montenero Val Cocchiera); i prodi antifascisti agiscono anche così, cioè moltiplicando le liste concorrenti nella speranza di annullare la nostra presenza istituzionale… Ma noi, come ai bei tempi, “ce ne freghiamo” e andiamo avanti per la nostra strada, rispondendo sempre e soltanto alla nostra coscienza.
Terrò informati i Camerati (ed i falliti invidiosi della cosiddetta “area”) a proposito della campagna elettorale e dei risultati che conseguiremo, fermo restando che nulla ci attendiamo e che il vero successo consiste nel continuare ad esistere, alla faccia del regime e dell’area che ci vorrebbero fare sparire nel nulla.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

LA DITTATURA DEI MAIALI… IN TOGA! (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA” – GENNAIO 2010)

giovedì, 15 aprile 2010

I Camerati che ci seguono  con  regolarità si ricorderanno certamente del ricorso presentato al TAR del Piemonte contro l’illecita esclusione della lista del MFL dalle elezioni provinciali torinesi del 2009; eravamo in attesa della Sentenza, che è finalmente arrivata.
Diciamo subito che ci facevamo poche illusioni a proposito: quando si ha a che fare con quell’immensa cloaca che viene definita Magistratura, specie se si è Fascisti dichiarati, ci sono ben poche possibilità di ottenere Giustizia… E questo vale sia a livello penale, sia a livello civile.
Un minimo più di rispetto l’avevamo per la Magistratura amministrativa, che quanto meno in passato aveva più volte avuto il coraggio di riammettere il nostro simbolo alle elezioni (TAR del Lazio e TAR della Sicilia), nonché di darci ragione contro ricorsi operati dopo la Sentenza favorevole del TAR del Lazio (Consiglio di Stato).
Oggi possiamo dire che questa piccola speranza era mal riposta, dopo avere preso visione della vergognosa “sentenza” emessa dal TAR del Piemonte… Anche i mascalzoni in toga che si occupano di Giustizia amministrativa hanno pensato bene di accodarsi al modo criminale di amministrare le Leggi e la Giustizia di certi maiali in toga rossa a noi ben noti.
Pensavamo di avere visto di tutto: ragazzi per bene in galera per avere fatto un saluto romano, persone oneste inquisite e condannate per reati d’opinione senza avere torto un capello a chicchessia, delinquenti matricolati lasciati liberi di compiere ogni sorta d’infamia in nome dell’anarchia e del comunismo (si noti l’articolo proposto in questa stessa pagina, tratto dal quotidiano “La Stampa” di Torino), infiltrati d’area che da anni rendono i loro servigi al regime danneggiando i movimenti seri e diffamandone i loro dirigenti senza essere mai “seccati” da condanne della Magistratura, toghe rosse che eliminano dalle elezioni movimenti e partiti a loro non graditi (o che ne riammettono altri eliminati da toghe di colore diverso), interi “pool” di farabutti togati che si dedicano esclusivamente alle più disparate aggressioni nei confronti di Berlusconi, arrivando persino a ricorrere alla Corte Costituzionale ogni qual volta il Governo ed il Presidente della Repubblica approvano una nuova Legge…

Ma leggere gli sproloqui di un gruppo di mascalzoni che, dimenticandosi di essere Magistrati di un TAR, ovvero chiamati solo ed esclusivamente a rispondere della legittimità di un Atto Amministrativo impugnato, si permettono di sostituirsi alla Storia, alla Magistratura Penale ed ai colleghi dei TAR e del Consiglio di Stato ribaltandone le Sentenze, non può che lasciarci allibiti e onestamente disgustati dalla protervia di chi crede di potersi atteggiare a Monarca assoluto in nome di un’ideologia depravata e pervertita quanto i suoi incorreggibili sostenitori; ideologia che, nonostante abbia sulla coscienza circa duecento milioni di morti, continua a rovinare la vita di milioni di esseri umani  onesti e laboriosi, vessati in ogni parte dell’universo dagli infami propalatori del morbo comunista, i quali, pur essendo ormai ridotti ad un pugno di mascalzoni per Stato, riescono ancora ad esercitare il loro malefico influsso grazie ai posti chiave delle Nazioni che hanno occupato militarmente nel corso degli anni.
Finché non spazzeremo via dalla Magistratura, dalle Scuole, dalle Università, dalla carta stampata, dalle TV, dall’editoria in genere e dalla politica questi sudici figuri con le mani grondanti di sangue, non potremo sperare di vivere civilmente, tutelati e garantiti da una Legge veramente uguale per tutti.
Leggetevi, cari Camerati, le porcherie scritte da questi assassini del diritto e della Storia; a seguire troverete l’intera “Sentenza”, epurata dalle sole intestazioni iniziali e dai nomi dei cialtroni che hanno osato partorire una simile schifezza: anche il solo nominarli mi disgusta.
Prestate particolare attenzione ai veri e propri insulti che lanciano contro il passato Regime Fascista e contro chi, come noi, ha l’ardire di affondare le radici del suo pensiero in questo passato… Leggete come persino l’uso del tricolore richiami, per questi mascalzoni abituati alla bandiera rossa, a quella che loro chiamano “sedicente” RSI… E già l’uso del termine “sedicente” a proposito di una Repubblica la dice lunga sul livello culturale dei compagni del TAR del Piemonte, dato che tale parola viene descritta in qualsiasi vocabolario come spregiativo dedicato a persona che dice di essere ciò che non è, che si attribuisce qualificazioni, meriti e similari non rispondenti a verità.
Ma possiamo pretendere una preparazione culturale da una toga rossa? Cioè da un individuo che collega il tricolore al Fascismo, senza neppure comprendere che l’Italia è tuttora rappresentata da un tricolore, e lo era ben prima dell’avvento del Fascismo? Possiamo illuderci di avere Giustizia da personaggi così squallidi da non sapere che il Fascio Repubblicano nacque nell’antica Roma pre – imperiale e che fin da allora (e tuttora!) viene utilizzato in ogni parte del mondo, USA compresi, per simboleggiare uno Stato democratico e repubblicano, retto dalla volontà popolare?
Ma prima di lasciare i lettori addentrarsi nella più profonda melma che rappresenta questa “Sentenza” (contro la quale, ovviamente, abbiamo già proposto ricorso al Consiglio di Stato), vorrei richiamare l’attenzione su una delle parti più stomachevoli della stessa, grazie alla quale si comprende chiaramente con che genere di mascalzoni prevenuti ed arroganti abbiamo a che fare. Secondo questi luminari del “diritto”, infatti, il MFL non sarebbe neppure legale perché, come avrebbero stabilito lorsignori visitando il nostro sito,  “Non pare quindi che i principi e i valori che ispirano il movimento ricorrente, così come propalati anche dai manifesti politici e programmatici diffusi attraverso il sito web, siano improntatati all’antifascismo o quanto meno che concretino un atteggiamento antagonista ai dettami e alle simbologie proprie del fascismo”.
Capito Camerati? Secondo i maiali in toga del TAR del Piemonte un movimento politico non può essere legale se non ha principi e valori che si ispirino all’antifascismo! O quanto meno, bontà loro, che evidenzino un atteggiamento antagonista nei confronti del Fascismo! Con buona pace delle tante Sentenze Penali che ci hanno sempre assolto da ogni accusa (e che i mascalzoni in toga non hanno notato, visitando il sito e limitandosi a guardare le figure, ovvero l’unica cosa che potevano comprendere!) e di quella Costituzione che certi cialtroni brandiscono contro Berlusconi senza neppure conoscerla, dato che in essa esistono articoli fondamentali che tutelano la libertà di espressione ed associazione, nonché i diritti politici di tutti, Fascisti compresi!
Svegliatevi italiani e spazzate via questi mascalzoni prima che essi spazzino via del tutto i vostri diritti. Oggi tocca ai Fascisti e molti se la ridono, ma in futuro potrebbe toccare anche ad altri… Non c’è limite all’arroganza ed alla protervia di questi intoccabili maiali in toga rossa!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

**************

FATTO e DIRITTO

1.1. Il Sig. Gariglio Carlo, in proprio e in qualità di Segretario nazionale e legale rappresentante del Movimento Fascismo e Libertà, a seguito dei comizi elettorali del 6 giugno scorso celebrati per il rinnovo del consesso provinciale di Torino impugna il provvedimento di ricusazione della lista presentata da detto movimento.
Assume che dopo una prima ricusazione da parte dell’Ufficio Elettorale Centrale della Corte d’Appello di Torino del 10.5.2009, adottata sul rilievo che fosse dominante nel proposto contrassegno l’associazione al fascio della scritta laterale di sinistra, letta per prima: “FASCISMO”, (il che costituiva palese emblema di esaltazione del fascismo), il movimento de quo si sarebbe adeguato alla richiesta promanante dal suddetto Ufficio elettorale di presentazione di un legittimo contrassegno di lista.
La coalizione elettorale presentava quindi altro contrassegno, epurato del termine FASCISMO, ma riportante pur sempre un fascio rosso in una circonferenza recante a destra la sigla MFL. Da notarsi i colori dell’acronimo, chiaramente coincidenti con quelli della bandiera nazionale, posto che la M era verde, la F era bianca e la L rossa.
La lista veniva così descritta con apposita didascalia: “Fascio repubblicano rosso iscritto in una circonferenza con alla destra, dall’alto verso il basso, la sigla MFL, con carattere M di colore verde, F di colore bianco e L di colore rosso”.
Ciononostante l’Ufficio elettorale confermava, con determinazione del 12.5.2009, la precedente decisione espulsiva, sostenendo che il movimento avrebbe inteso mantenere il legame con un’istituzione dichiaratamente fascista ed inoltre che la predetta lettera “F” era collegabile anche all’acronimo P.F.R. – Partito Fascista Repubblicano della disciolta repubblica sociale italiana del 1944 – 45.
1.2. Insorgeva immediatamente avverso la suindicata decisione il Gariglio con gravame che veniva dichiarato inammissibile dalla Sezione con sentenza n. 1599/2009 stante la natura endoprocedimentale dell’atto di esclusione della lista.
Ripropone quindi oggi le medesime censure il ricorrente, dirigendole sia avverso la predetta determinazione di esclusione dalla competizione che contro l’atto di proclamazione degli eletti.
2.1. La difesa dello Stato si costituiva con memoria del 16.9.2009 domandando la declaratoria del difetto di legittimazione passiva dell’Amministrazione centrale.
Alla pubblica Udienza del’8.10.2009 la causa veniva rinviata alla pubblica Udienza del 5.11.2009 ad istanza del ricorrente onde integrare il contraddittorio nei confronti di un controinteressato pretermesso, avendo poi in quest’ultima Udienza subito ulteriori rinvii fino a pervenire alla pubblica Udienza del 14.1.2010 nella quale il gravame è stato introitato per la definitiva decisione.

2.2. Deve preliminarmente il Collegio dichiarare il difetto di legittimazione passiva al ricorso del’Amministrazione civile degli Interni, stante la radicata acquisizione giurisprudenziale, dalla quale la Sezione non ravvisa ragioni per discostarsi, in ossequi alla quale la temporaneità e straordinarietà delle attribuzioni degli uffici elettorali, investiti unicamente del munus di sovraintendere e organizzare le operazioni di comizio elettivo, non li rendono portatori di interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento in vita degli atti dagli stessi assunti, derivandone la non necessità che il gravame sia notificato all’Amministrazione centrale, essendo unica parte resistente quella locale nella cui sfera organizzativa ed istituzionale ridondano gli effetti dei risultati delle operazioni elettorali (per tutte, A.P., 23.2.1979, n. 7; Cons. di Stato, Sez. v, 3.2.1999, n. 115).
La giurisprudenza ha poi più di recente precisato che ove il gravame venga notificato agli uffici elettorali, circoscrizionale e centrale, stante il delineato difetto di legittimazione – o anche di interesse – a resistere in giudizio in capo alle predetta amministrazione statale, la stessa deve essere estromessa dal giudizio. Si è infatti precisato che “nel giudizio elettorale unica parte pubblica necessaria è l’Ente locale interessato, che si appropria del risultato elettorale e nel quale si riverberano gli effetti di un eventuale annullamento, ovvero della conferma della proclamazione degli eletti. In particolare, gli organi temporanei, abilitati a dichiarare i risultati finali del procedimento elettorale, come l’ufficio Elettorale Centrale, e a maggior ragione gli Uffici circoscrizionali e di sezione, non sono portatori di un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento dei loro atti per cui il ricorso contro le operazioni elettorali non deve essere ad essi notificato. Ove poi, come nella fattispecie, il ricorso sia stato notificato ad uno dei predetti Uffici, quest’ultimo, qualora lo richieda costituendosi in giudizio, deve essere estromesso dal giudizio elettorale per difetto di legittimazione passiva”.( T.A.R. Lazio – Roma, sez. II, 7 settembre 2005, n. 6608; in terminis, T.A.R. Toscana, Sez. II, 26 gennaio 2005, n. 318).
Va quindi accolta l’eccezione di difetto di legittimazione dell’Amministrazione centrale della quale va per l’effetto pronunciata l’estromissione dal presente giudizio.

3.1. Deduce un unico motivo il ricorrente, rubricando violazione dell’art. 8 della Legge 8.3.1951 n. 122, dell’art. 33 del D.P.R. 16.5.19690 n. 570 e dell’art. 3 della L. n. 241/1990, nonché eccesso di potere per travisamento ed erronea valutazione dei presupposti, carenza o insufficienza di istruttoria e motivazione ed illogicità, contraddittorietà sviamento ed illegittimità derivata.
Come avvertito in fatto, a seguito dei rilievi formulati dagli uffici elettorali, il Movimento Fascismo e Libertà assume di essersi ad essi adeguato, epurando il contrassegno di lista del termine FASCISMO, ma mantenendo pur sempre un fascio rosso in una circonferenza recante a destra la sigla MFL. Da notarsi i colori dell’acronimo, chiaramente coincidenti con quelli della bandiera nazionale, posto che la M era verde, la F era bianca e la L rossa.
La lista veniva così descritta con apposita didascalia: “Fascio repubblicano rosso iscritto in una circonferenza con al la destra, dall’alto verso il basso, la sigla MFL, con carattere M di colore verde, F di colore bianco e L di colore rosso”.
Ciononostante l’Ufficio elettorale confermava, con determinazione del 12.5.2009, la precedente decisione espulsiva, affermando che il movimento avrebbe inteso mantenere il legame con un’istituzione dichiaratamente fascista ed inoltre che la predetta lettera “F” era collegabile anche all’acronimo P.F.R. – Partito Fascista Repubblicano della disciolta repubblica sociale italiana del 1944 – 45.

3.2. Lamenta al riguardo il ricorrente che il fascio contenuto nel contrassegno contestato deriva il suo nome e l’aggettivo repubblicano, non dalla Repubblica sociale italiana ma dall’antica repubblica romana, invocando al riguardo un vecchio parere del Consiglio di Stato, secondo cui ormai quell’elemento “ha assunto nel tempo il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato”, benché sia “anche vero che all’occhio dell’osservatore italiano l’emblema del fascio non può non richiamare alla memoria, primariamente, proprio il regime fascista” (Consiglio di Stato, Sez. I 23.2.1994, n. 173).
Sostiene ancora il ricorrente che l’Ufficio elettorale centrale nell’adunanza del 10.5.2009 non avrebbe percepito le sostanziali differenze grafiche tra il precedente simbolo e quello proposto in seguito ai rilievi, differenza che consisterebbe prevalentemente nel fatto che l’ascia consolare, nel contrassegno ricostruito è rivolta a destra, mentre nel fascio in uso durante il periodo fascista era rivolta a sinistra ed era situata all’esterno del fascio di verghe, laddove nel simbolo proposto è interna ad esso.

3.3. Siffatte argomentazioni non persuadono il Collegio, che opina che malgrado le predette differenze, il simbolo contestato possiede comunque perdurante efficacia evocativa del periodo fascista.
La prima notazione svolta, inerente la presunta riconduzione della lettera F al fascio della repubblica romana anziché a quella sociale di Salò varca per saltum la soglia della fantasiosità, per usare un consentito eufemismo.
Non è chi non veda come non possa ragionevolmente dubitarsi che l’elettorato medio colleghi la lettera F in questione al periodo fascista, anziché agli antichi romani.
Nell’immaginario collettivo, tuttora visitato da ancestrali lugubri e tristi memorie, talora rinverdite dai racconti di chi quella tragica e dolorosa epoca della nostra storia ha vissuto, la lettera F è immediatamente ricollegata al fascismo, solo la fantasia e l’inventiva del ricorrente potendo consentire un suo abbinamento all’antica Res publica romana.
Giova al riguardo rimarcare che ciò che smentisce il predetto assunto di parte ricorrente è la stessa disposizione grafica dei colori della sigla MFL figurante sul contrassegno. Ebbene, tale acronimo, riportato all’interno della circonferenza che racchiude il simbolo a destra dell’ascia sormontante il fascio, reca i colori della bandiera italiana, tra l’altro seguendone la medesima disposizione, in quanto la M è di colore verde, la F è di colore bianco e la L è di colore rosso, esattamente come nella bandiera nazionale, dove l’estremità è di colore rosso, a simboleggiare il fuoco e la forza che si richiedono all’esterno per difendere la Patria.
Non può dubitarsi, quindi, che l’accostamento di quella sigla MFL agli stessi colori della bandiera nazionale è da ricollegare non certo all’antica repubblica romana ma a sedicenti e a noi tristemente più vicine “repubbliche”.

4. Lamenta ancora il ricorrente che lo statuto del Movimento Fascismo e libertà è ispirato ai valori della democrazia e della libertà politica e associativa, essendo pertanto rispettoso della Costituzione.

Siffatto argomento è all’evidenza contraddetto proprio dai contenuti emergenti dal sito fascismo e libertà.it.
Invero, dalla consultazione del sito internet del movimento de quo, si legge intanto che esso adopera la denominazione di partito Socialista Nazionale: “Il Movimento Fascismo e Libertà-Partito Socialista Nazionale, vuole realizzare uno Stato sganciato dalle ideologie fallite, sanguinarie e falsamente democratiche imperanti nel X X secolo”.

A sinistra compare il link per “Il lavoro fascista” che è definito Organo ufficiale del Movimento Fascismo e Libertà – Partito socialista nazionale.

In alto a sinistra della “home page” figura l’aquila fascista, che compare poi ad ogni sezione contenente dei vari articoli, che risultano tutti firmati da tal Cameratesca-mente.

Per completare il quadro sinistramente evocativo, sempre a sinistra nella “home page” compare il link “Testamento di Mussolini” cliccando il quale appare la fotografica di Mussolini e in basso il suo integrale testamento politico.
Confessa poi propriamente il Movimento la sua patente estrazione e impronta fascista, là dove in fondo alla “home page” risulta la scritta “Il Movimento Fascismo e Libertà – Partito Socialista Nazionale aderisce all’Unione Mondiale dei Nazionalsocialisti”.

Non pare quindi che i principi e i valori che ispirano il movimento ricorrente, così come propalati anche dai manifesti politici e programmatici diffusi attraverso il sito web, siano improntatati all’antifascismo o quanto meno che concretino un atteggiamento antagonista ai dettami e alle simbologie proprie del fascismo.

La doglianza in analisi non coglie dunque nel segno e va respinta.

5.1. Ultima censura articolata in ricorso è l’illegittimità della disposta ricusazione per l’assenza di una norma di copertura, posto che l’art.33 del D.P.R. n. 570/1969 che individua le cause di ricusazione non contempla il motivo posto a base della deliberata oppugnata esclusione.

La censura non persuade il Collegio.

Posto che, effettivamente, sul piano letterale la causa di esclusione per rievocazione del partito fascista da parte di un determinato schieramento elettorale non è espressamente annoverata tra le fattispecie definite alla norma in analisi, va tuttavia rimarcato che la conformità all’ordinamento costituzionale repubblicano è una condicio iuris implicita o presupposta all’impianto dell’art. 33 del D.P.R. n. 570/1960.

Detta implicita presupposizione origina direttamente dalla cogenza della XII Disposizione transitoria e finale della costituzione a norma della quale “ è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

È noto che in attuazione e concretizzazione della citata fonte costituzionale è stata emanata la legge 20.6.1952, n. 645 che ha inteso, oltre che predisporre delle sanzioni penali per i comportamenti afferenti a fenomeni riorganizzativi del partito fascista, dettagliare anche le fattispecie concrete attraverso cui quei comportamenti possono estrinsecarsi ed assumere giuridica rilevanza.

Orbene, l’art. 1 della L. 645/1952 stabilisce che ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque, tra l’altro, “rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. La norma è stata nei predetti sensi sostituita dall’art. 7, l. 22 maggio 1975, n. 152.

I contenuti ideologici promananti dal manifesto diramato sul sito web del movimento fascismo e libertà possono con serenità essere ricondotti ad atteggiamenti esaltanti principi propri del partito fascista o al compimento di manifestazioni esteriori di carattere fascista, giusta il disposto della riportata norma.

5.2. Non va, del resto, trascurato che secondo la giurisprudenza l’art. 33 del D.P.R. n. 570/1960 è inteso a tutelare la libertà di formazione del convincimento elettorale poiché nel vietare l’utilizzo dei contrassegni di lista tali da trarre in errore l’elettore, e quindi idonei a pregiudicarne la libertà di scelta politica, mira a tutelare la libertà del voto sancita dall’art. 48 comma 2 cost. (oltre che nel momento dell’espressione del voto anche) nel momento della formazione del convincimento dell’elettore medesimo. (T.A.R. Lazio – Roma, Sez. II, 28 luglio 2004, n. 7488).

Ben può, quindi, ritenersi che la causa di esclusione consistente nel rievocare simboli, principi e ideologie appartenuti al disciolto partito fascista opera come precetto implicito o presupposto alla norma di cui all’art. 33 del D.P.R. n. 570/196, del quale non può conseguentemente predicarsi l’avvenuta violazione dall’Ufficio Elettorale Centrale.

5.3. Va anche debitamente posto in luce che l’esclusione è stata disposta in applicazione non del potere di ricusazione ma di quello di deliberare sulle modificazioni richieste dall’ufficio elettorale, in esecuzione dell’art. 33, comma 3 del D.P.R. n. 570/1960 a termini del quale “la commissione, entro il ventiseiesimo giorno antecedente la data della votazione, si riunisce per udire eventualmente i delegati delle liste contestate o modificate, ammettere nuovi documenti e deliberare sulle modificazioni eseguite”.

Avendo l’Ufficio competente riscontrato le rilevate anomalie nel contrassegno di lista del ricorrente movimento ed avendolo invitato a rimuoverle, si è poi nuovamente riunito per deliberare sulle modifiche poste in essere dagli interessati.

E tale giudizio ha condotto al lume dei principi tutti esposti correttamente nei due provvedimenti del maggio 2009 e riconducibili all’interpretazione fornita dalla Corte di Cassazione penale sulla L. n. 645/1952 attuativa della XIII Disposizione transitoria e finale della Costituzione.

Il potere di escludere la lista che non abbia ottemperato all’invito rivolto al fine di eliminare ogni possibile confusione con le simbologie esteriori proprie del fascismo, o che vi abbia ottemperato solo parzialmente, discende quindi con sicurezza dal potere di deliberare sulle modificazioni eseguite, conferito agli Uffici elettorali dall’ultimo comma dell’art. 33 del D.P.R. n. 570/1960.

Nessuna infrazione della norma all’esame può quindi a parere del Collegio seriamente prospettarsi nell’operato degli Uffici elettorali.

In definitiva, il ricorso si profila infondato e va pertanto respinto.

Le spese possono essere compensate per eque ragioni.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte – Prima Sezione – definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo respinge.

Estromette dal giudizio l’Amministrazione degli Interni.

Spese compensate.

Ordina che la presente Sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Torino nella Camera di Consiglio del giorno 14/01/2010 .

**************

UNO STORICO ESPONE NEI DETTAGLI IL PIANO BIENNALE STALINIANO DI MOBILITAZIONE PER LA CONQUISTA DELL’EUROPA

domenica, 27 dicembre 2009

Altro materiale utile per i tanti coglioni che ancora si ostinano a parlare di “aggressioni naziste”…

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

********************

Fonte: Insitute of Historical Review (USA)

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

NOTA: Il Giorno “M” è un libro scritto da Vladimir B. Rezun (alias Viktor Suvorov), tradotto dal russo in tedesco da Hans Jaeger, Stoccarda. Ed. Klett-Cotta, 1995, 356 pagine, corredato di foto, riferimento delle fonti, bibliografia, indice.

Di Daniel W. Michaels (laureato alla Columbia University ed ora in pensione dopo 40 anni di servizio presso il Dipartimento Americano della Difesa)

Quando Hitler lanciò “Operazione Barbarossa“ contro l’Unione Sovietica il 22 Giugno 1941, i dirigenti tedeschi giustificarono l’attacco definendolo preventivo al fine di contrastare un imminente invasione della Germania e del resto dell’Europa da parte dei sovietici.

Dopo la guerra i responsabili politici e militari più importanti, ancora in vita, furono condannati a morte a Norimberga con l’accusa di avere, tra le altre cose, progettato e condotto una “guerra aggressiva” contro l’Unione Sovietica.

Il Tribunale di Norimberga rifiutò di accettare le tesi della difesa che definiva “Barbarossa” un attacco preventivo.

Nei decenni successivi, storici, uomini di governo e opere scritte sull’argomento negli Stati Uniti, in Europa e in URSS, hanno mantenuto la versione che fu Hitler a venire a meno agli accordi con i sovietici lanciando il suo attacco traditore a sorpresa, motivato dalla bramosia per le risorse naturali russe e ucraine, dalla ricerca dello “spazio vitale” e da quel pazzesco piano che mirava alla “conquista del mondo”.

In questo studio dettagliato, ben argomentato e documentato, uno specialista russo ha presentato abbondanti prove che, in sostanza, confermano la tesi tedesca.

Basato innanzitutto su una scrupolosa analisi della relativa letteratura politica e militare, nonché sulle memorie di membri di spicco dell’elite di partito e militare sovietica, l’analista militare Suvorov ha presentato una notevole opera revisionista che obbliga ad una rivalutazione radicale della concezione a lungo accettata della storia della Seconda Guerra Mondiale.

L’autore, il cui vero nome è Vladimir Bogdanovich Rezun, fu addestrato come ufficiale dell’esercito sovietico a Kalinin e a Kiev. Più tardi, dopo l’espletamento di servizi nel personale da ufficio e dopo aver completato gli studi all’Accademia Diplomatica Militare nel 1974, prestò servizio come ufficiale del controspionaggio militare sovietico (GRU), lavorando per quattro anni a Ginevra sotto copertura diplomatica. Disertò nel 1978 e gli fu concesso asilo politico in Gran Bretagna.

Il suo primo libro sull’argomento, IL ROMPIGHIACCIO,  fu inizialmente pubblicato in lingua russa (in Francia) nel 1988, poi seguirono edizioni in altre lingue, incluso l’inglese.

Fece scalpore negli ambienti del controspionaggio e militari, specialmente in Europa, perché documenta attentamente la natura offensiva del massiccio ammassamento militare sovietico alla frontiera tedesca nel 1941.

Nel libro “Il Giorno M“ Suvorov aggiunge sostanzialmente prove e argomenti presentati ne “Il Rompighiaccio“.

Sviluppando l’argomento, Suvorov evidenzia  l’importanza centrale riguardante il piano di Stalin dello stratega militare Boris Shaposhnikov, Maresciallo e Capo di Stato Maggiore. La sua opera più importante, MOZG ARMII (Il Cervello dell’Esercito), fu per decenni una lettura obbligatoria per ogni ufficiale sovietico.

Stalin non solo rispettava l’acume militare di Shaposhnikov ma, insolitamente, gli era simpatico.

Fu il solo uomo al quale Stalin si indirizzava pubblicamente usando il suo nome patronimico (Boris Mikhailovich), in Russia una personale forma di riferimento, meno che formale ma sicuramente rispettosa. Stalin chiamava chiunque altro col suo cognome preceduto dalla parola “compagno” (esempio: Compagno Zhdanov). L’ammirazione di Stalin derivava dal fatto che sul suo tavolo teneva sempre una copia del libro di Shaposhnikov (Mozg Armii).

Il piano di mobilitazione di Shaposhnikov, fedelmente perfezionato da Stalin, evidenziava un chiaro e logico programma di due anni (Agosto 1939 – Estate 1941) che sarebbe inesorabilmente e volutamente culminato in una guerra.

Secondo Suvorov, Stalin annunciò la sua decisione di perfezionare questo piano ad una riunione del Politburo il 19 Agosto 1939, quattro giorni prima della firma del patto di non aggressione germano-sovietico, (fu a questa riunione del Politburo, dopo che Stalin ebbe concluso le sue draconiane purghe di militari e politici “inaffidabili”, che il leader sovietico ordinò al Generale Georgi Zhukov di attaccare e sconfiggere, col sistema classico della guerra lampo, la Sesta Armata giapponese a Khalkhin-Gol in Mongolia).

Tredici giorni dopo il discorso di Stalin, le truppe tedesche lanciano l’attacco alla Polonia e, due giorni dopo il 3 Settembre 1939, la Gran Bretagna e la Francia dichiarano guerra alla Germania.

Una volta che Stalin decise di imbarcarsi nel processo di mobilitazione, il regime riconvertì l’economia della nazione, indirizzando le enormi risorse fisiche e umane dell’Unione Sovietica verso un’economia di guerra. Per sua natura, questo radicale cambiamento poteva portare solo ad una logica conclusione: la guerra.

In parole povere, la decisione di Stalin del 1939 di mobilitare le truppe, stava a significare inevitabilmente la guerra.

RIARMO MASSICCIO

Nel 1938, 1.513.400 uomini prestavano servizio nell’Armata Rossa. Ciò significava circa l’1% della popolazione sovietica, che è generalmente considerata la normale percentuale massima, economicamente sostenibile, di uomini sotto le armi, rispetto alla popolazione.

Come parte del loro programma di mobilitazione di due anni, Stalin e Shaposhnikov arrivarono a più che raddoppiare il numero di uomini sotto le armi, arrivando a oltre cinque milioni.

Durante questo periodo, Agosto 1939 – Giugno 1941, Stalin mise in campo 125 nuove divisioni di fanteria, 30 nuove divisioni motorizzate, 61 nuove divisioni corazzate e 79 nuove divisioni aeree, un totale di 295 divisioni organizzate in 16 armate. Il piano Stalin-Shaposhnikov prevedeva anche una mobilitazione di ulteriori sei milioni di uomini nell’estate del 1941 da distribuirsi in ulteriori divisioni di fanteria, motorizzate, corazzate e aeree.

Fra il Luglio del 1939 e il Giugno del 1941, Stalin aumentò il numero delle divisioni corazzate sovietiche da zero a 61, con altre dozzine in allestimento. Per il mese di Giugno 1941 la “neutrale” Unione Sovietica aveva allestito più divisioni corazzate di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme, una possente forza che poteva effettivamente essere impiegata solamente in operazioni offensive.

Nel Giugno del 1941 Hitler gettò all’attacco dieci divisioni meccanizzate, delle quali, ognuna, aveva più di 340 carri medi e leggeri. Sull’altro versante, Stalin aveva 29 divisioni meccanizzate, ognuna con 1031 carri leggeri, medi e pesanti. Mentre è vero che non tutte le divisioni sovietiche erano a pieno regime, va fatto notare che una singola divisione meccanizzata sovietica era militarmente più forte di due divisioni tedesche messe insieme.

Quando Hitler attaccò la Polonia il 1° Settembre 1939, la Germania aveva un totale di sei divisioni corazzate.

Se questa forza tutto sommato leggera può considerarsi una prova determinante della volontà di conquista del mondo (o almeno dell’Europa) da parte di Hitler, che cosa possiamo dedurre, chiede Suvorov, dal riarmo di Stalin che portò alla creazione di 61 divisioni corazzate fra la fine del 1939 e la metà del 1941, con altre dozzine in allestimento?

Alla metà del 1941, l’Armata Rossa era la sola forza militare al mondo dotata di carri anfibi.

Stalin, di questi mezzi bellici offensivi, ne aveva ben 4.000. La Germania nessuno.

Nel Giugno del 1941 i sovietici avevano aumentato il numero delle loro divisioni paracadutiste da zero a cinque ed il numero dei loro reggimenti da artiglieria campale da 144 a 341, in ogni singolo caso molto di più di tutti gli eserciti del mondo messi assieme.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la Germania aveva una flotta di 57 sottomarini, anche questo un fatto che viene spesso citato come prova delle intenzioni aggressive di Hitler.

Nel contempo però, afferma Suvorov, l’Unione Sovietica ne possedeva più di 165.

Questi sottomarini non erano dei mezzi mediocri, ma di buona qualità. Nel Giugno 1941 la marina sovietica aveva più di 218 sottomarini in servizio e altri 91 in costruzione. Stalin comandava la flotta sottomarina più grande al mondo, una forza creata per una guerra aggressiva.

UNA GUERRA “MONDIALE” ?

Come fa notare Suvorov, all’epoca dell’attacco di Hitler del 1939 contro la Polonia, nessuno in Germania o nell’Europa Occidentale considerava questo come lo scoppio di una “guerra mondiale”.

Perfino la dichiarazione di guerra contro la Germania da parte dell’Inghilterra e della Francia due giorni dopo, il 3 Settembre 1939, non portava alla considerazione di una “guerra mondiale”.

Fu solo molto più tardi, guardando a ritroso, che la campagna tedesco-polacca venne considerata l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Solo a Mosca, scrive Suvorov, fu ben chiaro fin dall’inizio che era scoppiata una guerra mondiale.

Riprendendo le conclusioni di storici del calibro di A.J.P. Taylor e David Hoggan, Suvorov precisa che Hitler non volle e non pianificò un conflitto su scala europea nel 1939.

Furono le dichiarazioni di guerra britanniche e francesi contro la Germania che trasformarono un conflitto locale fra Germania e Polonia in un conflitto esteso all’Europa.

Inoltre Hitler non autorizzò la conversione dell’economia della sua nazione in una economia di guerra. Il capo del GRU sovietico Ivan Proskurov informò dettagliatamente Stalin che l’industria tedesca non era improntata ad una guerra su ampia scala. In effetti la Germania non trasformò la sua industria a vocazione bellica fino al 1942, due anni dopo l’Unione Sovietica. Ma mentre la produzione di armi e mezzi militari sovietici raggiunse il suo picco nell’estate del 1941, la Germania ci arrivò soltanto nel 1944, tre anni più tardi. Troppo.

PIANO D’ATTACCO

Suvorov presenta un enorme quantità di prove a dimostrazione che Stalin stava preparando una massiccio attacco a sorpresa contro la Germania da lanciarsi nell’estate del 1941 (Suvorov ritiene che l’attacco fosse previsto per il 6 Luglio 1941). A preparazione di ciò, i sovietici avevano dispiegato enormi forze proprio sulla frontiera tedesca, incluso paracadutisti, campi di volo, una vasta serie di armamenti, munizioni, carburante e altri rifornimenti.

Nell’Aprile del 1941 l’Armata Rossa ordinò un massiccio spiegamento di pezzi d’artiglieria e di munizioni alla frontiera, il tutto ammassato all’aperto. Solo questo prova, scrive Suvorov, prova l’intenzione di Stalin di attaccare perché questo armamento andava usato prima dell’autunno quando le piogge annuali sarebbero cominciate.

Ammassare le munizioni all’aperto nel 1941 significava che un attacco si sarebbe dovuto avverare nello stesso anno. “una diversa interpretazione di questo fatto non sarebbe plausibile “, scrive. Suvorov riassume:

Studiando la documentazione d’archivio e le pubblicazioni ufficialmente disponibili, arrivai alla conclusione che il trasporto (nel 1941) verso la frontiera di milioni di stivali, munizioni, pezzi di ricambio e lo spiegamento di milioni di soldati, migliaia di carri armati e di aerei, non poteva essere una svista o un errore di calcolo, ma piuttosto doveva essere il risultato di una politica ben meditata. Tutto questo aveva come scopo di preparare l’industria, il sistema dei trasporti, l’agricoltura, il territorio dello stato, la popolazione sovietica e l’Armata Rossa ad intraprendere la guerra di “liberazione” nell’Europa centrale e occidentale. In poche parole questo modo di procedere viene chiamato mobilitazione. Fu una mobilitazione segreta. La dirigenza sovietica preparava l’Armata Rossa e l’intero paese per la conquista della Germania e dell’Europa occidentale. La conquista dell’Europa occidentale fu la ragione principale per la quale l’Unione Sovietica scatenò la Seconda Guerra Mondiale. La decisione finale di iniziare la guerra fu presa da Stalin il 19 Agosto 1939“

Il piano  sovietico, spiega Suvorov, prevedeva un attacco su due fronti importanti: il primo, ovest e nord-ovest, esattamente verso la Germania, ed un secondo, anch’esso potente, verso sud-ovest in Romania per impossessarsi velocemente dei pozzi di petrolio.

L’invasione si sarebbe composta di tre fasi strategiche principali. La prima fase consisteva di 16 armate d’invasione e diverse dozzine di corpi e divisioni per incursioni ausiliarie composte da professionisti dell’Armata Rossa addestrati ad irrompere nelle linee tedesche.

La seconda fase strategica, costituita da sette armate di truppe di inferiore addestramento (inclusi molti prigionieri dei gulag), avrebbe assicurato e allargato gli sfondamenti della prima fase.

La terza fase, costituita da tre armate principalmente composte da truppe dell’NKVD, avrebbe garantito l’occupazione sovietica. Essa avrebbe colpito qualsiasi potenziale resistenza, circondando e uccidendo l’elite militare, politica e sociale tedesca come era già stato ampiamente messo in atto negli stati Baltici e nella Polonia orientale (vedi massacro di Katyn).

Come principale aereo da attacco Stalin scelse il modello “Ivanov” (uno dei sopranomi di Stalin), più tardi denominato Su-2, un bombardiere da attacco molto efficiente che fu prodotto e utilizzato in grande quantità. Stalin ordinò la costruzione di oltre 100.000 Su-2 e l’addestramento di 150.000 piloti. Dal peso di 4 tonnellate, l’Su2 aveva una velocità massima di 486 Km/h, un raggio d’azione di 1200 Km. ed una capacità di carico di 400-600 Kg. di bombe.

Simile ma superiore al bombardiere da picchiata tedesco JU-87 “Stuka”, assomigliava molto al giapponese Nakajima B-5N2 che fu il principale aereo da guerra usato nell’attacco a Pearl Harbor.

LA SOTTOVALUTAZIONE DI HITLER

Per decenni gli storici di regime hanno mantenuto la versione che Stalin si fidava di Hitler.

Quest’immagine di uno Stalin fiducioso e di un Hitler traditore viene largamente e ufficialmente accettata negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Suvorov sfida questa versione e, anzi, afferma che fu Hitler a sottovalutare fatalmente l’astuzia di Stalin durante almeno 15 mesi, finché fu troppo tardi.

Mentre Hitler riuscì a sventare il grande piano di invasione di Stalin, il leader tedesco sottovalutò drammaticamente la magnitudo e l’aggressività della minaccia sovietica.

Suvorov scrive: “Hitler comprese che Stalin stava preparando un invasione ma non riuscì a stimare l’entità dei preparativi di Stalin. A Hitler non era chiaro quanto grande e quanto vicino fosse il pericolo “.

Gli storici, puntualizza Suvorov, non spiegano in modo adeguato perché Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica in un momento in cui la Gran Bretagna non era ancora soggiogata, impegnando quindi la Germania in una pericolosa guerra su due fronti.

Spesso danno come spiegazione la bramosia di Hitler per il cosiddetto LEBENSRAUM (spazio vitale). Addirittura, l’autore russo scrive: “Stalin non diede altra alternativa a Hitler. La mobilitazione segreta sovietica era di così enormi dimensioni che sarebbe stato difficile ignorarla. Essa si estese ad un punto tale che non sarebbe stato più possibile mascherarla. Per Hitler l’unica possibilità rimastagli era un attacco preventivo. Hitler batté Stalin in due settimane”.

Stalin non aveva bisogno che di avvisare dell’attacco Churchill, Roosevelt o la spia sovietica Richard Sorge. Egli aveva già predisposto i suoi preparativi per sistemare la Germania. Ma avendo preparato le sue forze per una guerra offensiva, Stalin non fece niente per un’eventuale azione difensiva.

I tedeschi, scrive Suvorov, ebbero il temporaneo vantaggio della sorpresa perché furono in grado di posizionare  e lanciare le loro forze d’attacco due settimane prima del previsto sfondamento dell’Armata Rossa, cogliendoli così completamente impreparati. La sorpresa fu più che grande perché Stalin non credeva che i tedeschi avrebbero aperto un secondo fronte a Est mentre si trovavano ancora impegnati contro gli inglesi. Ciò che contribuì anche allo spettacolare ed iniziale successo germanico fu il coraggio e la professionalità del soldato tedesco.

Suvorov scrive:

La sconfitta sovietica all’inizio della guerra (Giugno-Settembre 1941) era dovuta al fatto che la Wehrmacht tedesca lanciò il suo attacco a sorpresa proprio nel momento in cui l’artiglieria sovietica stava per essere spostata sul confine. L’artiglieria non era preparata ad affrontare una guerra difensiva e alla data del 22 Giugno essa non era ancora in grado di andare all’offensiva “.

Siccome la Germania mancava delle risorse naturali per sostenere una guerra di lunga durata, Hitler poteva avere la meglio solo se fosse riuscito a soggiogare la Russia completamente nel giro di quattro mesi, cioè, prima dell’arrivo dell’inverno.

In questo egli sbagliò. Durante l’estate e l’autunno del 1941 Hitler spaccò ma non distrusse la macchina militare sovietica. Fra l’altro, i tedeschi riuscirono ad ottenere uno stupefacente iniziale successo utilizzando i magazzini di rifornimento sovietici, catturati durante quei primi mesi.

Nell’Operazione Barbarossa, Hitler impiegò 17 divisioni corazzate contro i tedeschi. Dopo tre mesi di combattimenti, di questi carri armati ne rimase solo un quarto, mentre le fabbriche di Stalin non solo producevano molti più carri ma anche di migliore qualità.

Durante i primi quattro mesi dell’Operazione Barbarossa, le forze dell’Asse distrussero forse il 75% della capacità bellica di Stalin, eliminando così l’immediata minaccia all’Europa. Tra il Luglio e il Novembre del 1941, le forze tedesche catturarono o  misero fuori uso 303 stabilimenti di munizioni, granate, polvere da sparo che producevano annualmente l’85% dell’intera produzione sovietica di munizionamenti.

Ma, come Suvorov fa notare, questo non bastò: “L’attacco di Hitler non poteva più salvare la Germania. Stalin non solo aveva più carri armati, pezzi d’artiglieria e aerei, più soldati e ufficiali, ma egli aveva già convertito le sue fabbriche in industrie belliche e poteva produrre armamenti nelle quantità che desiderava “.

Il 29 Novembre 1941 il Ministro degli armamenti del Reich Fritz Todt informò Hitler che da un punto di vista dell’economia di guerra e degli armamenti, la Germania aveva già perso la guerra.

Stalin riuscì a farcela perché il residuo 25% della gigantesca economia di guerra sovietica, incluso il 15% della sua produzione di munizioni, per lo più situato ad est del Volga, negli Urali ed in Siberia, rimase intatto. Così, avendo in mano solo una frazione della sua iniziale superpotenza, Stalin fu ancora in grado di vincere le decisive battaglie di Stalingrado, Kursk e Berlino e sconfiggere le potenti forze tedesche (e gli alleati dell’Asse). Ciò che ha contribuito sostanzialmente alla vittoria sovietica fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il decisivo appoggio americano e, ovviamente, la leggendaria e stoica durezza del soldato russo.

Sebbene Hitler sparò il primo colpo, alla fine della guerra Stalin controllava Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Germania Orientale.

Evidenziando il fatto che Hitler rinviò ripetutamente la data d’inizio dell’Operazione Barbarossa, Suvorov sostiene:

Supponiamo che Hitler avesse rinviato ulteriormente l’attacco contro Stalin e Stalin avesse iniziato le ostilità il 6 Luglio 1941. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se Hitler avesse dilazionato il suo attacco diventando così vittima egli stesso del devastante attacco preparato da Stalin. In tal caso Stalin non avrebbe avuto appena il 15% della capacità produttiva dell’industria del munizionamento, ma bensì il 100%. In questo caso, come si sarebbe conclusa la Seconda Guerra Mondiale?

In questa situazione non è irragionevole supporre che per Novembre-Dicembre 1941 le forze sovietiche avrebbero raggiunto l’Atlantico, facendo sventolare la bandiera rossa su Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma e Stoccolma.

RINVENUTO IL TESTO DI UN DISCORSO

Dalla pubblicazione del libro “Il Giorno M“,  gli studiosi russi hanno ricercato ulteriori prove dagli ex archivi sovietici che confermino le tesi di Suvorov ed obblighi ad una radicale riscrittura della storia della Seconda Guerra Mondiale.

Mentre è probabile che molti documenti siano stati rimossi o distrutti, sono state ritrovate alcune carte rivelatrici. Uno dei più importanti documenti, nascosto per lungo tempo, è il testo completo del discorso segreto di Stalin del 19 Agosto 1939. Per decenni i principali esponenti sovietici negarono che Stalin avesse rilasciato queste dichiarazioni, insistendo addirittura che in quella data non si tenne alcuna riunione del Politburo. Altri hanno affermato che il discorso era una falsificazione.

La storica russa T.S. Bushuyeva trovò una versione del testo fra i documenti segreti degli Archivi Speciali dell’URSS e la pubblicò insieme ad un commento, sull’importante giornale russo Novy Mir (N° 12, 1994). Lo scrittore tedesco Wolfgang Strass parla di questo, e di altre recenti scoperte da parte di storici russi, nell’edizione dell’Aprile 1996 del mensile tedesco Nation und Europa.

In base alle conoscenze di questo critico, nessun storico americano ha mai divulgato pubblicamente il testo del discorso.

Va tenuto in considerazione che il discorso fu rilasciato proprio mentre i dirigenti sovietici stavano negoziando con i rappresentanti francesi e britannici circa una possibile alleanza militare con la Gran Bretagna e la Francia, e mentre i dirigenti sovietici e tedeschi stavano discutendo di un possibile patto di non aggressione fra i loro paesi. Quattro giorni dopo questo discorso, il ministro degli esteri tedesco Von Ribbentrop si incontrò con Stalin al Cremino per firmare il patto di non aggressione russo-tedesco.

In quel discorso Stalin dichiarava:

La questione della guerra o della pace per noi è entrata in una fase critica. Se concludiamo un patto di mutua assistenza con Francia e Gran Bretagna, la Germania si ritirerà dalla Polonia e cercherà un modus vivendi con le potenze occidentali. La guerra verrebbe evitata ma su questa strada le cose potrebbero diventare pericolose per l’URSS. Se accettiamo la proposta tedesca e concludiamo un patto di non aggressione fra di noi, la Germania invaderà la Polonia e l’intervento armato della Francia e dell’Inghilterra sarà inevitabile. L’Europa occidentale sarebbe soggetta a seri sconvolgimenti e disordini. A queste condizioni sarebbe per noi una grande opportunità restarcene fuori dal conflitto e potremmo programmare il momento opportuno per entrarvici. L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in tempo di pace il movimento comunista non è sufficientemente forte da prendere il potere. La dittatura di questo partito potrà diventare possibile solo come risultato di un conflitto esteso. La nostra scelta è chiara. Dobbiamo accettare la proposta tedesca e mandare a casa cortesemente la delegazione francese e inglese. Il nostro immediato vantaggio sarà quello di prenderci la Polonia fino alle porte di Varsavia, nonché la Galizia ucraina….

Riassumendo, Wolfgang Strass fa rilevare che Stalin si impegnava per arrivare ad una guerra su scala europea, una guerra di sfinimento che avrebbe abbattuto gli stati ed il sistema europeo. Dopodiché sarebbe entrato nel conflitto sulle rovine dell’Europa “capitalista” per imporre la sovietizzazione con la forza militare. (la parola “sovietizzazione”, che in russo si dice “Sovietizatsia”, emerge ripetutamente nel suo discorso)

Mentre niente di questo discorso confermi ulteriormente le intenzioni aggressive di Stalin, la prudente Bushuyeva cita Clausewitz circa le guerre che tendono ad assumere le loro direzioni e dimensioni indipendentemente da ciò che una parte o l’altra possa aver programmato o detto.

STORIA DOLOROSA

Nel suo articolo su Novy Mir la Bushuyeva scrive del dolore che i russi dovranno ora patire apprendendo che gran parte di ciò che per decenni cedettero fosse la “ Grande Guerra Patriotica” è falso.  Essa fa notare che i giovani nati dal 1922 al 1925, che furono mandati in guerra da Stalin, solo il 3% sopravvisse al conflitto. Scrive la Busheyava: “La gravità della tragedia che investì il nostro esercito di cinque milioni di uomini nel Giugno del 1941 deve essere investigata a fondo. Il male che i dirigenti sovietici avevano programmato su altri, improvvisamente, per via di un destino imperscrutabile, ha colpito il nostro proprio paese “.

Sarebbe facile, continua la Bushuyeva, maledire coloro che “riscrivono” la storia e continuare a credere ai miti ed ai simboli che richiamano al nostro orgoglio nazionale, al patriottismo del popolo russo. “Sì, si potrebbe continuare come prima“, scrive la storica, “se non fosse  per una circostanza particolare. L’uomo è fatto in modo che la verità, per quanto dolorosa, alla fine è più importante  della  falsa gioia di vivere nella menzogna e nell’ignoranza “.

Suvorov afferma altresì che molti russi lo disprezzano per le sue rivelazioni. Egli scrive:

Ho sfidato la sola cosa sacra alla quale il popolo russo è ancora attaccato: il loro ricordo della “Grande Guerra Patriotica”. Ho sacrificato ogni cosa a me cara per scrivere questi libri. Sarebbe stato intollerabile morire senza aver rivelato al mio popolo ciò che avevo scoperto. Disprezzate i libri! Disprezzate me! Ma cercate almeno di capire”.

ULTERIORE CONFERMA

In seguito alla pubblicazione del discorso di Stalin su Novy Mir, gli storici della Novosibirsk University intrapresero un importante studio revisionistico sulla situazione dell’immediato periodo pre-bellico. I risultati di queste ricerche furono pubblicate nell’Aprile del 1995. La storica russa I. V. Pavlova affermò senza mezzi termini, in un suo intervento al seminario di ricerca, che gli storici del Partito Comunista per molti anni fecero di tutto per occultare sotto una montagna di menzogne i retroscena, le origini e lo sviluppo della Seconda Guerra Mondiale, incluso il discorso di Stalin dell’Agosto 1939.

Un altro studioso che partecipava, V. L. Doroshenko, disse che nuove prove evidenziano che “Stalin provocò e scatenò la Seconda Guerra Mondiale “.

Affermando che Stalin ed il suo regime avrebbero dovuto essere processati a Norimberga, Doroshenko spiega:

Non tanto perché Stalin aiutò Hitler ma perché era nell’interesse di Stalin che la guerra iniziasse. Primo per via del suo obiettivo generale di conquistare il potere in Europa e, secondo, per via dell’immediato vantaggio acquisito distruggendo la Polonia e impossessandosi della Galizia. Ma il motivo più importante per Stalin era la guerra stessa. Il collasso dell’ordine europeo gli avrebbe reso possibile instaurare la sua dittatura su tutta l’Europa. Per questo, Stalin volle momentaneamente starsene fuori dalla guerra, con l’intenzione di entrarvi solo al momento opportuno. In altre parole, il patto di non aggressione liberò le mani a Hitler ed incoraggiò la Germania a scatenare una guerra in Polonia. Come Stalin firmò il patto, era già determinato a infrangerlo. Fin dall’inizio, quindi, egli non intendeva affatto evitare il conflitto ma, al contrario, tuffarvisi nel momento più adatto”.

IMPORTANTE PASSO AVANTI REVISIONISTA

Fa meravigliare il coraggio mostrato da questi storici russi nella loro determinazione nel venire a patti con questo capitolo di storia carico di emozioni. Essi dimostrano un maggiore franchezza e apertura mentale nel confrontarsi con i tabù della storia del XX secolo, di quanto faccia la loro controparte in Europa occidentale e negli Stati Uniti.

Ci sono però delle eccezioni. Negli anni recenti, alcuni storici occidentali avevano esposto questa visione drasticamente revisionista della storia della Seconda Guerra Mondiale. Fra questi lo storico tedesco Max Kluever nel suo libro del 1986 “1941–PRAEVENTIVSCHLAG  (1941 – Attacco Preventivo)” e lo studioso austriaco Ernst Topitsch in “ STALINS KRIEG“ (La Guerra di Stalin), pubblicato in inglese nel 1987 dalla St. Martin’s Press col titolo di “STALIN’S WAR “.

Lo storico americano R.H.S. Stolfi riporta le opinioni di Suvorov nel suo libro del 1991 “HITLER’S PANZERS EAST: WORLD WAR II REINTERPRETED “ (I Panzer di Hitler a Est: la Seconda Guerra Mondiale Reinterpretata – Recensione nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1995), e lo storico tedesco Dr. Joachim Hoffmann apportò nuove considerazioni al tema grazie al suo impressionante studio del 1995 nel libro “STALINS VERNICHTUNGSKRIEG 1941-1945“ (La Guerra di Sterminio di Stalin 1941-1945).

Secondo Wolfgang Strass, le nuove rivelazioni circa il discorso di Stalin per lungo tempo tenuto nascosto e la reazione all’argomento da parte di storici russi più giovani, costituiscono una vittoria per il revisionismo europeo e rappresentano un importante passo vanti nella ricerca storica.

Intanto, Suvorov e altri storici continuano a ricercare prove storiche. Oltre al lavoro di ricerca d’archivio, Suvorov afferma che, in supporto al libro “Il Rompighiaccio” e “Il Giorno M”, veterani sovietici e tedeschi della Seconda Guerra Mondiale gli hanno scritto per portare ulteriori prove a conforto delle sue tesi. Egli sostiene il suo caso in un terzo libro “THE LAST REPUBLIC” (L’Ultima Repubblica), recentemente pubblicato in russo, nonché in un quarto volume sullo stesso tema ma non ancora pubblicato.

Dirk Zimmerman: così si condanna un uomo nella “democratica” Germania

lunedì, 26 ottobre 2009

Immagino che questa notizia procurerà un vero orgasmo ai vari Alemanno, Marrazzo (i cui orgasmi con i travestiti di solito costano ben di più…) e giudeame assortito, ivi compreso colui che abusa della carica di Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma, pur mostrando una cultura storica da scuole elementari ed una civiltà sociale e giuridica degna di Di Pietro…

Ecco cosa può capitare a chi vive in quella che i leghisti definirono, non a torto, Forcolandia… Presto, grazie agli infami politici italiani stipendiati dalla lobby giudaica, anche noi ci ritroveremo prelevati notte tempo dalle nostre case e trasportati in Germania o in Repubblica Ceca, dopo di che, terminato un processo farsa degno dei tribunali “del popolo” di partigiana memoria, ci accomoderemo in una cella a scontare la nostra pena per avere osato contestare cifre e modalità di esecuzione del pretesto “olocausto”.

A meno che l’opinione pubblica e la collera del popolo non facciano fare la fine che si meritano a questi maiali prestati alla politica, alla polizia del pensiero ed alla magistratura asservita.

Ma su questo non mi farei illusioni… Al decerebrato medio che rappresenta il cittadino italiano, bastano le partite di calcio, i concerti rock, le discoteche ed i reality show per non ribellarsi e protestare!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

******************

10000_thoughtcrimes_year

Dirk Zimmerman è un altro giovane tedesco che si è autodenunciato in patria per “negazionismo” dell’Olocausto. E’ stato condannato il 23 Ottobre 2009 a 9 mesi di prigione senza condizionale. Ecco il resoconto dell’udienza in cui è stata decisa la sua condanna:

“Oggi ha avuto luogo il processo, lungamente atteso, contro Dirk Zimmerman, che aveva inviato una copia delle Conferenze sull’Olocausto[1] di Germar Rudolf al sindaco di Heilbronn e rispettivamente ai pastori cattolico e protestante della sua comunità. L’aula del tribunale era stracolma, molti visitatori hanno dovuto portarsi dietro la sedia da altre sale dell’edificio in modo da potersi sedere. I sostenitori si sono comportati tutti in modo magnifico – niente risate, risatine, brontolii, nervosismi o mormorii ecc, assolutamente nulla. Tutti ben vestiti. Il giudice – Frank Haberzettel – ha aperto l’udienza alle 13.45, circa. Ha dapprima verificato le generalità di Dirk, poi il pubblico ministero ha letto l’imputazione. La solita roba. Il libro di Rudolf è pieno di antisemitismo, istiga all’odio razziale, Zimmerman ha messo in pericolo la quiete pubblica distribuendo il libro e, inoltre, Zimmerman vuole che i destinatari diffondano il detto libro. Ha chiesto una condanna a 9 mesi, senza sospensione della sentenza.

Dopo che l’avvocato di Dirk aveva puntualizzato che non avrebbe annoiato la corte con la presentazione di mozioni, Haberzettel ha proceduto a interrogare l’imputato. Le domande sono state molto dirette: Perché ha inviato le copie del libro? E’ d’accordo con il contenuto del libro di Rudolf? Ha letto altre cose sull’argomento, come libri “mainstream” di storia della seconda guerra mondiale? Perché ha mandato copie del libro a quei destinatari specifici? In caso di condanna, continuerebbe su questa strada dopo aver scontato la pena? Ecc. ecc. Dirk ha risposto a tutte le domande con sincerità, calma e chiarezza, mettendo soprattutto in chiaro che egli dubita della veridicità della Olo-storia e chiedendo il diritto alla libertà di opinione e di parola. Tuttavia, l’ultima domanda era delicata, poiché Dirk non voleva mentire. Haberzettel ha ripetuto la domanda varie volte, perché Dirk trovava difficile rispondere in modo sincero senza vanificare ogni speranza di assoluzione trovandosi però nello stesso tempo nell’impossibilità di mentire.

Dopo che l’imputato ha risposto alle domande, Haberzettel ha chiamato un testimone – il funzionario di polizia che aveva interrogato Dirk per primo. Il funzionario ha detto alla corte che Dirk era d’accordo con i contenuti del libro e che l’imputato gli ha fatto una buona impressione. Il testimone ha poi detto alla corte che l’imputato aveva cancellato la parola “tedesco” nella parte del verbale in cui si dichiara la nazionalità della persona, e l’aveva sostituita con “Reich tedesco”. Richiesto del perché aveva agito in tal modo, Dirk aveva fatto notare che “tedesco” è un aggettivo e non può essere usato correttamente per descrivere la nazionalità.

Poi è stata la volta delle dichiarazioni conclusive. Il pubblico ministero ha evidenziato il pericolo del negazionismo e della diffusione di questo tipo di letteratura, riferendosi al libro di Rudolf come un cumulo di porcherie, e ha descritto Dirk come un fanatico confuso e contorto. La solita roba. Poi ha parlato l’avvocato di Dirk, che ha detto di credere totalmente all’Olocausto ma che Dirk è un bravo ragazzo che non ha fatto nulla di male e che dovrebbe essere assolto. Infine, è stato Dirk a rendere la sua dichiarazione, con cui ha mostrato che il pubblico ministero aveva mentito quando ha detto che Dirk aveva chiesto ai destinatari del libro di diffonderlo – cosa che Dirk non aveva fatto, e ha anche mostrato che essere bollato come fanatico è assolutamente ridicolo, visto che lui è interessato solo alla libertà di parola. Tutto sommato, un discorso breve e buono, che veniva dal cuore.

Haberzettel si è poi ritirato per 40 minuti per prendere la sua decisione. Alle 15.35 ha letto il verdetto: 9 mesi di reclusione, la sentenza non sarà sospesa. Come motivazione ha detto che la libertà di parola è garantita ma che essa non si estende all’Olo. Non vi può essere discussione sull’Olo perché è avvenuto. Di nuovo, la solita roba. Mentre per la severità della sentenza, il giudice ha fatto notare che Dirk non ha afferrato il “ponte d’oro” che gli era stato offerto, e cioè ha risposto in modo sbagliato alla domanda finale: avrebbe continuato anche in futuro sulla stessa strada? Haberzettel ha detto che il profilo sociale di Dirk era davvero buono, poiché è sposato, ha due bambini e non ha precedenti penali. E ha poi fatto la seguente affermazione: “Il suo profilo criminale però è scioccante e sono convinto che non abbiamo ancora visto l’ultima delle sue malefatte”.

E questo è tutto: per aver mandato il libro di Rudolf a tre persone, Dirk Zimmerman, padre di due bambini, nessun precedente penale, con un lavoro fisso, è stato condannato a 9 mesi di prigione”.

Markus Haverkamp

[1] http://vho.org/dl/ENG/loth.pdf

Pubblicato da Andrea Carancini a 4.34 0 commenti

FALSARI GIUDEI ED INFAMI REGGICODA…

giovedì, 22 ottobre 2009

Proprio oggi una notizia cattura la mia attenzione:

ROMA (22 ottobre) – Afferma che «è ingiustificabile un museo dell’Olocausto a Roma e inutile spendere soldi per i viaggi ad Auschwitz». Di Dachau dice che «è meglio di molti paesini della Calabria» e sulla frase che ha scatenato le proteste, «l’olocausto è una leggenda», spiega: «manca un punto interrogativo». Rivendica «il diritto di libero pensiero» e dice che ad attaccarlo sono i sionisti. Polemiche sul ricercatore di filosofia del diritto della Sapienza Antonio Caracciolo, 59 anni e ricercatore dal ’94, che secondo la Repubblica ha definito l’Olocausto una leggenda.

Le reazioni. Il sindaco Gianni Alemanno chiede «verifiche sulle dichiarazioni e, se vengono confermate, che il professore venga sospeso». «Mi sembra di aver letto che è anche iscritto a un club di Forza Italia. Faremo verifiche anche in questo senso» dice Alemanno secondo il quale il professore «o è in malafede o non ha nessun fondamento culturale». «Il professore farebbe bene ad andare a Dachau, dove io sono stato all’età di 16 anni, oppure, se non può recarsi all’estero, dovrebbe visitare almeno le Fosse Ardeatine», ha commentato il rettore dell’università La Sapienza di Roma Luigi Frati. Il presidente della Regione Lazio lo inviata ad andare a visitare «la stanza dei bambini a Birkenau». «Deve essere allontanato immediatamente con infamia dall’Università La Sapienza» commenta Stefano Pedica, coordinatore dell’Italia dei Valori del Lazio.

Come di consueto, le urla lanciate dai giudei e dai loro infami lacchè come il sindaco Alemanno, sono una conferma indiretta della giustezza delle affermazioni di uomini coraggiosi e preparati, ovvero persone che, a differenza delle nullità citate nell’articolo, si sono prese la briga di studiare le cose senza fermarsi ai documentari della RAI ed alle bufale giudaiche…

Chi è capace di leggere non può che concordare con il ricercatore Caracciolo e con le migliaia di seri studiosi che in tutto il mondo sono perseguitati per il solo fatto di dire la verità.

Al ricercatore Caracciolo tutta la mia solidarietà… Ai vari Alemanno, Frati (autore di un comico autogol, dato che si vanta di avere visitato Dachau, ove l’unico sterminio fu quello compiuto dai prigionieri “liberati” ai danno delle SS di stanza nel campo e che mostra tutta la sua cultura mischiando olocausto e rappresaglie legittime tedesche come quella seguita all’infamia di Via Rasella… Se questa è la cultura storica del Rettore, speriamo che chiudano presto “La Sapienza”!), Pedica (che fa concorrenza allo scimmiesco Di Pietro, suo capo bastone, nella gara a chi è più ignorante ed arrogante)  e compagnia brutta, oltre a tutto il mio disprezzo dedico uno dei tantissimi articoli che farebbero bene a leggere fra una leccata al deretano dei giudei e l’altra..

Magari impareranno qualcosa a proposito delle falsificazioni storiche e delle invenzioni olocaustiche di mai esistite “camere a gas”!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

********************

BUCHENWALD: LEGGENDA E REALTA’ – di Mark Weber dell’Institute of Historical Review

Traduzione a cura di Gian Franco SPOTTI

Buchenwald viene ampiamente considerato come uno dei più famigerati “campi della morte” nella Germania del tempo di guerra. Ciò nonostante, questa immagine accuratamente coltivata ha poco a che vedere con la realtà. Oggi, a più di 60 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo campo merita un diverso giudizio ben più obiettivo.

STORIA E FUNZIONE

Il campo di concentramento di Buchenwald si trovava su una boscosa collina fuori da Weimar, in quella che poi divenne la Germania dell’Est. Fu aperto nel Luglio del 1937. Fino a prima della guerra quasi tutti i detenuti erano sia criminali professionisti o prigionieri politici (la maggior parte di loro ardenti comunisti). Ben 2.300 prigionieri di Buchenwald furono amnistiati nel 1939 in onore del 50° compleanno di Hitler.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la popolazione del campo era di 5.300 persone.

Il numero aumentò arrivando a 12.000 all’inizio del 1943 e poi incrementò rapidamente poiché molti lavoratori stranieri, specialmente polacchi, ucraini e russi, vi furono deportati per essere utilizzati nell’industria bellica (nota 1).

Durante gli anni della guerra, Buchenwald fu allargata diventando un vasto complesso con oltre cento fabbriche satellite, miniere e officine sparse in una vasta area della Germania. La più importante di queste era probabilmente lo stabilimento sotterraneo di Dora che produceva i razzi V-2. Nell’Ottobre del 1944 divenne il campo indipendente di Nordhausen (Mittelbau). (nota 2).

Molte migliaia di ebrei arrivarono a Buchenwald dall’Ungheria e da vari campi orientali nel 1944 e 1945. La maggior parte furono evacuati via ferrovia da Auschwitz e da altri campi minacciati dall’avanzata dell’Armata Rossa. (nota 3).

Il numero di detenuti aumentò enormemente durante gli ultimi mesi della guerra: 34.000 nel Novembre 1943, 44.000 nell’Aprile 1944 e 80.000 nell’Agosto 1944.

Il picco mensile fu raggiunto alla fine di Febbraio 1945, quando 86.000 detenuti erano ammassati nel campo gravemente sovraffollato. Circa 30.000 prigionieri furono evacuati da Buchenwald nella settimana prima dell’arrivo dell’esercito americano (11 Aprile 1945). Un totale di 239.000 persone furono internate nel campo fra il 1937 e l’Aprile del 1945. (nota 4).

IL COMANDANTE E SUA MOGLIE

Il primo comandante, Karl Koch, diresse Buchenwald dal 1937 agli inizi del 1942, quando fu trasferito a Majdanek. Si dimostrò essere un amministratore brutale e corrotto che si arricchì rubando valori a numerosi detenuti i quali furono poi uccisi per non lasciare traccia di questi furti.

Il medico del campo, Dr. Waldemar Hoven, uccise molti detenuti in collaborazione con Koch e l’organizzazione comunista clandestina del campo. Koch fu poi in seguito giudicato, da un tribunale delle SS, colpevole di omicidio e corruzione e quindi condannato a morte. (nota 5).

Sua moglie, Ilse Koch, fu coinvolta in molti crimini del marito ma l’accusa infondata che avesse delle lampade ed altri articoli prodotti con la pelle dei detenuti uccisi non era vera. Questa asserzione fu fatta dall’accusa durante il processo di Norimberga. (nota 6).

Il Generale Lucius D. Clay, Comandante in Capo delle forze americane in Europa e Governatore Militare della zona di occupazione americana in Germania, dal 1947 al 1949, riesaminò attentamente il caso di Ilse Koch nel 1948 e trovò che, qualunque misfatto avesse compiuto, l’accusa riguardante le lampade in pelle umana era senza fondamento. Egli trasformò la sentenza da ergastolo a quattro anni di prigione ed informò il Dipartimento dell’Esercito di Washington che: “non ci sono prove convincenti che Ilse Koch avesse selezionato i detenuti da uccidere per averne la pelle o che fosse in possesso di articoli fatti in pelle umana “ (nota 7).

Durante un intervista nel 1976 Clay ricordava così il caso:

Processammo Ilse Koch. Fu condannata all’ergastolo ed io lo trasformai in una detenzione di quattro anni. Alla nostra stampa non piacque tutto questo. Essa fu distrutta dal fatto che un reporter intraprendente, che per primo entrò nella sua casa, le affibiò il simpatico nome di Troia di Buchenwald e vi trovò alcuni paralumi che descrisse essere fatti di parti umane. Risultò che quelle parti erano di capra, ma durante il processo continuavano ad essere parti umane. Era impossibile per lei ottenere un processo equo. I tedeschi la presero e le diedero 12 anni per come aveva trattato il suo popolo, ma, a dire il vero, non si trattava di un crimine di guerra nel vero senso della parola. Questo era il genere di cose con le quali avevamo a che fare ogni volta”. (nota 08)

I DETENUTI: VITA E MORTE

Non c’è dubbio che siano state commesse atrocità nei confronti di detenuti di Buchenwald.

Tuttavia, almeno per una gran parte di esse, furono commesse non dalle guardie tedesche delle SS ma dall’organizzazione clandestina comunista del campo che ottenne quasi l’intero controllo del campo dopo il 1943. Questa rilevante situazione fu confermata in un dettagliato documento del controspionaggio militare americano del 24 Aprile 1945, intitolato: Buchenwald: un rapporto preliminare. (nota 9). Questa analisi confidenziale rimase secretata fino al 1972.

In una breve premessa, il capo del controspionaggio militare Alfred Toombs chiamò questo rapporto segreto “uno dei racconti più significativi finora scritto su un aspetto della vita della Germania nazista “, perché  “racconta come i prigionieri di Buchenwald organizzarono loro stessi un terrore mortale all’interno del terrore nazista“. Toombs aggiunse che l’accuratezza della stesura del rapporto fu confermata in modo imparziale.

Mentre grandi quantità di prigionieri iniziavano ad arrivare al campo durante gli anni della guerra, diceva il rapporto confidenziale, le SS in sotto-organico di numero, ritennero necessario affidare una sempre più ampia fetta di amministrazione del campo agli stessi detenuti. In pratica ciò significava che già nel 1943 la bene organizzata e disciplinata organizzazione comunista di prigionieri aveva preso il virtuale e totale controllo delle operazioni interne del campo.

Il rapporto dichiarava:

I commissari – fiduciari avevano ampi poteri sui loro colleghi detenuti. In un primo momento questi venivano scelti quasi esclusivamente fra i criminali tedeschi. Questo periodo durò fino al 1942. Poi, poco a poco, i comunisti iniziarono a prendere il controllo di questa organizzazione. Erano i detenuti più anziani, con 10 – 12 anni di reclusione alle spalle. Si coalizzarono con estrema tenacità, mentre gli elementi criminali si preoccupavano solo dei loro singoli vantaggi ed avevano una scarsa coesione di gruppo. I comunisti mantennero un’eccellente disciplina e ricevevano un certo numero di direttive dall’esterno del campo. Essi avevano cervelli e qualifiche tecniche per gestire le varie industrie stabilite nel campo. I loro tentativi incontravano la resistenza dei criminali ma, lentamente, questi persero il potere, in parte per minacce e in parte con l’aiuto delle SS. Diversi criminali furono uccisi a botte, impiccagioni o iniezioni di fenolo nel cuore o di aria o latte nelle vene. Le iniezioni erano una specialità del medico del campo Dr. Hoven che divenne un sostenitore della fazione comunista.

Oltre a posizioni di rilievo nell’organizzazione fiduciaria, vi erano un numero di roccaforti-chiave comuniste nell’amministrazione del campo. Una era l’organizzazione della fornitura dei pasti, tramite la quale gruppi privilegiati ricevevano razioni ragionevoli mentre altri venivano portati a livello di fame. Un’altra era l’ospedale, presieduto quasi esclusivamente da comunisti. Le sue strutture erano ampiamente riservate a curare i membri del loro partito.

Un’altra roccaforte comunista era la Stanza del Vestiario…

Ogni fiduciario tedesco riceveva un buon vestiario e altre cose di valore. I comunisti, a Buchenwald, dopo dieci o dodici anni di reclusione, erano vestiti come uomini d’affari di successo.

Alcuni indossavano giacche di pelle e piccoli cappelli rotondi della marina tedesca, evidentemente l’uniforme della rivoluzione.

Come risultato di tutto ciò:

Invece che mucchi di corpi o uomini smarriti che morivano di fame, gli americani (che si impossessarono del campo) trovarono a Buchenwald un’organizzazione disciplinata ed efficiente.

Ciò viene messo in conto indubbiamente al comitato del campo autonominatosi, un gruppo quasi puramente comunista sotto il comando dei leaders politici tedeschi.

I commissari – fiduciari, che nel tempo divennero quasi esclusivamente comunisti tedeschi, avevano il potere di vita e di morte su tutti gli altri detenuti. Potevano condannare un uomo o un gruppo di persone a morte certa. I commissari comunisti furono direttamente responsabili di una larga parte delle brutalità commesse a Buchenwald.

I capi del blocco comunista, diceva il rapporto, picchiavano personalmente i detenuti e, talvolta, obbligavano gli occupanti di intere baracche a rimanere a piedi nudi nella neve per ore, apparentemente su loro personale iniziativa. I comunisti uccisero molti detenuti polacchi che si rifiutavano di sottomettersi alle loro leggi. Obbligarono detenuti francesi a consegnare migliaia di pacchi della Croce Rossa. Il rapporto menzionava inoltre il nome di alcuni capi comunisti del campo particolarmente brutali.

Fu confermato che il medico del campo, Dr. Hoven, era stato un importante alleato comunista che uccise numerosi prigionieri politici anticomunisti e criminali con iniezioni letali. Un’inchiesta condotta dalle SS scoprì le sue attività durante la guerra e fu condannato a morte per omicidio ma a causa della penuria di medici durante il periodo bellico, l’esecuzione fu rinviata dopo 18 mesi di galera. Dopo la guerra i comunisti tentarono di proteggere il loro alleato, ma Hoven fu condannato a morte per una seconda volta da un tribunale militare americano e giustiziato nel 1948.

I comunisti del campo mantennero strette relazioni con il ben organizzato partito comunista clandestino all’esterno del campo. Da Buchenwald un detenuto usciva regolarmente per stabilire un contatto con un corriere comunista che portava notizie ed istruzioni. Legato alla fedeltà per il suo partito, questa persona non approfittò mai dell’opportunità per fuggire. L’organizzazione comunista militare del campo aveva tre mitragliatrici, cinquanta fucili ed un certo numero di bombe a mano. I comunisti tedeschi vivevano meglio degli altri gruppi, anche al momento della liberazione del campo, diceva il rapporto, essi si possono notare facilmente dal resto dei detenuti per via delle loro guance rosee e la loro buona salute, nonostante siano rimasti in detenzione per un periodo molto più lungo degli altri.

Alla fine gli autori del rapporto mettevano in guardia contro la nozione semplicistica che gli ex detenuti meritavano fiducia e dovevano essere aiutati solo perché erano stati internati in campi tedeschi. Alcuni sono infatti dei “banditi”, criminali da tutta l’Europa oppure lavoratori stranieri in Germania che erano stati sorpresi a rubare. Vengono trattati brutalmente e sono brutti da guardare.

E’ facile qui adottare la teoria nazista che essi fossero non umani!

Un libro pubblicato nel 1961 dal Comitato Internazionale di Buchenwald, diretto dai comunisti, di Berlino Est descrive orgogliosamente le attività comuniste clandestine del campo. Vi era un giornale clandestino al campo, un trasmettitore radio illegale, un’orchestra di detenuti (che suonava canzoni comuniste), una vasta biblioteca e perfino un’organizzazione militare. Si tenevano cerimonie comuniste e convegni politici ed inoltre veniva intensamente boicottata la produzione bellica tedesca. (nota 10).

L’ex detenuto di Buchenwald Emst Fedem, ebreo, dopo la guerra spiegò come l’organizzazione comunista del campo cooperò con le SS per aumentare il suo potere ed eliminare gli oppositori e gli indesiderabili. Egli ricorda che il leader della sezione ebraica dell’organizzazione comunista del campo, Emil Carlebach. Dichiarò molto francamente che per lui contavano solo i suoi amici comunisti e che chiunque altro poteva morire. Fedem disse di aver visto con i suoi occhi due episodi di brutalità commessi da Carlebach che fu un anziano del blocco dal 1942 al 1945. In un caso egli ordinò la morte di un detenuto ebreo per aver presuntamene maltrattato dei prigionieri in un altro campo. In un’altra occasione Carlebach picchiò a morte personalmente un anziano detenuto ebreo perché si stava riposando nelle baracche. (nota 11).

In modo analogo, un inglese che trascorse 15 mesi a Buchenwald riferì dopo la guerra che l’organizzazione comunista del campo non considerava i detenuti ebrei particolarmente degni di essere mantenuti in vita. (nota 12).

Negli anni recenti diverse organizzazioni omosessuali hanno sostenuto che migliaia di omosessuali furono “sistematicamente sterminati” nei campi di concentramento tedeschi. Mentre era vero che molti furono internati come criminali, nessun omosessuale fu mai ucciso dai tedeschi per quella sola ragione. Val la pena ricordare che durante gli anni 30 e 40 il comportamento omosessuale era considerato un odioso crimine nella maggior parte del mondo, inclusi gli Stati Uniti.

(ndt: al riguardo si consiglia leggere l’articolo in proposito al sito: http://ita.vho.org/039_Mito_sterminio_omosessuali.htm di Jack Wikoff tradotto da Andrea Carancini)

Nel 1981 un ex internato di Buchenwald ricordava: “Gli omosessuali erano oppressi dal regime nazista per via dei loro costumi morali, ma a Buchenwald molti di essi non furono uccisi dai nazisti mai dai prigionieri politici comunisti a causa del comportamento degli omosessuali ritenuto aggressivo e offensivo “ (nota 13).

Le condizioni giornaliere erano molto migliori di quanto molte descrizioni possano suggerire.

I detenuti potevano ricevere ed inviare due lettere o cartoline al mese. Potevano ricevere soldi dall’esterno. I detenuti venivano pagati per il loro lavoro con una speciale moneta del campo che potevano usare per acquistare una vasta gamma di prodotti nello spaccio del campo. Giocavano a calcio, pallamano e pallavolo nel tempo libero. Le partite di calcio si tenevano al sabato e alla domenica sul campo di calcio locale. Una grande libreria offriva una vasta gamma di libri. Funzionava anche un cinema – teatro. Vi era una varietà di spettacoli e gruppi musicali organizzavano regolari concerti nella piazza centrale. Un bordello nel campo, che all’arrivo degli americani impiegava 15 prostitute, era a disposizione di molti detenuti. (nota 14).

CENTRO DI STERMINIO?

Gli americani che arrivarono a Buchenwald nell’Aprile del 1945 trovarono centinaia di detenuti malati e molti cadaveri non sepolti. Foto orribili di queste crude scene furono fatte immediatamente circolare nel mondo e sono state ripetute diverse volte, dando l’impressione che Buchenwald fosse un diabolico centro di sterminio di massa.

Il governo americano incoraggiò questa impressione. Un rapporto dell’esercito americano su Buchenwald preparato per l’Alto Quartier Generale Alleato in Europa e reso pubblico alla fine di Aprile 1945, dichiarava che la missione del campo era quella di un centro di sterminio. (nota 15).

E due settimane dopo, fu redatto un rapporto congressuale americano sui campi tedeschi, usato in seguito come documento al processo di Norimberga, che descriveva anch’esso Buchenwald come un “centro di sterminio”. (nota 16).

Questa descrizione superficialmente plausibile è comunque completamente sbagliata.

La grande maggioranza di coloro che perirono a Buchenwald morirono durante i caotici mesi finali della guerra. Essi soccombettero alle malattie, spesso aggravate dalla malnutrizione, nonostante gli sforzi tristemente inadeguati di mantenerli in vita. Essi furono vittime non di un programma di sterminio ma piuttosto di un terribile sovraffollamento e di gravi mancanze di cibo e forniture mediche in seguito ad un crollo generale della Germania durante la tumultuosa fase finale  della guerra.

Insieme a queste vittime di guerra indirette vi erano anche detenuti in salute.

B.M. McKelway ispezionò Buchenwald, subito dopo la presa da parte degli americani, in qualità di rappresentante di un gruppo di editori e proprietari di giornali americani. Egli affermò che “molti delle centinaia di detenuti che vedemmo sembravano essere in buona salute mentre altri che soffrivano di dissenteria, tifo, tubercolosi e altre malattie, erano scheletri viventi “ (nota 17).

Una singolare indicazione che Buchenwald non era un campo di sterminio è il fatto che alcuni degli internati erano bambini troppo piccoli per lavorare. Circa un migliaio di ragazzi, dai 2 ai 16 anni, erano ospitati in due baracche speciali per bambini. Trasporti ferroviari di bambini ebrei arrivarono dal 1942 al 1945. Alcuni arrivarono da Auschwitz nel 1943. Altri bambini ebrei arrivavano dall’Ungheria e dalla Polonia (nota 18). Il rapporto confidenziale dell’esercito americano del 24 Aprile 1945 faceva notare la “straordinaria visione dei bambini che scorrazzano avanti e indietro, strillando e giocando “. (nota 19).

Trent’anni dopo la guerra, perfino il famigerato “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ammise che “non c’erano campi di sterminio sul suolo tedesco “ (nota 20).

LA BUGIA DELLA CAMERA A GAS

Forse la menzogna più crudele che circolò su Buchenwald dopo la guerra fu l’accusa che i tedeschi sterminarono i detenuti nelle camere a gas. Un rapporto ufficiale del governo francese, presentato al tribunale di Norimberga come documento d’accusa, con molta immaginazione affermava: “Ogni cosa era stata programmata fin nei minimi dettagli. Nel 1944, a Buchenwald, fu allungato un binario ferroviario in modo che tutti i deportati fossero inviati direttamente alla camera a gas. Alcune di queste camere a gas avevano un pavimento che si apriva inclinandosi scaricando i corpi direttamente nella stanza con il forno crematorio “ (nota 21).

Il Pubblico Ministero britannico al processo di Norimberga, Sir Harley Shawcross, nella sua arringa di chiusura dichiarò: “L’assassinio fu commesso come una specie di produzione di massa nelle camere a gas e nei forni “ di Buchenwald e di altri campi (nota 22).

In un libro pubblicato nel 1947, il parroco francese Georges Henocque, ex cappellano dell’Accademia Militare di Saint-Cyr, sostenne di aver visitato l’interno di una camera a gas a Buchenwald che descrisse in dettaglio. Questa particolare storia fu citata come un buon esempio del tipo di bugie olocaustiche che perfino personalità in vista sono capaci di inventare. (nota 23).

Un altro prete francese ed ex detenuto, Jean-Paul Renard, fece una simile affermazione circa il campo nel suo libro pubblicato subito dopo la guerra: “Vidi migliaia e migliaia di persone andare verso le docce. Invece che acqua scendevano su di loro gas asfissianti “.

Quando l’ex internato francese a Buchenwald Paul Rassinier fece notare al prete che non c’era alcuna camera a gas nel campo, Renard rispose: “va bene, ma era solo un modo di dire… E siccome queste cose esistevano da qualche parte, non è poi così importante “. (nota 24).

In un libro pubblicato nel 1948, lo scrittore ebreo ungherese Eugene Levai sostenne che i tedeschi avessero ucciso decine di migliaia di ebrei ungheresi a Buchenwald in camere a gas. (nota 25).

Anche un libretto ampiamente distribuito e redatto dalla Anti-Defamation League ebraica del B’nai B’rith riportava il racconto che la gente veniva gassata a Buchenwald. (nota 26).

Nel 1960 la storia delle gasazioni a Buchenwald fu ufficialmente definita una favola. In quell’anno, Martin Broszat dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco dichiarò specificatamente che nessuno fu gassato a Buchenwald (nota 27). Il Prof. A.S. Balachowsky, un membro dell’Institute de France dichiarò nel Novembre 1971: “Vorrei confermarvi che nessuna camera gas è mai esistita a Buchenwald “ (nota 28).

La scrittrice di olocausto Konnilyn Feig ammise nel suo libro intititolato I Campi della Morte di Hitler che a Buchenwald non c’era alcuna camera a gas. (nota 29). Oggi nessun storico serio afferma la storia delle gasazioni a Buchenwald.

QUANTI PERIRONO ?

Il numero delle persone che si stima abbiano perso la vita a Buchenwald mentre era sotto il controllo tedesco, varia tremendamente. Secondo l’ex detenuto Elie Diesel, il prolifico scrittore ebreo ed ex Premio Nobel per la Pace nel 1986, a Buchenwald venivano mandate a morte 10.000 persone al giorno (nota 30). Questa affermazione totalmente irresponsabile è purtroppo fin troppo tipica della retorica di quest’uomo che fu perfino scelto per condurre il direttivo ufficiale del Museo dell’Olocausto del governo americano.

L’edizione del 1980 del World Book Encyclopaedia  sostenne che più di 100.000 persone morirono in quel campo, (nota 31).

La Encyclopaedia Judaica indicò il numero di 56.549 (nota 32). Raul Hilberg, scrivendo nell’edizione del 1982 dell’Encyclopaedia Americana, affermò che più di 50.000 persone morirono nel complesso di Buchenwald (nota 33).

Il rapporto del controspionaggio dell’esercito americano del 24 Aprile 1945 (sopra citato) affermò che il numero totale di morti certificate era di 32.705 (nota 34). Un rapporto governativo americano del Giugno 1945 su Buchenwald indicava un totale di 33.462 vittime, delle quali, più di 20.000 perirono negli ultimi mesi caotici della guerra. (nota 35).

L’accreditato International Tracing Service (ITS) di Arolsen, una filiale della Croce Rossa Internazionale, affermò nel 1984 che il numero di morti documentate (di ebrei e non ebrei) a Buchenwald era di 20.761, più altri 7.463 nel campo di Dora (Mittelbau). (nota 36).

Mentre anche questi numeri ridotti sono ancora alti, è importante rendersi conto che la grande maggioranza di coloro che perirono a Buchenwald furono sfortunate vittime di una guerra catastrofica e non della politica tedesca. La maggioranza delle rimanenti vittime furono uccise su ordine dell’organizzazione comunista clandestina del campo. Diverse centinaia furono anche uccise dai bombardamenti alleati.

In un solo raid aereo contro una grossa fabbrica di munizioni vicino al campo principale, i bombardieri inglesi uccisero 750 persone, inclusi 400 detenuti. (nota 37).

ATROCITA’ AMERICANE E SOVIETICHE

In seguito all’occupazione americana di Buchenwald nell’Aprile del 1945, circa 80 fra guardie tedesche e funzionari del campo furono sommariamente giustiziati. I detenuti picchiarono brutalmente i tedeschi fino alla morte, talvolta con l’aiuto e l’incoraggiamento dei soldati americani (nota 38).

Fra i 20 e i 30 americani si davano allegramente il turno a picchiare a morte sei giovani tedeschi. (nota 39). Dei detenuti requisirono perfino delle jeep americane e si recarono nella vicina città di Weimar dove si diedero al saccheggio e uccisero a caso dei civili tedeschi. (nota 40).

Dopo la guerra la polizia segreta sovietica prese a condurre Buchenwald come campo di concentramento per “potenziali nemici di classe“ ed altri “probabili pericolosi“ civili tedeschi.

Nel Settembre del 1949,  più di 4 anni dalla fine del conflitto, vi erano ancora 14.300 detenuti nel “campo speciale”. (Quando Buchenwald era sotto il controllo tedesco, il numero dei prigionieri non raggiunse le 14.000 unità fino al Maggio del 1943). Le condizioni erano orribili. Perfino l’ufficiale sovietico responsabile dei campi di concentramento tedeschi, Generale Merkulov, denunciò la grave mancanza di ordine e pulizia, in particolare a Buchenwald. Almeno da 13.000 a 21.000 persone morirono nella Buchenwald gestita dai sovietici ma nessuno fu mai punito per i maltrattamenti o le morti in questo famigerato campo. (nota 41). Un ex detenuto descrisse così i suoi cinque anni di orribile reclusione, umiliazioni, interrogatori e annichilimento nel campo gestito dai russi:

Le persone non erano che numeri. La loro dignità veniva volutamente calpestata. Venivano fatti morire di fame senza pietà e consumati dalla tubercolosi fino a ridurli a scheletri. Il processo di annichilimento era sistematico ed era stato ben testato per decine di anni. Le grida e i gemiti di coloro che soffrivano mi risuonano ancora nelle orecchie tutte le volte che il passato mi riaffiora alla mente nelle notti insonni. Dovevamo guardare impotenti le persone mentre morivano, come creature sacrificate fino all’annichilimento”.

Molta gente senza nome cadde nella macchina distruttiva del NKVD (polizia segreta sovietica) dopo il crollo del 1945. Furono ammassati insieme come bestiame dopo la così detta “liberazione” e vegetarono in molti campi di concentramento. Molti furono sistematicamente torturati a morte.

Fu costruito un memoriale per i morti del campo di Buchenwald. Fu scelto un numero di fantasia per le vittime. Intenzionalmente sono state onorati solo i morti nel periodo 1937-1945. Come mai non vi è un monumento che ricorda i morti dal 1945 al 1950?  Nel periodo post-bellico furono scavate innumerevoli fosse comuni attorno al campo. (nota 42).

In un atto di stupefacente ipocrisia, i dirigenti comunisti della “ Repubblica Democratica Tedesca “ del dopoguerra trasformarono il campo di Buchenwald in una specie di santuario secolare. Ogni anno centinaia di migliaia di persone visitano i luoghi, completi di musei, torre campanaria, sculture monumentali e memoriali dedicati, abbastanza ironicamente, alle “vittime del fascismo” (nota 43).

Non c’è niente che ricordi ai visitatori le migliaia di tedeschi dimenticati che perirono miseramente durante gli anni del dopoguerra quando il campo era gestito dai sovietici.

La storia di Buchenwald, come la storia di  qualsiasi altro campo di concentramento tedesco in tempo di guerra, è un microcosmo nell’intero racconto dell’olocausto.

Il ritratto ampiamente accettato di Buchenwald, come quello di altri campi tedeschi, è in aspro contrasto con la verità poco conosciuta.

NOTE

  1. L’informazione di questa sezione proviene da due fonti: “Buchenwald” Enciclopedia Giudaica (New York e Gerusalemme, 1971), Vol. 4, pag. 1442, 1445; e rapporto del governo americano B-2833 del 18 Giugno 1945. Documento 2171-PS pubblicato nelle “red series”, Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) (Washington, DC: 1946-1948), Vol. 4, pag. 800-833.
  2. Rapporto dell’esercito americano del 25 Maggio 1945. Documento 2222-PS. Pubblicato nel   NC&A , Vol. 4, pag. 860-864 “ German-Born NASA Export “ , New York Times, 18 Ottobre 1984, pag. A1, A12: “Ex nazi Denies Role “, New York Times, 21 Ottobre 1984, pag. 8
  3. 2171-PS. NC&A, Vol. 4, pag. 800-833
  4. 2171-PS. NC&A, Vol. 4, pag. 832-833
  5. Testimonianza a Norimberga di Guenther Reinecke, 7 Agosto 1946. Pubblicata nel IMT “blue series “, processo ai maggiori criminali di guerra davanti al Tribunale Militare Internazionale (IMT) (Norimberga: 1947-1949), Vol. 20, pag. 438, 441,442; mandato di accusa delle SS contro Karl Koch, 11 Aprile 1944. Documento NO-2360.
  6. IMT, vol. 3, pag. 514-515; vol. 5, pag. 220-201; vol. 32, pag. 267-269
  7. “Clay Explains Cut in Ilse Koch Term“, New York Times, 24 Settembre 1948, pag. 3
  8. Intervista a Lucius D. Clay. Atti ufficiali della fondazione di ricerca Gorge C. Marshall. Trascrizione di un’intervista video-registrata mostrata alla conferenza “Occupazione americana in Europa dopo la seconda guerra mondiale“, 23-24 Aprile 1976 a Lexington, sponsorizzata dalla fondazione di ricerca Gorge C. Marshall, pag. 37-38 (sono grato a Robert Wolfe dell’Archivio Nazionale per aver portato l’intervista alla mia attenzione).
  9. Egon W. Fleck and Edward at Tenenbaum, Buchenwald. Un rapporto preliminare, esercito americano, 12° gruppo, 24 Aprile 1945. Archivio nazionale, Record Group 331, SHAEF, G-5, 17, 11, Racket 10, Box 151 (8929t163-8929/180). Sono grato a Timothy Mulligan della sezione militare dell’Archivio Nazionale per aver portato questo rapporto alla mia attenzione. Vedi anche: Donald B. Robinson “Atrocità comuniste a Buchenwald“, American Mercuri, Ottobre 1946, pag. 397-404 e Christopher Burney,  The Dungeon Democracy (New York 1946), pag. 21, 22-23, 28-29, 32, 33, 34, 44, 46, 49.
  10. Comitato Internazionale di Buchenwald (Berlino Est: congresso 1961)
  11. Ernst Federn, “ That German…”, Harper’s, Agosto 1948, pag. 106-107
  12. Christopher Burney, The Dungeon Democracy (New York 1946), pag. 109, 124, 128-130
  13. The Jewish Times (Baltimora). Menzionato nel “On the Holocaust“. The Gay Paper (Baltimore), Dicembre 1981, pag. 2
  14. John Mendelsohn; “Sources”, prologo (Washington, DC, Archivio Nazionale), Autunno 1983, pag. 180; Konnilyn G. Feig, I campi della morte di Hitler (New York 1981), pag. 96; testimonianza di K. Morgen, 7 Agosto 1946, IMT, Vol. 20, pag. 490; testimonianza dell’ex internato di Buchenwald Arnost Tauber a Norimberga “Processo alla I.G. Farben“, 12 Novembre 1947. Stampato in: Udo Walendy, Auschwitz nel processo IG Farben (1981), pag. 119; Roger Manvell e H. Fraenkel: Il crimine incomparabile (New York 1967), pag. 155; Il Campo di Buchenwald: il Rapporto di una delegazione parlamentare (Londra: HMSO, 1945) Pag. 4, 5
  15. “Rapporto ufficiale dell’esercito designa Buchenwald come centro di sterminio“, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A7
  16. Rapporto del Congresso degli Stati Uniti sui campi, Documento 159-L., IMT, Vol. 37, pag. 605-626 e Atto del Congresso (Senato), 15 Maggio 1945, pag. 457S-4582
  17. B. M. McKelway, “Buchenwald…”, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A1, A7
  18. B. M. McKelway, “Buchenwald….”, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A7; Affidavit di H. Wilhelm Hammann del 6 Marzo 1947, NO-2328 (Hammann fu detenuto dal 1938 all’Aprile 1945).
  19. E.W. Fleck and EA, Tenenbaum, Buchenwald: un rapporto preliminare, 24 Aprile 1945 (sopra citato), pag. 14, vedi anche la foto dei bambini ebrei detenuti a Buchenwald in: Robert Abzug, Inside the Vicious Heart (New York; Oxford 1985), pag. 148-149.
  20. S. Wiesenthal (lettera), Book and Bookmen (Londra), Aprile 1975, pag. 5
  21. Documento di Norimberga 274-F (RF-301). If, Vol. 37, pag. 148
  22. IMT, Vol. 19, pag. 434; NC&A, Suppl. Vol. A, pag. 61
  23. Georges Henocque, Les Autres de la Bate (Parigi: G. Duraissie, 1947), pag. 115 Facsimile ristampato e commento di Robert Faurisson, Memoria in Difesa (Parigi: 1980) Pag. 185-191
  24. Paul Rassinier, Sfatare il Mito del Genocidio (Torrance, CA,: The Noontide Press, 1978), pag.129-130
  25. Eugene Levai, Libro nero sul martirio dell’ebraismo ungherese (Zurigo: 1948), pag. 439
  26. Earl Raab, l’anatomia del nazismo (New York ADL, 1979). Il mito delle gasazioni di Buchenwald fu propagato ad arte: Francio Tomczuk, “Giorni di Ricordo“, rivista dell’American legion, Aprile 1985, pag. 23
  27. Die Zeit, 19 Agosto 1960, pag. 16
  28. Germane Tillion, Ravensbrueck (Garden City, New York: Anchor/Doubleday, 1975), pag. 231
  29. K. Feig, I campi della morte di Hitler, pag. 100
  30. Stefan Kanfer, “Autore, Maestro, Testimone“, Time-Magazine, 18 Marzo 1985, pag. 79
  31. “Buchenwald“, World Book Encyclopaedia (edizione 1980), Vol. 2, pag. 550
  32. “Buchenwald“ Encyclopaedia Giudaica, Vol. 4, pag. 1445
  33. R. Hilberg, “ Buchenwald”, Encyclopaedia Americana (edizione 1982), vol. 4, pag. 677
  34. E. Fleck e E. Tenenbaum, Buchenwald: un rapporto preliminare (sopra citato), pag. 18
  35. 2171-PS. NCLA, vol. 4, pag. 801
  36. Dichiarazione dell’addetto all’archiviazione di Arolsen Butterwerk, 16 Gennaio 1984. acsimile nel: Deutsche National-Zeitung (Monaco), Nr. 18, 27 Aprile 1984, pag. 10
  37. Campo di Buchenwald: Il rapporto di una delegazione parlamentare (Londra: HMSO, 1945), pag. 5; 2171-PS, NC1EA, Vol. 4, pag. 821
  38. Robert Abzug, Inside the vicious heart, pag. 49, 52
  39. Marguerite Higgins, la notizia è una cosa singolare (Doubleday, 1955), pag. 78-79
  40. Elie Wiesel, Legend of our Sune (New York Holt, Rinehart and Winston, 1968), pag. 140; Raul Hilberg, la distruzione dell’ebraismo europeo (New York, Holmes and Meier, 1985), pag. 987.
  41. “Fino al 1950: Buchenwald e Sachsenhausen“, America Woche (Chicago), 11 Maggio 1985, pag. 3, “Nel lager della morte dei sovietici“ D. National-Zeitung (Monaco), N° 47, 15 Novembre 1985, pag. 4; “I campi sovietici sono pieni, dice un giornale di Berlino“, New York Times, 10 Settembre 1949, pag. 6
  42. Lettera di E. Krombholz di Aschaffenburg, “Rapporto su quanto vissuto in un campo di Concentramento sovietico“ D. National-Zeitung (Monaco), N° 11, 9 Marzo 1984, pag. 10; vedi anche disegni sulle condizioni nella Buchenwald gestita dai sovietici fatti dall’ex internato Dr. Heinz Moller in: D. National-Zeitung (Monaco), N° 6, 3 Febbraio 1984, pag. 5
  43. “Campo di morte nazista…” (AP) Gazette-Telegraph (Colorado Springs, Co.), 1° Luglio 1984, pag. H12; “A Buchenwald….”, New York Times, 14 Aprile 1985, pag. 1, 29

Tratto dal JOURNAL OF HISTORICAL REVIEW, Inverno 1986 – 1987 (Vol. 7, N° 4), Pag. 405-417

ALLUVIONE A MESSINA

sabato, 3 ottobre 2009

alluvione

Il MFL Messina è in prima linea, compatibilmente con i suoi poveri mezzi, nel tentativo di portare aiuto agli alluvionati sia recandosi fisicamente a dare una mano ove possibile, si raccogliendo fondi.

Potrete seguire le ultime notizie della federazione messinese a proposito sul blog:

http://mfl-messina.myblog.it/

Copio ed evidenzio dallo stesso indirizzo:

RACCOLTA FONDI PER GLI ALLUVIONATI

Il MFL Messina si e da subito mobilitato per una raccolta di beni di prima necessità per gli alluvionati della zona Sud. Il centro di raccolta avrà luogo in Via ss 114 Km 9 Mili Marina, 98131 Messina. Contatti: 340.2722150

Inoltre e possibile fare una donazione al numero di carta postepay: 4023 6004 5356 4827 intestata a Salvatore Piconese
_________________

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

UOMINI DA RICORDARE

giovedì, 10 settembre 2009

Mentre il ciarpame mafioso – giudeo – comunista celebra i suoi “eroi”, cioè i voltagabbana che rovesciarono il fronte e corsero incontro agli invasori consentendo loro di invadere la Patria, io preferisco ricordare altri Uomini…

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

wittmann_13

Michel Wittmann

Il giovane eroe dei Panzer cadeva eroicamente in Normandia il 7 agosto del 1944. Uno dei tanti Leonida dimenticati che hanno realizzato l’essere uomo nella gloriosa guerra del Sangue contro l’Oro

“…gli Inglesi tentano di prender Caen, disperatamente difesa dalla Divisione Hitlerjugend. Le avanguardie della 7^ Divisione Corazzata britannica, i “topi del deserto” di Montgomery, sgusciano da una breccia aperta da Caumont fino a Villers-Bocage. Ma dai boschi sbuca un solitario Tigre. Lo comanda Michel Wittmann. Non ha ancora trent’anni, ma ha già distrutto 119 carri armati sul fronte russo e porta la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia. L’88 del Tigre tuona, Wittmann percorre il fianco della colonna britannica e colpisce uno a uno i veicoli. In pochi minuti, la strada è un inferno. Presa dal panico la 7^ Divisione Corazzata britannica fa dietro-front. Il fronte di Tilly resisterà ancora per settimane. (…)

La sera del 7 agosto, Montgomery passa all’assalto con ben 600 carri armati, “operazione Totalize”, si tratta di totalizzare quel che le precedenti offensive non sono riuscite a cogliere. “Panzermeyer” getta al contrattacco gli ultimi 50 carri della Divisione Hitlerjugend. Gli aerei alleati planano rabbiosamente su di lui; ma è tardi, i Panzer sono già partiti. I Tigre avanzano nel cuore dell’area dell’offensiva nemica. In testa a loro Michel Wittmann, l’intrepido distruttore di carri di Villers-Bocage. Gli Inglesi sono presi di contropiede. Ancora una volta il fronte tedesco tiene. Il fronte: un’espressione ambiziosa per disegnare quei poveri, martoriati, chilometri dove i brandelli di quelle che furono le migliori divisioni tedesche cercano scampo. Ma si è gettato un cuneo di ferro nel petto dell’avanzata nemica. I Canadesi perdono tempo. Le linee germaniche si rafforzano. A sera, i carri di Meyer tornano in posizione nel bosco di Quesney. Michel Wittmann non è più con loro. È caduto, dopo aver distrutto il suo centotrentesimo carro. Ma le forze corazzate del maresciallo Montgomery sono state fermate 12 chilometri prima di Falaise. Per la terza volta, l’offensiva britannica è finita”.

Da: “Le ultime ore dell’Europa”, riedito nel 2004 da Settimo Sigillo.

ATTIVITA’ MFL – Pubblicato sul Mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Luglio 2009

giovedì, 10 settembre 2009

Nonostante il periodo estivo non sia dei più propizi per le attività propagandistiche del MFL, anche questo mese abbiamo qualcosa da segnalare. In primis, si è svolto il 28 giugno scorso a Civitavecchia (RM) il banchetto di presentazione del MFL organizzato dall’ormai famoso gruppo laziale, che si sposta in vari Comuni mai prima d’ora toccati dall’inattività che caratterizzava i vari Mazzer e Malfarà, tanto bravi nel rispondere e chi li sollecitava a darsi da fare: “C’ho dà fa”…
Ovviamente, non potevano mancare le contromisure del regime, sempre pronto a frapporre ostacoli e ritardi a qualsiasi iniziativa targata MFL; infatti, dopo vari ritardi nella concessione delle autorizzazioni e dopo strani spostamenti del luogo prescelto per il banchetto, le autorità locali sono riuscite a spostare i Camerati del MFL in una piazza abbandonata da Dio e dai passanti, addirittura a pochi metri di distanza da una delle immancabili sedi di zecche rosse!
Ma nonostante il lavorio di regime volto a sabotare l’iniziativa ed a creare lo scontro, le zecche rosse hanno sonnecchiato senza farsi vedere, mentre i nostri Camerati sono riusciti ad avvicinare diverse persone, alle quali hanno consegnato materiale assortito del movimento; l’interesse mostrato dai passanti è stato alto e nessuna manifestazione di ostilità ha accolto i Camerati, indi la giornata non può che essere catalogata come positiva.
In questa pagina ed in quella precedente pubblichiamo alcune delle immagini che ci sono state inviate dai Camerati Caluppi, Spiga, Salera e Mariangela Dau a proposito del banchetto stesso.

civitavecchia

L’appuntamento successivo  già programmato dai Camerati laziali sarà, dopo le ferie, per Latina, altra zona ove abbondano i sedicenti Fascisti ma scarseggiano i tesserati MFL… Chissà perché!
Altro Camerata che non conosce ferie per quanto riguarda la sua militanza nel MFL è il Vice Segretario Nazionale per il Centro Italia, Simone Fanti, il quale, benché fisicamente in vacanza, non lo è anche mentalmente, e ci ha inviato il seguente comunicato – denuncia corredato da varie foto:

O M E R T A’

Camerati,
Molto più della pizza, della pasta, dei Santi e dei navigatori, sono la mafia siciliana, la camorra napoletana o la ‘ndrangheta, le cose che più ci rappresentano agli occhi degli stranieri.
Ma, un’altra parola è sinonimo, a mio avviso, di delinquenza allo stato puro.
Questa parola è: omertà.
Nella vita di tutti i giorni questo modus operandis ci si presenta in mille occasioni e in tutte le sue molteplici sfaccettature.
Dall’omertà a beneficio dei mafiosi, all’omertà a beneficio dei politici, passando per l’omertà a beneficio dello sconosciuto.
Situazioni per le quali non necessariamente ci deve rimette, di primo acchito, una persona in particolare, ma la collettività in quanto tale e in tutto il suo insieme.
Il mio profilo professionale e, soprattutto, il mio credo politico, mi inibiscono da queste situazioni e, nel tempo stesso, mi impongono di combattere questa delinquenza spicciola e gratuita.
L’ultimo caso capitatomi.
Un giorno di vacanza, una spiaggia bellissima nel comune di Piombino (Toscana), tantissima gente e io.
Da subito il mio interesse per la bellezza della nostra Patria mi spinge ad andare a fare una passeggiata lungo la spiaggia.
Uno sguardo all’orizzonte, verso l’estremità del golfo, verso il mare, verso la “scogliera”… Ma! E quelle persone che cosa stanno facendo?
Ma tutte le persone in spiaggia possibile che non vedano o fanno finta di non vedere?
No, io non sono come loro, io non sono omertoso.
Mi avvicino ancora un po’ perché non credevo a quello che vedevo e poi torno a prendere la macchina fotografica.
Sicuramente vi ho messo curiosità e, a questo punto, vi chiederete che cosa ho visto?
Una cosa che una persona come me che, sulle orme tracciate dal nostro DUCE, ama la sua patria, non può accettare, ovvero che per il solo interesse personale si crei uno scempio al territorio costruendo una scalinata che permette di raggiungere la sottostante spiaggia partendo da una proprietà privata.
E quindi, foto, foto e ancora foto.
Voi tutti siete a conoscenza sia dei miei problemi familiari, sia dei miei problemi di lavoro, ma è stato veramente come ricevere una boccata d’ossigeno inviare quelle foto al sindaco, all’assessore di turno, al Corpo della Forestale ecc, con tanto di richiesta di spiegazioni e di procedere ad un’ispezione sul posto.
Ancora più entusiasmante sarà, qualora il fatto costituisca un reato (e cosi è), dare mandato ai miei legali di intraprendere un’azione giudiziaria contro queste persone che, loro malgrado, troppo si sono fidate dell’omertà.
Ricordiamoci, l’omertà la può vincere solo chi sotto ha le palle, non abbiate timori reverenziali.
Saluti romani.

Camerata Fanti Simone
Vice Segretario Nazionale  per il Centro Italia.

**********

Ringraziamo il Camerata Fanti per l’impegno costante di cittadino e non solo di Fascista; nella pagina precedente ed in questa potete vedere alcune delle foto inviate dal Fanti a noi ed alle autorità competenti.

Fanti

In conclusione di questo breve pezzo concernete le attività poste in essere sul territorio dai vari Camerati del MFL, rimane da segnalare che il 29 luglio scorso è stato depositato dall’avvocato incaricato presso il TAR di Torino il ricorso del sottoscritto, con il quale richiedo l’annullamento delle elezioni provinciali di Torino, viziate dal sabotaggio mafioso della nostra lista abbondantemente descritto nei numeri precedenti del giornale. La prima udienza si terrà ai primi di ottobre; ovviamente vi terrò informati da queste pagine.
Chi non ha a disposizione internet e non ha letto nulla a proposito della raccolta fondi lanciata per sostenere le spese, sappia che il sottoscritto si è indebitato per la cifra di 2350 Euro   al fine di pagare il primo ricorso (respinto) con il quale chiedevamo la riammissione della nostra lista, nonché il secondo di cui sopra del 29 luglio con relative spese. Ogni contributo sarà, ovviamente, il benvenuto!
Faccio, infine, ammenda nei confronti dei Camerati di Messina, i quali pongono in essere tali e tante attività sul territorio da rendermi impossibile un preciso resoconto; chi ha a disposizione una connessione internet potrà visionare nei dettagli le loro attività all’indirizzo:  http://mfl-messina.myblog.it/
Come dicevo, nel mare di segnalazioni giuntemi da Messina ho dimenticato di citare sugli scorsi numeri del giornale una robusta campagna di affissioni lanciata di recente, della quale pubblico alcune fotografie in questa stessa pagina qui a lato.
Come noterete, sono stati riciclati anche alcuni vecchi manifesti raffiguranti il noto dipinto del pesarese Franco Cenerelli.

Messina

Resta, come ultimissima notizia, da riferire che anche in Emilia Romagna, precisamente a Bologna, abbiamo ora un Camerata che ha accettato l’incarico di Federale Regionale e Capo Provincia: si tratta di Giovanni Montoro, i cui recapiti sono già stati inseriti sul sito nazionale (www.fascismoeliberta.info). Il Camerata Montoro, che momentaneamente opera in splendida solitudine, non potrà certo fare la rivoluzione da solo, ma ha già mostrato tutta la sua buona volontà creando un blog dedicato al MFL Emilia Romagna – Bologna, all’indirizzo: http://mflbologna.blogspot.com/
Se sono rose fioriranno, come dice il noto proverbio!
Come potete vedere, seppur fra mille difficoltà causate dalla cronica mancanza di fondi e dalla limitatezza di Camerati disposti ad attivarsi sul territorio, il MFL si dà da fare come e dove può al fine di tenere alta la bandiera del Fascismo (quello vero).
Speriamo di incontrare, in futuro, maggiori collaborazioni!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

IN RICORDO DI MANLIO MORGAGNI

giovedì, 10 settembre 2009

Recentemente abbiamo ricevuto via internet il pezzo che andiamo a riportare qui di seguito; si tratta del ricordo di uno dei tanti uomini che non riuscì a concepire il tradimento e che non scelse la facile via del voltagabbana o del partigiano dell’ultima ora per trarne profitto ed avere una vita più facile.
Un esempio che giriamo alla pletora di cialtroni senza valori e senza cultura storica con la quale siamo costretti, nostro malgrado, a dividere la vita di tutti i giorni.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

morgagni

L’ultimo periodo della vita di Manlio Morgagni è tormentato da una chiusa crescente ansia per le condizioni del Paese.
Nel novembre del ’42 cominciarono le sue preoccupazioni. La salute del Duce è cagionevole; per Lui è una acutissima spina nel cuore. La guerra va male; l’interno mormora. L’autunno è sempre stato contrario al successo delle nostre armi. Si spera molto nella primavera che verrà. Il mese di dicembre è tristissimo. Per cause diverse Morgagni si stabilisce a Roma. La casa, non ancora finita, lo rende nervoso; sa che gli è necessaria, eppure non vorrebbe condurla a termine. Soffre di tale necessità, e invece la chiama superflua. Il suo spirito si dibatte fra questi primi contrasti. Nel gennaio del ’43 ricorre il venticinquesimo dell’unione con la sua compagna. Di ritorno da un viaggio all’estero, è chiamato dal Duce proprio nel giorno in cui cade il lieto anniversario. Nel colloquio vi accenna. Il Duce gli dà una fotografia con affettuosa dedica per la sua Bice. Orgoglioso, gliela porta, come il più bel regalo. Dopo qualche giorno Tripoli cade. Il tradimento che si ordisce per far crollare il Fascismo comincia a produrre i suoi effetti.
Segue tutto un periodo fosco. Manlio sente che forze occulte minano l’interno del Paese e la compagine dello stesso Partito; si agita per individuarle, ma invano. Sventa calunnie, smentisce dicerie, combatte tutt’uomo contro il malanimo del popolo, ormai avvelenato da una propaganda subdola e deleteria. Le nostre armate libiche continuano a retrocedere. Il fermento cresce, si estende, minaccia. Morgagni se ne dispera. Comincia a dubitare vi si possa porre riparo. Anche la sua Stefani è insidiata. Un attacco ingiusto aumenta il suo smarrimento. Non può ammettere che esista tanta perfidia da voler attaccare nel suo prestigio l’organismo cui Egli ha dato vent’anni di appassionato lavoro per farne strumento di bene al Paese. Il Duce, con un comunicato tempestivo, gli dà una soddisfazione meritata; del che Morgagni Gli sarà, come sempre, riconoscente.
Ma anche in seno all’Agenzia si svolge un lavorìo subdolo e corrosivo. Per quella lealtà romagnola che in Lui, come in tutti gli esseri forti e generosi, si accompagna ad una eccessiva buonafede, Egli non può neanche lontanamente sospettare che si cerchi di colpire Lui stesso per tradire il suo grande Amico. Si trama, per strappargli la “Stefani” elemento motore della stampa e della vita pubblica. Infine, comprende. Ma la sua salute, già scossa, deperisce giorno per giorno.
La sua compagna avverte, sgomenta, questo progressivo indebolirsi delle sue energie, e richiama l’attenzione del medico amico. Cerca sempre di rincorare il suo Manlio con la certezza che il Duce saprà capovolgere la situazione. Ma tutto precipita ormai. L’invasione della Sicilia lo porta alla disperazione. Vive giornate in cui la sua mente è lontana dai familiari. Si ciba pochissimo e di malavoglia, solo dietro le ripetute insistenze di chi gli vuol bene.
Alcune frasi turbano la sua compagna: “Se toccano il mio Duce, ricordati : scompaio anch’io. Nè con gli uni nè con gli altri non andrò mai”. Ma essa, per l’immenso affetto che gli porta, non può ammettere che quel proposito debba attuarsi. Al primo bombardamento di Roma Egli decide di allontanare la vecchia zia Cesira e la sua Bice; ma esse non vogliono lasciarlo. “Potrebbe accadere qualcosa di grave: uno sbarco… Come fareste voi?… No, no, ho bisogno di esser solo, e di sapervi al sicuro”. Alla fine, esse debbono cedere; il 22 luglio partono per recarsi presso Irma, la sorella di Lui, a Gallignano, nel cremonese, dov’Egli promette di raggiungerle presto. È la vigilia angosciosa. Dall’apertura del Gran Consiglio vive in una spasmodica attesa. È sempre attaccato al telefono per avere notizie da Palazzo Venezia, dal Viminale. Nulla. Silenzio da ogni parte. È schiantato dal dubbio di qualche colpo di scena. Tutta la notte dal 24 al 25 si fa tenere compagnia dall’amico Giuseppe Campanelli per vegliare insieme e insistere ancora presso la “Stefani”. Al mattino, dopo aver scritto parecchio, esce per recarsi al suo ufficio, donde potrà anche tenersi più agevolmente a contatto coi Ministeri. Allo svolto di Via Massimo vede per l’ultima volta l’auto che porta il suo Duce a Palazzo Venezia. Dal suo tavolo di lavoro scrive una lettera abbastanza serena alla sua Bice. Ritorna a casa, ma sempre senza notizie. Insiste nuovamente per averne dal suo ufficio. Nulla. Il Direttore politico, protòtipo dell’italiano traditore di quel fosco periodo, lo tiene all’oscuro di tutto, mentre egli tutto sa.
Morgagni non ha più pace, ma a due amici che gli sono vicini e lo colmano di attenzioni, si mostra calmo, forse per eludere la loro vicinanza. Alla fine, si accomiata da essi con una frase insolita: “Sia fatta la volontà di Dio”. Durante la giornata, a mezzodì, aveva fatto telefonare a sua moglie, ansiosa di notizie, che Egli sta bene e raccomanda a Lei e ai familiari di stare tranquilli. Tale l’ultimo saluto alla sua donna, ignara di quanto si sta preparando ai danni del Duce e di conseguenza al suo Manlio.
Alle ventidue squilla il telefono. L’uomo di Badoglio, il Direttore politico, dà la terrificante notizia delle dimissioni di Mussolini e forse del suo arresto. Morgagni è solo, nella disperazione del crollo. La sua luce si è spenta. Non è finito tutto per Lui? Infatti le sue ultime parole sono testualmente queste: “Il Duce si è dimesso. Il Re ha dato il Governo a Badoglio. La mia vita è finita. Viva Mussolini”. Unico testimone della tragedia: il ritratto della sua compagna che Egli s’era posto dinanzi e che aveva voluto sempre vicino, nella sua camera. L’espressione della inconsapevole giovinetta diciottenne sembra velata da uno stupore smarrito: ha visto… La sua Bice, la sorella Irma, il marito sono accorsi a Roma. Vi trovano lettere di estremo saluto commoventissime.
Seguono giorni tristissimi, dolorosissimi. Molti dei creduti amici non si fanno vedere. Pochi coraggiosi hanno recato omaggio di fiori alla salma di Morgagni. La tragedia fascista è al culmine. Del Duce, per il quale ha dato la vita nella disperata certezza di non rivederlo più, nessuna notizia, o soltanto supposizioni. La salma ricomposta e vestita della sua divisa fascista, dai fratelli Campanelli è vegliata dai familiari e dai pochi amici rimasti. Al crepuscolo del 28 un breve e mesto corteo (altro non era consentito nei giorni sciagurati) esce dalla casa di Lui, accompagnandone la spoglia mortale in muta reverenza. Ancora si osa il saluto romano. Inquilini, passanti, umile gente che ne ha compreso il sacrificio, levano alto la destra in segno di omaggio. Anche la sua Bice, la sua compagna, dominando l’intimo strazio, è là, sulla soglia, col braccio proteso, quasi a testimoniare fieramente che la fede di Lui — quella fede che gli ha dato vita per trent’anni — continuerà fermissima in lei. Tutto ha osato col suo Compagno e tutto ancora oserà.
A Milano, pochi fiori: la sua Bice, i familiari, i pochi amici che hanno saputo della traslazione: Poli, Volpi, Vallicelli, che si è prodigato come un figlio, ma anche con l’ammirazione e la devozione di un discepolo. Dal suo testamento spirituale:”Se proprio la mia giornata dovesse aver termine, Bice sappia: Che al mondo io sono vissuto in fede e in bontà. Nulla ho mai fatto di male a nessuno. Ho prodigato più che mi fosse possibile il Bene. Non ho mai atteso riconoscenza o benemerenze. La mia coscienza non ha mai nulla temuto. Sono vissuto nel lavoro con onestà, metodo e volontà. Ho amato religiosamente la Famiglia e un Uomo: Benito Mussolini. A lui ho dedicato metà della mia vita. Lo seguii agli inizi della sua “Audacia”, con la passione di una salda amicizia e ho proseguito a servirlo con la fede e la dedizione di gregario che al mondo ha avuto un solo “credo”: Benito Mussolini, Duce del Fascismo. Al risorgere di Mussolini, la vedova si presenta a Lui, desiderosa di rendegli omaggio e di conoscere il suo pensiero sulla scomparsa del fedelissimo Morgagni. Ne è accolta con amabilità paterna. Il dolore cagionatogli dalla perdita del suo amico è manifesto nelle parole che Egli scandisce: “Il suo atto è spiegabile: non voleva assistere a questo orrore.” E ne elogia la fedeltà e l’intelligente operosità. All’affermazione: “Duce, vi adorava” risponde: “Lo ha dimostrato”. In seguito, richiesto dalla vedova, detta questa significativa epigrafe per la sua sepoltura:

QUI NEL SONNO SENZA RISVEGLIO RIPOSA MANLIO MORGAGNI, GIORNALISTA PRESIDENTE DELLA “STEFANI” PER LUNGHI ANNI UOMO DI SICURA INTEGRA FEDE. NE DIEDE – MORENDO – TESTIMONIANZA NEL TORBIDO 25 LUGLIO 1943.

25luglio