Nonostante siano passati molti anni da quando ho deciso di occuparmi di politica, ogni anno ad aprile si ripresentano le stesse identiche situazioni e gli stessi tristi figuri che si agitano intorno ad esse; partendo da sinistra, vediamo la solita pletora di vecchi assassini impadronirsi delle piazze italiane per celebrare la loro “libertà”, ovvero la libertà di stuprare, seviziare, uccidere a tradimento e godersi, per questo tipo di “servigi”, medaglie e brevetti da esibire con orgoglio; a questi luridi macellai vigliacchi si affiancano, ormai ogni anno, i mentecatti della cosiddetta destra, ovvero i vari ex AN-anali e Forzitalioti che sgomitano con i sinistri assassini per avere accesso ai palchi delle pubbliche piazze, dai quali arringare la folla e contendere i “meriti” della loro “liberazione” ai suddetti sinistri; ovviamente i vecchi assassini della stella rossa ed i loro giovani epigoni allevati nei cessi sociali, non gradiscono queste intrusioni, ed ogni anno si fa la conta dei colpiti e dei feriti che si hanno in queste battaglie per monopolizzare l’infamia…
Ma non va certo meglio se volgiamo lo sguardo verso la cosiddetta “estrema destra”, ovvero l’area politica nella quale qualcuno pretende di relegare il Fascismo ed il Nazionalsocialismo; come ogni anno, all’avvicinarsi della fine di aprile, vediamo saccenti articolisti che lanciano su forum e tribune virtuali i loro strali contro la resistenza e la cosiddetta liberazione, mentre il 28 aprile svariate migliaia di perdigiorno si recano a Predappio per fingere di celebrare il ricordo del più grande statista del secolo scorso, Benito Mussolini.
Peccato che tutti questi ricordi finiscano con il finire di aprile, mentre i vari articolisti e pellegrini di Predappio tornano tristemente al loro nulla, ovvero chi ad occuparsi di “centri culturali”, chi di “associazioni” apolitiche, chi di reducismo puro (nonostante la mancanza dei requisiti di età richiesti per essere definiti dei reduci!) e chi addirittura di movimenti “ecologisti”… Senza contare quelli che, una volta riposto nell’armadio il costume da pagliaccio con il quale sfilano a Predappio, tornano allegramente a servire il novello “Cavaliere” dei loro sogni (Berlusconi, non Mussolini!), o peggio, l’infame fra gli infami, Gianfranco Fini… E per una volta evito di parlare dei guitti d’avanspettacolo della cosiddetta “area”…
E così, oggi come ieri, gli unici coglioni che si ostinano a fare una politica seriamente e chiaramente Fascista tutto l’anno restano i quattro gatti del MFL, ovvero i poveri sfigati che ancora non cedono alla tentazione di allearsi con Berlusconi, Fini e Bossi, né a quella di nascondere la loro politica dietro improbabili circoli, gruppetti e porcate varie.
Certo, avere gli attributi al posto giusto costa maledettamente, così come costa restare in piedi fra le rovine con tanto di bandiera al vento, ma noi siamo fatti così… E piuttosto che assomigliare ai tanti decerebrati senza attributi che salutano romanamente quando sono chiusi in casa, ma che di fronte al pubblico si sciolgono smentendo di essere Fascisti, noi preferiamo restare in pochi e goderci la nostra splendida solitudine. E continuiamo a prenderci il diritto di dire in faccia agli assassini della cosiddetta resistenza cosa pensiamo di loro, senza pretendere di sostituirci a loro sui palchi dai quali si celebra una falsa e mai avvenuta liberazione, così come continuiamo a sputare liberamente in faccia a questa destra ipocrita, che in privato finge di solidarizzare con noi in chiave anticomunista, salvo poi vantare in pubblico il suo antifascismo viscerale.
Ci siamo conquistati sul campo di battaglia il diritto ad essere gli unici che insegnano la Storia vera e che si muovono traendo insegnamento da essa; gli unici che non mendicano pacificazioni e parificazioni, ma che pretendono il rispetto della verità storica sancita dalla Sentenza del Tribunale Supremo Militare del 1954, secondo la quale solo i combattenti della RSI erano militari regolari e legittimamente belligeranti, mentre i cosiddetti partigiani non sono mai stati altro che banditi senza arte né parte, capaci solo di uccidere a tradimento per poi andare a nascondersi fra la popolazione civile che ne subiva le angherie, nonché le rappresaglie legittime provocate a bella posta dagli atti infami di questi “eroi” della Repubblica antifascista nata dalla resistenza, dalla mafia riportate dagli americani e da un referendum vergognosamente truccato!
Mentre tutta la politica italiana corre a scodinzolare fra le gambe di questi vecchia assassini, reclamando benemerenze antifasciste, noi restiamo chiaramente ed orgogliosamente Fascisti, ricordando agli immemori chi erano questi vecchi repellenti che oggi ci parlano di “democrazia”, libertà e Costituzione!
Leggete nella colonna a fianco il breve articolo tratto dalla rivista “Historica”, che meglio di ogni altra cosa aiuta a ricordare chi erano gli avversari del Fascismo e di quali bestialità riuscirono a macchiarsi; l’unica colpa dei Fascisti fu quella di non sapere opporre altrettanta brutalità! Se lo avessero fatto, questi macellai rossi, indegni di appartenere al genere umano, non sarebbero sopravvissuti al Ventennio per poi ricominciare, barbari come sempre, ad uccidere durante e soprattutto dopo la RSI.
Il Fascismo trattò con i guanti personaggi che avrebbero dovuto essere sterminati, e lasciò, complice la bontà del Duce, che tutti i maggiori capi dell’antifascismo fossero vivi, vegeti ed in perfetta salute nell’aprile del 1945… Tanto vivi ed in forma da organizzare il barbaro eccidio di chi li aveva graziati, culminato poi con la barbare esposizione di Piazzale Loreto.
Oggi molti di questi macellai si recano ancora in Piazzale Loreto per bearsi del ricordo della loro carneficina indegna persino del mondo animale; e pretendono di chiamare assassini i Fascisti, che assassini non furono mai, neppure quando avrebbero dovuto esserlo per il bene di loro stessi e dell’Italia intera!
E se non vi bastassero le prodezze degli anni 1920 – 1921 di questi barbari con la bandiera rossa, chiudo il mio pezzo riportando un breve articolo molto illuminante a proposito di barbarie partigiane e balle resistenziali assortite.
Speriamo che a qualcuno serva per dargli il coraggio di impegnarsi in politica dalla parte giusta, senza nascondersi e senza temere le ritorsioni dei criminali che ci governano, in virtù di armi straniere, dal 1945.
Carlo Gariglio
www.fascismoeliberta.it
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RAPPRESAGLIE PARTIGIANE
di Ernest Armstrong
Rappresaglia.
Nell’immaginario collettivo creato dal “mito resistenzialista”, all’udire questa parola appare l’immagine di un plotone di tedeschi che fucilano 10 innocenti civili italiani per ogni loro camerata morto.
In realtà la rappresaglia fu attuata da tutti gli eserciti che combatterono nella seconda guerra mondiale, come ricorda anche Gianni Alasia, attuale esponente di Rifondazione Comunista : “Quando il mio amico Heinz Karl M., di Monaco, militare della Wehrmacht, fu fatto prigioniero in Francia, visse momenti tremendi. Vennero fatte decimazioni, e Carlo non capiva il perchè di una cosa così terribile mentre erano inermi prigionieri.”[1] La rappresaglia era ammessa dal Diritto internazionale del tempo di guerra di Ginevra, a patto che ad eseguirla fosse un regolare esercito (in divisa) che fosse stato attaccato da terroristi (non in divisa). Essa poteva avvenire, qualora non si fossero presentati i colpevoli, su prigionieri o su civili, esclusi donne e bambini, colpevoli di aver protetto i terroristi. Sia i terroristi che chiunque avesse ucciso prigionieri, fuori dai casi previsti, alla fine del conflitto doveva essere processato per crimini di guerra. Questo in Italia non accadde. Chi ordinò uccisioni non giustificate dal Diritto Internazionale , se partigiano, fu ricompensato con l’inquadramento tra i graduati nell’Esercito e con titolo alla pensione.
8 agosto 1944, ore 9 del mattino, a Milano in Piazzale Loreto angolo viale Abruzzi esplode una bomba posta sul sedile di un camioncino tedesco che rifornisce di latte le famiglie. Muoiono nell’esplosione sei bimbi, una donna e due giovani padri. Tredici i feriti gravi, sei di loro moriranno il giorno dopo. Il bilancio finale sarà di 15 morti, 7 feriti gravi e una decina di feriti leggeri. Nessun tedesco muore nell’attentato ma l’efferatezza è tale che il Comando germanico chiede di procedere ad una rappresaglia in misura di uno per uno. Non tutti sono d’accordo. Il prefetto, Piero Barini, si dimette. Mussolini interviene e protesta con violenza. Anche il cardinal Schuster interviene. Malgrado ciò al mattino del 10 agosto in piazzale Loreto un plotone della Muti fucila quindici persone sospettate di aver rapporti con i partigiani e per questo da tempo incarcerate a S. Vittore. Ed ecco che scatta immediatamente la rappresaglia partigiana, infatti lo stesso giorno da parte della Delegazione per la Lombardia del Comando Generale delle Brigate Garibaldi viene impartito l’ordine alle formazioni partigiane di fucilare militari fascisti e tedeschi loro prigionieri nella misura di tre ad uno. “Per rispondere agli efferati delitti che i nazifascisti compiono a Milano:
1)Passare per le armi i prigionieri nazifascisti attualmente in vostro possesso; 2)Tali esecuzioni devono essere comunicate e popolarizzate segnalando che vengono eseguite come rappresaglia degli eccidi di Milano; 3) Se tali eccidi si ripetono le esecuzioni in massa di nazifascisti prigionieri dovranno essere immediatamente eseguite”.
Verranno fucilati 30 prigionieri fascisti e 15 tedeschi, probabilmente dalle Divisioni Ossolane di Cino Moscatelli, in quanto molti di loro erano stati catturati in massa, su alcuni treni, qualche tempo prima, dai partigiani dell’Ossola.Un risvolto drammatico è dato dal fatto che Mussolini ed i gerarchi uccisi a Dongo verranno esposti, il 29 aprile 1945, a Piazzale Loreto per “vendicare la fucilazione di 15 patrioti”.
Purtroppo la prassi di fucilare prigionieri a seguito dell’uccisione di partigiani fu costante in tutte le formazioni.
Un elenco di controrappresaglie eseguite è contenuto in una lettera del 12 ottobre del 1944 della Delegazione Lombardia del Comando Generale delle Brigate Garibaldi. Un’altra lunga serie di rappresaglie partigiane viene effettuata nel Biellese, se ne trova traccia nel libro “La Resistenza nel Biellese” di Poma e Perona. L’ordine di “prendere fascisti” militi o civili da trattenere come ostaggi per scambi di prigionieri, piuttosto che per fucilarli per rappresaglia viene diramato dai vari Comandi. Così il Comando della 3a Divisione Liguria può permettersi di comunicare, il 25 agosto 1944, che a seguito del “Processo del Tribunale Speciale contro trentun italiani, per ogni fucilazione ordinata dal tribunale, verranno fucilati 2 ostaggi che si trovano in nostre mani”. Si trattava di funzionari e agenti di PS e ufficiali e militi della GNR. Per la fucilazione di due partigiani avvenuta a Varzi, il Comando della 3a divisione Lombardia “Aliotta” ordina che ciascuna delle brigate dipendenti proceda alla fucilazione di 2 prigionieri, mentre dopo la fucilazione di 5 partigiani sulla piazza di Ivestria, la brigata Baltera risponde fucilando 20 SS tenute come ostaggi.
Anche la prassi di stampare ed affiggere manifesti minacciando le rappresaglie non fu prerogativa delle truppe dell’Asse, infatti si legge in un manifestino bilingue diffuso dalla divisione partigiana Serafino della Val Chisone: ”.Soldati tedeschi ….I vostri comandanti erano stati avvertiti che per ciascun nostro caduto avremmo ucciso tre di voi. Oggi informiamo voi stessi della decisione…”. Ma un manifesto del CLN del Piemonte, del 27 settembre 1944, alza la posta: “Alle persecuzioni risponderemo con le persecuzioni. Alle rappresaglie con le rappresaglie. Per ogni patriota ucciso cadranno cinque nazifascisti; per ogni villaggio incendiato cinquanta traditori verranno passati per le armi”. E non erano minacce a vuoto. Infatti il 12 dicembre 1944, dopo l’uccisione di Duccio Galimberti, il Comando regionale Militare del Piemonte emana il seguente ordine: “Passare per le armi cinquanta banditi delle Brigate Nere per vendicare la morte del comandante Tancredi Galimberti”. La vita di Galimberti valeva dieci volte di più del minacciato.
Ma c’è già chi passa all’escalation e si prepara ad uccidere anche i familiari di tedeschi e fascisti. Così scrivono, il 28/12/44, i “compagni responsabili” a Pietro, commissario politico della 5a zona Cuneese: “Se i nazifascisti uccidono per rappresaglia dei pacifici cittadini dovremo passare alla controrappresaglia sui fascisti, tedeschi e anche le loro famiglie”. Purtroppo anche stavolta alle intenzioni seguirono i fatti.
Nei libri resistenzialisti delle fucilazioni eseguite per controrappresaglia dai partigiani non si trova che qualche traccia, molto ben mascherata, né la stampa o la pubblicistica di destra ha mai approfondito questo tema. Cosicché ancora oggi ci sono ignoti non solo la maggior parte degli episodi, ma anche il numero ed il nome degli uccisi. Che martiri sono, almeno quanto quelli delle Fosse Ardeatine. A questo proposito è emblematico un episodio accaduto in Piemonte, nelle Valli di Lanzo .
Nel gennaio 1994 mentre ristrutturava la sua casa alla periferia di Cantoira, in Alta Valle di Lanzo, Pierino Losero ritrova uno scheletro. Nasce un caso di cronaca di cui si occupano non solo i giornali locali, ma anche La Stampa di Torino. Si fanno vari esami e varie ipotesi: dai resti di un guerriero medioevale ad un caduto della Prima Guerra Mondiale. Finché una lettera anonima, spedita a La Stampa e pubblicata il 18/01/1995 non svela il mistero. “Le ossa ritrovate un anno fa hanno un nome e cognome: Werner Teschendorff, ufficiale tedesco della Wehrmacht, nato a Dusseldorf nel 1922. La lettera anonima ha dato ragione a chi pensava ad una vittima della lotta di liberazione”. Nel marzo o aprile del 1944 – comincia il primo foglio – mi trovavo distaccato come partigiano GL in una baita sopra Chialamberto, lì ci vennero affidati tre prigionieri tedeschi dal comando garibaldino di Pessinetto” In quei giorni venne catturato dalla milizia repubblicana Battista Gardoncini, che venne poi fucilato a Torino, in piazza Statuto. Di conseguenza al gruppo partigiano del mittente, che ora abita nell’ Albese, arrivò l’ordine immediato di fucilazione per rappresaglia per i tre prigionieri. Il comandante Pedro Francina tentò più volte di far annullare l’ordine recandosi al comando di Pessinetto. Fu tutto inutile, i tre tedeschi dovevano essere passati per le armi. Due di loro, graduati e richiamati nell’esercito, furono fucilati in località “Alpe Crot”, sopra Chialamberto. Poi il racconto si fa più intenso: “Erano dei bravi ragazzi con i quali avevo fraternizzato, …Con il cuore gonfio di tristezza e rimorso… Lo guardavo mentre scriveva le sue ultime volontà… Fu trasportato a Cantoira dove fu fucilato e seppelito in una vecchia casa. Aveva 22 anni, era laureato in botanica, doveva sposarsi di lì a poco, morì dignitosamente gridando “Viva la Germania”.
Quello che la lettera anonima non dice è che Werner Teschendorff fu uno dei centoventi prigionieri fucilati per vendicare la morte di “Battista”, ce ne dà conferma, in modo sibillino, Gianni Dolino capo partigiano delle Valli di Lanzo: ”Battista, comandante delle Valli, e Pino suo commissario vennero catturati a Balme il 29 settembre e fucilati il 12 ottobre ‘44 con sette compagni, in via Cibrario a Torino, presso l’albergo Tre Re. Il comandante della Piazza di Torino, colonnelo Schmidt, rifiutò l’offerta di 120 uomini (tra i quali ufficiali tedeschi) della delegazione Garibaldi, tramite la Curia, in cambio di Battista. Pietà l’è morta: pagheranno i 120 offerti in cambio! [2]
Durante la guerra civile il CLN non risparmiò certo sulla pubblicità da dare alle rappresaglie eseguite. Tranne a farne sparire, a guerra finita, ogni traccia. In nessun libro ho sinora trovato una sola riproduzione dei tanti manifesti in cui si annunciavano le rappresaglie eseguite. Per certo, d’altronde, il 15 ottobre 1944 la Delegazione della Lombardia del Comando Generale delle Brigate Garibaldi, annuncia in un manifesto che ad un eccidio nel Pavese si è risposto con la fucilazione di 8 prigionieri, a quello di 15 patrioti in provincia di Varese con quella di 45 nazifascisti, mentre l’Unità del 8 ottobre 1944 dà la notizia della fucilazione di 35 prigionieri in risposta all’uccisione di 7 partigiani. Pubblicità fu data, non sappiamo per certo con quale strumento, all’uccisione di un tenente fascista il 19/10/44, effettuata dalla Divisione autonoma De Vitis, per rappresaglia contro l’uccisione di un partigiano e alla fucilazione di Luigi Bevilacqua, Luigi Gallo Marchiando, Michele Pozzi e del capitano Aurelio Quattrini, tutti della G.N.R., catturati l’11 marzo mentre eseguivano un trasloco di mobili, ordinata, il 23 marzo 44 , dal capo partigiano Marcellin a seguito di una rappresaglia tedesca a Pomaretto
Alcune rappresaglie portano inequivocabilmente la matrice della vendetta come quella eseguita dai partigiani a Collegno. In quella cittadina, alle porte di Torino, a “liberazione” avvenuta, il 1°maggio 1945 i tedeschi della divisione corazzata del Generale Schlemmer, mentre si ritirano, vengono attaccati dai partigiani che sparando dai tetti uccidono due soldati. I tedeschi sospendono la ritirata, rastrellano le strade ed il mattino seguente, non essendosi presentati i responsabili, fucilano trenta tra civili e partigiani. Quando i tedeschi sono lontani ricompaiono i partigiani che si recano alla Brignione, una fabbrica nelle vicinanze; dentro vi sono trenta giovani della Divisione Littorio, nativi di Cremona e Mantova, nascosti lì, dopo la resa, da un certo Ruchelli, impietositosi dalla loro sorte. Vengono massacrati tutti e trenta assieme agli studenti Tino Di Fullo e Remy Maccani, accusati di essere fascisti. Anche nella zona di Santhià, i tedeschi, che cercano di aprirsi un varco verso oriente, tra il 28 e 29 aprile, provocano morti, i partigiani per vendetta fucilano a Vercelli un ugual numero di prigionieri fascisti. Sono i giorni di Caino, i giorni in cui il giornale Il ribelle, organo della IV divisione partigiana Pinan-Chichero, scrive: “Non basterà colpire l’idea, bisognerà colpire chi si è macchiato servendo l’idea fascista e chi si macchierà di fascismo. Occorre epurare: colpire gli individui renitenti, distruggerli, eliminarli integralmente, disinfettare l’aria infetta…. L’eliminazione dovrà colpire migliaia di fascisti ed i colpiti saranno sempre pochi. Non arrestiamoci per sentimentalismo o per stanchezza”. La stessa “filosofia“ viene ribadita con più autorità da Giorgio Amendola sull’Unità del 29 aprile, di Torino: “Torino è il centro di direzione e di organizzazione di tutto il Piemonte. Il CLNP esercita la sua funzione di governo e coordina e dirige tutta la guerra. I tedeschi e gli ultimi gruppi di banditi neri sono ormai fuorilegge…..Pietà l’è morta! …E’ la parola d’ordine del momento. I nostri morti devono essere vendicati tutti. I criminali devono essere eliminati. La peste fascista deve essere annientata. Solo così potremo finalmente marciare avanti. Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affondato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l’ora questa di abbandonarsi a indulgenze che sarebbero tradimento della causa per cui abbiamo lottato. Pietà l’è morta!”La strage è iniziata, gli ostaggi non servono più. Per essere certi che nessun fascista resti in vita, la Divisione autonoma Val Chisone “A. Serafino”, già citata,emana le Disposizioni sul trattamento da usarsi contro il nemico: ”Trasmetto gli ordini ricevuti dal CVL… Gli appartenenti a tutte le truppe volontarie (fasciste) sono considerati fuori legge e condannati a morte. Uguale trattamento sia usato anche per i feriti di tali reparti trovati sul campo… In caso si debba fare dei prigionieri per interrogatori ecc., il prigioniero non deve essere tenuto in vita oltre le tre ore. firmato: Il Comando di Divisione“.
Si è alla strage autorizzata. Ma torniamo alle rappresaglie, in particolare a quelle eseguite dai tedeschi e fascisti. Già oggi qualche storico ipotizza, a seguito di ricerche svolte, che molte rappresaglie venissero provocate appositamente per indurre la gente ad odiare i tedeschi ed i fascisti, ed anche per liberarsi di alleati “scomodi”, così come una ricostruzione dell’attentato di Via Rasella può fare concretamente dedurre. “I comunisti sapevano che l’attentato era assolutamente nullo da un punto di vista militare. Sapevano con assoluta certezza che a quell’attentato, a quel tipo di azione sarebbe seguita una rappresaglia. E’ altrettanto indubbio che sapevano che le vittime sarebbero state scelte fra i prigionieri antifascisti incarcerati a Roma. I dirigenti del PCI sapevano che circa centotrenta tra ufficiali del Centro Militare Clandestino e uomini di vari partiti non comunisti si trovavano nelle mani della polizia tedesca. L’attentato di via Rasella venne compiuto all’insaputa dei responsabili della lotta clandestina della capitale.Nulla da stupirsi dunque che uno degli obiettivi, se non il vero obiettivo, fu quello di eliminare alleati che al disegno del PCI si opponevano: E’ fuori discussione, infatti, che l’unico vero risultato raggiunto, con l’eccidio di via Rasella, fu il totale massacro di scomodi alleati che vennero così trasformati in altrettanti comodi martiri al servizio del partito comunista italiano. [3] Lo stesso Indro Montanelli, nel 1983 ,così riassunse l’attentato: “L’attentato fu inutile, perché a chiunque risultava chiaro che la liberazione di Roma era questione di settimane, poi perché prese di mira un reparto di anziani territoriali alto-atesini e scatenò la rappresaglia”… Da più parti fu sottolineato che “gli ostaggi fucilati erano in maggioranza antifascisti ma non comunisti”. La stessa strategia sembra aver suggerito l’uccisione di Ather Capelli. Al mattino del 31 marzo ‘44, vengono arrestati nel Duomo di Torino e sulla piazzetta antistante i componenti del Comitato Piemontese del CLN, in maggioranza badogliano; alle ore 13 dello stesso giorno, due gappisti, Sergio Bravin e Giovanni Pesce, uccidono a revolverate, dentro l’androne di casa, il direttore della Gazzetta del Popolo, Ather Capelli. L’omicidio darà il via alle rappresaglie a Torino e contribuirà notevolmente alla richiesta “di condanna esemplare” che porterà, nonostante gli interventi del Federale Solaro e del prefetto Zerbino per evitarla, alla condanna a morte del generale Perotti e di altri sette membri del CLN Piemontese, catturati .
Ma non è solo il caso dell’attentato di Via Rasella o di Torino. Così Liano Fanti, autore del libro “Una storia di campagna. Vita e morte dei fratelli Cervi”, in una intervista a La Stampa : “Il PCI ha fatto dei fratelli Cervi una bandiera, in realtà il partito reggiano li aveva emarginati con l’accusa, sostenuta fino alle soglie dello scontro violento, di essere “anarchici” che non avevano assimilato le linee del partito.… Il partito rifiutò ai Cervi la copertura di una delle tante “case di latitanza” (nascondigli che ospitavano i compagni che erano in pericolo o stavano per essere scoperti dal nemico) proprio nel momento di massimo pericolo, per i Cervi il rifiuto fu fatale. Questi fatti si trovano anche nella Storia della Resistenza reggiana di Guerrino Franzini. Dopo la cattura dei Cervi era stato emanato l’ordine di non compiere attentati per non mettere in pericolo la vita degli arrestati. Ma qualcuno non rispettò l’ordine e il 17 dicembre ’43 uccide il primo seniore della Milizia Giovanni Fagiani. I fascisti minacciano ritorsioni, ma non fanno nulla. Il 27 dicembre un gruppo partigiano uccide il segretario comunale di Bagnolo in Piano, Davide Onfiani. Non passano più di 12 ore e la rappresaglia colpisce i fratelli Cervi. Nel 1980 Osvaldo Poppi, che con il nome di “Davide” era membro del Comitato Militare, in una lettera inviata all’ Anpi di Reggio Emilia ha scritto che non aveva potuto fare con i Cervi quello che nel ’44 aveva fatto nel Modenese con Giovanni Rossi, un partigiano refrattario ad accettare la linea del partito. Testualmente: “Non avevo potuto eliminarli in virtù della loro “grande statura morale “.
Come si può comprendere molte sono ancora le cose da portare alla luce di quello che fu definito il “secondo Risorgimento”, ma ciò a cui più teniamo è che tutti coloro che ebbero il torto di morire per essersi schierati con la parte perdente o più semplicemente per colpa dell’odio, non cadano nell’oblio voluto da una storiografia bugiarda. Anche il “nuovo revisionismo resistenzialista” dell’ultimo libro di Pansa – I nostri giorni proibiti - non ci trova d’accordo laddove la morale di fondo è quella dei vecchi partigiani che invitano Marco, figlio di un loro compagno misteriosamente ucciso, a smetterla di cercare la verità, ma soprattutto ad abituarsi a non sapere.
[1] (Gianni Alasia in Le ville dei pescecani – Ed Coop. Cultura Lorenzo Milani – Torino, 1990, pag.78)
[2] (Gianni Dolino – Partigiani in Val di Lanzo – Ed. Franco Angeli – Milano, 1989,pag.117)
[3] (Pagani – Cooper – Kunz – MARZO 1944 – pagg. 86 e seg. Vedi anche Adriano Bolzoni – Quando uccisero la pietà – Supplemento al Borghese n°11 del 17/03/91).











RIFLESSIONI DI UN TROMBATO (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA” – MARZO 2010
sabato, 15 maggio 2010Ho già illustrato ai Camerati lettori i risultati elettorali delle liste MFL; in questa sede mi preme soltanto ribadire la soddisfazione per i successi del nostro piccolo movimento, boicottato in ogni modo dai cosiddetti “poteri forti”, ma ancora in grado di dire la sua partecipando a competizioni elettorali ed eleggendo, di tanto in tanto, qualche Consigliere Comunale, come accaduto nel Comune di Parella, che ha visto Fabio Toma raccogliere un lusinghiero 4,53% che gli ha consentito l’elezione.
Parlando, invece, della esperienza fatta dal sottoscritto alle elezioni regionali piemontesi come candidato indipendente di altra lista, presente nella sola provincia di Torino, non si può non parlare di fiasco colossale e di vero e proprio tradimento operato da amici, parenti, colleghi di lavoro e sedicenti Camerati (tesserati e non)… Tradimento che mi sta facendo seriamente riflettere circa l’opportunità di proseguire a fare politica, stanti l’ignoranza e la cialtroneria da cui sono afflitti la maggior parte degli elettori italiani… In primis quelli che si spacciano a vario titolo per “camerati”.
Una premessa è comunque doverosa, e spero servirà a ricacciare in gola la risata di soddisfazione che immagino presente sui volti dei tanti idioti buoni solo a criticare e diffamare restandosene seduti sulla poltrona di casa propria… Ovvero, il sottoscritto non ha mai avuto alcuna possibilità di essere eletto a queste elezioni regionali, indi lo sfogo contenuto nel presente articolo è una semplice e neutra analisi dell’affidabilità dell’elettore medio (specie di quello che si spaccia per “camerata”), nonché della sua reale intenzione di cambiare qualcosa nella politica italiana. Non, quindi, il grido di dolore del politico che si illudeva di sbarcare in Regione e che invece è stato “trombato” alle elezioni, ma l’urlo di rabbia di chi si illudeva di potersi fidare di varie persone e della loro voglia di cambiamento.
Se anche avessi ottenuto il centinaio di preferenze che avevo preventivato, non avrei avuto altra soddisfazione all’infuori di essere il più votato della lista che mi ha ospitato, ma nulla di più… E se per caso questa lista sconosciuta ai più avesse ottenuto un clamoroso successo elettorale, neppure con il mio centinaio di preferenze avrei potuto essere fra i più votati ed ambire all’elezione al Consiglio Regionale.
Perché mai mi sono candidato, si chiederà qualcuno… Per semplice amore della battaglia, nonché per cercare altre strade da percorrere per fare conoscere il nostro MFL a sempre più persone, rispondo io. Contrariamente a tanti sedicenti Camerati, infatti, il sottoscritto ha effettuato (nel suo piccolo) una campagna elettorale chiaramente e dichiaratamente Fascista, denunciando in ogni suo stampato questo regime mafioso ed antifascista ove un Fascista vero è costretto ad essere ospitato in altra lista, assolutamente non Fascista, per potere partecipare ad una elezione importante; abbiamo già visto lo scorso anno come 4 magistrati mafiosi possano buttare fuori da una elezione provinciale una lista Fascista… Figuriamoci da una elezione Regionale, ammesso e non concesso che un movimento piccolo come il nostro potesse superare le Forche Caudine delle migliaia di firme da raccogliere in più province!
Campagna elettorale Fascista, dunque, al contrario di quanti millantano la loro “fede” fascista in privato, dichiarandosi poi in pubblico “di destra”, “cattolici” o quant’altro.
Inoltre, è bene ricordare che la Provincia di Torino conta ormai su circa 2 milioni e mezzo di abitanti, mentre il sottoscritto, con i suoi poveri mezzi, ha raggiunto con la sua pubblicità cartacea al massimo tremila famiglie.
Nonostante ciò ci ho provato, consapevole del fatto che almeno tremila famiglie della provincia di Torino (senza contare la propaganda effettuata tramite internet) avrebbero saputo che esiste un certo Carlo Gariglio, che è Segretario Nazionale del MFL e che non si piega ai diktat di un regime retto da magistrati mafiosi e fondato su una falsa storia Patria, buona al più per quei sottosviluppati mentali che ancora amano definirsi “di sinistra”…
Cosa mi ha portato il mio sforzo? Otto voti a Torino città e ben nove in Provincia, per un totale di diciassette preferenze! Con buona pace dei tanti “camerati” che avevano giurato di votarmi e di farmi votare da amici e parenti, nonché di amici e colleghi di lavoro che avevano fatto promesse simili… Ed è proprio questo che ferisce di più; infatti, se possiamo dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone sconosciute non mi avrebbe certo votato in virtù di un depliant trovato nella buca delle lettere, non si può accettare con altrettanta sportività la presa per il deretano di quanti ti conoscono, ti frequentano, vivono e lavorano a stretto contatto con te, fingendo persino di stimarti!
A mio modesto parere, indipendentemente dalle idee politiche del singolo, già il fatto di potere votare, una volta tanto, per una persona onesta, che lavora e non campa di politica sulle spalle altrui, dovrebbe essere visto come un’occasione da non perdere; dopo tanti anni passati a fare i pecoroni che si mettono in coda per votare politici già noti per essere ladri, incapaci e privi della pur minima coerenza, non ci si dovrebbe fare scappare l’occasione!
Quanto sopra vale, a maggior ragione, per i tanti imbecilli della cosiddetta “area”, i quali hanno trascorso decenni a farsi prendere per il deretano dai vari Almirante, Fini, Rauti, Romagnoli, Tilgher, Fiore, senza imparare nulla dalla loro stupidità.
Intendiamoci, non ho nulla di personale contro quelli che votano per certe sigle sapendo di votare non per dei Fascisti, ma per degli esponenti di una destra becera, clericale e sempre disponibile al compromesso con la destra ufficiale di Berlusconi, Fini e Bossi; costoro votano secondo coscienza e fanno bene… Ma che dire dei tanti coglioni che votano per certa gente credendo ancora di fare gli interessi del Fascismo? Che dire di chi vota Forza Nuova fingendo di ignorare le dichiarazioni antifasciste degli stessi responsabili (dichiarazioni che non mi stancherò mai di riportare su queste pagine)?
E di chi continua a votare FT o addirittura AN sentendosi per questo un vero fascista?
Questa amara esperienza mi ha ulteriormente convinto della inutilità delle nostre battaglie politiche, quanto meno se ci riferiamo alle generazioni presenti di elettori; oramai è inutile nutrire speranze di riscatto facendo affidamento sui sedicenti camerati che vanno dai 30 anni fino ai 90… Si tratta di lobotomizzati dal regime, incapaci di sostenere quelle stesse idee che dicono di avere, convinti di essere Fascisti mentre sostengono apertamente l’antifascismo, buoni a nulla incapaci di documentarsi sul Fascismo e circa il passato politico di quanti oggi fingono di essere Fascisti per avere il loro voto… Il loro livello mentale è del tutto analogo a quello degli elettori del centrodestra e del centrosinistra, ovvero cerebrolesi che, incuranti di scandali, malgoverno, tangenti, crisi economica, escort e travestiti, corrono sempre a fare il loro dovere di soldatini disciplinati votando il Prodi o il Berlusconi di turno…
Di fronte a tanta ignoranza ed altrettanta malafede, non possiamo che arrenderci, sperando che magari le generazioni future sappiano educarsi meglio, approfittando ed esempio della rete internet per farsi una cultura storica e politica, invece di rincoglionirsi con i passatempi delle nuove generazioni di decerebrati, ovvero Facebook, Twitter e robaccia simile.
Mirabili esempi dell’umana stupidità sono alcuni individui con cui ho parlato prima e dopo le elezioni… Alcuni si impegnavano a votare, salvo poi confessare che le radiose giornate di sole del fine settimana elettorale li avevano convinti ad optare per la scampagnata al mare… Alla faccia delle pontificazioni che sento fare loro regolarmente contro il governo “ladro” e contro questa politica incapace di offrire un cambiamento. Altri, noti al sottoscritto come ex lustrascarpe di Rauti, Romagnoli e persino AN, dopo avere votato e portato voti per decenni a questi mascalzoni, dichiarano oggi di non volere più votare per nessuno, a causa della loro delusione! Dunque, seguendo il ragionamento di certi ridicoli esponenti del Fascismo all’amatriciana, il fatto di avere fatto propaganda per anni ed anni a favore di noti farabutti li porta oggi a non votare per chi sanno essere un galantuomo! E meno male che sono delusi… Forse dalla scarsa intelligenza di cui li ha dotati Madre Natura?
Per non parlare, infine, dell’esilarante categoria dei qualunquisti un po’ coglioni, i quali ti rispondono che loro non votano perché “sono tutti uguali”! Indi, nella vuota scatola cranica di certi coglioni siamo tutti uguali in quanto candidati alle elezioni, e Gariglio ha le stesse responsabilità politiche di Andreotti, Bertinotti, Berlusconi, Casini, Fini… E poi qualcuno si stupisce se il sottoscritto ed altri definiscono coglione l’elettore medio italico!
Una cosa è certa: è inutile mitizzare la percentuale di italiani che non votano, illudendosi che fra essi si celino le persone migliori in attesa di trovare qualcuno che le rappresenti degnamente… Con il passare degli anni mi sono accorto che quella esposta sopra è una beata illusione, poiché se è vero che una infima minoranza di italiani pratica l’astensionismo consapevole e motivato, è altrettanto vero che la stragrande maggioranza di coglioni si astiene perché reputa più importante la gita fuori porta o la partita; se a questi aggiungiamo, inoltre, l’altra percentuale di coglioni che si recano disciplinatamente alle urne per depositare una scheda bianca o non valida, ovvero quelli che sono così vigliacchi da non avere neppure il coraggio di disertare le urne, tutti dovrebbero comprendere il perché il sottoscritto reputi ormai inutile farsi illusioni circa la volontà e la capacità dell’elettore medio di operare un sano e serio cambiamento.
Nonostante ciò noi, nel frattempo, continueremo a fare il nostro dovere, indicando ai giovani la via da seguire e cercando di spiegare loro che esistono cose molto più importanti dei Social Forum, delle curve degli stadi, delle discoteche e dei telefoni cellulari alla moda. Inoltre, almeno quelli come me, continueranno a metterci la faccia, il tempo ed i soldi per collezionare figure umilianti alle prossime elezioni, sperando che un giorno qualcuno raccolga il testimone e mi ricordi come un esempio da seguire… Uno che continua a difendere i suoi ideali e la vera Storia non solo dai nemici di sempre, ma anche e soprattutto dai tanti cialtroni che vivacchiano abusivamente nel nostro mondo politico e sociale… E pazienza se tutto questo mi costerà ancora tante umiliazioni e tanti tradimenti da parte di quanti si spacciavano per amici e Camerati sinceri.
Ci sono diciassette persone in tutta la Provincia di Torino che mi stimano e mi vogliono bene? Ripartirò da quelle!
Carlo Gariglio
www.fascismoeliberta.it
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