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RIFLESSIONI DI UN TROMBATO (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA” – MARZO 2010

sabato, 15 maggio 2010

Ho già illustrato ai Camerati lettori i risultati elettorali delle liste MFL; in questa sede mi preme soltanto ribadire la soddisfazione per i successi del nostro piccolo movimento, boicottato in ogni modo dai cosiddetti “poteri forti”, ma ancora in grado di dire la sua partecipando a competizioni elettorali ed eleggendo, di tanto in tanto, qualche Consigliere Comunale, come accaduto nel Comune di Parella, che ha visto Fabio Toma raccogliere un lusinghiero 4,53% che gli ha consentito l’elezione.
Parlando, invece, della esperienza fatta dal sottoscritto alle elezioni regionali piemontesi come candidato indipendente di altra lista, presente  nella sola provincia di Torino, non si può non parlare di fiasco colossale e di vero e proprio tradimento operato da amici, parenti, colleghi di lavoro e sedicenti Camerati (tesserati e non)… Tradimento che mi sta facendo seriamente riflettere circa l’opportunità di proseguire a fare politica, stanti l’ignoranza e la cialtroneria da cui sono afflitti la maggior parte degli elettori italiani… In primis quelli che si spacciano a vario titolo per “camerati”.
Una premessa è comunque doverosa, e spero servirà a ricacciare in gola la risata di soddisfazione che immagino presente sui volti dei tanti idioti buoni solo a criticare e diffamare restandosene seduti sulla poltrona di casa propria… Ovvero, il sottoscritto non ha mai avuto alcuna possibilità di essere eletto a queste elezioni regionali, indi lo sfogo contenuto nel presente articolo è una semplice e neutra analisi dell’affidabilità dell’elettore medio (specie di quello che si spaccia per “camerata”), nonché della sua reale intenzione di cambiare qualcosa nella politica italiana. Non, quindi, il grido di dolore del politico che si illudeva di sbarcare in Regione e che invece è stato “trombato” alle elezioni, ma l’urlo di rabbia di chi si illudeva di potersi fidare di varie persone e della loro voglia di cambiamento.
Se anche avessi ottenuto il centinaio di preferenze che avevo preventivato, non avrei avuto altra soddisfazione all’infuori di essere il più votato della lista che mi ha ospitato, ma nulla di più… E se per caso questa lista sconosciuta ai più avesse ottenuto un clamoroso successo elettorale, neppure con il mio centinaio di preferenze avrei potuto essere fra i più votati ed ambire all’elezione al Consiglio Regionale.
Perché mai mi sono candidato, si chiederà qualcuno… Per semplice amore della battaglia, nonché per cercare altre strade da percorrere per fare conoscere il nostro MFL a sempre più persone, rispondo io. Contrariamente a tanti sedicenti Camerati, infatti, il sottoscritto ha effettuato (nel suo piccolo) una campagna elettorale chiaramente e dichiaratamente Fascista, denunciando in ogni suo stampato questo regime mafioso ed antifascista ove un Fascista vero è costretto ad essere ospitato in altra lista, assolutamente non Fascista, per potere partecipare ad una elezione importante; abbiamo già visto lo scorso anno come 4 magistrati mafiosi possano buttare fuori da una elezione provinciale una lista Fascista… Figuriamoci da una elezione Regionale, ammesso e non concesso che un movimento piccolo come il nostro potesse superare le Forche Caudine delle migliaia di firme da raccogliere in più province!
Campagna elettorale Fascista, dunque, al contrario di quanti millantano la loro “fede” fascista in privato, dichiarandosi poi in pubblico “di destra”, “cattolici” o quant’altro.
Inoltre, è bene ricordare che la Provincia di Torino conta ormai su circa 2 milioni e mezzo di abitanti, mentre il sottoscritto, con i suoi poveri mezzi, ha raggiunto con la sua pubblicità cartacea al massimo tremila famiglie.
Nonostante ciò ci ho provato, consapevole del fatto che almeno tremila famiglie della provincia di Torino (senza contare la propaganda effettuata tramite internet) avrebbero saputo che esiste un certo Carlo Gariglio, che è Segretario Nazionale del MFL e che non si piega ai diktat di un regime retto da magistrati mafiosi e fondato su una falsa storia Patria, buona al più per quei sottosviluppati mentali che ancora amano definirsi “di sinistra”…
Cosa mi ha portato il mio sforzo? Otto voti a Torino città e ben nove in Provincia, per un totale di diciassette preferenze! Con buona pace dei tanti “camerati” che avevano giurato di votarmi e di farmi votare da amici e parenti, nonché di amici e colleghi di lavoro che avevano fatto promesse simili… Ed è proprio questo che ferisce di più; infatti, se possiamo dare per scontato che la stragrande maggioranza delle persone sconosciute non mi avrebbe certo votato in virtù di un depliant trovato nella buca delle lettere, non si può accettare con altrettanta sportività la presa per il deretano di quanti ti conoscono, ti frequentano, vivono e lavorano a stretto contatto con te, fingendo persino di stimarti!
A mio modesto parere, indipendentemente dalle idee politiche del singolo, già il fatto di potere votare, una volta tanto, per una persona onesta, che lavora e non campa di politica sulle spalle altrui, dovrebbe essere visto come un’occasione da non perdere; dopo tanti anni passati a fare i pecoroni che si mettono in coda per votare politici già noti per essere ladri, incapaci e privi della pur minima coerenza, non ci si dovrebbe fare scappare l’occasione!
Quanto sopra vale, a maggior ragione, per i tanti imbecilli della cosiddetta “area”, i quali hanno trascorso decenni a farsi prendere per il deretano dai vari Almirante, Fini, Rauti, Romagnoli, Tilgher, Fiore, senza imparare nulla dalla loro stupidità.
Intendiamoci, non ho nulla di personale contro quelli che votano per certe sigle sapendo di votare non per dei Fascisti, ma per degli esponenti di una destra becera, clericale e sempre disponibile al compromesso con la destra ufficiale di Berlusconi, Fini e Bossi; costoro votano secondo coscienza e fanno bene… Ma che dire dei tanti coglioni che votano per certa gente credendo ancora di fare gli interessi del Fascismo? Che dire di chi vota Forza Nuova fingendo di ignorare le dichiarazioni antifasciste degli stessi responsabili (dichiarazioni che non mi stancherò mai di riportare su queste pagine)?

E di chi continua a votare FT o addirittura AN sentendosi per questo un vero fascista?


Questa amara esperienza mi ha ulteriormente convinto della inutilità delle nostre battaglie politiche, quanto meno se ci riferiamo alle generazioni presenti di elettori; oramai è inutile nutrire speranze di riscatto facendo affidamento sui sedicenti camerati che vanno dai 30 anni fino ai 90… Si tratta di lobotomizzati dal regime, incapaci di sostenere quelle stesse idee che dicono di avere, convinti di essere Fascisti mentre sostengono apertamente l’antifascismo, buoni a nulla incapaci di documentarsi sul Fascismo e circa il passato politico di quanti oggi fingono di essere Fascisti per avere il loro voto… Il loro livello mentale è del tutto analogo a quello degli elettori del centrodestra e del centrosinistra, ovvero cerebrolesi che, incuranti di scandali, malgoverno, tangenti, crisi economica, escort e travestiti, corrono sempre a fare il loro dovere di soldatini disciplinati votando il Prodi o il Berlusconi di turno…
Di fronte a tanta ignoranza ed altrettanta malafede, non possiamo che arrenderci, sperando che magari le generazioni future sappiano educarsi meglio, approfittando ed esempio della rete internet per farsi una cultura storica e politica, invece di rincoglionirsi con i passatempi delle nuove generazioni di decerebrati, ovvero Facebook, Twitter e robaccia simile.
Mirabili esempi dell’umana stupidità sono alcuni individui con cui ho parlato prima e dopo le elezioni… Alcuni si impegnavano a votare, salvo poi confessare che le radiose giornate di sole del fine settimana elettorale li avevano convinti ad optare per la scampagnata al mare… Alla faccia delle pontificazioni che sento fare loro regolarmente contro il governo “ladro” e contro questa politica incapace di offrire un cambiamento. Altri, noti al sottoscritto come ex lustrascarpe di Rauti, Romagnoli e persino AN, dopo avere votato e portato voti per decenni a questi mascalzoni, dichiarano oggi di non volere più votare per nessuno, a causa della loro delusione! Dunque, seguendo il ragionamento di certi ridicoli esponenti del Fascismo all’amatriciana, il fatto di avere fatto propaganda per anni ed anni a favore di noti farabutti li porta oggi a non votare per chi sanno essere un galantuomo! E meno male che sono delusi… Forse dalla scarsa intelligenza di cui li ha dotati Madre Natura?
Per non parlare, infine, dell’esilarante categoria dei qualunquisti un po’ coglioni, i quali ti rispondono che loro non votano perché “sono tutti uguali”! Indi, nella vuota scatola cranica di certi coglioni siamo tutti uguali in quanto candidati alle elezioni, e Gariglio ha le stesse responsabilità politiche di Andreotti, Bertinotti, Berlusconi, Casini, Fini… E poi qualcuno si stupisce se il sottoscritto ed altri definiscono coglione l’elettore medio italico!
Una cosa è certa: è inutile mitizzare la percentuale di italiani che non votano, illudendosi che fra essi si celino le persone migliori in attesa di trovare qualcuno che le rappresenti degnamente… Con il passare degli anni mi sono accorto che quella esposta sopra è una beata illusione, poiché se è vero che una infima minoranza di italiani pratica l’astensionismo consapevole e motivato, è altrettanto vero che la stragrande maggioranza di coglioni si astiene perché reputa più importante la gita fuori porta o la partita; se a questi aggiungiamo, inoltre, l’altra percentuale di coglioni che si recano disciplinatamente alle urne per depositare una scheda bianca o non valida, ovvero quelli che sono così vigliacchi da non avere neppure il coraggio di disertare le urne, tutti dovrebbero comprendere il perché il sottoscritto reputi ormai inutile farsi illusioni circa la volontà e la capacità dell’elettore medio di operare un sano e serio cambiamento.
Nonostante ciò noi, nel frattempo, continueremo a fare il nostro dovere, indicando ai giovani la via da seguire e cercando di spiegare loro che esistono cose molto più importanti dei Social Forum, delle curve degli stadi, delle discoteche e dei telefoni cellulari alla moda. Inoltre, almeno quelli come me, continueranno a metterci la faccia, il tempo ed i soldi per collezionare figure umilianti alle prossime elezioni, sperando che un giorno qualcuno raccolga il testimone e mi ricordi come un esempio da seguire… Uno che continua a difendere i suoi ideali e la vera Storia non solo dai nemici di sempre, ma anche e soprattutto dai tanti cialtroni che vivacchiano abusivamente nel nostro mondo politico e sociale… E pazienza se tutto questo mi costerà ancora tante umiliazioni e tanti tradimenti da parte di quanti si spacciavano per amici e Camerati sinceri.
Ci sono diciassette persone in tutta la Provincia di Torino che mi stimano e mi vogliono bene? Ripartirò da quelle!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

LA DITTATURA DEI MAIALI… IN TOGA! (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA” – GENNAIO 2010)

giovedì, 15 aprile 2010

I Camerati che ci seguono  con  regolarità si ricorderanno certamente del ricorso presentato al TAR del Piemonte contro l’illecita esclusione della lista del MFL dalle elezioni provinciali torinesi del 2009; eravamo in attesa della Sentenza, che è finalmente arrivata.
Diciamo subito che ci facevamo poche illusioni a proposito: quando si ha a che fare con quell’immensa cloaca che viene definita Magistratura, specie se si è Fascisti dichiarati, ci sono ben poche possibilità di ottenere Giustizia… E questo vale sia a livello penale, sia a livello civile.
Un minimo più di rispetto l’avevamo per la Magistratura amministrativa, che quanto meno in passato aveva più volte avuto il coraggio di riammettere il nostro simbolo alle elezioni (TAR del Lazio e TAR della Sicilia), nonché di darci ragione contro ricorsi operati dopo la Sentenza favorevole del TAR del Lazio (Consiglio di Stato).
Oggi possiamo dire che questa piccola speranza era mal riposta, dopo avere preso visione della vergognosa “sentenza” emessa dal TAR del Piemonte… Anche i mascalzoni in toga che si occupano di Giustizia amministrativa hanno pensato bene di accodarsi al modo criminale di amministrare le Leggi e la Giustizia di certi maiali in toga rossa a noi ben noti.
Pensavamo di avere visto di tutto: ragazzi per bene in galera per avere fatto un saluto romano, persone oneste inquisite e condannate per reati d’opinione senza avere torto un capello a chicchessia, delinquenti matricolati lasciati liberi di compiere ogni sorta d’infamia in nome dell’anarchia e del comunismo (si noti l’articolo proposto in questa stessa pagina, tratto dal quotidiano “La Stampa” di Torino), infiltrati d’area che da anni rendono i loro servigi al regime danneggiando i movimenti seri e diffamandone i loro dirigenti senza essere mai “seccati” da condanne della Magistratura, toghe rosse che eliminano dalle elezioni movimenti e partiti a loro non graditi (o che ne riammettono altri eliminati da toghe di colore diverso), interi “pool” di farabutti togati che si dedicano esclusivamente alle più disparate aggressioni nei confronti di Berlusconi, arrivando persino a ricorrere alla Corte Costituzionale ogni qual volta il Governo ed il Presidente della Repubblica approvano una nuova Legge…

Ma leggere gli sproloqui di un gruppo di mascalzoni che, dimenticandosi di essere Magistrati di un TAR, ovvero chiamati solo ed esclusivamente a rispondere della legittimità di un Atto Amministrativo impugnato, si permettono di sostituirsi alla Storia, alla Magistratura Penale ed ai colleghi dei TAR e del Consiglio di Stato ribaltandone le Sentenze, non può che lasciarci allibiti e onestamente disgustati dalla protervia di chi crede di potersi atteggiare a Monarca assoluto in nome di un’ideologia depravata e pervertita quanto i suoi incorreggibili sostenitori; ideologia che, nonostante abbia sulla coscienza circa duecento milioni di morti, continua a rovinare la vita di milioni di esseri umani  onesti e laboriosi, vessati in ogni parte dell’universo dagli infami propalatori del morbo comunista, i quali, pur essendo ormai ridotti ad un pugno di mascalzoni per Stato, riescono ancora ad esercitare il loro malefico influsso grazie ai posti chiave delle Nazioni che hanno occupato militarmente nel corso degli anni.
Finché non spazzeremo via dalla Magistratura, dalle Scuole, dalle Università, dalla carta stampata, dalle TV, dall’editoria in genere e dalla politica questi sudici figuri con le mani grondanti di sangue, non potremo sperare di vivere civilmente, tutelati e garantiti da una Legge veramente uguale per tutti.
Leggetevi, cari Camerati, le porcherie scritte da questi assassini del diritto e della Storia; a seguire troverete l’intera “Sentenza”, epurata dalle sole intestazioni iniziali e dai nomi dei cialtroni che hanno osato partorire una simile schifezza: anche il solo nominarli mi disgusta.
Prestate particolare attenzione ai veri e propri insulti che lanciano contro il passato Regime Fascista e contro chi, come noi, ha l’ardire di affondare le radici del suo pensiero in questo passato… Leggete come persino l’uso del tricolore richiami, per questi mascalzoni abituati alla bandiera rossa, a quella che loro chiamano “sedicente” RSI… E già l’uso del termine “sedicente” a proposito di una Repubblica la dice lunga sul livello culturale dei compagni del TAR del Piemonte, dato che tale parola viene descritta in qualsiasi vocabolario come spregiativo dedicato a persona che dice di essere ciò che non è, che si attribuisce qualificazioni, meriti e similari non rispondenti a verità.
Ma possiamo pretendere una preparazione culturale da una toga rossa? Cioè da un individuo che collega il tricolore al Fascismo, senza neppure comprendere che l’Italia è tuttora rappresentata da un tricolore, e lo era ben prima dell’avvento del Fascismo? Possiamo illuderci di avere Giustizia da personaggi così squallidi da non sapere che il Fascio Repubblicano nacque nell’antica Roma pre – imperiale e che fin da allora (e tuttora!) viene utilizzato in ogni parte del mondo, USA compresi, per simboleggiare uno Stato democratico e repubblicano, retto dalla volontà popolare?
Ma prima di lasciare i lettori addentrarsi nella più profonda melma che rappresenta questa “Sentenza” (contro la quale, ovviamente, abbiamo già proposto ricorso al Consiglio di Stato), vorrei richiamare l’attenzione su una delle parti più stomachevoli della stessa, grazie alla quale si comprende chiaramente con che genere di mascalzoni prevenuti ed arroganti abbiamo a che fare. Secondo questi luminari del “diritto”, infatti, il MFL non sarebbe neppure legale perché, come avrebbero stabilito lorsignori visitando il nostro sito,  “Non pare quindi che i principi e i valori che ispirano il movimento ricorrente, così come propalati anche dai manifesti politici e programmatici diffusi attraverso il sito web, siano improntatati all’antifascismo o quanto meno che concretino un atteggiamento antagonista ai dettami e alle simbologie proprie del fascismo”.
Capito Camerati? Secondo i maiali in toga del TAR del Piemonte un movimento politico non può essere legale se non ha principi e valori che si ispirino all’antifascismo! O quanto meno, bontà loro, che evidenzino un atteggiamento antagonista nei confronti del Fascismo! Con buona pace delle tante Sentenze Penali che ci hanno sempre assolto da ogni accusa (e che i mascalzoni in toga non hanno notato, visitando il sito e limitandosi a guardare le figure, ovvero l’unica cosa che potevano comprendere!) e di quella Costituzione che certi cialtroni brandiscono contro Berlusconi senza neppure conoscerla, dato che in essa esistono articoli fondamentali che tutelano la libertà di espressione ed associazione, nonché i diritti politici di tutti, Fascisti compresi!
Svegliatevi italiani e spazzate via questi mascalzoni prima che essi spazzino via del tutto i vostri diritti. Oggi tocca ai Fascisti e molti se la ridono, ma in futuro potrebbe toccare anche ad altri… Non c’è limite all’arroganza ed alla protervia di questi intoccabili maiali in toga rossa!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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FATTO e DIRITTO

1.1. Il Sig. Gariglio Carlo, in proprio e in qualità di Segretario nazionale e legale rappresentante del Movimento Fascismo e Libertà, a seguito dei comizi elettorali del 6 giugno scorso celebrati per il rinnovo del consesso provinciale di Torino impugna il provvedimento di ricusazione della lista presentata da detto movimento.
Assume che dopo una prima ricusazione da parte dell’Ufficio Elettorale Centrale della Corte d’Appello di Torino del 10.5.2009, adottata sul rilievo che fosse dominante nel proposto contrassegno l’associazione al fascio della scritta laterale di sinistra, letta per prima: “FASCISMO”, (il che costituiva palese emblema di esaltazione del fascismo), il movimento de quo si sarebbe adeguato alla richiesta promanante dal suddetto Ufficio elettorale di presentazione di un legittimo contrassegno di lista.
La coalizione elettorale presentava quindi altro contrassegno, epurato del termine FASCISMO, ma riportante pur sempre un fascio rosso in una circonferenza recante a destra la sigla MFL. Da notarsi i colori dell’acronimo, chiaramente coincidenti con quelli della bandiera nazionale, posto che la M era verde, la F era bianca e la L rossa.
La lista veniva così descritta con apposita didascalia: “Fascio repubblicano rosso iscritto in una circonferenza con alla destra, dall’alto verso il basso, la sigla MFL, con carattere M di colore verde, F di colore bianco e L di colore rosso”.
Ciononostante l’Ufficio elettorale confermava, con determinazione del 12.5.2009, la precedente decisione espulsiva, sostenendo che il movimento avrebbe inteso mantenere il legame con un’istituzione dichiaratamente fascista ed inoltre che la predetta lettera “F” era collegabile anche all’acronimo P.F.R. – Partito Fascista Repubblicano della disciolta repubblica sociale italiana del 1944 – 45.
1.2. Insorgeva immediatamente avverso la suindicata decisione il Gariglio con gravame che veniva dichiarato inammissibile dalla Sezione con sentenza n. 1599/2009 stante la natura endoprocedimentale dell’atto di esclusione della lista.
Ripropone quindi oggi le medesime censure il ricorrente, dirigendole sia avverso la predetta determinazione di esclusione dalla competizione che contro l’atto di proclamazione degli eletti.
2.1. La difesa dello Stato si costituiva con memoria del 16.9.2009 domandando la declaratoria del difetto di legittimazione passiva dell’Amministrazione centrale.
Alla pubblica Udienza del’8.10.2009 la causa veniva rinviata alla pubblica Udienza del 5.11.2009 ad istanza del ricorrente onde integrare il contraddittorio nei confronti di un controinteressato pretermesso, avendo poi in quest’ultima Udienza subito ulteriori rinvii fino a pervenire alla pubblica Udienza del 14.1.2010 nella quale il gravame è stato introitato per la definitiva decisione.

2.2. Deve preliminarmente il Collegio dichiarare il difetto di legittimazione passiva al ricorso del’Amministrazione civile degli Interni, stante la radicata acquisizione giurisprudenziale, dalla quale la Sezione non ravvisa ragioni per discostarsi, in ossequi alla quale la temporaneità e straordinarietà delle attribuzioni degli uffici elettorali, investiti unicamente del munus di sovraintendere e organizzare le operazioni di comizio elettivo, non li rendono portatori di interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento in vita degli atti dagli stessi assunti, derivandone la non necessità che il gravame sia notificato all’Amministrazione centrale, essendo unica parte resistente quella locale nella cui sfera organizzativa ed istituzionale ridondano gli effetti dei risultati delle operazioni elettorali (per tutte, A.P., 23.2.1979, n. 7; Cons. di Stato, Sez. v, 3.2.1999, n. 115).
La giurisprudenza ha poi più di recente precisato che ove il gravame venga notificato agli uffici elettorali, circoscrizionale e centrale, stante il delineato difetto di legittimazione – o anche di interesse – a resistere in giudizio in capo alle predetta amministrazione statale, la stessa deve essere estromessa dal giudizio. Si è infatti precisato che “nel giudizio elettorale unica parte pubblica necessaria è l’Ente locale interessato, che si appropria del risultato elettorale e nel quale si riverberano gli effetti di un eventuale annullamento, ovvero della conferma della proclamazione degli eletti. In particolare, gli organi temporanei, abilitati a dichiarare i risultati finali del procedimento elettorale, come l’ufficio Elettorale Centrale, e a maggior ragione gli Uffici circoscrizionali e di sezione, non sono portatori di un interesse giuridicamente apprezzabile al mantenimento dei loro atti per cui il ricorso contro le operazioni elettorali non deve essere ad essi notificato. Ove poi, come nella fattispecie, il ricorso sia stato notificato ad uno dei predetti Uffici, quest’ultimo, qualora lo richieda costituendosi in giudizio, deve essere estromesso dal giudizio elettorale per difetto di legittimazione passiva”.( T.A.R. Lazio – Roma, sez. II, 7 settembre 2005, n. 6608; in terminis, T.A.R. Toscana, Sez. II, 26 gennaio 2005, n. 318).
Va quindi accolta l’eccezione di difetto di legittimazione dell’Amministrazione centrale della quale va per l’effetto pronunciata l’estromissione dal presente giudizio.

3.1. Deduce un unico motivo il ricorrente, rubricando violazione dell’art. 8 della Legge 8.3.1951 n. 122, dell’art. 33 del D.P.R. 16.5.19690 n. 570 e dell’art. 3 della L. n. 241/1990, nonché eccesso di potere per travisamento ed erronea valutazione dei presupposti, carenza o insufficienza di istruttoria e motivazione ed illogicità, contraddittorietà sviamento ed illegittimità derivata.
Come avvertito in fatto, a seguito dei rilievi formulati dagli uffici elettorali, il Movimento Fascismo e Libertà assume di essersi ad essi adeguato, epurando il contrassegno di lista del termine FASCISMO, ma mantenendo pur sempre un fascio rosso in una circonferenza recante a destra la sigla MFL. Da notarsi i colori dell’acronimo, chiaramente coincidenti con quelli della bandiera nazionale, posto che la M era verde, la F era bianca e la L rossa.
La lista veniva così descritta con apposita didascalia: “Fascio repubblicano rosso iscritto in una circonferenza con al la destra, dall’alto verso il basso, la sigla MFL, con carattere M di colore verde, F di colore bianco e L di colore rosso”.
Ciononostante l’Ufficio elettorale confermava, con determinazione del 12.5.2009, la precedente decisione espulsiva, affermando che il movimento avrebbe inteso mantenere il legame con un’istituzione dichiaratamente fascista ed inoltre che la predetta lettera “F” era collegabile anche all’acronimo P.F.R. – Partito Fascista Repubblicano della disciolta repubblica sociale italiana del 1944 – 45.

3.2. Lamenta al riguardo il ricorrente che il fascio contenuto nel contrassegno contestato deriva il suo nome e l’aggettivo repubblicano, non dalla Repubblica sociale italiana ma dall’antica repubblica romana, invocando al riguardo un vecchio parere del Consiglio di Stato, secondo cui ormai quell’elemento “ha assunto nel tempo il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato”, benché sia “anche vero che all’occhio dell’osservatore italiano l’emblema del fascio non può non richiamare alla memoria, primariamente, proprio il regime fascista” (Consiglio di Stato, Sez. I 23.2.1994, n. 173).
Sostiene ancora il ricorrente che l’Ufficio elettorale centrale nell’adunanza del 10.5.2009 non avrebbe percepito le sostanziali differenze grafiche tra il precedente simbolo e quello proposto in seguito ai rilievi, differenza che consisterebbe prevalentemente nel fatto che l’ascia consolare, nel contrassegno ricostruito è rivolta a destra, mentre nel fascio in uso durante il periodo fascista era rivolta a sinistra ed era situata all’esterno del fascio di verghe, laddove nel simbolo proposto è interna ad esso.

3.3. Siffatte argomentazioni non persuadono il Collegio, che opina che malgrado le predette differenze, il simbolo contestato possiede comunque perdurante efficacia evocativa del periodo fascista.
La prima notazione svolta, inerente la presunta riconduzione della lettera F al fascio della repubblica romana anziché a quella sociale di Salò varca per saltum la soglia della fantasiosità, per usare un consentito eufemismo.
Non è chi non veda come non possa ragionevolmente dubitarsi che l’elettorato medio colleghi la lettera F in questione al periodo fascista, anziché agli antichi romani.
Nell’immaginario collettivo, tuttora visitato da ancestrali lugubri e tristi memorie, talora rinverdite dai racconti di chi quella tragica e dolorosa epoca della nostra storia ha vissuto, la lettera F è immediatamente ricollegata al fascismo, solo la fantasia e l’inventiva del ricorrente potendo consentire un suo abbinamento all’antica Res publica romana.
Giova al riguardo rimarcare che ciò che smentisce il predetto assunto di parte ricorrente è la stessa disposizione grafica dei colori della sigla MFL figurante sul contrassegno. Ebbene, tale acronimo, riportato all’interno della circonferenza che racchiude il simbolo a destra dell’ascia sormontante il fascio, reca i colori della bandiera italiana, tra l’altro seguendone la medesima disposizione, in quanto la M è di colore verde, la F è di colore bianco e la L è di colore rosso, esattamente come nella bandiera nazionale, dove l’estremità è di colore rosso, a simboleggiare il fuoco e la forza che si richiedono all’esterno per difendere la Patria.
Non può dubitarsi, quindi, che l’accostamento di quella sigla MFL agli stessi colori della bandiera nazionale è da ricollegare non certo all’antica repubblica romana ma a sedicenti e a noi tristemente più vicine “repubbliche”.

4. Lamenta ancora il ricorrente che lo statuto del Movimento Fascismo e libertà è ispirato ai valori della democrazia e della libertà politica e associativa, essendo pertanto rispettoso della Costituzione.

Siffatto argomento è all’evidenza contraddetto proprio dai contenuti emergenti dal sito fascismo e libertà.it.
Invero, dalla consultazione del sito internet del movimento de quo, si legge intanto che esso adopera la denominazione di partito Socialista Nazionale: “Il Movimento Fascismo e Libertà-Partito Socialista Nazionale, vuole realizzare uno Stato sganciato dalle ideologie fallite, sanguinarie e falsamente democratiche imperanti nel X X secolo”.

A sinistra compare il link per “Il lavoro fascista” che è definito Organo ufficiale del Movimento Fascismo e Libertà – Partito socialista nazionale.

In alto a sinistra della “home page” figura l’aquila fascista, che compare poi ad ogni sezione contenente dei vari articoli, che risultano tutti firmati da tal Cameratesca-mente.

Per completare il quadro sinistramente evocativo, sempre a sinistra nella “home page” compare il link “Testamento di Mussolini” cliccando il quale appare la fotografica di Mussolini e in basso il suo integrale testamento politico.
Confessa poi propriamente il Movimento la sua patente estrazione e impronta fascista, là dove in fondo alla “home page” risulta la scritta “Il Movimento Fascismo e Libertà – Partito Socialista Nazionale aderisce all’Unione Mondiale dei Nazionalsocialisti”.

Non pare quindi che i principi e i valori che ispirano il movimento ricorrente, così come propalati anche dai manifesti politici e programmatici diffusi attraverso il sito web, siano improntatati all’antifascismo o quanto meno che concretino un atteggiamento antagonista ai dettami e alle simbologie proprie del fascismo.

La doglianza in analisi non coglie dunque nel segno e va respinta.

5.1. Ultima censura articolata in ricorso è l’illegittimità della disposta ricusazione per l’assenza di una norma di copertura, posto che l’art.33 del D.P.R. n. 570/1969 che individua le cause di ricusazione non contempla il motivo posto a base della deliberata oppugnata esclusione.

La censura non persuade il Collegio.

Posto che, effettivamente, sul piano letterale la causa di esclusione per rievocazione del partito fascista da parte di un determinato schieramento elettorale non è espressamente annoverata tra le fattispecie definite alla norma in analisi, va tuttavia rimarcato che la conformità all’ordinamento costituzionale repubblicano è una condicio iuris implicita o presupposta all’impianto dell’art. 33 del D.P.R. n. 570/1960.

Detta implicita presupposizione origina direttamente dalla cogenza della XII Disposizione transitoria e finale della costituzione a norma della quale “ è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

È noto che in attuazione e concretizzazione della citata fonte costituzionale è stata emanata la legge 20.6.1952, n. 645 che ha inteso, oltre che predisporre delle sanzioni penali per i comportamenti afferenti a fenomeni riorganizzativi del partito fascista, dettagliare anche le fattispecie concrete attraverso cui quei comportamenti possono estrinsecarsi ed assumere giuridica rilevanza.

Orbene, l’art. 1 della L. 645/1952 stabilisce che ai fini della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione, si ha riorganizzazione del disciolto partito fascista quando una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque, tra l’altro, “rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista”. La norma è stata nei predetti sensi sostituita dall’art. 7, l. 22 maggio 1975, n. 152.

I contenuti ideologici promananti dal manifesto diramato sul sito web del movimento fascismo e libertà possono con serenità essere ricondotti ad atteggiamenti esaltanti principi propri del partito fascista o al compimento di manifestazioni esteriori di carattere fascista, giusta il disposto della riportata norma.

5.2. Non va, del resto, trascurato che secondo la giurisprudenza l’art. 33 del D.P.R. n. 570/1960 è inteso a tutelare la libertà di formazione del convincimento elettorale poiché nel vietare l’utilizzo dei contrassegni di lista tali da trarre in errore l’elettore, e quindi idonei a pregiudicarne la libertà di scelta politica, mira a tutelare la libertà del voto sancita dall’art. 48 comma 2 cost. (oltre che nel momento dell’espressione del voto anche) nel momento della formazione del convincimento dell’elettore medesimo. (T.A.R. Lazio – Roma, Sez. II, 28 luglio 2004, n. 7488).

Ben può, quindi, ritenersi che la causa di esclusione consistente nel rievocare simboli, principi e ideologie appartenuti al disciolto partito fascista opera come precetto implicito o presupposto alla norma di cui all’art. 33 del D.P.R. n. 570/196, del quale non può conseguentemente predicarsi l’avvenuta violazione dall’Ufficio Elettorale Centrale.

5.3. Va anche debitamente posto in luce che l’esclusione è stata disposta in applicazione non del potere di ricusazione ma di quello di deliberare sulle modificazioni richieste dall’ufficio elettorale, in esecuzione dell’art. 33, comma 3 del D.P.R. n. 570/1960 a termini del quale “la commissione, entro il ventiseiesimo giorno antecedente la data della votazione, si riunisce per udire eventualmente i delegati delle liste contestate o modificate, ammettere nuovi documenti e deliberare sulle modificazioni eseguite”.

Avendo l’Ufficio competente riscontrato le rilevate anomalie nel contrassegno di lista del ricorrente movimento ed avendolo invitato a rimuoverle, si è poi nuovamente riunito per deliberare sulle modifiche poste in essere dagli interessati.

E tale giudizio ha condotto al lume dei principi tutti esposti correttamente nei due provvedimenti del maggio 2009 e riconducibili all’interpretazione fornita dalla Corte di Cassazione penale sulla L. n. 645/1952 attuativa della XIII Disposizione transitoria e finale della Costituzione.

Il potere di escludere la lista che non abbia ottemperato all’invito rivolto al fine di eliminare ogni possibile confusione con le simbologie esteriori proprie del fascismo, o che vi abbia ottemperato solo parzialmente, discende quindi con sicurezza dal potere di deliberare sulle modificazioni eseguite, conferito agli Uffici elettorali dall’ultimo comma dell’art. 33 del D.P.R. n. 570/1960.

Nessuna infrazione della norma all’esame può quindi a parere del Collegio seriamente prospettarsi nell’operato degli Uffici elettorali.

In definitiva, il ricorso si profila infondato e va pertanto respinto.

Le spese possono essere compensate per eque ragioni.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte – Prima Sezione – definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, lo respinge.

Estromette dal giudizio l’Amministrazione degli Interni.

Spese compensate.

Ordina che la presente Sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Torino nella Camera di Consiglio del giorno 14/01/2010 .

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UNO STORICO ESPONE NEI DETTAGLI IL PIANO BIENNALE STALINIANO DI MOBILITAZIONE PER LA CONQUISTA DELL’EUROPA

domenica, 27 dicembre 2009

Altro materiale utile per i tanti coglioni che ancora si ostinano a parlare di “aggressioni naziste”…

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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Fonte: Insitute of Historical Review (USA)

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

NOTA: Il Giorno “M” è un libro scritto da Vladimir B. Rezun (alias Viktor Suvorov), tradotto dal russo in tedesco da Hans Jaeger, Stoccarda. Ed. Klett-Cotta, 1995, 356 pagine, corredato di foto, riferimento delle fonti, bibliografia, indice.

Di Daniel W. Michaels (laureato alla Columbia University ed ora in pensione dopo 40 anni di servizio presso il Dipartimento Americano della Difesa)

Quando Hitler lanciò “Operazione Barbarossa“ contro l’Unione Sovietica il 22 Giugno 1941, i dirigenti tedeschi giustificarono l’attacco definendolo preventivo al fine di contrastare un imminente invasione della Germania e del resto dell’Europa da parte dei sovietici.

Dopo la guerra i responsabili politici e militari più importanti, ancora in vita, furono condannati a morte a Norimberga con l’accusa di avere, tra le altre cose, progettato e condotto una “guerra aggressiva” contro l’Unione Sovietica.

Il Tribunale di Norimberga rifiutò di accettare le tesi della difesa che definiva “Barbarossa” un attacco preventivo.

Nei decenni successivi, storici, uomini di governo e opere scritte sull’argomento negli Stati Uniti, in Europa e in URSS, hanno mantenuto la versione che fu Hitler a venire a meno agli accordi con i sovietici lanciando il suo attacco traditore a sorpresa, motivato dalla bramosia per le risorse naturali russe e ucraine, dalla ricerca dello “spazio vitale” e da quel pazzesco piano che mirava alla “conquista del mondo”.

In questo studio dettagliato, ben argomentato e documentato, uno specialista russo ha presentato abbondanti prove che, in sostanza, confermano la tesi tedesca.

Basato innanzitutto su una scrupolosa analisi della relativa letteratura politica e militare, nonché sulle memorie di membri di spicco dell’elite di partito e militare sovietica, l’analista militare Suvorov ha presentato una notevole opera revisionista che obbliga ad una rivalutazione radicale della concezione a lungo accettata della storia della Seconda Guerra Mondiale.

L’autore, il cui vero nome è Vladimir Bogdanovich Rezun, fu addestrato come ufficiale dell’esercito sovietico a Kalinin e a Kiev. Più tardi, dopo l’espletamento di servizi nel personale da ufficio e dopo aver completato gli studi all’Accademia Diplomatica Militare nel 1974, prestò servizio come ufficiale del controspionaggio militare sovietico (GRU), lavorando per quattro anni a Ginevra sotto copertura diplomatica. Disertò nel 1978 e gli fu concesso asilo politico in Gran Bretagna.

Il suo primo libro sull’argomento, IL ROMPIGHIACCIO,  fu inizialmente pubblicato in lingua russa (in Francia) nel 1988, poi seguirono edizioni in altre lingue, incluso l’inglese.

Fece scalpore negli ambienti del controspionaggio e militari, specialmente in Europa, perché documenta attentamente la natura offensiva del massiccio ammassamento militare sovietico alla frontiera tedesca nel 1941.

Nel libro “Il Giorno M“ Suvorov aggiunge sostanzialmente prove e argomenti presentati ne “Il Rompighiaccio“.

Sviluppando l’argomento, Suvorov evidenzia  l’importanza centrale riguardante il piano di Stalin dello stratega militare Boris Shaposhnikov, Maresciallo e Capo di Stato Maggiore. La sua opera più importante, MOZG ARMII (Il Cervello dell’Esercito), fu per decenni una lettura obbligatoria per ogni ufficiale sovietico.

Stalin non solo rispettava l’acume militare di Shaposhnikov ma, insolitamente, gli era simpatico.

Fu il solo uomo al quale Stalin si indirizzava pubblicamente usando il suo nome patronimico (Boris Mikhailovich), in Russia una personale forma di riferimento, meno che formale ma sicuramente rispettosa. Stalin chiamava chiunque altro col suo cognome preceduto dalla parola “compagno” (esempio: Compagno Zhdanov). L’ammirazione di Stalin derivava dal fatto che sul suo tavolo teneva sempre una copia del libro di Shaposhnikov (Mozg Armii).

Il piano di mobilitazione di Shaposhnikov, fedelmente perfezionato da Stalin, evidenziava un chiaro e logico programma di due anni (Agosto 1939 – Estate 1941) che sarebbe inesorabilmente e volutamente culminato in una guerra.

Secondo Suvorov, Stalin annunciò la sua decisione di perfezionare questo piano ad una riunione del Politburo il 19 Agosto 1939, quattro giorni prima della firma del patto di non aggressione germano-sovietico, (fu a questa riunione del Politburo, dopo che Stalin ebbe concluso le sue draconiane purghe di militari e politici “inaffidabili”, che il leader sovietico ordinò al Generale Georgi Zhukov di attaccare e sconfiggere, col sistema classico della guerra lampo, la Sesta Armata giapponese a Khalkhin-Gol in Mongolia).

Tredici giorni dopo il discorso di Stalin, le truppe tedesche lanciano l’attacco alla Polonia e, due giorni dopo il 3 Settembre 1939, la Gran Bretagna e la Francia dichiarano guerra alla Germania.

Una volta che Stalin decise di imbarcarsi nel processo di mobilitazione, il regime riconvertì l’economia della nazione, indirizzando le enormi risorse fisiche e umane dell’Unione Sovietica verso un’economia di guerra. Per sua natura, questo radicale cambiamento poteva portare solo ad una logica conclusione: la guerra.

In parole povere, la decisione di Stalin del 1939 di mobilitare le truppe, stava a significare inevitabilmente la guerra.

RIARMO MASSICCIO

Nel 1938, 1.513.400 uomini prestavano servizio nell’Armata Rossa. Ciò significava circa l’1% della popolazione sovietica, che è generalmente considerata la normale percentuale massima, economicamente sostenibile, di uomini sotto le armi, rispetto alla popolazione.

Come parte del loro programma di mobilitazione di due anni, Stalin e Shaposhnikov arrivarono a più che raddoppiare il numero di uomini sotto le armi, arrivando a oltre cinque milioni.

Durante questo periodo, Agosto 1939 – Giugno 1941, Stalin mise in campo 125 nuove divisioni di fanteria, 30 nuove divisioni motorizzate, 61 nuove divisioni corazzate e 79 nuove divisioni aeree, un totale di 295 divisioni organizzate in 16 armate. Il piano Stalin-Shaposhnikov prevedeva anche una mobilitazione di ulteriori sei milioni di uomini nell’estate del 1941 da distribuirsi in ulteriori divisioni di fanteria, motorizzate, corazzate e aeree.

Fra il Luglio del 1939 e il Giugno del 1941, Stalin aumentò il numero delle divisioni corazzate sovietiche da zero a 61, con altre dozzine in allestimento. Per il mese di Giugno 1941 la “neutrale” Unione Sovietica aveva allestito più divisioni corazzate di tutti gli altri paesi del mondo messi insieme, una possente forza che poteva effettivamente essere impiegata solamente in operazioni offensive.

Nel Giugno del 1941 Hitler gettò all’attacco dieci divisioni meccanizzate, delle quali, ognuna, aveva più di 340 carri medi e leggeri. Sull’altro versante, Stalin aveva 29 divisioni meccanizzate, ognuna con 1031 carri leggeri, medi e pesanti. Mentre è vero che non tutte le divisioni sovietiche erano a pieno regime, va fatto notare che una singola divisione meccanizzata sovietica era militarmente più forte di due divisioni tedesche messe insieme.

Quando Hitler attaccò la Polonia il 1° Settembre 1939, la Germania aveva un totale di sei divisioni corazzate.

Se questa forza tutto sommato leggera può considerarsi una prova determinante della volontà di conquista del mondo (o almeno dell’Europa) da parte di Hitler, che cosa possiamo dedurre, chiede Suvorov, dal riarmo di Stalin che portò alla creazione di 61 divisioni corazzate fra la fine del 1939 e la metà del 1941, con altre dozzine in allestimento?

Alla metà del 1941, l’Armata Rossa era la sola forza militare al mondo dotata di carri anfibi.

Stalin, di questi mezzi bellici offensivi, ne aveva ben 4.000. La Germania nessuno.

Nel Giugno del 1941 i sovietici avevano aumentato il numero delle loro divisioni paracadutiste da zero a cinque ed il numero dei loro reggimenti da artiglieria campale da 144 a 341, in ogni singolo caso molto di più di tutti gli eserciti del mondo messi assieme.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la Germania aveva una flotta di 57 sottomarini, anche questo un fatto che viene spesso citato come prova delle intenzioni aggressive di Hitler.

Nel contempo però, afferma Suvorov, l’Unione Sovietica ne possedeva più di 165.

Questi sottomarini non erano dei mezzi mediocri, ma di buona qualità. Nel Giugno 1941 la marina sovietica aveva più di 218 sottomarini in servizio e altri 91 in costruzione. Stalin comandava la flotta sottomarina più grande al mondo, una forza creata per una guerra aggressiva.

UNA GUERRA “MONDIALE” ?

Come fa notare Suvorov, all’epoca dell’attacco di Hitler del 1939 contro la Polonia, nessuno in Germania o nell’Europa Occidentale considerava questo come lo scoppio di una “guerra mondiale”.

Perfino la dichiarazione di guerra contro la Germania da parte dell’Inghilterra e della Francia due giorni dopo, il 3 Settembre 1939, non portava alla considerazione di una “guerra mondiale”.

Fu solo molto più tardi, guardando a ritroso, che la campagna tedesco-polacca venne considerata l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Solo a Mosca, scrive Suvorov, fu ben chiaro fin dall’inizio che era scoppiata una guerra mondiale.

Riprendendo le conclusioni di storici del calibro di A.J.P. Taylor e David Hoggan, Suvorov precisa che Hitler non volle e non pianificò un conflitto su scala europea nel 1939.

Furono le dichiarazioni di guerra britanniche e francesi contro la Germania che trasformarono un conflitto locale fra Germania e Polonia in un conflitto esteso all’Europa.

Inoltre Hitler non autorizzò la conversione dell’economia della sua nazione in una economia di guerra. Il capo del GRU sovietico Ivan Proskurov informò dettagliatamente Stalin che l’industria tedesca non era improntata ad una guerra su ampia scala. In effetti la Germania non trasformò la sua industria a vocazione bellica fino al 1942, due anni dopo l’Unione Sovietica. Ma mentre la produzione di armi e mezzi militari sovietici raggiunse il suo picco nell’estate del 1941, la Germania ci arrivò soltanto nel 1944, tre anni più tardi. Troppo.

PIANO D’ATTACCO

Suvorov presenta un enorme quantità di prove a dimostrazione che Stalin stava preparando una massiccio attacco a sorpresa contro la Germania da lanciarsi nell’estate del 1941 (Suvorov ritiene che l’attacco fosse previsto per il 6 Luglio 1941). A preparazione di ciò, i sovietici avevano dispiegato enormi forze proprio sulla frontiera tedesca, incluso paracadutisti, campi di volo, una vasta serie di armamenti, munizioni, carburante e altri rifornimenti.

Nell’Aprile del 1941 l’Armata Rossa ordinò un massiccio spiegamento di pezzi d’artiglieria e di munizioni alla frontiera, il tutto ammassato all’aperto. Solo questo prova, scrive Suvorov, prova l’intenzione di Stalin di attaccare perché questo armamento andava usato prima dell’autunno quando le piogge annuali sarebbero cominciate.

Ammassare le munizioni all’aperto nel 1941 significava che un attacco si sarebbe dovuto avverare nello stesso anno. “una diversa interpretazione di questo fatto non sarebbe plausibile “, scrive. Suvorov riassume:

Studiando la documentazione d’archivio e le pubblicazioni ufficialmente disponibili, arrivai alla conclusione che il trasporto (nel 1941) verso la frontiera di milioni di stivali, munizioni, pezzi di ricambio e lo spiegamento di milioni di soldati, migliaia di carri armati e di aerei, non poteva essere una svista o un errore di calcolo, ma piuttosto doveva essere il risultato di una politica ben meditata. Tutto questo aveva come scopo di preparare l’industria, il sistema dei trasporti, l’agricoltura, il territorio dello stato, la popolazione sovietica e l’Armata Rossa ad intraprendere la guerra di “liberazione” nell’Europa centrale e occidentale. In poche parole questo modo di procedere viene chiamato mobilitazione. Fu una mobilitazione segreta. La dirigenza sovietica preparava l’Armata Rossa e l’intero paese per la conquista della Germania e dell’Europa occidentale. La conquista dell’Europa occidentale fu la ragione principale per la quale l’Unione Sovietica scatenò la Seconda Guerra Mondiale. La decisione finale di iniziare la guerra fu presa da Stalin il 19 Agosto 1939“

Il piano  sovietico, spiega Suvorov, prevedeva un attacco su due fronti importanti: il primo, ovest e nord-ovest, esattamente verso la Germania, ed un secondo, anch’esso potente, verso sud-ovest in Romania per impossessarsi velocemente dei pozzi di petrolio.

L’invasione si sarebbe composta di tre fasi strategiche principali. La prima fase consisteva di 16 armate d’invasione e diverse dozzine di corpi e divisioni per incursioni ausiliarie composte da professionisti dell’Armata Rossa addestrati ad irrompere nelle linee tedesche.

La seconda fase strategica, costituita da sette armate di truppe di inferiore addestramento (inclusi molti prigionieri dei gulag), avrebbe assicurato e allargato gli sfondamenti della prima fase.

La terza fase, costituita da tre armate principalmente composte da truppe dell’NKVD, avrebbe garantito l’occupazione sovietica. Essa avrebbe colpito qualsiasi potenziale resistenza, circondando e uccidendo l’elite militare, politica e sociale tedesca come era già stato ampiamente messo in atto negli stati Baltici e nella Polonia orientale (vedi massacro di Katyn).

Come principale aereo da attacco Stalin scelse il modello “Ivanov” (uno dei sopranomi di Stalin), più tardi denominato Su-2, un bombardiere da attacco molto efficiente che fu prodotto e utilizzato in grande quantità. Stalin ordinò la costruzione di oltre 100.000 Su-2 e l’addestramento di 150.000 piloti. Dal peso di 4 tonnellate, l’Su2 aveva una velocità massima di 486 Km/h, un raggio d’azione di 1200 Km. ed una capacità di carico di 400-600 Kg. di bombe.

Simile ma superiore al bombardiere da picchiata tedesco JU-87 “Stuka”, assomigliava molto al giapponese Nakajima B-5N2 che fu il principale aereo da guerra usato nell’attacco a Pearl Harbor.

LA SOTTOVALUTAZIONE DI HITLER

Per decenni gli storici di regime hanno mantenuto la versione che Stalin si fidava di Hitler.

Quest’immagine di uno Stalin fiducioso e di un Hitler traditore viene largamente e ufficialmente accettata negli Stati Uniti e in gran parte dell’Europa.

Suvorov sfida questa versione e, anzi, afferma che fu Hitler a sottovalutare fatalmente l’astuzia di Stalin durante almeno 15 mesi, finché fu troppo tardi.

Mentre Hitler riuscì a sventare il grande piano di invasione di Stalin, il leader tedesco sottovalutò drammaticamente la magnitudo e l’aggressività della minaccia sovietica.

Suvorov scrive: “Hitler comprese che Stalin stava preparando un invasione ma non riuscì a stimare l’entità dei preparativi di Stalin. A Hitler non era chiaro quanto grande e quanto vicino fosse il pericolo “.

Gli storici, puntualizza Suvorov, non spiegano in modo adeguato perché Hitler decise di attaccare l’Unione Sovietica in un momento in cui la Gran Bretagna non era ancora soggiogata, impegnando quindi la Germania in una pericolosa guerra su due fronti.

Spesso danno come spiegazione la bramosia di Hitler per il cosiddetto LEBENSRAUM (spazio vitale). Addirittura, l’autore russo scrive: “Stalin non diede altra alternativa a Hitler. La mobilitazione segreta sovietica era di così enormi dimensioni che sarebbe stato difficile ignorarla. Essa si estese ad un punto tale che non sarebbe stato più possibile mascherarla. Per Hitler l’unica possibilità rimastagli era un attacco preventivo. Hitler batté Stalin in due settimane”.

Stalin non aveva bisogno che di avvisare dell’attacco Churchill, Roosevelt o la spia sovietica Richard Sorge. Egli aveva già predisposto i suoi preparativi per sistemare la Germania. Ma avendo preparato le sue forze per una guerra offensiva, Stalin non fece niente per un’eventuale azione difensiva.

I tedeschi, scrive Suvorov, ebbero il temporaneo vantaggio della sorpresa perché furono in grado di posizionare  e lanciare le loro forze d’attacco due settimane prima del previsto sfondamento dell’Armata Rossa, cogliendoli così completamente impreparati. La sorpresa fu più che grande perché Stalin non credeva che i tedeschi avrebbero aperto un secondo fronte a Est mentre si trovavano ancora impegnati contro gli inglesi. Ciò che contribuì anche allo spettacolare ed iniziale successo germanico fu il coraggio e la professionalità del soldato tedesco.

Suvorov scrive:

La sconfitta sovietica all’inizio della guerra (Giugno-Settembre 1941) era dovuta al fatto che la Wehrmacht tedesca lanciò il suo attacco a sorpresa proprio nel momento in cui l’artiglieria sovietica stava per essere spostata sul confine. L’artiglieria non era preparata ad affrontare una guerra difensiva e alla data del 22 Giugno essa non era ancora in grado di andare all’offensiva “.

Siccome la Germania mancava delle risorse naturali per sostenere una guerra di lunga durata, Hitler poteva avere la meglio solo se fosse riuscito a soggiogare la Russia completamente nel giro di quattro mesi, cioè, prima dell’arrivo dell’inverno.

In questo egli sbagliò. Durante l’estate e l’autunno del 1941 Hitler spaccò ma non distrusse la macchina militare sovietica. Fra l’altro, i tedeschi riuscirono ad ottenere uno stupefacente iniziale successo utilizzando i magazzini di rifornimento sovietici, catturati durante quei primi mesi.

Nell’Operazione Barbarossa, Hitler impiegò 17 divisioni corazzate contro i tedeschi. Dopo tre mesi di combattimenti, di questi carri armati ne rimase solo un quarto, mentre le fabbriche di Stalin non solo producevano molti più carri ma anche di migliore qualità.

Durante i primi quattro mesi dell’Operazione Barbarossa, le forze dell’Asse distrussero forse il 75% della capacità bellica di Stalin, eliminando così l’immediata minaccia all’Europa. Tra il Luglio e il Novembre del 1941, le forze tedesche catturarono o  misero fuori uso 303 stabilimenti di munizioni, granate, polvere da sparo che producevano annualmente l’85% dell’intera produzione sovietica di munizionamenti.

Ma, come Suvorov fa notare, questo non bastò: “L’attacco di Hitler non poteva più salvare la Germania. Stalin non solo aveva più carri armati, pezzi d’artiglieria e aerei, più soldati e ufficiali, ma egli aveva già convertito le sue fabbriche in industrie belliche e poteva produrre armamenti nelle quantità che desiderava “.

Il 29 Novembre 1941 il Ministro degli armamenti del Reich Fritz Todt informò Hitler che da un punto di vista dell’economia di guerra e degli armamenti, la Germania aveva già perso la guerra.

Stalin riuscì a farcela perché il residuo 25% della gigantesca economia di guerra sovietica, incluso il 15% della sua produzione di munizioni, per lo più situato ad est del Volga, negli Urali ed in Siberia, rimase intatto. Così, avendo in mano solo una frazione della sua iniziale superpotenza, Stalin fu ancora in grado di vincere le decisive battaglie di Stalingrado, Kursk e Berlino e sconfiggere le potenti forze tedesche (e gli alleati dell’Asse). Ciò che ha contribuito sostanzialmente alla vittoria sovietica fu l’entrata in guerra degli Stati Uniti, il decisivo appoggio americano e, ovviamente, la leggendaria e stoica durezza del soldato russo.

Sebbene Hitler sparò il primo colpo, alla fine della guerra Stalin controllava Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e Germania Orientale.

Evidenziando il fatto che Hitler rinviò ripetutamente la data d’inizio dell’Operazione Barbarossa, Suvorov sostiene:

Supponiamo che Hitler avesse rinviato ulteriormente l’attacco contro Stalin e Stalin avesse iniziato le ostilità il 6 Luglio 1941. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se Hitler avesse dilazionato il suo attacco diventando così vittima egli stesso del devastante attacco preparato da Stalin. In tal caso Stalin non avrebbe avuto appena il 15% della capacità produttiva dell’industria del munizionamento, ma bensì il 100%. In questo caso, come si sarebbe conclusa la Seconda Guerra Mondiale?

In questa situazione non è irragionevole supporre che per Novembre-Dicembre 1941 le forze sovietiche avrebbero raggiunto l’Atlantico, facendo sventolare la bandiera rossa su Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma e Stoccolma.

RINVENUTO IL TESTO DI UN DISCORSO

Dalla pubblicazione del libro “Il Giorno M“,  gli studiosi russi hanno ricercato ulteriori prove dagli ex archivi sovietici che confermino le tesi di Suvorov ed obblighi ad una radicale riscrittura della storia della Seconda Guerra Mondiale.

Mentre è probabile che molti documenti siano stati rimossi o distrutti, sono state ritrovate alcune carte rivelatrici. Uno dei più importanti documenti, nascosto per lungo tempo, è il testo completo del discorso segreto di Stalin del 19 Agosto 1939. Per decenni i principali esponenti sovietici negarono che Stalin avesse rilasciato queste dichiarazioni, insistendo addirittura che in quella data non si tenne alcuna riunione del Politburo. Altri hanno affermato che il discorso era una falsificazione.

La storica russa T.S. Bushuyeva trovò una versione del testo fra i documenti segreti degli Archivi Speciali dell’URSS e la pubblicò insieme ad un commento, sull’importante giornale russo Novy Mir (N° 12, 1994). Lo scrittore tedesco Wolfgang Strass parla di questo, e di altre recenti scoperte da parte di storici russi, nell’edizione dell’Aprile 1996 del mensile tedesco Nation und Europa.

In base alle conoscenze di questo critico, nessun storico americano ha mai divulgato pubblicamente il testo del discorso.

Va tenuto in considerazione che il discorso fu rilasciato proprio mentre i dirigenti sovietici stavano negoziando con i rappresentanti francesi e britannici circa una possibile alleanza militare con la Gran Bretagna e la Francia, e mentre i dirigenti sovietici e tedeschi stavano discutendo di un possibile patto di non aggressione fra i loro paesi. Quattro giorni dopo questo discorso, il ministro degli esteri tedesco Von Ribbentrop si incontrò con Stalin al Cremino per firmare il patto di non aggressione russo-tedesco.

In quel discorso Stalin dichiarava:

La questione della guerra o della pace per noi è entrata in una fase critica. Se concludiamo un patto di mutua assistenza con Francia e Gran Bretagna, la Germania si ritirerà dalla Polonia e cercherà un modus vivendi con le potenze occidentali. La guerra verrebbe evitata ma su questa strada le cose potrebbero diventare pericolose per l’URSS. Se accettiamo la proposta tedesca e concludiamo un patto di non aggressione fra di noi, la Germania invaderà la Polonia e l’intervento armato della Francia e dell’Inghilterra sarà inevitabile. L’Europa occidentale sarebbe soggetta a seri sconvolgimenti e disordini. A queste condizioni sarebbe per noi una grande opportunità restarcene fuori dal conflitto e potremmo programmare il momento opportuno per entrarvici. L’esperienza degli ultimi 20 anni ha dimostrato che in tempo di pace il movimento comunista non è sufficientemente forte da prendere il potere. La dittatura di questo partito potrà diventare possibile solo come risultato di un conflitto esteso. La nostra scelta è chiara. Dobbiamo accettare la proposta tedesca e mandare a casa cortesemente la delegazione francese e inglese. Il nostro immediato vantaggio sarà quello di prenderci la Polonia fino alle porte di Varsavia, nonché la Galizia ucraina….

Riassumendo, Wolfgang Strass fa rilevare che Stalin si impegnava per arrivare ad una guerra su scala europea, una guerra di sfinimento che avrebbe abbattuto gli stati ed il sistema europeo. Dopodiché sarebbe entrato nel conflitto sulle rovine dell’Europa “capitalista” per imporre la sovietizzazione con la forza militare. (la parola “sovietizzazione”, che in russo si dice “Sovietizatsia”, emerge ripetutamente nel suo discorso)

Mentre niente di questo discorso confermi ulteriormente le intenzioni aggressive di Stalin, la prudente Bushuyeva cita Clausewitz circa le guerre che tendono ad assumere le loro direzioni e dimensioni indipendentemente da ciò che una parte o l’altra possa aver programmato o detto.

STORIA DOLOROSA

Nel suo articolo su Novy Mir la Bushuyeva scrive del dolore che i russi dovranno ora patire apprendendo che gran parte di ciò che per decenni cedettero fosse la “ Grande Guerra Patriotica” è falso.  Essa fa notare che i giovani nati dal 1922 al 1925, che furono mandati in guerra da Stalin, solo il 3% sopravvisse al conflitto. Scrive la Busheyava: “La gravità della tragedia che investì il nostro esercito di cinque milioni di uomini nel Giugno del 1941 deve essere investigata a fondo. Il male che i dirigenti sovietici avevano programmato su altri, improvvisamente, per via di un destino imperscrutabile, ha colpito il nostro proprio paese “.

Sarebbe facile, continua la Bushuyeva, maledire coloro che “riscrivono” la storia e continuare a credere ai miti ed ai simboli che richiamano al nostro orgoglio nazionale, al patriottismo del popolo russo. “Sì, si potrebbe continuare come prima“, scrive la storica, “se non fosse  per una circostanza particolare. L’uomo è fatto in modo che la verità, per quanto dolorosa, alla fine è più importante  della  falsa gioia di vivere nella menzogna e nell’ignoranza “.

Suvorov afferma altresì che molti russi lo disprezzano per le sue rivelazioni. Egli scrive:

Ho sfidato la sola cosa sacra alla quale il popolo russo è ancora attaccato: il loro ricordo della “Grande Guerra Patriotica”. Ho sacrificato ogni cosa a me cara per scrivere questi libri. Sarebbe stato intollerabile morire senza aver rivelato al mio popolo ciò che avevo scoperto. Disprezzate i libri! Disprezzate me! Ma cercate almeno di capire”.

ULTERIORE CONFERMA

In seguito alla pubblicazione del discorso di Stalin su Novy Mir, gli storici della Novosibirsk University intrapresero un importante studio revisionistico sulla situazione dell’immediato periodo pre-bellico. I risultati di queste ricerche furono pubblicate nell’Aprile del 1995. La storica russa I. V. Pavlova affermò senza mezzi termini, in un suo intervento al seminario di ricerca, che gli storici del Partito Comunista per molti anni fecero di tutto per occultare sotto una montagna di menzogne i retroscena, le origini e lo sviluppo della Seconda Guerra Mondiale, incluso il discorso di Stalin dell’Agosto 1939.

Un altro studioso che partecipava, V. L. Doroshenko, disse che nuove prove evidenziano che “Stalin provocò e scatenò la Seconda Guerra Mondiale “.

Affermando che Stalin ed il suo regime avrebbero dovuto essere processati a Norimberga, Doroshenko spiega:

Non tanto perché Stalin aiutò Hitler ma perché era nell’interesse di Stalin che la guerra iniziasse. Primo per via del suo obiettivo generale di conquistare il potere in Europa e, secondo, per via dell’immediato vantaggio acquisito distruggendo la Polonia e impossessandosi della Galizia. Ma il motivo più importante per Stalin era la guerra stessa. Il collasso dell’ordine europeo gli avrebbe reso possibile instaurare la sua dittatura su tutta l’Europa. Per questo, Stalin volle momentaneamente starsene fuori dalla guerra, con l’intenzione di entrarvi solo al momento opportuno. In altre parole, il patto di non aggressione liberò le mani a Hitler ed incoraggiò la Germania a scatenare una guerra in Polonia. Come Stalin firmò il patto, era già determinato a infrangerlo. Fin dall’inizio, quindi, egli non intendeva affatto evitare il conflitto ma, al contrario, tuffarvisi nel momento più adatto”.

IMPORTANTE PASSO AVANTI REVISIONISTA

Fa meravigliare il coraggio mostrato da questi storici russi nella loro determinazione nel venire a patti con questo capitolo di storia carico di emozioni. Essi dimostrano un maggiore franchezza e apertura mentale nel confrontarsi con i tabù della storia del XX secolo, di quanto faccia la loro controparte in Europa occidentale e negli Stati Uniti.

Ci sono però delle eccezioni. Negli anni recenti, alcuni storici occidentali avevano esposto questa visione drasticamente revisionista della storia della Seconda Guerra Mondiale. Fra questi lo storico tedesco Max Kluever nel suo libro del 1986 “1941–PRAEVENTIVSCHLAG  (1941 – Attacco Preventivo)” e lo studioso austriaco Ernst Topitsch in “ STALINS KRIEG“ (La Guerra di Stalin), pubblicato in inglese nel 1987 dalla St. Martin’s Press col titolo di “STALIN’S WAR “.

Lo storico americano R.H.S. Stolfi riporta le opinioni di Suvorov nel suo libro del 1991 “HITLER’S PANZERS EAST: WORLD WAR II REINTERPRETED “ (I Panzer di Hitler a Est: la Seconda Guerra Mondiale Reinterpretata – Recensione nel Journal of Historical Review del Novembre-Dicembre 1995), e lo storico tedesco Dr. Joachim Hoffmann apportò nuove considerazioni al tema grazie al suo impressionante studio del 1995 nel libro “STALINS VERNICHTUNGSKRIEG 1941-1945“ (La Guerra di Sterminio di Stalin 1941-1945).

Secondo Wolfgang Strass, le nuove rivelazioni circa il discorso di Stalin per lungo tempo tenuto nascosto e la reazione all’argomento da parte di storici russi più giovani, costituiscono una vittoria per il revisionismo europeo e rappresentano un importante passo vanti nella ricerca storica.

Intanto, Suvorov e altri storici continuano a ricercare prove storiche. Oltre al lavoro di ricerca d’archivio, Suvorov afferma che, in supporto al libro “Il Rompighiaccio” e “Il Giorno M”, veterani sovietici e tedeschi della Seconda Guerra Mondiale gli hanno scritto per portare ulteriori prove a conforto delle sue tesi. Egli sostiene il suo caso in un terzo libro “THE LAST REPUBLIC” (L’Ultima Repubblica), recentemente pubblicato in russo, nonché in un quarto volume sullo stesso tema ma non ancora pubblicato.

Dirk Zimmerman: così si condanna un uomo nella “democratica” Germania

lunedì, 26 ottobre 2009

Immagino che questa notizia procurerà un vero orgasmo ai vari Alemanno, Marrazzo (i cui orgasmi con i travestiti di solito costano ben di più…) e giudeame assortito, ivi compreso colui che abusa della carica di Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma, pur mostrando una cultura storica da scuole elementari ed una civiltà sociale e giuridica degna di Di Pietro…

Ecco cosa può capitare a chi vive in quella che i leghisti definirono, non a torto, Forcolandia… Presto, grazie agli infami politici italiani stipendiati dalla lobby giudaica, anche noi ci ritroveremo prelevati notte tempo dalle nostre case e trasportati in Germania o in Repubblica Ceca, dopo di che, terminato un processo farsa degno dei tribunali “del popolo” di partigiana memoria, ci accomoderemo in una cella a scontare la nostra pena per avere osato contestare cifre e modalità di esecuzione del pretesto “olocausto”.

A meno che l’opinione pubblica e la collera del popolo non facciano fare la fine che si meritano a questi maiali prestati alla politica, alla polizia del pensiero ed alla magistratura asservita.

Ma su questo non mi farei illusioni… Al decerebrato medio che rappresenta il cittadino italiano, bastano le partite di calcio, i concerti rock, le discoteche ed i reality show per non ribellarsi e protestare!

Carlo Gariglio

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Dirk Zimmerman è un altro giovane tedesco che si è autodenunciato in patria per “negazionismo” dell’Olocausto. E’ stato condannato il 23 Ottobre 2009 a 9 mesi di prigione senza condizionale. Ecco il resoconto dell’udienza in cui è stata decisa la sua condanna:

“Oggi ha avuto luogo il processo, lungamente atteso, contro Dirk Zimmerman, che aveva inviato una copia delle Conferenze sull’Olocausto[1] di Germar Rudolf al sindaco di Heilbronn e rispettivamente ai pastori cattolico e protestante della sua comunità. L’aula del tribunale era stracolma, molti visitatori hanno dovuto portarsi dietro la sedia da altre sale dell’edificio in modo da potersi sedere. I sostenitori si sono comportati tutti in modo magnifico – niente risate, risatine, brontolii, nervosismi o mormorii ecc, assolutamente nulla. Tutti ben vestiti. Il giudice – Frank Haberzettel – ha aperto l’udienza alle 13.45, circa. Ha dapprima verificato le generalità di Dirk, poi il pubblico ministero ha letto l’imputazione. La solita roba. Il libro di Rudolf è pieno di antisemitismo, istiga all’odio razziale, Zimmerman ha messo in pericolo la quiete pubblica distribuendo il libro e, inoltre, Zimmerman vuole che i destinatari diffondano il detto libro. Ha chiesto una condanna a 9 mesi, senza sospensione della sentenza.

Dopo che l’avvocato di Dirk aveva puntualizzato che non avrebbe annoiato la corte con la presentazione di mozioni, Haberzettel ha proceduto a interrogare l’imputato. Le domande sono state molto dirette: Perché ha inviato le copie del libro? E’ d’accordo con il contenuto del libro di Rudolf? Ha letto altre cose sull’argomento, come libri “mainstream” di storia della seconda guerra mondiale? Perché ha mandato copie del libro a quei destinatari specifici? In caso di condanna, continuerebbe su questa strada dopo aver scontato la pena? Ecc. ecc. Dirk ha risposto a tutte le domande con sincerità, calma e chiarezza, mettendo soprattutto in chiaro che egli dubita della veridicità della Olo-storia e chiedendo il diritto alla libertà di opinione e di parola. Tuttavia, l’ultima domanda era delicata, poiché Dirk non voleva mentire. Haberzettel ha ripetuto la domanda varie volte, perché Dirk trovava difficile rispondere in modo sincero senza vanificare ogni speranza di assoluzione trovandosi però nello stesso tempo nell’impossibilità di mentire.

Dopo che l’imputato ha risposto alle domande, Haberzettel ha chiamato un testimone – il funzionario di polizia che aveva interrogato Dirk per primo. Il funzionario ha detto alla corte che Dirk era d’accordo con i contenuti del libro e che l’imputato gli ha fatto una buona impressione. Il testimone ha poi detto alla corte che l’imputato aveva cancellato la parola “tedesco” nella parte del verbale in cui si dichiara la nazionalità della persona, e l’aveva sostituita con “Reich tedesco”. Richiesto del perché aveva agito in tal modo, Dirk aveva fatto notare che “tedesco” è un aggettivo e non può essere usato correttamente per descrivere la nazionalità.

Poi è stata la volta delle dichiarazioni conclusive. Il pubblico ministero ha evidenziato il pericolo del negazionismo e della diffusione di questo tipo di letteratura, riferendosi al libro di Rudolf come un cumulo di porcherie, e ha descritto Dirk come un fanatico confuso e contorto. La solita roba. Poi ha parlato l’avvocato di Dirk, che ha detto di credere totalmente all’Olocausto ma che Dirk è un bravo ragazzo che non ha fatto nulla di male e che dovrebbe essere assolto. Infine, è stato Dirk a rendere la sua dichiarazione, con cui ha mostrato che il pubblico ministero aveva mentito quando ha detto che Dirk aveva chiesto ai destinatari del libro di diffonderlo – cosa che Dirk non aveva fatto, e ha anche mostrato che essere bollato come fanatico è assolutamente ridicolo, visto che lui è interessato solo alla libertà di parola. Tutto sommato, un discorso breve e buono, che veniva dal cuore.

Haberzettel si è poi ritirato per 40 minuti per prendere la sua decisione. Alle 15.35 ha letto il verdetto: 9 mesi di reclusione, la sentenza non sarà sospesa. Come motivazione ha detto che la libertà di parola è garantita ma che essa non si estende all’Olo. Non vi può essere discussione sull’Olo perché è avvenuto. Di nuovo, la solita roba. Mentre per la severità della sentenza, il giudice ha fatto notare che Dirk non ha afferrato il “ponte d’oro” che gli era stato offerto, e cioè ha risposto in modo sbagliato alla domanda finale: avrebbe continuato anche in futuro sulla stessa strada? Haberzettel ha detto che il profilo sociale di Dirk era davvero buono, poiché è sposato, ha due bambini e non ha precedenti penali. E ha poi fatto la seguente affermazione: “Il suo profilo criminale però è scioccante e sono convinto che non abbiamo ancora visto l’ultima delle sue malefatte”.

E questo è tutto: per aver mandato il libro di Rudolf a tre persone, Dirk Zimmerman, padre di due bambini, nessun precedente penale, con un lavoro fisso, è stato condannato a 9 mesi di prigione”.

Markus Haverkamp

[1] http://vho.org/dl/ENG/loth.pdf

Pubblicato da Andrea Carancini a 4.34 0 commenti

SEMPRE A PROPOSITO DI FAVOLE OLOCAUSTICHE…

domenica, 25 ottobre 2009

Ancora utili lezioni che dovrebbero studiarsi a fondo i cialtroni come Alemanno ed il “rettore” dell’Università “La Sapienza” di Roma…

Magari per una volta capirebbero qualcosa dell’argomento con il quale si riempiono la bocca blaterando a vanvera.

Ovviamente quelli del partito giudaico di Repubblica queste cose le sanno bene, essendo uno dei più pericolosi veicoli che il giudaismo italiano utilizza per fare viaggiare le sue aberranti teorie ed i suoi incitamenti all’odio e all’aggressione di chiunque non si pieghi alla religione olocaustica.

E pensare che questi escrementi umani hanno pure il coraggio di manifestare per la “libertà” di stampa (ovvero di stampare ogni sorta di cazzata) e di fare la paternale moralistica a Berlusconi e soci!

Possibile che ci sia ancora qualcuno così coglione da leggere “Repubblica”?

Carlo Gariglio

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OLOCAUSTO: UN PERICOLO IDEOLOGICO – di: Paul Grubach

Il 24 Ottobre 2008, poco prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il revisionista americano Paul Grubach pubblicava il seguente articolo messo poi in rete sul suo sito e su quello di Bradley Smith: http://www.codoh.com/author/grubach.html e http://www.codoh.com/viewpoints/vppgideo.html

Nel 2005, il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, fece, a proposito dell’Olocausto, un’astuta riflessione che sarebbe stata ascoltata nel mondo intero: “L’Occidente da più importanza al mito del genocidio degli ebrei che non a Dio, alla religione o ai profeti “.

Egli avanzò in seguito la seguente proposta:

“Se l’Occidente aveva commesso un crimine così abominevole nei confronti degli ebrei, toccava a lui concedere una parte dell’Europa, degli Stati Uniti, del Canada o dell’Alaska. I Palestinesi non avrebbero dovuto pagare per i pretesi crimini commessi da altri“.

Il capo dei riformisti, Mehdi Karroubi, candidato alle prossime elezioni, avrebbe detto che i commenti di Ahmadinejad sono costati un occhio della testa all’Iran: “Abbiamo pagato caro le affermazioni del presidente circa l’Olocaust “, ha affermato, “E non vedo che cosa ci guadagniamo in cambio “.

Ciò che Karroubi ha apparentemente dimenticato di dire è che, in futuro, potrebbe darsi che l’Iran e l’Occidente la debbano pagare cara per questa sottomissione mondiale alla dottrina dell’Olocausto.

Questa assenza di qualsiasi messa in dubbio pubblica e di qualsiasi verifica di questo dogma non ha portato che diffamazioni, morti e sofferenze e il rischio di preparare il terreno ad una futura guerra distruttrice contro il popolo iraniano, ciò che porterà un disastro nel mondo intero.

Come è stato riconosciuto dal celebre universitario ebreo David Klinghoffer nel giornale  “FORWARD“: “Il mondo sa bene a che punto la comunità ebraica protegge gelosamente questo Olocausto, sia come memoria che come arma “.

Come andremo a vedere, l’Olocausto è in effetti una potente arma ideologica che è servita contro gli europei, i cristiani, i palestinesi e i musulmani. Ma pare che sarà il popolo iraniano ad essere la futura vittima di quest’arma ideologica mortale.

L’OLOCAUSTO E LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA

Lo storico israeliano Ilan Pappe che ha insegnato all’università di Haifa e attualmente insegna all’università di Exeter (Gran Bretagna), ha dimostrato come l’Olocausto è stato impiegato come arma contro gli arabi palestinesi nella guerra per la creazione dello Stato di Israele. (Pappe non è revisionista e suppongo che creda alla versione olocaustica tradizionale).

Nel conflitto sionista-palestinese del 1948, i palestinesi, e gli arabi in generale, venivano descritti come dei nazisti pronti a perpetrare un nuovo Olocausto.

Citiamo il Prof. Pappe parola per parola: “Questa volontà di presentare i palestinesi e gli arabi in generale come dei nazisti era lo stratagemma che permetteva di assicurarsi che, tre anni dopo l’Olocausto, i soldati ebrei non avrebbero esitato nel momento di ricevere l’ordine di pulire,a ammazzare e distruggere altri esseri umani“.

Ciò stava a significare che il preteso Olocausto nazista era il cuore di una campagna di propaganda che aveva come scopo l’accertarsi che i soldati ebrei non avrebbero indugiato ad opprimere e ad uccidere dei palestinesi al momento della presa di controllo della Palestina da parte dei sionisti.

Pappe faceva notare in seguito che la dottrina olocaustica era stata utilizzata in Occidente per mettere a tacere ogni opposizione ai progetti sionisti sulla Palestina: “Una cospirazione del silenzio da parte della Croce Rossa internazionale e dei giornalisti occidentali ha coperto i crimini sionisti (cioè la pulizia etnica della Palestina) “, scriveva ancora Pappe. Per lui “il messaggio inviato agli ebrei era che l’Europa voleva espiare il suo silenzio durante la persecuzione ebraica. Dare il via alla costituzione del loro Stato era un modo di voltare pagina davanti a ciò che l’Occidente aveva permesso che si facesse agli ebrei durante la seconda guerra mondiale “.

Pappe non è il solo universitario israeliano a dimostrare che l’Olocausto è servito da principale arma di propaganda per far tacere ogni opposizione alla presa di controllo della Palestina da parte del sionismo e “giustificare” il non-rispetto dei diritti dell’uomo dei palestinesi.

DOTTRINA OLOCAUSTICA, NEO-CONSERVATORISMO E INVASIONE AMERICANA DELL’IRAK

Cosa importante: Jacob Heilbrunn fa notare che l’Olocausto è servito come “giustificazione” ai neoconservatori per l’invasione americana dell’Irak (Anche in questo caso, Heilbrunn non è revisionista e si può dedurre che creda alla versione ortodossa dell’Olocausto).

Egli scrive: “Finalmente i neoconservatori hanno presentato un certo numero di ragioni per giustificare la guerra contro Saddam. Il loro moralismo non proveniva tanto da sogni imperialisti, quanto da qualcos’altro: la convinzione profonda che l’America era la sola barriera contro un secondo Olocausto. In qualità di ebrei, loro stessi (e i loro alleati conservatori cattolici) erano ossessionati dal ricordo che gli Alleati non fecero niente per mettere fine all’Olocausto e credevano fermamente che era dovere dell’America agire preventivamente per evitarne un altro “.

E allora eccoci al dunque. La dottrina olocaustica era là per “giustificare” la disastrosa invasione americana dell’Irak: nella mente dei neoconservatori, gli Stati Uniti dovevano invadere l’Irak per impedire a Saddam Hussein di perpetrare un nuovo Olocausto contro gli ebrei in Israele.

Risultato: più di 4.000 soldati americani e una moltitudine di civili irakeni vi hanno trovato la morte e ciò prova nuovamente che l’Olocausto è una dottrina pericolosa e una minaccia per gli uomini.

L’OLOCAUSTO CHE “GIUSTIFICA” L’ODIO, LA DIFFAMAZIONE E GLI OMICIDI DI MASSA.

C’è una persona che sparge odio quando parla dell’Olocausto, si tratta del premio Nobel per la Pace e “testimone principale” dell’Olocausto Elie Wiesel. Egli lancia apertamente appelli all’odio quando scrive: “Ogni ebreo, in qualche parte dentro di lui, dovrebbe costruirsi una zona di odio, un odio sano e virile per ciò che il tedesco impersona e per ciò che persiste nel tedesco. Agire diversamente sarebbe come tradire i morti “. Incitamenti come quello, provenienti da un’importante icona ebraica, sono suscettibili a spingere gli ebrei a detestare i tedeschi. Wiesel non si è solo servito dell’Olocausto per incitare all’odio, ma anche per attaccare la civiltà cristiana nel suo insieme. Egli dichiarò infatti che “Auschwitz significa…il fallimento di duemila anni di civilizzazione cristiana…”.

In uno studio apparso nel settimanale ebraico “FORWARD”, il presidente della Union for Reform Judaism, il rabbino Eric Yoffe, dice: “E in Europa, che porta la marca di Caino per via della sua complicità nell’Olocausto, il conflitto arabo-israeliano è diventato un mezzo per discolparsi, presentando le vittime israeliane come dei nazisti. Tentano di liberare le loro coscienze ribaltando su di noi (gli ebrei) i loro peccati “.

Quindi , ancora una volta ci troviamo dinnanzi ad un importante esponente ebraico che afferma che gli europei non-ebrei portano il segno dell’assassino biblico Caino a causa di questo preteso Olocausto.

Nei confronti dell’etica europea moderna, i sionisti ebrei hanno “il diritto” di servirsi dell’Olocausto per diffamare gli europei non-ebrei.

Esiste tuttavia un esempio ancora più scandaloso che dimostra quanto la dottrina olocaustica costituisca una minaccia per la vita sulla terra.

Pubblicata nel 1989, “ Testimony: Contemporary Writers Make the Holocaust Personal” (Testimonianza: autori contemporanei gettano uno sguardo personale sull’Olocausto), si tratta di un’opera importante nella quale  romanzieri,  saggisti e  poeti ebrei spiegano l’influenza che ha avuto l’Olocausto sulla loro vita e sul loro modo di pensare. La testimonianza di Jane De Lynn, autrice premiata, è qualcosa di scioccante. Essa scrive: “Malgrado io sia, in linea di massima, favorevole al disarmo nucleare, sono FELICE che lo Stato d’Israele possegga una bomba atomica ed il mantenimento dell’esistenza di Israele è la sola causa per la quale stimo sia giustificato l’uso delle armi nucleari. Diciamo le cose freddamente e meccanicamente: non ne sono certa ma credo che se dovessi scegliere tra la sopravvivenza di Israele e quella di 4 o 5 miliardi di persone nel resto del mondo, io sceglierei i 4 milioni di ebrei israeliani “.

Il lettore si rende conto dell’orrore ivi profuso? Siccome si dice che sei milioni di ebrei sarebbero periti nell’Olocausto allora la distruzione nucleare del mondo non ebraico sarebbe preferibile e giustificata pur di salvare l’Israele ebraico!

Non pensi il lettore che Jane De Lynn sia una specie di povera pazza e ignorata da chiunque: è una scrittrice celebre rispettata e ascoltata nelle comunità ebraiche e dei Gentili. Quanti fra gli altri sionisti ebrei alto locati condividono la sua convinzione? Non è difficile capire il pericolo che rappresentano pensieri di questo genere.

L’OLOCAUSTO COME ARMA CONTRO I MUSULMANI E CONTRO L’IRAN

Oggi vediamo delinearsi un’altra tendenza. Pare che in futuro gli ideologi sionisti si serviranno dell’Olocausto per oscurare l’immagine dei musulmani e degli Iraniani.

Nel numero dell’8 Gennaio 2006 del “San Francisco Chronicle“, lo scrittore pro-sionista Edwin Black faceva la seguente dichiarazione: “Mahmoud Ahmadinejad si è messo alla testa del negazionismo con le sue affermazioni infiammatorie del mese scorso. Sarebbe piuttosto dell’autonegazionismo: il presidente dell’Iran farebbe bene ad informarsi sul passato del suo paese all’epoca di Hitler e scoprirà che l’Iran e gli Iraniani furono saldamente legati all’Olocausto e al regime hitleriano, come lo è stato tutto il mondo islamico sotto la dirigenza del Mufti di Gerusalemme “.

A dar credito a questo propagandista sionista, gli Iraniani ed in particolare i musulmani in generale sono ora dei “complici” del preteso assassinio di massa degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Mi pare che idee del genere non possano altro che generare odio verso i musulmani e gli iraniani.

Nel Settembre 2007 il presidente Gorge W. Bush invocava la religione olocaustica come “giustificazione” di un eventuale attacco contro l’Iran e lo scoppio di una guerra mondiale.

Bush avrebbe detto: “Perseguendo attivamente una tecnologia che potrebbe portare ad armi nucleari, l’Iran minaccia di mettere la regione, già nota per la sua instabilità e la sua violenza, davanti alla prospettiva di un olocausto nucleare “. E un anziano assistente della Casa Bianca, a proposito della dichiarazione di Bush, precisa: “Utilizzando la parola OLOCAUSTO, il Sig. Bush fornisce una ragione morale allo stato di Israele di fare ciò che deve fare “.

Israele è forse in procinto di pianificare una guerra che comporterebbe un significante numero di morti, servendosi, per “giustificarla”, di affermazioni dubbiose sull’Olocausto degli ebrei risalente all’ultimo conflitto mondiale. Ciò è stato confermato in seguito dal candidato repubblicano alle presidenziali John McCain il quale, pure lui, si è riferito alla dottrina dell’Olocausto per “legittimare” un eventuale prossimo attacco contro l’Iran.

Nel suo primo dibattito con Barak Obama, McCain ha pronunciato: “Non possiamo permettere che abbia luogo un secondo Olocausto “.

Il capo religioso riformista Karroubi ha in parte ragione: l’Iran è stato condannato dai governi occidentali e dai media a causa delle critiche formulate dal presidente Ahmadinejad contro la religione dell’Olocausto. Ciò che però Karroubi dimentica di far notare è il fatto che, accettare senza dire niente la dottrina olocaustica, il fatto di non contestarla, può portare ad una guerra distruttrice contro il suo stesso popolo e questo si trasformerebbe in un disastro per il mondo intero.

Per essere chiari, la dottrina olocaustica è, come ho già dimostrato, usata oggigiorno come “giustificazione” ideologica per una futura guerra devastatrice contro l’Iran. Solo per questa ragione l’Olocausto dovrebbe essere l’oggetto di un dibattito e di un esame solidi. Se si riuscirà a sbullonare questa “giustificazione”, si potrà evitare questa guerra e salvare decine di migliaia di vite.

Prima di criticare i propositi del presidente Ahmadinejad sull’Olocausto, Karroubi farebbe meglio a rendersi conto come questa dottrina rischia di andare contro il popolo iraniano e come questa sia stata usata in passato contro gli europei, i cristiani e i palestinesi.

CHE COSA FARE ALLORA?

Come ho già dimostrato, la rappresentazione tradizionale dell’Olocausto è servita a “legittimare” l’odio, la diffamazione, la pulizia etnica nonché future guerre con massacri di massa.

In Occidente l’ideologia olocaustica è stata elevata a statuto di religione intollerante.

Contestarla è l’ultimo “peccato mortale”. Anche il professore israeliano Beit-Hallami ha l’onestà di riconoscere che da quando viene brandito il dogma dell’Olocausto per “giustificare” un progetto politico, ogni dibattito, ogni discussione, diventano impossibili.

Un simile scenario è dunque in contraddizione con la filosofia politica dei governi democratici, poiché ogni dottrina suscettibile di influenzare la politica di una nazione o nel mondo, com’è senz’altro il caso dell’Olocausto, dovrebbe essere oggetto di un esame scrupoloso.

In un mondo di guerre senza fine e di violenza dove noi viviamo, è dovere di ciascuno di noi contribuire a portare delle soluzioni pacifiche ai problemi sui quali si confronta l’umanità. In quanto a questi interessi potenti che sono dietro all’ideologia dell’Olocausto, sta ora a loro di impegnarsi con i loro avversari, i revisionisti, per un dibattito pacifico e democratico al fine che sia fatta luce sulla sorte degli ebrei nell’ultima guerra mondiale. Si: fare uno studio critico del dogma dell’Olocausto sarebbe agire nell’interesse dell’Iran, degli Stati Uniti e del mondo nel suo insieme.

E’ così che parteciperemo alla costruzione di un ordine mondiale più ragionevole e più umano.

FALSARI GIUDEI ED INFAMI REGGICODA…

giovedì, 22 ottobre 2009

Proprio oggi una notizia cattura la mia attenzione:

ROMA (22 ottobre) – Afferma che «è ingiustificabile un museo dell’Olocausto a Roma e inutile spendere soldi per i viaggi ad Auschwitz». Di Dachau dice che «è meglio di molti paesini della Calabria» e sulla frase che ha scatenato le proteste, «l’olocausto è una leggenda», spiega: «manca un punto interrogativo». Rivendica «il diritto di libero pensiero» e dice che ad attaccarlo sono i sionisti. Polemiche sul ricercatore di filosofia del diritto della Sapienza Antonio Caracciolo, 59 anni e ricercatore dal ’94, che secondo la Repubblica ha definito l’Olocausto una leggenda.

Le reazioni. Il sindaco Gianni Alemanno chiede «verifiche sulle dichiarazioni e, se vengono confermate, che il professore venga sospeso». «Mi sembra di aver letto che è anche iscritto a un club di Forza Italia. Faremo verifiche anche in questo senso» dice Alemanno secondo il quale il professore «o è in malafede o non ha nessun fondamento culturale». «Il professore farebbe bene ad andare a Dachau, dove io sono stato all’età di 16 anni, oppure, se non può recarsi all’estero, dovrebbe visitare almeno le Fosse Ardeatine», ha commentato il rettore dell’università La Sapienza di Roma Luigi Frati. Il presidente della Regione Lazio lo inviata ad andare a visitare «la stanza dei bambini a Birkenau». «Deve essere allontanato immediatamente con infamia dall’Università La Sapienza» commenta Stefano Pedica, coordinatore dell’Italia dei Valori del Lazio.

Come di consueto, le urla lanciate dai giudei e dai loro infami lacchè come il sindaco Alemanno, sono una conferma indiretta della giustezza delle affermazioni di uomini coraggiosi e preparati, ovvero persone che, a differenza delle nullità citate nell’articolo, si sono prese la briga di studiare le cose senza fermarsi ai documentari della RAI ed alle bufale giudaiche…

Chi è capace di leggere non può che concordare con il ricercatore Caracciolo e con le migliaia di seri studiosi che in tutto il mondo sono perseguitati per il solo fatto di dire la verità.

Al ricercatore Caracciolo tutta la mia solidarietà… Ai vari Alemanno, Frati (autore di un comico autogol, dato che si vanta di avere visitato Dachau, ove l’unico sterminio fu quello compiuto dai prigionieri “liberati” ai danno delle SS di stanza nel campo e che mostra tutta la sua cultura mischiando olocausto e rappresaglie legittime tedesche come quella seguita all’infamia di Via Rasella… Se questa è la cultura storica del Rettore, speriamo che chiudano presto “La Sapienza”!), Pedica (che fa concorrenza allo scimmiesco Di Pietro, suo capo bastone, nella gara a chi è più ignorante ed arrogante)  e compagnia brutta, oltre a tutto il mio disprezzo dedico uno dei tantissimi articoli che farebbero bene a leggere fra una leccata al deretano dei giudei e l’altra..

Magari impareranno qualcosa a proposito delle falsificazioni storiche e delle invenzioni olocaustiche di mai esistite “camere a gas”!

Carlo Gariglio

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BUCHENWALD: LEGGENDA E REALTA’ – di Mark Weber dell’Institute of Historical Review

Traduzione a cura di Gian Franco SPOTTI

Buchenwald viene ampiamente considerato come uno dei più famigerati “campi della morte” nella Germania del tempo di guerra. Ciò nonostante, questa immagine accuratamente coltivata ha poco a che vedere con la realtà. Oggi, a più di 60 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo campo merita un diverso giudizio ben più obiettivo.

STORIA E FUNZIONE

Il campo di concentramento di Buchenwald si trovava su una boscosa collina fuori da Weimar, in quella che poi divenne la Germania dell’Est. Fu aperto nel Luglio del 1937. Fino a prima della guerra quasi tutti i detenuti erano sia criminali professionisti o prigionieri politici (la maggior parte di loro ardenti comunisti). Ben 2.300 prigionieri di Buchenwald furono amnistiati nel 1939 in onore del 50° compleanno di Hitler.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la popolazione del campo era di 5.300 persone.

Il numero aumentò arrivando a 12.000 all’inizio del 1943 e poi incrementò rapidamente poiché molti lavoratori stranieri, specialmente polacchi, ucraini e russi, vi furono deportati per essere utilizzati nell’industria bellica (nota 1).

Durante gli anni della guerra, Buchenwald fu allargata diventando un vasto complesso con oltre cento fabbriche satellite, miniere e officine sparse in una vasta area della Germania. La più importante di queste era probabilmente lo stabilimento sotterraneo di Dora che produceva i razzi V-2. Nell’Ottobre del 1944 divenne il campo indipendente di Nordhausen (Mittelbau). (nota 2).

Molte migliaia di ebrei arrivarono a Buchenwald dall’Ungheria e da vari campi orientali nel 1944 e 1945. La maggior parte furono evacuati via ferrovia da Auschwitz e da altri campi minacciati dall’avanzata dell’Armata Rossa. (nota 3).

Il numero di detenuti aumentò enormemente durante gli ultimi mesi della guerra: 34.000 nel Novembre 1943, 44.000 nell’Aprile 1944 e 80.000 nell’Agosto 1944.

Il picco mensile fu raggiunto alla fine di Febbraio 1945, quando 86.000 detenuti erano ammassati nel campo gravemente sovraffollato. Circa 30.000 prigionieri furono evacuati da Buchenwald nella settimana prima dell’arrivo dell’esercito americano (11 Aprile 1945). Un totale di 239.000 persone furono internate nel campo fra il 1937 e l’Aprile del 1945. (nota 4).

IL COMANDANTE E SUA MOGLIE

Il primo comandante, Karl Koch, diresse Buchenwald dal 1937 agli inizi del 1942, quando fu trasferito a Majdanek. Si dimostrò essere un amministratore brutale e corrotto che si arricchì rubando valori a numerosi detenuti i quali furono poi uccisi per non lasciare traccia di questi furti.

Il medico del campo, Dr. Waldemar Hoven, uccise molti detenuti in collaborazione con Koch e l’organizzazione comunista clandestina del campo. Koch fu poi in seguito giudicato, da un tribunale delle SS, colpevole di omicidio e corruzione e quindi condannato a morte. (nota 5).

Sua moglie, Ilse Koch, fu coinvolta in molti crimini del marito ma l’accusa infondata che avesse delle lampade ed altri articoli prodotti con la pelle dei detenuti uccisi non era vera. Questa asserzione fu fatta dall’accusa durante il processo di Norimberga. (nota 6).

Il Generale Lucius D. Clay, Comandante in Capo delle forze americane in Europa e Governatore Militare della zona di occupazione americana in Germania, dal 1947 al 1949, riesaminò attentamente il caso di Ilse Koch nel 1948 e trovò che, qualunque misfatto avesse compiuto, l’accusa riguardante le lampade in pelle umana era senza fondamento. Egli trasformò la sentenza da ergastolo a quattro anni di prigione ed informò il Dipartimento dell’Esercito di Washington che: “non ci sono prove convincenti che Ilse Koch avesse selezionato i detenuti da uccidere per averne la pelle o che fosse in possesso di articoli fatti in pelle umana “ (nota 7).

Durante un intervista nel 1976 Clay ricordava così il caso:

Processammo Ilse Koch. Fu condannata all’ergastolo ed io lo trasformai in una detenzione di quattro anni. Alla nostra stampa non piacque tutto questo. Essa fu distrutta dal fatto che un reporter intraprendente, che per primo entrò nella sua casa, le affibiò il simpatico nome di Troia di Buchenwald e vi trovò alcuni paralumi che descrisse essere fatti di parti umane. Risultò che quelle parti erano di capra, ma durante il processo continuavano ad essere parti umane. Era impossibile per lei ottenere un processo equo. I tedeschi la presero e le diedero 12 anni per come aveva trattato il suo popolo, ma, a dire il vero, non si trattava di un crimine di guerra nel vero senso della parola. Questo era il genere di cose con le quali avevamo a che fare ogni volta”. (nota 08)

I DETENUTI: VITA E MORTE

Non c’è dubbio che siano state commesse atrocità nei confronti di detenuti di Buchenwald.

Tuttavia, almeno per una gran parte di esse, furono commesse non dalle guardie tedesche delle SS ma dall’organizzazione clandestina comunista del campo che ottenne quasi l’intero controllo del campo dopo il 1943. Questa rilevante situazione fu confermata in un dettagliato documento del controspionaggio militare americano del 24 Aprile 1945, intitolato: Buchenwald: un rapporto preliminare. (nota 9). Questa analisi confidenziale rimase secretata fino al 1972.

In una breve premessa, il capo del controspionaggio militare Alfred Toombs chiamò questo rapporto segreto “uno dei racconti più significativi finora scritto su un aspetto della vita della Germania nazista “, perché  “racconta come i prigionieri di Buchenwald organizzarono loro stessi un terrore mortale all’interno del terrore nazista“. Toombs aggiunse che l’accuratezza della stesura del rapporto fu confermata in modo imparziale.

Mentre grandi quantità di prigionieri iniziavano ad arrivare al campo durante gli anni della guerra, diceva il rapporto confidenziale, le SS in sotto-organico di numero, ritennero necessario affidare una sempre più ampia fetta di amministrazione del campo agli stessi detenuti. In pratica ciò significava che già nel 1943 la bene organizzata e disciplinata organizzazione comunista di prigionieri aveva preso il virtuale e totale controllo delle operazioni interne del campo.

Il rapporto dichiarava:

I commissari – fiduciari avevano ampi poteri sui loro colleghi detenuti. In un primo momento questi venivano scelti quasi esclusivamente fra i criminali tedeschi. Questo periodo durò fino al 1942. Poi, poco a poco, i comunisti iniziarono a prendere il controllo di questa organizzazione. Erano i detenuti più anziani, con 10 – 12 anni di reclusione alle spalle. Si coalizzarono con estrema tenacità, mentre gli elementi criminali si preoccupavano solo dei loro singoli vantaggi ed avevano una scarsa coesione di gruppo. I comunisti mantennero un’eccellente disciplina e ricevevano un certo numero di direttive dall’esterno del campo. Essi avevano cervelli e qualifiche tecniche per gestire le varie industrie stabilite nel campo. I loro tentativi incontravano la resistenza dei criminali ma, lentamente, questi persero il potere, in parte per minacce e in parte con l’aiuto delle SS. Diversi criminali furono uccisi a botte, impiccagioni o iniezioni di fenolo nel cuore o di aria o latte nelle vene. Le iniezioni erano una specialità del medico del campo Dr. Hoven che divenne un sostenitore della fazione comunista.

Oltre a posizioni di rilievo nell’organizzazione fiduciaria, vi erano un numero di roccaforti-chiave comuniste nell’amministrazione del campo. Una era l’organizzazione della fornitura dei pasti, tramite la quale gruppi privilegiati ricevevano razioni ragionevoli mentre altri venivano portati a livello di fame. Un’altra era l’ospedale, presieduto quasi esclusivamente da comunisti. Le sue strutture erano ampiamente riservate a curare i membri del loro partito.

Un’altra roccaforte comunista era la Stanza del Vestiario…

Ogni fiduciario tedesco riceveva un buon vestiario e altre cose di valore. I comunisti, a Buchenwald, dopo dieci o dodici anni di reclusione, erano vestiti come uomini d’affari di successo.

Alcuni indossavano giacche di pelle e piccoli cappelli rotondi della marina tedesca, evidentemente l’uniforme della rivoluzione.

Come risultato di tutto ciò:

Invece che mucchi di corpi o uomini smarriti che morivano di fame, gli americani (che si impossessarono del campo) trovarono a Buchenwald un’organizzazione disciplinata ed efficiente.

Ciò viene messo in conto indubbiamente al comitato del campo autonominatosi, un gruppo quasi puramente comunista sotto il comando dei leaders politici tedeschi.

I commissari – fiduciari, che nel tempo divennero quasi esclusivamente comunisti tedeschi, avevano il potere di vita e di morte su tutti gli altri detenuti. Potevano condannare un uomo o un gruppo di persone a morte certa. I commissari comunisti furono direttamente responsabili di una larga parte delle brutalità commesse a Buchenwald.

I capi del blocco comunista, diceva il rapporto, picchiavano personalmente i detenuti e, talvolta, obbligavano gli occupanti di intere baracche a rimanere a piedi nudi nella neve per ore, apparentemente su loro personale iniziativa. I comunisti uccisero molti detenuti polacchi che si rifiutavano di sottomettersi alle loro leggi. Obbligarono detenuti francesi a consegnare migliaia di pacchi della Croce Rossa. Il rapporto menzionava inoltre il nome di alcuni capi comunisti del campo particolarmente brutali.

Fu confermato che il medico del campo, Dr. Hoven, era stato un importante alleato comunista che uccise numerosi prigionieri politici anticomunisti e criminali con iniezioni letali. Un’inchiesta condotta dalle SS scoprì le sue attività durante la guerra e fu condannato a morte per omicidio ma a causa della penuria di medici durante il periodo bellico, l’esecuzione fu rinviata dopo 18 mesi di galera. Dopo la guerra i comunisti tentarono di proteggere il loro alleato, ma Hoven fu condannato a morte per una seconda volta da un tribunale militare americano e giustiziato nel 1948.

I comunisti del campo mantennero strette relazioni con il ben organizzato partito comunista clandestino all’esterno del campo. Da Buchenwald un detenuto usciva regolarmente per stabilire un contatto con un corriere comunista che portava notizie ed istruzioni. Legato alla fedeltà per il suo partito, questa persona non approfittò mai dell’opportunità per fuggire. L’organizzazione comunista militare del campo aveva tre mitragliatrici, cinquanta fucili ed un certo numero di bombe a mano. I comunisti tedeschi vivevano meglio degli altri gruppi, anche al momento della liberazione del campo, diceva il rapporto, essi si possono notare facilmente dal resto dei detenuti per via delle loro guance rosee e la loro buona salute, nonostante siano rimasti in detenzione per un periodo molto più lungo degli altri.

Alla fine gli autori del rapporto mettevano in guardia contro la nozione semplicistica che gli ex detenuti meritavano fiducia e dovevano essere aiutati solo perché erano stati internati in campi tedeschi. Alcuni sono infatti dei “banditi”, criminali da tutta l’Europa oppure lavoratori stranieri in Germania che erano stati sorpresi a rubare. Vengono trattati brutalmente e sono brutti da guardare.

E’ facile qui adottare la teoria nazista che essi fossero non umani!

Un libro pubblicato nel 1961 dal Comitato Internazionale di Buchenwald, diretto dai comunisti, di Berlino Est descrive orgogliosamente le attività comuniste clandestine del campo. Vi era un giornale clandestino al campo, un trasmettitore radio illegale, un’orchestra di detenuti (che suonava canzoni comuniste), una vasta biblioteca e perfino un’organizzazione militare. Si tenevano cerimonie comuniste e convegni politici ed inoltre veniva intensamente boicottata la produzione bellica tedesca. (nota 10).

L’ex detenuto di Buchenwald Emst Fedem, ebreo, dopo la guerra spiegò come l’organizzazione comunista del campo cooperò con le SS per aumentare il suo potere ed eliminare gli oppositori e gli indesiderabili. Egli ricorda che il leader della sezione ebraica dell’organizzazione comunista del campo, Emil Carlebach. Dichiarò molto francamente che per lui contavano solo i suoi amici comunisti e che chiunque altro poteva morire. Fedem disse di aver visto con i suoi occhi due episodi di brutalità commessi da Carlebach che fu un anziano del blocco dal 1942 al 1945. In un caso egli ordinò la morte di un detenuto ebreo per aver presuntamene maltrattato dei prigionieri in un altro campo. In un’altra occasione Carlebach picchiò a morte personalmente un anziano detenuto ebreo perché si stava riposando nelle baracche. (nota 11).

In modo analogo, un inglese che trascorse 15 mesi a Buchenwald riferì dopo la guerra che l’organizzazione comunista del campo non considerava i detenuti ebrei particolarmente degni di essere mantenuti in vita. (nota 12).

Negli anni recenti diverse organizzazioni omosessuali hanno sostenuto che migliaia di omosessuali furono “sistematicamente sterminati” nei campi di concentramento tedeschi. Mentre era vero che molti furono internati come criminali, nessun omosessuale fu mai ucciso dai tedeschi per quella sola ragione. Val la pena ricordare che durante gli anni 30 e 40 il comportamento omosessuale era considerato un odioso crimine nella maggior parte del mondo, inclusi gli Stati Uniti.

(ndt: al riguardo si consiglia leggere l’articolo in proposito al sito: http://ita.vho.org/039_Mito_sterminio_omosessuali.htm di Jack Wikoff tradotto da Andrea Carancini)

Nel 1981 un ex internato di Buchenwald ricordava: “Gli omosessuali erano oppressi dal regime nazista per via dei loro costumi morali, ma a Buchenwald molti di essi non furono uccisi dai nazisti mai dai prigionieri politici comunisti a causa del comportamento degli omosessuali ritenuto aggressivo e offensivo “ (nota 13).

Le condizioni giornaliere erano molto migliori di quanto molte descrizioni possano suggerire.

I detenuti potevano ricevere ed inviare due lettere o cartoline al mese. Potevano ricevere soldi dall’esterno. I detenuti venivano pagati per il loro lavoro con una speciale moneta del campo che potevano usare per acquistare una vasta gamma di prodotti nello spaccio del campo. Giocavano a calcio, pallamano e pallavolo nel tempo libero. Le partite di calcio si tenevano al sabato e alla domenica sul campo di calcio locale. Una grande libreria offriva una vasta gamma di libri. Funzionava anche un cinema – teatro. Vi era una varietà di spettacoli e gruppi musicali organizzavano regolari concerti nella piazza centrale. Un bordello nel campo, che all’arrivo degli americani impiegava 15 prostitute, era a disposizione di molti detenuti. (nota 14).

CENTRO DI STERMINIO?

Gli americani che arrivarono a Buchenwald nell’Aprile del 1945 trovarono centinaia di detenuti malati e molti cadaveri non sepolti. Foto orribili di queste crude scene furono fatte immediatamente circolare nel mondo e sono state ripetute diverse volte, dando l’impressione che Buchenwald fosse un diabolico centro di sterminio di massa.

Il governo americano incoraggiò questa impressione. Un rapporto dell’esercito americano su Buchenwald preparato per l’Alto Quartier Generale Alleato in Europa e reso pubblico alla fine di Aprile 1945, dichiarava che la missione del campo era quella di un centro di sterminio. (nota 15).

E due settimane dopo, fu redatto un rapporto congressuale americano sui campi tedeschi, usato in seguito come documento al processo di Norimberga, che descriveva anch’esso Buchenwald come un “centro di sterminio”. (nota 16).

Questa descrizione superficialmente plausibile è comunque completamente sbagliata.

La grande maggioranza di coloro che perirono a Buchenwald morirono durante i caotici mesi finali della guerra. Essi soccombettero alle malattie, spesso aggravate dalla malnutrizione, nonostante gli sforzi tristemente inadeguati di mantenerli in vita. Essi furono vittime non di un programma di sterminio ma piuttosto di un terribile sovraffollamento e di gravi mancanze di cibo e forniture mediche in seguito ad un crollo generale della Germania durante la tumultuosa fase finale  della guerra.

Insieme a queste vittime di guerra indirette vi erano anche detenuti in salute.

B.M. McKelway ispezionò Buchenwald, subito dopo la presa da parte degli americani, in qualità di rappresentante di un gruppo di editori e proprietari di giornali americani. Egli affermò che “molti delle centinaia di detenuti che vedemmo sembravano essere in buona salute mentre altri che soffrivano di dissenteria, tifo, tubercolosi e altre malattie, erano scheletri viventi “ (nota 17).

Una singolare indicazione che Buchenwald non era un campo di sterminio è il fatto che alcuni degli internati erano bambini troppo piccoli per lavorare. Circa un migliaio di ragazzi, dai 2 ai 16 anni, erano ospitati in due baracche speciali per bambini. Trasporti ferroviari di bambini ebrei arrivarono dal 1942 al 1945. Alcuni arrivarono da Auschwitz nel 1943. Altri bambini ebrei arrivavano dall’Ungheria e dalla Polonia (nota 18). Il rapporto confidenziale dell’esercito americano del 24 Aprile 1945 faceva notare la “straordinaria visione dei bambini che scorrazzano avanti e indietro, strillando e giocando “. (nota 19).

Trent’anni dopo la guerra, perfino il famigerato “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ammise che “non c’erano campi di sterminio sul suolo tedesco “ (nota 20).

LA BUGIA DELLA CAMERA A GAS

Forse la menzogna più crudele che circolò su Buchenwald dopo la guerra fu l’accusa che i tedeschi sterminarono i detenuti nelle camere a gas. Un rapporto ufficiale del governo francese, presentato al tribunale di Norimberga come documento d’accusa, con molta immaginazione affermava: “Ogni cosa era stata programmata fin nei minimi dettagli. Nel 1944, a Buchenwald, fu allungato un binario ferroviario in modo che tutti i deportati fossero inviati direttamente alla camera a gas. Alcune di queste camere a gas avevano un pavimento che si apriva inclinandosi scaricando i corpi direttamente nella stanza con il forno crematorio “ (nota 21).

Il Pubblico Ministero britannico al processo di Norimberga, Sir Harley Shawcross, nella sua arringa di chiusura dichiarò: “L’assassinio fu commesso come una specie di produzione di massa nelle camere a gas e nei forni “ di Buchenwald e di altri campi (nota 22).

In un libro pubblicato nel 1947, il parroco francese Georges Henocque, ex cappellano dell’Accademia Militare di Saint-Cyr, sostenne di aver visitato l’interno di una camera a gas a Buchenwald che descrisse in dettaglio. Questa particolare storia fu citata come un buon esempio del tipo di bugie olocaustiche che perfino personalità in vista sono capaci di inventare. (nota 23).

Un altro prete francese ed ex detenuto, Jean-Paul Renard, fece una simile affermazione circa il campo nel suo libro pubblicato subito dopo la guerra: “Vidi migliaia e migliaia di persone andare verso le docce. Invece che acqua scendevano su di loro gas asfissianti “.

Quando l’ex internato francese a Buchenwald Paul Rassinier fece notare al prete che non c’era alcuna camera a gas nel campo, Renard rispose: “va bene, ma era solo un modo di dire… E siccome queste cose esistevano da qualche parte, non è poi così importante “. (nota 24).

In un libro pubblicato nel 1948, lo scrittore ebreo ungherese Eugene Levai sostenne che i tedeschi avessero ucciso decine di migliaia di ebrei ungheresi a Buchenwald in camere a gas. (nota 25).

Anche un libretto ampiamente distribuito e redatto dalla Anti-Defamation League ebraica del B’nai B’rith riportava il racconto che la gente veniva gassata a Buchenwald. (nota 26).

Nel 1960 la storia delle gasazioni a Buchenwald fu ufficialmente definita una favola. In quell’anno, Martin Broszat dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco dichiarò specificatamente che nessuno fu gassato a Buchenwald (nota 27). Il Prof. A.S. Balachowsky, un membro dell’Institute de France dichiarò nel Novembre 1971: “Vorrei confermarvi che nessuna camera gas è mai esistita a Buchenwald “ (nota 28).

La scrittrice di olocausto Konnilyn Feig ammise nel suo libro intititolato I Campi della Morte di Hitler che a Buchenwald non c’era alcuna camera a gas. (nota 29). Oggi nessun storico serio afferma la storia delle gasazioni a Buchenwald.

QUANTI PERIRONO ?

Il numero delle persone che si stima abbiano perso la vita a Buchenwald mentre era sotto il controllo tedesco, varia tremendamente. Secondo l’ex detenuto Elie Diesel, il prolifico scrittore ebreo ed ex Premio Nobel per la Pace nel 1986, a Buchenwald venivano mandate a morte 10.000 persone al giorno (nota 30). Questa affermazione totalmente irresponsabile è purtroppo fin troppo tipica della retorica di quest’uomo che fu perfino scelto per condurre il direttivo ufficiale del Museo dell’Olocausto del governo americano.

L’edizione del 1980 del World Book Encyclopaedia  sostenne che più di 100.000 persone morirono in quel campo, (nota 31).

La Encyclopaedia Judaica indicò il numero di 56.549 (nota 32). Raul Hilberg, scrivendo nell’edizione del 1982 dell’Encyclopaedia Americana, affermò che più di 50.000 persone morirono nel complesso di Buchenwald (nota 33).

Il rapporto del controspionaggio dell’esercito americano del 24 Aprile 1945 (sopra citato) affermò che il numero totale di morti certificate era di 32.705 (nota 34). Un rapporto governativo americano del Giugno 1945 su Buchenwald indicava un totale di 33.462 vittime, delle quali, più di 20.000 perirono negli ultimi mesi caotici della guerra. (nota 35).

L’accreditato International Tracing Service (ITS) di Arolsen, una filiale della Croce Rossa Internazionale, affermò nel 1984 che il numero di morti documentate (di ebrei e non ebrei) a Buchenwald era di 20.761, più altri 7.463 nel campo di Dora (Mittelbau). (nota 36).

Mentre anche questi numeri ridotti sono ancora alti, è importante rendersi conto che la grande maggioranza di coloro che perirono a Buchenwald furono sfortunate vittime di una guerra catastrofica e non della politica tedesca. La maggioranza delle rimanenti vittime furono uccise su ordine dell’organizzazione comunista clandestina del campo. Diverse centinaia furono anche uccise dai bombardamenti alleati.

In un solo raid aereo contro una grossa fabbrica di munizioni vicino al campo principale, i bombardieri inglesi uccisero 750 persone, inclusi 400 detenuti. (nota 37).

ATROCITA’ AMERICANE E SOVIETICHE

In seguito all’occupazione americana di Buchenwald nell’Aprile del 1945, circa 80 fra guardie tedesche e funzionari del campo furono sommariamente giustiziati. I detenuti picchiarono brutalmente i tedeschi fino alla morte, talvolta con l’aiuto e l’incoraggiamento dei soldati americani (nota 38).

Fra i 20 e i 30 americani si davano allegramente il turno a picchiare a morte sei giovani tedeschi. (nota 39). Dei detenuti requisirono perfino delle jeep americane e si recarono nella vicina città di Weimar dove si diedero al saccheggio e uccisero a caso dei civili tedeschi. (nota 40).

Dopo la guerra la polizia segreta sovietica prese a condurre Buchenwald come campo di concentramento per “potenziali nemici di classe“ ed altri “probabili pericolosi“ civili tedeschi.

Nel Settembre del 1949,  più di 4 anni dalla fine del conflitto, vi erano ancora 14.300 detenuti nel “campo speciale”. (Quando Buchenwald era sotto il controllo tedesco, il numero dei prigionieri non raggiunse le 14.000 unità fino al Maggio del 1943). Le condizioni erano orribili. Perfino l’ufficiale sovietico responsabile dei campi di concentramento tedeschi, Generale Merkulov, denunciò la grave mancanza di ordine e pulizia, in particolare a Buchenwald. Almeno da 13.000 a 21.000 persone morirono nella Buchenwald gestita dai sovietici ma nessuno fu mai punito per i maltrattamenti o le morti in questo famigerato campo. (nota 41). Un ex detenuto descrisse così i suoi cinque anni di orribile reclusione, umiliazioni, interrogatori e annichilimento nel campo gestito dai russi:

Le persone non erano che numeri. La loro dignità veniva volutamente calpestata. Venivano fatti morire di fame senza pietà e consumati dalla tubercolosi fino a ridurli a scheletri. Il processo di annichilimento era sistematico ed era stato ben testato per decine di anni. Le grida e i gemiti di coloro che soffrivano mi risuonano ancora nelle orecchie tutte le volte che il passato mi riaffiora alla mente nelle notti insonni. Dovevamo guardare impotenti le persone mentre morivano, come creature sacrificate fino all’annichilimento”.

Molta gente senza nome cadde nella macchina distruttiva del NKVD (polizia segreta sovietica) dopo il crollo del 1945. Furono ammassati insieme come bestiame dopo la così detta “liberazione” e vegetarono in molti campi di concentramento. Molti furono sistematicamente torturati a morte.

Fu costruito un memoriale per i morti del campo di Buchenwald. Fu scelto un numero di fantasia per le vittime. Intenzionalmente sono state onorati solo i morti nel periodo 1937-1945. Come mai non vi è un monumento che ricorda i morti dal 1945 al 1950?  Nel periodo post-bellico furono scavate innumerevoli fosse comuni attorno al campo. (nota 42).

In un atto di stupefacente ipocrisia, i dirigenti comunisti della “ Repubblica Democratica Tedesca “ del dopoguerra trasformarono il campo di Buchenwald in una specie di santuario secolare. Ogni anno centinaia di migliaia di persone visitano i luoghi, completi di musei, torre campanaria, sculture monumentali e memoriali dedicati, abbastanza ironicamente, alle “vittime del fascismo” (nota 43).

Non c’è niente che ricordi ai visitatori le migliaia di tedeschi dimenticati che perirono miseramente durante gli anni del dopoguerra quando il campo era gestito dai sovietici.

La storia di Buchenwald, come la storia di  qualsiasi altro campo di concentramento tedesco in tempo di guerra, è un microcosmo nell’intero racconto dell’olocausto.

Il ritratto ampiamente accettato di Buchenwald, come quello di altri campi tedeschi, è in aspro contrasto con la verità poco conosciuta.

NOTE

  1. L’informazione di questa sezione proviene da due fonti: “Buchenwald” Enciclopedia Giudaica (New York e Gerusalemme, 1971), Vol. 4, pag. 1442, 1445; e rapporto del governo americano B-2833 del 18 Giugno 1945. Documento 2171-PS pubblicato nelle “red series”, Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) (Washington, DC: 1946-1948), Vol. 4, pag. 800-833.
  2. Rapporto dell’esercito americano del 25 Maggio 1945. Documento 2222-PS. Pubblicato nel   NC&A , Vol. 4, pag. 860-864 “ German-Born NASA Export “ , New York Times, 18 Ottobre 1984, pag. A1, A12: “Ex nazi Denies Role “, New York Times, 21 Ottobre 1984, pag. 8
  3. 2171-PS. NC&A, Vol. 4, pag. 800-833
  4. 2171-PS. NC&A, Vol. 4, pag. 832-833
  5. Testimonianza a Norimberga di Guenther Reinecke, 7 Agosto 1946. Pubblicata nel IMT “blue series “, processo ai maggiori criminali di guerra davanti al Tribunale Militare Internazionale (IMT) (Norimberga: 1947-1949), Vol. 20, pag. 438, 441,442; mandato di accusa delle SS contro Karl Koch, 11 Aprile 1944. Documento NO-2360.
  6. IMT, vol. 3, pag. 514-515; vol. 5, pag. 220-201; vol. 32, pag. 267-269
  7. “Clay Explains Cut in Ilse Koch Term“, New York Times, 24 Settembre 1948, pag. 3
  8. Intervista a Lucius D. Clay. Atti ufficiali della fondazione di ricerca Gorge C. Marshall. Trascrizione di un’intervista video-registrata mostrata alla conferenza “Occupazione americana in Europa dopo la seconda guerra mondiale“, 23-24 Aprile 1976 a Lexington, sponsorizzata dalla fondazione di ricerca Gorge C. Marshall, pag. 37-38 (sono grato a Robert Wolfe dell’Archivio Nazionale per aver portato l’intervista alla mia attenzione).
  9. Egon W. Fleck and Edward at Tenenbaum, Buchenwald. Un rapporto preliminare, esercito americano, 12° gruppo, 24 Aprile 1945. Archivio nazionale, Record Group 331, SHAEF, G-5, 17, 11, Racket 10, Box 151 (8929t163-8929/180). Sono grato a Timothy Mulligan della sezione militare dell’Archivio Nazionale per aver portato questo rapporto alla mia attenzione. Vedi anche: Donald B. Robinson “Atrocità comuniste a Buchenwald“, American Mercuri, Ottobre 1946, pag. 397-404 e Christopher Burney,  The Dungeon Democracy (New York 1946), pag. 21, 22-23, 28-29, 32, 33, 34, 44, 46, 49.
  10. Comitato Internazionale di Buchenwald (Berlino Est: congresso 1961)
  11. Ernst Federn, “ That German…”, Harper’s, Agosto 1948, pag. 106-107
  12. Christopher Burney, The Dungeon Democracy (New York 1946), pag. 109, 124, 128-130
  13. The Jewish Times (Baltimora). Menzionato nel “On the Holocaust“. The Gay Paper (Baltimore), Dicembre 1981, pag. 2
  14. John Mendelsohn; “Sources”, prologo (Washington, DC, Archivio Nazionale), Autunno 1983, pag. 180; Konnilyn G. Feig, I campi della morte di Hitler (New York 1981), pag. 96; testimonianza di K. Morgen, 7 Agosto 1946, IMT, Vol. 20, pag. 490; testimonianza dell’ex internato di Buchenwald Arnost Tauber a Norimberga “Processo alla I.G. Farben“, 12 Novembre 1947. Stampato in: Udo Walendy, Auschwitz nel processo IG Farben (1981), pag. 119; Roger Manvell e H. Fraenkel: Il crimine incomparabile (New York 1967), pag. 155; Il Campo di Buchenwald: il Rapporto di una delegazione parlamentare (Londra: HMSO, 1945) Pag. 4, 5
  15. “Rapporto ufficiale dell’esercito designa Buchenwald come centro di sterminio“, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A7
  16. Rapporto del Congresso degli Stati Uniti sui campi, Documento 159-L., IMT, Vol. 37, pag. 605-626 e Atto del Congresso (Senato), 15 Maggio 1945, pag. 457S-4582
  17. B. M. McKelway, “Buchenwald…”, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A1, A7
  18. B. M. McKelway, “Buchenwald….”, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A7; Affidavit di H. Wilhelm Hammann del 6 Marzo 1947, NO-2328 (Hammann fu detenuto dal 1938 all’Aprile 1945).
  19. E.W. Fleck and EA, Tenenbaum, Buchenwald: un rapporto preliminare, 24 Aprile 1945 (sopra citato), pag. 14, vedi anche la foto dei bambini ebrei detenuti a Buchenwald in: Robert Abzug, Inside the Vicious Heart (New York; Oxford 1985), pag. 148-149.
  20. S. Wiesenthal (lettera), Book and Bookmen (Londra), Aprile 1975, pag. 5
  21. Documento di Norimberga 274-F (RF-301). If, Vol. 37, pag. 148
  22. IMT, Vol. 19, pag. 434; NC&A, Suppl. Vol. A, pag. 61
  23. Georges Henocque, Les Autres de la Bate (Parigi: G. Duraissie, 1947), pag. 115 Facsimile ristampato e commento di Robert Faurisson, Memoria in Difesa (Parigi: 1980) Pag. 185-191
  24. Paul Rassinier, Sfatare il Mito del Genocidio (Torrance, CA,: The Noontide Press, 1978), pag.129-130
  25. Eugene Levai, Libro nero sul martirio dell’ebraismo ungherese (Zurigo: 1948), pag. 439
  26. Earl Raab, l’anatomia del nazismo (New York ADL, 1979). Il mito delle gasazioni di Buchenwald fu propagato ad arte: Francio Tomczuk, “Giorni di Ricordo“, rivista dell’American legion, Aprile 1985, pag. 23
  27. Die Zeit, 19 Agosto 1960, pag. 16
  28. Germane Tillion, Ravensbrueck (Garden City, New York: Anchor/Doubleday, 1975), pag. 231
  29. K. Feig, I campi della morte di Hitler, pag. 100
  30. Stefan Kanfer, “Autore, Maestro, Testimone“, Time-Magazine, 18 Marzo 1985, pag. 79
  31. “Buchenwald“, World Book Encyclopaedia (edizione 1980), Vol. 2, pag. 550
  32. “Buchenwald“ Encyclopaedia Giudaica, Vol. 4, pag. 1445
  33. R. Hilberg, “ Buchenwald”, Encyclopaedia Americana (edizione 1982), vol. 4, pag. 677
  34. E. Fleck e E. Tenenbaum, Buchenwald: un rapporto preliminare (sopra citato), pag. 18
  35. 2171-PS. NCLA, vol. 4, pag. 801
  36. Dichiarazione dell’addetto all’archiviazione di Arolsen Butterwerk, 16 Gennaio 1984. acsimile nel: Deutsche National-Zeitung (Monaco), Nr. 18, 27 Aprile 1984, pag. 10
  37. Campo di Buchenwald: Il rapporto di una delegazione parlamentare (Londra: HMSO, 1945), pag. 5; 2171-PS, NC1EA, Vol. 4, pag. 821
  38. Robert Abzug, Inside the vicious heart, pag. 49, 52
  39. Marguerite Higgins, la notizia è una cosa singolare (Doubleday, 1955), pag. 78-79
  40. Elie Wiesel, Legend of our Sune (New York Holt, Rinehart and Winston, 1968), pag. 140; Raul Hilberg, la distruzione dell’ebraismo europeo (New York, Holmes and Meier, 1985), pag. 987.
  41. “Fino al 1950: Buchenwald e Sachsenhausen“, America Woche (Chicago), 11 Maggio 1985, pag. 3, “Nel lager della morte dei sovietici“ D. National-Zeitung (Monaco), N° 47, 15 Novembre 1985, pag. 4; “I campi sovietici sono pieni, dice un giornale di Berlino“, New York Times, 10 Settembre 1949, pag. 6
  42. Lettera di E. Krombholz di Aschaffenburg, “Rapporto su quanto vissuto in un campo di Concentramento sovietico“ D. National-Zeitung (Monaco), N° 11, 9 Marzo 1984, pag. 10; vedi anche disegni sulle condizioni nella Buchenwald gestita dai sovietici fatti dall’ex internato Dr. Heinz Moller in: D. National-Zeitung (Monaco), N° 6, 3 Febbraio 1984, pag. 5
  43. “Campo di morte nazista…” (AP) Gazette-Telegraph (Colorado Springs, Co.), 1° Luglio 1984, pag. H12; “A Buchenwald….”, New York Times, 14 Aprile 1985, pag. 1, 29

Tratto dal JOURNAL OF HISTORICAL REVIEW, Inverno 1986 – 1987 (Vol. 7, N° 4), Pag. 405-417

LA DICHIARAZIONE DI GUERRA EBRAICA ALLA GERMANIA NAZISTA

lunedì, 27 luglio 2009

L’analisi dell’articolo che segue mostra, senza ombra di dubbio, qual è la portata del potere giudaico nel mondo odierno; un potere che è riuscito a mistificare completamente la storia, benchè scritta e dimostrabile. Un potere che ha trasformato la lecita difesa del popolo tedesco in una volontà omicida ai danni di un popolo oppresso… Un potere che ha creato dal nulla un “olocausto” su cui nessuno può osare esprimere dubbi senza finire all’ospedale, o in galera o addirittura al cimitero.

I fessi continuano a parlare del “folle” Hitler e della sua volontà di dominare il mondo mediante stermini e guerre… I furbi giudei, che sono arrivati a dominare il mondo ed ancora oggi promuovono stermini e carneficine in ogni parte del globo terrestre, se la ridono della stupidità altrui e continuano a mistificare.

Basterebbe solo leggere, informarsi, capire… Ma nella società della droga, delle discoteche, dei concerti rock e metal, dell’alcool che scorre a fiumi fra i giovani smidollati e del “Grande Fratello”, anche queste semplici passi non vengono più compiuti. Tutti felici e contenti di avere eliminato dal mondo il meglio per affidarsi a quanto di più repellente e stomachevole si possa immaginare.

Che dirvi? Godetevi la dittatura planetaria dei giudeo-massoni e dei Paesi che degnamente li rappresentano.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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Il Boicottaggio Economico del 1933

Articolo tratto dalla: The Barnes Review, Genn./Febbr. 2001, pag. 41-45 – Vol. 7


The Barnes Review (TBR)

645 Pennsylvania Ave SESuite 100

WASHINGTON D.C. 2003 (USA)

di: M. Raphael Johnson, Ph.D., assistente editore della TBR

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

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Molto tempo prima che il governo di Hitler iniziasse a restringere i diritti degli ebrei tedeschi, i dirigenti della comunità ebraica mondiale dichiararono formalmente guerra alla “Nuova Germania“ in un momento in cui il governo americano e perfino i leaders ebraici tedeschi chiedevano di essere cauti nel trattare col nuovo regime hitleriano.

Poche persone conoscono i fatti di quel singolare evento che contribuì allo scoppio di quella che viene conosciuta come la Seconda Guerra Mondiale e cioè la dichiarazione di guerra contro la Germania da parte dell’ebraismo internazionale appena dopo l’ascesa di Hitler al potere e ben prima che fossero attuate misure ritorsive o sanzioni contro gli ebrei da parte del governo tedesco.

L’edizione del DAILY EXPRESS di Londra del 24 Marzo 1933 spiegava come i dirigenti dell’ebraismo, insieme a potente interessi ebraici internazionali, avessero lanciato un boicottaggio della Germania con il preciso scopo di mettere in ginocchio la già precaria economia tedesca nella speranza di abbattere il nuovo regime di Hitler. Fu solo allora che la Germania rispose di conseguenza. Se vogliamo dire la verità, fu la dirigenza internazionale ebraica, e non il Terzo Reich, a sparare effettivamente il primo colpo nella Seconda Guerra Mondiale.

L’autorevole procuratore di New York Samuel Untermyer fu uno dei principali sobillatori nella guerra contro la Germania, descrivendo la campagna ebraica nient’altro che una “guerra santa“.

La guerra economica dichiarata alla Germania dalla dirigenza ebraica non solo portò a determinate ritorsioni da parte del governo tedesco ma mise le basi per un’alleanza politico-economica poco conosciuta fra il regime di Hitler e i leaders del movimento sionista che speravano che le tensioni fra i tedeschi e gli ebrei avrebbero portato ad una massiccia emigrazione verso la Palestina.

In breve, il risultato fu un’alleanza tattica fra i nazisti ed i fondatori dell’odierno stato di Israele. Un evento che molti oggi preferirebbero venisse dimenticato.

A tutt’oggi si crede in genere (in modo non corretto) che quando Adolf Hitler fu nominato cancelliere della Germania nel Gennaio del 1933, il governo tedesco diede il via a politiche per reprimere gli ebrei tedeschi, incluso il loro rastrellamento per essere chiusi in campi di concentramento e lanciare una campagna di terrore e violenza contro la locale popolazione ebraica.

Mentre vi furono in Germania sporadici episodi di violenza contro gli ebrei dopo che Hitler salì al potere, questi non furono né approvati né incoraggiati. La verità è che i sentimenti anti-ebraici in Germania (o in altre parti in Europa) non erano una novità. Come tutti gli storici ebraici affermano con fervore, disordini anti-semiti a vari livelli erano onnipresenti nella storia europea.

In ogni caso, agli inizi del 1933, Hitler non era il leader indiscusso della Germania e nemmeno aveva il totale comando delle forze armate. Hitler era una figura di rilievo in un governo di coalizione ma era ben lontano dall’essere lui stesso il governo in persona. Questo fu il risultato di un processo di consolidamento che si sarebbe verificato più tardi.

Persino l’Associazione Centrale Ebraica tedesca, conosciuta come Verein, contestò l’affermazione (fatta da alcuni leaders ebraici al di fuori della Germania) che il nuovo governo avrebbe deliberatamente provocato insurrezioni anti-ebraiche.

Il Verein emise un comunicato nel quale affermava che “Le autorità responsabili di governo (cioè il regime di Hitler) sono inconsapevoli della minacciosa situazione“, dicendo inoltre: “Non crediamo che i cittadini tedeschi nostri amici si lasceranno coinvolgere nel commettere eccessi contro gli ebrei “.

Nonostante ciò, i dirigenti ebraici negli Stati Uniti e in Gran Bretagna determinarono che era necessario lanciare una guerra contro il governo di Hitler.

Il 12 Marzo 1933 il Congresso Ebraico Americano annunciò una protesta di massa al Madison Square Garden per il 27 Marzo. A quell’epoca il comandante in capo dei veterani di guerra ebrei chiese un boicottaggio americano delle merci tedesche. Nel frattempo, il 23 Marzo, 20.000 ebrei protestarono nella New York’s City Hall mentre altre proteste furono inscenate fuori dalle linee navali della North German Lloyd e della Hamburg-American Shipping Co.

Boicottaggi economici ebbero luogo contro le merci tedesche in vendita nei negozi di New York City.

Secondo il DAILY EXPRESS di Londra del 24 Marzo 1933, gli ebrei avevano già lanciato il loro boicottaggio contro la Germania ed il suo governo eletto. Il titolo recitava: “Judea Declares War on Germany – Jews of All the World Unite – Boycott of German Goods – Mass Demonstrations“ (il giudaismo dichiara Guerra alla Germania – ebrei di tutto il mondo unitevi – boicottaggio delle merci tedesche – dimostrazioni di massa).

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L’articolo descriveva una prossima “guerra santa” e continuava implorando gli ebrei di ogni parte di boicottare le merci tedesche ed intraprendere dimostrazioni di massa contro gli interessi economici tedeschi. Secondo il DAILY EXPRESS:

Tutto l’Israele sparso nel mondo si sta unendo per dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. La comparsa della svastica come simbolo della nuova Germania ha fatto tornare in vita il vecchio simbolo di guerra di Giuda. Quattordici milioni di ebrei sparsi in tutto il mondo sono raccolti insieme come in un’unica persona per dichiarare guerra contro i persecutori tedeschi e i loro discepoli.

Il commerciante ebreo lascerà la sua casa, il banchiere la sua borsa valori, il mercante i suoi affari ed il mendicante il suo umile cappello per unirsi nella guerra santa contro il popolo di Hitler.

Il quotidiano diceva che la Germania “stava ora affrontando un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria. A Londra, new York, Parigi e Varsavia, gli uomini d’affari ebrei sono uniti per proseguire la crociata economica“.

L’articolo diceva: “si stanno facendo preparativi a livello mondiale per organizzare dimostrazioni di massa“ e inoltre riportava: “la vecchia e riunita nazione d’Israele si affianca alle nuove e moderne armi per vincere la sua antica battaglia contro i suoi persecutori“.

Ciò può essere veramente considerato come “il primo colpo sparato nella Seconda Guerra Mondiale“.

In uno stato d’animo simile, il giornale ebraico NATSCHA RETSCH scrisse:

“La guerra contro la Germania verrà intrapresa da tutte le comunità, conferenze e congressi ebraici, da ogni singolo individuo ebreo. In tal modo la guerra contro la Germania ravviverà e promuoverà i nostri interessi che richiedono che la Germania venga completamente distrutta.

Il pericolo per noi ebrei risiede in tutto il popolo tedesco, sia come nazione che come singoli individui. Esso deve essere reso inoffensivo per sempre. In questa guerra noi ebrei dobbiamo partecipare e ciò con tutta la forza e la potenza che abbiamo a nostra disposizione”.

E’ degno di nota comunque il fatto che l’Associazione Sionista di Germania emanò un telegramma il 26 Marzo 1933 rifiutando molte delle affermazioni fatte contro i nazionalsocialisti definendole “propaganda”, “menzognere” e “sensazionali”.

Infatti la fazione sionista aveva tutte le ragioni per assicurare il mantenimento dell’ideologia nazionalsocialista in Germania. Klaus Polkehn, scrivendo nel Journal of Palesatine Studies (I Contatti Segreti: Sionismo e Germania Nazista, 1933-1941; JPS v. ¾, primavera/estate 1976), sostiene che l’atteggiamento moderato dei sionisti era dovuto al loro interesse acquisito nel vedere la vittoria finanziaria del nazionalsocialismo da obbligare l’immigrazione in Palestina. Questo fatto poco conosciuto avrebbe finalmente giocato un ruolo importantissimo nelle relazioni fra la Germania nazista e gli ebrei.

Nel frattempo il Ministro degli Esteri Konstantin von Neurath si lamentava della “campagna di diffamazione“ e disse:

“Per quanto concerne gli ebrei, posso solo dire che i loro propagandisti all’estero non stanno facendo alcun favore ai loro correligionari in Germania dando al pubblico tedesco, tramite le loro distorte e menzognere notizie circa le persecuzioni e le torture nei confronti degli ebrei, l’impressione di non fermarsi davanti a niente, nemmeno alle bugie e alle calunnie, per combattere l’attuale governo tedesco”.

Il novello governo di Hitler stava tentando di contenere la crescente tensione, sia all’interno della Germania che al di fuori. Negli Stati Uniti perfino il Segretario di Stato Cordell Hull telegrafò al Rabbino Stephen Wise del Congresso Ebraico Americano chiedendo prudenza:

“Mentre ci fu per un breve tempo un maltrattamento fisico degli ebrei, questa fase può essere considerata terminata a tutti gli effetti. Una stabilizzazione sembra essere stata raggiunta nell’ambito del maltrattamento personale. Voglio sperare che la situazione che ha causato così tanta preoccupazione diffusa in questo paese, ritorni presto normale”.

Nonostante ciò, i dirigenti della comunità ebraica si rifiutarono di rallentare. Il 27 Marzo vi furono marce di protesta simultanee al Madison Square Garden, a Chicago, Boston, Philadelphia, Baltimora, Cleveland ed in 70 altre località. La protesta di New York fu trasmessa in tutto il mondo.

La sostanza fu che la “Nuova Germania“ venne dichiarata essere una nemica degli interessi ebraici e quindi bisognava strangolarla economicamente.

Questo fu PRIMA che Hitler decidesse di boicottare le merci ebraiche.

Fu proprio in risposta a ciò che il governo tedesco annunciò il boicottaggio di un giorno dei negozi tedeschi in Germania il 1° Aprile 1933

Il Ministro della Propaganda tedesco Dr. Joseph Goebbels affermò che, trascorso il giorno di boicottaggio, se non vi fossero stati ulteriori attacchi alla Germania, questo sarebbe stato sospeso.

Hitler stesso replicò al boicottaggio ebraico e alle minacce in un discorso del 28 Marzo 1933, quattro giorni dopo la dichiarazione di guerra economica da parte dell’ebraismo mondiale, con queste parole:

“Ora che i locali nemici della nazione sono stati eliminati dal Volk (popolo) stesso, ciò che abbiamo atteso a lungo non finirà. I criminali marxisti e comunisti assieme ai loro istigatori ebraico-intellettuali, che hanno portato con se i loro capitali oltre confine al momento giusto, stanno scatenando una campagna di agitazioni sediziosa e senza scrupoli contro il popolo tedesco nel suo insieme. Menzogne e diffamazioni di una perversità da fare accapponare la pelle vengono lanciate contro la Germania. Storie orribili di corpi smembrati di ebrei, occhi strappati dalle orbite e mani amputate stanno circolando col preciso scopo di diffamare il popolo tedesco nel mondo per la seconda volta, proprio come riuscirono a fare nel 1914”.

Questo avvenimento, e cioè che l’ordine di Hitler del 28 Marzo 1933 di boicottaggio fu una diretta risposta alla dichiarazione di guerra economica alla Germania, da parte della dirigenza ebraica mondiale, fu sapientemente omesso dalla storia. Infatti l’ordine di Hitler viene oggi descritto come un puro atto di aggressione ma le circostanze che lo hanno provocato vengono raramente descritte.

Nemmeno Saul Friedlander nella sua estesa panoramica della politica tedesca Nazi Germany and the Jews (La Germania Nazista e gli Ebrei), menziona il fatto che la dichiarazione di guerra ebraica ed il relativo boicottaggio di merci tedesche precedette il discorso di Hitler del 28 Marzo 1933.

I lettori più acuti saranno propensi a chiedere perché Friedlander  considerasse questo capitolo storico così irrilevante.

Il fatto era che si trattava dell’ebraismo organizzato come entità politica, e non la comunità ebraica tedesca in se stessa, a sparare il primo colpo nella guerra con la Germania.

La replica tedesca fu difensiva e non offensiva. Se questo fatto fosse ampiamente noto oggi, getterebbe una nuova luce su quei successivi avvenimenti che portarono allo scoppio del conflitto mondiale che seguì.

Per capire la reazione di Hitler alla dichiarazione di guerra ebraica, è vitale comprendere lo stato critico in cui versava a quel tempo l’economia tedesca.

Nel 1933 l’economia tedesca era a soqquadro. Tre milioni di tedeschi erano assistiti dallo stato e vi erano sei milioni di disoccupati. L’iper-inflazione aveva distrutto la vitalità economica della nazione tedesca. Inoltre la propaganda anti-tedesca che imperversava sulla stampa mondiale rafforzò i propositi dei nemici della Germania, specialmente i polacchi ed il loro aggressivo alto comando militare.

I leaders ebraici non stavano bluffando. Il boicottaggio era un atto di guerra non solo in senso metaforico: era un mezzo, ben congegnato, per distruggere la Germania come entità economica, sociale e politica. Lo scopo del boicottaggio ebraico a lungo termine contro la Germania era di portarla alla bancarotta con riguardo alle riparazioni di guerra impostele  dopo la Prima Guerra Mondiale e mantenere la Germania demilitarizzata e vulnerabile.

Tale boicottaggio, infatti, fu rovinoso per lo stato tedesco. Studiosi ebraici, come Edwin Black, riportarono che, in risposta al boicottaggio, le esportazioni tedesche furono ridotte del 10% e molti chiedevano il congelamento dei beni tedeschi all’estero (Edwin Black, L’Accordo di Trasferimento – La Storia non raccontata del Patto Segreto fra il Terzo Reich e la Palestina Ebraica, New York, 1984).

Gli attacchi alla Germania non cessarono. La dirigenza mondiale ebraica divenne sempre più aggressiva ed iniziò a smaniare.

Una Conferenza Internazionale del Boicottaggio Ebraico si tenne ad Amsterdam per coordinare la campagna in corso. Venne tenuta sotto gli auspici della Federazione Mondiale Economica Ebraica, della quale fu eletto presidente Samuel Untermyer, il famoso procuratore di new York City e per lungo tempo mediatore del potere politico.

Al suo ritorno negli Stati Uniti, alla vigilia della conferenza, Untermyer rilasciò un discorso alla Radio WABC di new York, una trascrizione del quale fu pubblicato sul The New York Times il 7 Agosto 1933.

L’infiammante oratoria di Untermyer chiamava ad una “guerra sacra” contro la Germania, asserendo che la Germania era impegnata in un progetto per “sterminare gli ebrei“.

Ecco quanto disse, in parte:

“La Germania, da una nazione di cultura, è stata trasformata in un vero e proprio inferno di bestie crudeli e selvagge. E’ perché lo dobbiamo non solo alla nostra progenie perseguitata ma al mondo intero che bisogna colpire in modo tale da liberare l’umanità dal ripetersi di questa incredibile tragedia.

Ora o mai più le nazioni del mondo devono fare causa comune contro il massacro, la fame, l’annientamento, le demoniache torture, la crudeltà e le persecuzioni che vengono inflitte giorno dopo giorno su questi uomini, donne e bambini.

Quando il tutto verrà alla luce. Il mondo avrà davanti un quadro così tremendo nella sua barbara crudeltà che l’inferno della guerra e le presunte atrocità belghe impallidiranno se paragonate a questa campagna diabolica, deliberata, pianificata a sangue freddo e già in parte eseguita per lo sterminio di un popolo fiero, gentile, leale e rispettoso delle leggi.

Gli ebrei sono gli aristocratici del mondo. Da tempo immemorabile essi vengono perseguitati ed hanno visto i loro persecutori andare e venire. Solo loro sono sopravissuti.

E così la storia si ripete, ma ciò non fornisce una ragione perché noi si debba permettere il ritorno all’età buia di quella che una volta era una grande nazione o evitare di salvare queste 600.000 anime dalle torture dell’inferno.

Ciò che proponiamo, ed in tal senso siamo già andati avanti, è di perseguire un puro boicottaggio economico difensivo che mini il regime hitleriano riportando il popolo tedesco alla ragione, distruggendo le loro esportazioni dalle quali dipende la loro esistenza.

Questo è ciò che proponiamo e stiamo già organizzando l’opinione mondiale ad esprimersi nel solo modo in cui la Germania può essere portata alla ragione”.

Untermyer raccontò poi ai suoi ascoltatori una storia totalmente fraudolenta sulle circostanze del boicottaggio tedesco e come ebbe origine. Egli proclamò che i tedeschi stavano procedendo verso un piano per “sterminare gli ebrei“:

“Il regime di Hitler si è instaurato e sta perseguendo il suo boicottaggio per sterminare gli ebrei affiggendo manifesti sui negozi ebraici, mettendo in guardia i tedeschi dal commerciare con loro, mettendo in prigione i negozianti ebrei e facendoli camminare a centinaia per le strade sotto lo sguardo delle truppe naziste per il solo crimine di essere ebrei, espellendoli dalle professioni svolte nelle quali molti di loro hanno raggiunto posti di rimordine, escludendo i loro figli dalle scuole, gli uomini dai sindacati di categoria, chiudendo loro in faccia ogni via di sviluppo, chiudendoli in campi di concentramento, facendoli morire di fame, torturandoli senza motivo, usando ogni tipo di tortura inumana oltre ogni concezione, fino a suicidio sopravenuto come unico mezzo di fuga, tutto questo perché sono o i loro avi erano ebrei e col solo scopo di sterminarli”.

Untermyer concluse il suo discorso ampiamente menzognero ed isterico dichiarando che con l’aiuto degli “amici cristiani….pianteremo l’ultimo chiodo nella bara dell’integralismo e del fanatismo…”

Che queste affermazioni contro la Germania fossero state fatte ben prima dell’affermazione circa le camere a gas o del piano per “sterminare” gli ebrei da parte di storici ebraici, la dice lunga sulla natura della campagna di propaganda scatenata contro la Germania.

Tuttavia in questo stesso periodo si videro strani sviluppi prendere forma: la primavera del 1933 fu anche testimone dell’inizio di un periodo di collaborazione fra il governo tedesco ed il movimento sionista in Germania e Palestina per aumentare il flusso di immigranti e capitali ebraico-tedeschi verso la Palestina.

Gli odierni sostenitori dell’Israele sionista e molti storici sono riusciti a mantenere il patto germano-sionista segreto nei confronti del pubblico per decenni e mentre la maggior parte degli americani non ha la minima idea che ci possa essere stata una cooperazione fra la dirigenza nazista ed i fondatori di quello che poi divenne lo stato di Israele, la verità ha cominciato ad emergere.

Il libro dello scrittore dissidente ebreo Zionism in the Age of the Dictators (il Sionismo nell’Era dei Dittatori), pubblicato da una piccola casa editrice e che non ricevette la pubblicità che meritava dai media di “regime” (ossessionati dall’epoca dell’Olocausto), è stato forse lo sforzo maggiore per spiegare questo evento.

In risposta a Brennar e ad altri, la reazione sionista di solito consisteva nel dichiarare che la loro collaborazione con la Germania nazista fu intrapresa col solo scopo di salvare la vita degli ebrei.

Ma la collaborazione fu molto di più perché avvenne in un momento quando molti ebrei ed organizzazioni ebraiche chiedevano il boicottaggio della Germania.

Per i dirigenti sionisti, la presa di potere di Hitler tendeva la mano alla possibilità di far affluire immigrati in Palestina. In precedenza, la maggioranza degli ebrei tedeschi, che si identificavano come tedeschi, avevano poca simpatia per la causa sionista di voler promuovere la raccolta dell’ebraismo mondiale in Palestina. Ma i sionisti si accorgevano che solo l’antisemitismo di Hitler avrebbe spinto gli ebrei tedeschi anti-sionisti nelle braccia del sionismo.

Nel lamentare oggi il così detto “Olocausto” da parte dei sostenitori di Israele (per non parlare degli israeliani stessi), essi tralasciano di menzionare che nel rendere la situazione in Germania difficile per gli ebrei, in collaborazione col nazional-socialismo, faceva parte del piano.

Questa fu la genesi del cosiddetto Accordo di Trasferimento, cioè l’accordo fra gli ebrei sionisti ed il governo nazional-socialista per trasferire l’ebraismo tedesco in Palestina.

Secondo lo storico ebreo Walter Laqueur e molti altri, gli ebrei tedeschi erano ben lontani dall’essere convinti che l’emigrazione verso la Palestina fosse una soluzione. Inoltre, nonostante la maggior parte degli ebrei tedeschi si rifiutava di considerare i sionisti come loro leaders politici, è chiaro che Hitler proteggeva e cooperava coi sionisti allo scopo di implementare la soluzione finale: il trasferimento in massa degli ebrei verso il Medio Oriente.

Edwin Black, nel suo volume The Transfer Agreement (L’Accordo di Trasferimento), Macmillan 1984, affermava che sebbene la maggior parte degli ebrei non voleva affatto emigrare in Palestina, in virtù dell’influenza del movimento sionista all’interno della Germania nazista, la migliore possibilità per un ebreo di lasciare la Germania era quella di andare in Palestina. In altre parole, l’Accordo di Trasferimento decretava che i capitali ebraici potevano solamente andare verso la Palestina.

Quindi, secondo i sionisti, un ebreo poteva lasciare la Germania solo se andava verso levante.

La difficoltà principale dell’Accordo di Trasferimento (o addirittura l’idea di un accordo del genere) era rappresentata dagli inglesi (mandatari delle Nazioni Unite sul protettorato di Palestina) i quali chiedevano, come condizione dell’immigrazione,  che ogni immigrato pagasse 1.000 Sterline al suo arrivo ad Haifa o altrove. La difficoltà era che tale valuta era quasi impossibile da ottenere in contanti in una Germania inflazionata e senza liquidità.

Laqueur scrive:

“Un’importante banca tedesca congelerebbe i fondi pagati dagli immigrati in conti bloccati per esportatori tedeschi, mentre una banca in Palestina controllerebbe la vendita di merci tedesche in Palestina, mettendo così a disposizione degli immigrati la necessaria valuta straniera in loco. Sam Cohen, co-proprietario della Hanoaiah Ltd. e iniziatore del progetto di trasferimento, fu tuttavia oggetto di lunghe obiezioni da parte della sua gente e alla fine dovette convenire che un tale accordo di trasferimento poteva essere concluso solo ad un livello molto più alto con una banca in proprio anziché con una compagnia privata.

La rinomata Anglo-Palestine Bank a Londra venne chiamata a far parte del progetto di trasferimento e venne creata una fiduciaria per questo fine”.

Tutto ciò è di vitale importanza nel trattare i rapporti fra il sionismo ed il nazional-socialismo in Germania negli anni 30. I rapporti non erano solo di comune interesse e di favoritismo politico da parte di Hitler, ma una stretta relazione finanziaria con le famiglie bancarie tedesche ed istituzioni finanziarie.

Black scrive:

“Per i sionisti era importante sovvertire il boicottaggio anti-nazista. Il sionismo aveva bisogno di trasferire i capitali degli ebrei tedeschi e le merci erano il solo mezzo disponibile. Ma presto i dirigenti sionisti compresero che il successo della futura economia ebraico-palestinese sarebbe stata intimamente legata alla sopravvivenza dell’economia tedesca. La dirigenza sionista fu quindi costretta ad andare oltre. L’economia tedesca avrebbe dovuto essere salvaguardata, stabilizzata e, se necessario, rinforzata. E fu così che il partito nazista e gli organizzatori sionisti condivisero lo stesso obiettivo di far riprendere l’economia tedesca”.

Si poté notare una spaccatura nell’ebraismo mondiale attorno al 1933 e oltre. Innanzitutto c’erano gli ebrei non sionisti (in particolare il Congresso Mondiale Ebraico fondato nel 1933), i quali, da una parte, chiedevano il boicottaggio e l’eventuale distruzione della Germania.

Black evidenzia che molte di queste persone non erano solo a New York e ad Amsterdam ma in buona parte venivano dalla Palestina stessa.

Dall’altra, invece, si può notare l’uso ragionevole di questi sentimenti da parte dei sionisti nella ricerca di un eventuale re-insediamento in Palestina. In altre parole, possiamo dire (Black non ne fa accenno) che il sionismo crede che, siccome gli ebrei si sarebbero diretti verso levante, sarebbe stato necessario un flusso di capitali per far funzionare una nuova economia.

Il risultato fu il convincimento che il sionismo avrebbe dovuto allearsi col nazional-socialismo, così il governo tedesco non avrebbe impedito il flusso di capitali ebraici fuori dal paese.

Ciò servì agli interessi sionisti nel momento in cui gli ebrei alzavano la voce con le loro denunce circa le pratiche messe in atto dai tedeschi contro di essi per spedirli verso levante, ma, dall’altra parte, Laqueur afferma che “i sionisti divennero motivati a non compromettere l’economia o la valuta tedesca“.

In altre parole, la dirigenza sionista della diaspora ebraica era una dirigenza di sotterfugio e subdola e che solo con l’avvento dell’ostilità tedesca verso l’ebraismo convinse gli ebrei del mondo che l’immigrazione era la sola via d’uscita.

Il fatto è che la fondazione dello stato di Israele non è che una frode. I sionisti non rappresentavano che una piccola minoranza degli ebrei tedeschi nel 1933.

D’altro canto, i padri sionisti d’Israele vollero forti denunce circa le “crudeltà” tedesche nei confronti degli ebrei, mentre allo stesso tempo chiedevano moderazione così il governo nazional-socialista sarebbe rimasto stabile finanziariamente e politicamente. Così il sionismo boicottò il boicottaggio.

Ad ogni buon conto, il governo nazional-socialista fu la cosa migliore che potesse capitare nella storia del sionismo poiché “provò” a molti ebrei che gli europei erano irrimediabilmente anti-ebraici e che la Palestina era l’unica soluzione. Il sionismo arrivò a rappresentare la stragrande maggioranza degli ebrei solamente con l’imbroglio e la cooperazione con Adolf Hitler.

Per i sionisti, sia le denunce delle politiche tedesche verso gli ebrei (per mantenere gli ebrei impauriti), sia il rinvigorimento dell’economia tedesca (per raggiungere l’insediamento finale), erano prioritari per il loro movimento. Ironicamente, oggi i leaders sionisti di Israele si lamentano amaramente dell’orribile ed inumano regime nazional-socialista. Così la frode continua.

SHOAH, FILM DI CLAUDE LANZMANN (verso un tracollo del business della Shoah)

lunedì, 20 luglio 2009

Notate la data dell’articolo che segue: 1987… Sono passati 22 anni. Chi ha mai sentito parlare di questa umiliante stroncatura dell’ennesima bufala olocaustica?

Intanto, nel corso degli anni e dei silenzi sulle obiezioni revisioniste, sono stati prodotti altri polpettoni olocaustici librari e cinematografici, sono stati incarcerati ed aggrediti centinaia di revisionisti di tutto il mondo, sono state varate in molti paesi che si dicono “democratici” Leggi liberticide che mandano in galera i seri ricercatori storici…

Godetevi il potere di Giuda, se vi soddisfa così tanto!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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Articolo del Prof. Robert FAURISSON – 18 giugno 1987

“Shoah“ è una parola ebraica che significa: catastrofe. Essa è diventata un sinonimo di sterminio, di genocidio, di olocausto. Serve come titolo ad un interminabile film di Claude Lanzmann.

Marek Edelmann, uno dei vecchi dirigenti del sollevamento, nel 1943, del Ghetto di Varsavia, ha qualificato questo film come “noioso”, “poco interessante” e “mal riuscito” (1).

Nonostante una mobilizzazione generale dei media a suo favore, i francesi, ivi compresa la comunità ebraica nel suo insieme, hanno decisamente disertato questo macigno.

Come ultima risorsa, la segretaria generale del premio della Fondazione dell’ebraismo francese, attribuito al film Shoah, ha dichiarato: “Finirò con una esortazione, una supplica. Andate a vedere questo film, chiedete a quelli che vi circondano di andarlo a vedere“ (2).

François Mitterand ha appoggiato il film, così come Giovanni Paolo II e altri grandi del mondo.

Le reti televisive hanno resistito per lungo tempo alle pressioni ma eccole che stanno cedendo: la gigantesca pizza verrà trasmessa. Durata: circa nove ore e mezzo.

Lanzmann vuole farci credere che le camere a gas omicide e lo sterminio degli ebrei sono realmente esistiti, Ora, ciò che il suo film dimostra, è che non ci sono né prove, né testimoni e che, come lo dimostrano i revisionisti, queste camere e questo sterminio sono un solo ed unico mito.

D’altronde, se si fosse trattato di una verità, ci si affretterebbe a dimostrarcelo in una trasmissione speciale su tutte le reti televisive, di sera, alle ore 20.30, con dei documenti e non con Shoah.

La verità è che Hitler ha trattato gli ebrei come nemici dichiarati, ha voluto cacciarli dall’Europa, ne ha messi un grande numero in campi di lavoro o di concentramento.

Alcuni di questi campi avevano dei forni crematori per l’incenerimento dei cadaveri. Nessuno aveva camere a gas omicide. L’esistenza di questi pretesi macelli a gas fa  a pugni con delle impossibilità di ordine fisico, chimico, topografico, architettonico, documentale. La sorte degli ebrei fu banalmente atroce. Ma pensiamo anche ai bambini tedeschi uccisi o mutilati al fosforo o ancora, dal 1945 al 1947, massacrati durante il loro “trasferimento” dall’Est all’Ovest!

Né ordine, né piano, né budget

Lanzmann conosceva perfettamente la fragilità della tesi sterminazionista e la solidità degli argomenti revisionisti. Ecco una colossale impresa di sterminio della quale non si trova traccia né di un ordine, né di un progetto, né di un budget! Quanto all’arma specifica di questo crimine specifico, questa è semplicemente scomparsa!  Perfino il Nouvel Observateur ha fatto eco per il grande pubblico della testimonianza degli specialisti: “Non esiste alcuna fotografia di camere a gas“ (3); ciò significa che quello che si continua a mostrare ai turisti in materia di camere a gas a Strutthof, a Mauthausen, a Hatheim, a Dachau, a Majdanek, a Auschwitz, non è altro che un tranello per gonzi. Lanzmann ha partecipato al famoso dibattito della Sorbona (29 Giugno – 2 Luglio 1982) dove queste  crudeli evidenze erano improvvisamente apparse ai due organizzatori, Raymond Aron e François Furet. Egli si sentì rafforzato dalla sua convinzione: in assenza di prove e di documenti, avrebbe ribattuto ai revisionisti con un film incantatorio e dei montaggi di “testimonianze”.

E perché no?

Fare questo film con niente

E’ qui che Lanzmann ha filmato, fino alla nausea, dei binari ferroviari, delle pietre o dei paesaggi; egli accompagna queste immagini lancinanti con un commento pesantemente lirico e dei giochi di telecamera destinati a “evocare” deportazioni e gasazioni. Lui stesso nel suo pathos dice: “A forza di filmare queste pietre a Treblinka, in tutte le angolature, esse hanno iniziato a parlare“ (4).

Afferma, senza prove, che i nazisti hanno cancellato le tracce del loro gigantesco crimine.

Dichiara: “Bisognava fare questo film con niente, senza documenti d’archivio, inventare tutto“ (5) o ancora: “Si trattava quindi di fare un film con delle tracce di tracce delle tracce. Con il niente non si arriva a niente“ (6).  “Non una sola immagine d’archivio“, esclama J-F. Held (7).

“Questo film è una fantastica ripetizione“ (8). Per Glucksmann, “La forza di questo film è di mostrare non ciò che è successo, se ne guarda bene, ma la possibilità di ciò che è successo“ (9).

In questo modo il cineasta fra credere allo spettatore ciò che vuole.

Le immaginazioni non chiedono altro che mettersi in movimento. Succede che il risultato supera ogni speranza. Fiero della sua arte di persuadere, Lanzmann dichiarava ad un giornale americano: “Un uomo mi ha scritto, dopo aver visto questo film, che era la prima volta che sentiva il grido di un bambino in una camera a gas. Forse perché la sua immaginazione era stata messa in movimento“ (10). Nel campo principale di Auschwitz, Lanzmann ha filmato il crematorio dove si mostra ai turisti, da una parte la stanza dei forni e, dall’altra, una camera adiacente, battezzata camera a gas (in realtà una camera mortuaria). Ora, la sua cinepresa si mantiene nella prima stanza; qui vi moltiplica le piroette e le giravolte così bene che la brusca ed infinitesimale apparizione della pretesa camera a gas, quasi nell’oscurità, non può essere svelata che dall’occhio dello specialista. Lo spettatore ignaro può credere che Lanzmann gli abbia chiaramente mostrato una camera a gas.

E’ una sbruffonata pura. Quanto a Lanzmann, egli può indifferentemente sostenere di aver mostrato o di non aver mostrato questa “vera” o questa “falsa” camera a gas. Tutto è in conformità.

Il film Shoah si apre con una menzogna per omissione. Nella lista di coloro che hanno reso possibile, sul piano finanziario, la realizzazione di questo film, Lanzmann si guarda bene dall’indicare il primo dei suoi contribuenti: lo Stato di Israele; Menachem Begin in persona aveva iniziato sbloccando 85.000 Dollari per ciò che lui chiamava “Un progetto di interesse nazionale ebraico” (11). Lanzmann ha utilizzato frodi materiali e verbali di ogni tipo per trarre in inganno sia certe persone intervistate, sia lo spettatore. Dai suoi “testimoni” tedeschi, si è talvolta presentato “A nome di un istituto desideroso di ristabilire la verità sul preteso genocidio degli ebrei europei. Il denaro ha fatto decidere gli incerti“ (12). Sembra che abbia usurpato un titolo di “dottore” e utilizzato il nome di “Dr. Sorel” nei confronti del “testimone” Walter Stier. Il suo “testimone” numero uno è il barbiere Abraham Bomba; in una scena “urlante di verità”, si vede Bomba lavorare nel suo negozio e ripetere sulla chioma di un cliente i gesti che faceva, sembra, per tagliare “nella camera a gas di Treblinka” i capelli delle vittime. Altra sbruffonata: Bomba era barbiere a New York, era andato in pensione in Israele ed è la che Lanzmann aveva affittato un negozio e provveduto a tutta una messa in scena d’accordo con Bomba (13).

Una sala da barbiere in una camera a gas

E ora veniamo ai “testimoni” del film Shoah. Non si tratta di testimoni in senso giuridico del termine. Nessuna “testimonianza” fu verificata o controllata. Nessun “testimone” fu contro-interrogato. Nessuna “testimonianza” sembra essere stata data nella sua forma integrale e su 350 ore di girate cinematografiche, Lanzmann non ha comunque selezionato che nove ore e mezzo.

Le “testimonianze” sono, inoltre, sistematicamente troncate e ci vengono trasmesse a frammenti, su fondo di immagini arbitrariamente scelte per mettere lo spettatore a suo agio.

La testimonianza che ha attirato, prima di ogni altra, l’attenzione dei promotori di Shoah è quella di Abraham Bomba. Questi ventila impossibilità materiali e punti oscuri. Bomba ci vuol far credere che lavorava a Treblinka in una stanza che era sia addetta a barberia che a camera a gas! La stanza era di quattro metri per quattro. In questo spazio esiguo, aveva, dice lui, sedici o diciassette barbieri e dei tavoli; sessanta o settanta donne nude entravano con un numero indefinito di bambini, affinché il totale di questo gruppo avesse i capelli tagliati, bastavano circa otto minuti; nessuno usciva dalla stanza; entravano allora settanta o ottanta donne con, nuovamente, un numero indefinito di bambini; per questo nuovo gruppo le operazioni di taglio duravano circa dieci minuti. Quindi il totale dei presenti ammontava a 146/167, senza contare i bambini e lo spazio occupato dai tavoli. E’ una cosa puramente senza senso. I barbieri compressi in quel modo lavoravano senza sosta; lasciavano la stanza, di tanto in tanto, per solo cinque minuti: giusto il tempo necessario per la gasazione delle vittime, togliere i cadaveri e pulire la stanza: dopodichè “tutto era pulito”.

Non ci viene detto che tipo di gas veniva utilizzato e da dove esso proveniva. E poi come si procedeva a disperdere il gas dopo l’operazione? Lanzmann non pone queste domande. Ci vorrebbe un gas folgorante, senza aderenza alle superfici e senza residui sui corpi da movimentare. Bomba è un mitomane che si è probabilmente ispirato alla pagina 191 di TREBLINKA di J.F. Steiner, un libro che fu denunciato anche da P. Vidal-Naquet come un’immonda invenzione (14) e che è stato redatto, almeno in parte, dal romanziere Gilles Perrault (15).

Il “testimone” Rudolf Vrba è all’origine del mito di Auschwitz. Internato a Birkenau nelle migliori condizioni (disponeva di una stanza personale), egli ha raccontato di Auschwitz, a partire dall’Aprile 1944, un numero tale di idiozie che nel Gennaio 1985 al processo Zuendel a Toronto gli è capitata un’umiliante disavventura: il procuratore che aveva richiesto la sua testimonianza contro un revisionista, aveva bruscamente rinunciato ad interrogarlo in seguito, da tanto era evidente che Vrba era un bugiardo matricolato. Aveva totalmente inventato fatti e numeri. In particolare sosteneva di aver contato personalmente 150.000 ebrei francesi gasati in 24 mesi a Birkenau; ora, per tutta la durata della guerra, Klarsfeld aveva dimostrato che i tedeschi avevano deportato verso tutti i campi circa 75.721 ebrei francesi.

Avendogli richiesto di spiegarsi si una certa visita di Himmler a Auschwitz per l’inaugurazione delle nuove camere a gas, fece appello, lui l’uomo di tutte le precisazioni più scrupolose, alla “licentia poetarum“.

Un testimone salvato da giovani bellezze nude

Il “testimone” Filip Mueller è della stessa tempra. E’ l’autore di: TRE ANNI IN UNA CAMERA A GAS DI AUSCHWITZ. Questo best-seller nauseabondo è il risultato del lavoro di un negro tedesco, Helmut Freitag, che non ha esitato davanti al plagio; vedi Carlo Mattogno, “The Filip Mueller’s Plagiarism“ ripreso in AUSCHWITZ: UN CASO DI PLAGIO. La fonte del plagio è: MEDICO AD AUSCHWITZ, altro best-seller firmato da Miklos Nyiszli. Nel film asserisce che nella grande camera a gas di Birkenau si potevano gasare fino a tremila persone alla volta e che al momento della gasazione “Quasi tutti si precipitavano verso la porta” e, infine, che “Là dove veniva versato lo Zyklon B c’era del vuoto”. Si guarda bene dal dire che la camera in questione (una camera mortuaria) misurava perlomeno 210 m2, ciò che avrebbe impedito qualsiasi dislocamento. Dice che a tutta questa gente bastavano soltanto tre o quattro ore per entrare nello spogliatoio (con tremila attaccapanni!), svestirsi, passare nella camera a gas, esservi gasati, essere trasportati nella stanza dei forni e lì essere cremati e ridotti in cenere.

Non dice che c’erano soltanto quindici posizione crematorie (muffole); considerando un’ora e mezzo di tempo per ridurre in cenere un cadavere, ci sarebbero voluti dodici giorni e dodici notti di funzionamento ininterrotto per realizzare questa prodezza tecnica. E c’erano diverse infornate giornaliere di vittime da gasare e da cremare! Nel film racconta come le vittime intonavano l’inno nazionale cecoslovacco e l’inno ebraico: la Hatikva. Qui si inspira ad una “testimonianza” secondo la quale le vittime intonavano l’inno nazionale polacco e la Htikva fino a che i due canti si confondono nell’Internazionale (16). Nel libro (pag. 154-155), ma non nel film, egli racconta come, deciso a morire nella camera a gas, egli fu dissuaso da un gruppo di giovani bellezze nude che lo spinsero fuori con la forza per morire tutte sole, mentre lui sarebbe servito da testimone.

Alla pag. 83 afferma che i medici nazisti palpavano le cosce e le parti genitali degli uomini e delle donne ancora in vita e che dopo la morte delle vittime, i pezzi prelevati venivano gettati in un recipiente (nella versione originale tedesca, i recipienti erano soggetto a movimenti a scatti sotto l’effetto della convulsione dei muscoli) (17).

Questo è Filip Mueller, il grande “testimone” di C. Lanzmann.

Il suo “testimone” Karski parla con enfasi del ghetto di Varsavia ma senza dirne niente. E’ un peccato che Lanzmann non ci abbia fatto conoscere la sua pretesa esperienza nel campo di Belzec. Jan Karski raccontava che gli ebrei vi venivano uccisi con la calce viva nei vagoni.

“Non lo citerò, nemmeno in una nota a piè di pagina“, disse Raul Hilberg. (18)

Il “testimone” Raul Hilberg ha molto più valore. Lanzmann è stato criticato per aver fatto posto nel suo film a questo professore americano, di origine austro-ebraica, che non ha conosciuto niente dei campi. Hilberg è il Papa della teoria sterminazionista. E’ l’uomo che finì per riconoscere che non era esistito né ordine, né progetto, né budget per lo sterminio degli ebrei. A questo sterminio poi non ci crede in modo particolare. E’ la sua disperazione intellettuale che è interessante. Qualsiasi spettatore attento del film vedrà a quale punto Hilberg si lascia andare a pure speculazioni per difendere la sua teoria. Ciò salta agli occhi in tutto il suo sviluppo sulle ferrovie tedesche che, asserisce lui, trasportavano apertamente gli ebrei da Varsavia a Treblinka. Egli ricorda le ore precise delle partenze e degli arrivi. Ne conclude poi che gli ebrei venivano quindi inviati alle camere a gas di Treblinka. In nessun momento egli ci da la prova che Treblinka avesse tali camere a gas.

Il “testimone” Suchomel è un ex sergente di Treblinka. Fintanto che parla di cose diverse dalle gasazioni omicide, è relativamente preciso. Non appena affronta il capitolo di questa gasazione, egli diventa nebuloso. Non precisa ne l’ubicazione, ne le dimensione, ne il funzionamento. Tant’è che parla sia di “camera a gas” che di “camere a gas” senza che Lanzmann gli chieda di togliere l’equivoco. Non rivela nemmeno il tipo di gas. Parla di “motori”. La leggenda che ha preso piede è quella che c’era un “motore a diesel” (Gerstein); sappiamo, però, che il diesel non è idoneo per asfissiare. In nessun momento dice di aver assistito ad una gasazione. Dice che, il giorno del suo arrivo, “Proprio nel momento in cui stavamo passando, stavano aprendo le porte della camera a gas e le persone cadevano come delle patate“.  Al limite egli non può aver visto che dei cadaveri. Niente gli permetteva di affermare che il locale era una camera a gas. Era appena arrivato.

Nella migliore delle ipotesi può aver espresso un proposito.

Tuttavia, tutto ciò che dice implica che in quel campo c’erano degli ebrei, dei cadaveri, forse uno o più roghi e, probabilmente, delle docce e delle camere a gas per la disinfestazione.

Mostra la parte bassa di un progetto, ma nell’oscurità. Cos’è questo progetto? Parla con autorevolezza delle gasazioni di Auschwitz dove non ha mai messo piede. Con la stessa autorevolezza parla delle gasazioni di Treblinka ma mai un testimone oculare. Assomiglia a uno di quegli autodidatti che riversano su un dato soggetto il risultato delle loro letture ma che verrebbero disarcionati alla prima domanda diretta e precisa. Però mai Lanzmann gli pone una simile domanda.

Da quando il mito delle camere a gas è in pericolo, si ha la tendenza a ribattere su quello dei fantomatici camion a gas. Claude Lanzmann ci trasporta a lungo sui camion. E’ forse su questo soggetto che i suoi “testimoni” sono i meno verosimili ed i più contraddittori. Per salvare la faccia, Lanzmann ci infligge la lettura di un documento (lui che non voleva documenti) sui camion speciali Saurer. C’è soltanto una cosa: ed è quella che lui ha gravemente manipolato il testo, cercando notoriamente di togliere le sue più evidenti assurdità. Gli specialisti troveranno l’integralità del documento in: NS-MASSENTOETUNGEN DURCH GIFTGAS (omicidi di massa nazionalsocialisti tramite gas venefico) (19)

Treblinka, niente di segreto

In quanto ai bravi contadini polacchi nei dintorni di Treblinka e al conducente del locomotore, sembrano essere stati abbagliati dalla ricchezza degli ebrei arrivati in treni viaggiatori e, se avessero pensato che i tedeschi li avrebbero uccisi, avrebbero creduto che ciò sarebbe avvenuto tramite strangolamento od impiccagione. Nessuno di loro è stato testimone di gasazioni. Gasazioni simili ed in quantità così grandi non sarebbero loro sfuggite. Treblinka, situato a 100 Km. da Varsavia, non aveva niente di segreto. Richard Glazar, intervistato da Lanzmann, non dice in questo film ciò che confidò alla storica Gitta Sereny Honeyman: tutti i polacchi tra Varsavia  e Treblinka dovevano conoscere il posto, ci si veniva a fare degli scambi con gli ebrei del campo, i contadini in particolar modo; c’era della prostituzione con le guardie ucraine; Treblinka era un vero “circo” per i contadini e le prostitute (20).

Lanzmann ha paura dei revisionisti. Ha dichiarato: “Incontro spesso persone che dicono che il film Shoah non è obiettivo perché non vi si mostrano interviste con coloro che hanno negato l’Olocausto. Ma che tentate di discutere su questo punto, vi troverete presi in una trappola“ (21)

Effettivamente, le rare volte che i revisionisti hanno potuto attirare degli sterminazionisti in una discussione, questi ultimi hanno subito cocenti delusioni. Ma il grande pubblico comprende sempre meno questo rifiuto al dibattito per radio o in televisione. Se i revisionisti dicono delle bugie, perché non umiliarli pubblicamente?  D’altronde, dicono veramente delle bugie?  Serge Klarsfeld non ha lui stesso riconosciuto che non erano ancora state pubblicate delle “prove vere” dell’esistenza delle camere a gas ma solamente degli “indizi di prove”? (22)

L’ultima guerra con la Germania ebbe fine l’8 Maggio 1945. Ma alcuni considerano apparentemente che bisogna continuare questa guerra continuando a divulgare orribili invenzioni della propaganda di guerra; lo si fa per il tramite di processi, o tramite i media i quali, incrementano sempre più il tam-tam olocaustico. Bisognerebbe smetterla. Si è andati ben oltre. La pace e la riconciliazione esigono un altro comportamento. Il business della Shoah ci porta ad un punto morto. Le giovani generazioni ebraiche hanno di meglio da fare che rinchiudersi nelle credenze assurde della religione dell’Olocausto. Il loro rifiuto di interessarsi al film Shoah sarebbe, se venisse confermato, un primo segno di rifiuto, da parte della nuova generazione, della mitologia ufficiale almeno per quanto concerne la seconda guerra mondiale e le sue conseguenze.

Legenda

  1. Le monde, 2 Novembre 1985, pag. 3
  2. Hamoré, Giugno 1986, pag. 37
  3. Le Nouvel Observateur, 26 Aprile 1986, pag. 33
  4. Libération, 25 Aprile 1985, pag. 22
  5. Le Matin de Paris, 29 Aprile 1985, pag. 12
  6. L’Express, 10 Maggio 1985, pag. 40
  7. L’Evenement de Jeudi, 2 Maggio 1985, pag. 80
  8. L’Autre Journal, Maggio 1985, pag. 48
  9. A. Glucksmann, Le Droit de Vivre, Febbraio-Marzo 1986, pag. 21
  10. New York Times, 20 Ottobre 1985, sez. 2, pag. H-1
  11. The Jewish Journal (New York), 27 Giugno 1986, pag. 3 e Agence télégraphoqie juive, 20 Giugno 1986
  12. Reportage di Annette Levy-Willard e Laurent Joffrin, Libération 25 Aprile 1985, pag. 22
  13. Jean-Charles Szurek, L’Autre Groupe, 10, 1986, pag. 65 ; The Times 2 Marzo 1986; L’Autre Journal, Maggio 1985, pag. 47
  14. P. Vidal-Naquet, Les Juifs, la mémoire et le présent, pag. 212
  15. Le Journal de Dimanche, 30 Marzo 1986, pag. 5
  16. Racconto riprodotto da B. Mark, Des Voix dans la Nuit, pag. 247
  17. Sonderbehandlung, Steinhausen, 1979, pag. 74
  18. E. Meyer, «  Recording the Holocaust « , pag. 9
  19. E. Kogon, H. Langbein, A. Rueckerl « NS- Massentoetu ngen durch Giftgas « , pag. 333-337
  20. G. Sereny Honeyman, “Into that Darkness”, pag. 193
  21. Jewish Chronicle, 6 Febbraio 1986, pag. 8
  22. VSD, 29 Maggio 1986, pag. 37

Ulteriore precisazione del prof. Faurisson del 16 Settembre 2004

Ho già dimostrato come Claude Lanzmann, nel suo film SHOAH, aveva cercato di farci credere alle camere a gas di Auschwitz e Treblinka. Egli aveva utilizzato in particolare pretesi testimoni oculari polacchi o tedeschi i cui racconti erano in realtà vaghi, confusi, contraddittori e ricchi di impossibilità materiali.

Nel 1985, in un’intervista, Claude Lanzmann aveva già detto a proposito dei “testimoni tedeschi“: I SOLDI HANNO FATTO DECIDERE GLI ESITANTI (reportage di Annette Levy-Willard e Laurent Joffrin, nel quotidiano LIBERATION del 25 Aprile 1985 a pag. 22).

Ieri, recidivamente, ha dichiarato: “E poi io ho pagato. Una somma non indifferente. I tedeschi li ho pagati tutti“ (Virginie Malingre, “ Claude Lanzmann spiega SHOAH agli allievi prima della sua distribuzione nei licei “, Le Monde, 16 Settembre 2004, pag. 12).

NONOSTANTE TUTTO…

sabato, 4 luglio 2009

… noi c’eravamo! Nonostante sabotaggi orchestrati da magistrati e prefetti mafiosi, il MFL è stato presente alle elezioni dove ha potuto, ed ha conseguito risultati anche egregi in un paio di comuni. Alla faccia di badogliani, traditori, abiuratori e venduti di ogni risma!

Pubblico a seguire una mia breve intervista rilasciata al regista e scrittore Renato Farina, nonchè i risultati elettorali del MFL tratti dal sito del Ministero dell’Interno.

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L’intervista che segue è stata pubblicata, nonostante i mafiosi in toga da magistrato avessero già sabotato la candidatura alla provincia di Torino del sottoscritto, sul Blog “VITA DI UN IO”, gestito dallo scrittore e regista Renato Farina, alias “soloparolesparse”.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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http://www.soloparolesparse.com/2009/05/elezioni-provinciali-2009-intervista-a-carlo-gariglio/

Terza puntata delle interviste ai candidati alla Presidenza della Provincia di Torino.
Dopo Claudia Porchietto, e Renzo Rabellino, risponde ora Carlo Gariglio, candidato per Fascismo e libertà.
Il dott. Gariglio ha tenuto a precisare che al momento la sua lista è stata esclusa dalle elezioni per irregolarità del simbolo. E’ stato presentato un ricorso al TAR che aspetta di essere analizzato.
Comunque vada a finire il ricorso ho deciso di dare spazio a tutti i candidati che si sono proposti e quindi pubblico anche le risposte del dott. Gariglio.
Ricordo che le interviste sono pubblicate nell’ordine in cui mi arrivano le risposte, che sono pubblicate senza alcuna mia considerazione e che i commenti sono aperti.
Trovate tutte le altre interviste taggate elezioni 2009.

Qui di seguito le risposte di Carlo Gariglio.

1. Negli ultimi anni da più parti si è ventilata l’ipotesi di cancellare le Province Italiane in quanto ritenute da alcuni un inutile via di mezzo tra Comuni e Regioni. Quali pensa siano le peculiarità dell’ente Provincia e quindi perchè pensa che debbano sopravvivere?

Il nostro movimento è forse l’unico nel panorama politico italiano a proporre, fin dalla sua fondazione, la soppressione delle Regioni ed il rafforzamento dei poteri delle Province; sono le Regioni gli inutili carrozzoni che i partiti usano per parcheggiare i vari “trombati” a livello nazionale ed europeo, i quali si sono, nel corso degli anni, elargiti prebende e privilegi del tutto simili a quelli dei parlamentari, tipo l’immonda leggina che consente anche ai consiglieri regionali di godere della pensione dopo 2 anni e mezzo di carica. Inoltre, sono proprio le regioni ad avere competenze scarse ed incerte, indi queste potrebbero tranquillamente essere assorbite dalle province le quali, quanto meno, hanno un senso territoriale, dato che accorpano comuni siti in aree omogenee e normalmente aventi caratteristiche, peculiarità e problemi uniformi… Cosa che non si può certo dire delle regioni: che cosa hanno in comune aree come la turistica Verbania, la Torino industriale, le zone vinicole come Asti e Cuneo, le zone note per le loro risaie come Vercelli e Novara, la manifatturiera Biella…?

2. Quale sarà il primo intervento (il più urgente) nel caso venisse eletto come Presidente della Provincia di Torino. Ed in che tempi prevede di poter applicare questo intervento?

Data l’attuale crisi, ritengo che il problema più urgente sia quello del lavoro, specie per quanto riguarda chi il lavoro lo ha perso o sta per perderlo. Indi la ristrutturazione e messa in piena operatività dei Centri per l’impiego (che sono le strutture dell’Agenzia del lavoro decentrate sul territorio provinciale), rappresenta una priorità assoluta. Questi Centri vanno ampliati sul territorio e dotati dei più ampi mezzi per fare incontrare domanda ed offerta lavorativa; così facendo si creeranno innanzi tutto nuovi posti di lavoro legati proprio alla gestione degli uffici stessi, nonché opportunità anche più ampie per le esigenze di chi cerca lavoro e di chi lo offre. Ovviamente, come abbiamo sottolineato nel nostro programma amministrativo, la precedenza nel collocamento va data innanzi tutto ai residenti della provincia, per poi passare ai cittadini italiani e solo in ultimo agli stranieri residenti e regolari. In questo modo si potrà dimostrare se e in che misura il luogo comune circa gli italiani che non vogliono più fare determinati lavori sia realistico.

3. Il governo del Paese in maniera decisa affidato al centro-destra. Il governo del Comune di Torino e della Regione Piemonte altrettanto fortemente assegnati al centro-sinistra. Come pensa di collocarsi nella gestione della Provincia tra questi due opposti?

Mi collocherei a meraviglia, dato che il Fascismo è nato proprio come una “Terza Via” che si collocava in mezzo fra i due schieramenti che andavano per la maggiore, ovvero la sinistra socialista – comunista e la destra liberalcapitalista; al di là di quanto dicono i falsi storici ed i commentatori politici a digiuno di studi storici, il Fascismo non fu mai di destra; non a caso legiferò a favore delle classi meno abbienti come mai nessun governo di sinistra aveva fatto prima, né avrebbe fatto dopo. Unire quanto di buono propongono la destra e la sinistra fu proprio la peculiarità del Fascismo che noi, modestamente, vorremmo riportare sulla scena della politica locale ed italiana. Tutela della legalità e del suolo Patrio si possono coniugare benissimo con la tutela delle classi lavoratrici e disagiate in genere, così come la libertà di mercato e di impresa si possono coniugare con la limitazione della rapacità delle classi borghesi ai danni di quelle meno abbienti.
Se e quando ci lasceranno governare, senza anacronistici sabotaggi di regime e assurde limitazioni ai nostri diritti politici, sapremo dimostrarlo.

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LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI…

martedì, 30 giugno 2009

… Raccontano mascalzoni e mafiosi in toga, insieme ai loro compari politicanti… E qualche coglione ci crede anche!

Ebbene, a beneficio dei tanti coglioni che hanno una buona opinione della magistratura, in realtà la più immonda cloaca che questa repubblica delle banane vede prosperare sotto la sua bandiera, prosegue nello stupirci. Avete tutti letto i miei due articoli a proposito dei sabotaggi subiti dal MFL nelle ultime elezioni provinciali e comunali ( http://www.lavvocatodeldiavolo.biz/?p=477; http://www.lavvocatodeldiavolo.biz/?p=484); poteva bastare? No di certo!

Infatti, mentre noi e tutti gli altri comuni mortali ci vediamo rigettare i ricorsi pre-elettorali perchè le mummie del Consiglio di Stato  hanno deciso così, almeno a partire dal novembre 2005, qualcuno, evidentemente più “uguale” davanti alla Legge, se li vede accogliere e può partecipare alle elezioni!

Non ci credete?

Allora godetevi la versione html ( http://effepi70.wordpress.com/2009/05/31/lista-pdl-riammessa-alle-elezioni-provinciali-di-savona-le-motivazioni-del-tar-liguria-considerazioni-e-documento/) e pure quella grafica!

tarliguria.JPG

Si sveglino i coglioni che tanto amano la magistratura: quello è il vero nemico, non i soliti politicanti che potremmo spazzare via con un solo voto, una volta tanto, intelligente!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it