Giuro: non avrei voluto nuovamente parlare dei disgustosi comportamenti cattolici dopo il mio recente articolo “Aveva ragione Marx”… Ma il fatto è che l’arroganza e la protervia di questi “signori” hanno superato di gran lunga il limite tollerabile, specialmente nelle ultime settimane; il caso della povera Eluana Englaro, il caso delle dichiarazioni del Lefebrviano Williamson e le prese di posizione dei medici “cattolici” a proposito della Legge che prevede la segnalazione alle autorità dei clandestini che si sottopongono alle loro cure, mi hanno fatto abbandonare qualsiasi prudenza ed ogni residua volontà di non urtare la suscettibilità del mondo cattolico, ormai ridottosi a vero e proprio ricettacolo di “talebanismo” cristiano della peggiore specie.
Per non parlare dell’invadenza con cui costoro si permettono di monopolizzare l’informazione dei cosiddetti “media”, dato che ai tre suddetti argomenti sono stati riservate, per giorni e giorni, decine di pagine sui quotidiani cosiddetti “indipendenti” (immaginatevi se fossero stati “cattolici” e non “indipendenti”!), nonché tutte le aperture dei vari TG nazionali pubblici e privati; nulla da dire se l’Osservatore Romano o altri giornali dichiaratamente legati alla Chiesa monopolizzano le loro pagine con le prese di posizione della pretaglia e dei loro devoti “fedeli”, ma vorrei capire il motivo per cui tanti giornali dichiaratamente “indipendenti” si appiattiscono sulle posizioni della Chiesa e dei tanti “cattolici all’amatriciana” che spuntano da ogni dove per insegnare al mondo la loro “moralità”… Evidentemente non viviamo nella Repubblica Italiana laica, ma nella Repubblica Vaticana d’Italia, con buona pace dei bersaglieri italiani che, nel lontano 1870, diedero ai papalini un’indimenticabile lezione che portò finalmente ad unificare la madre Patria ed a mettere in un angolo le pretese di dominio temporale del Papa e dei suoi scagnozzi.
Mai come in queste vicende si sono evidenziate e saldate fra loro le posizioni dei pedofili in tonaca che governano le gerarchie ecclesiastiche, con quelle degli infami politici dalla ferrea morale cattolica quando si parla della vita altrui e quelle dei tanti decerebrati acritici che corrono ad agitare nelle piazze crocifissi, immagini sacre e quant’altro… Tutti uniti, naturalmente in nome di “Dio”, per violentare la vita disgraziata degli Englaro e di tutti quelli nelle loro stesse condizioni, per condannare quanti hanno il torto di dire la verità a proposito del presunto “olocausto”, nonché per disobbedire alle Leggi di uno Stato sovrano che tenta di arginare in qualche modo il dilagare della delinquenza degli extracomunitari clandestini! Meriterebbero la galera per il reato di “attività sovversive”, ma invece sono sempre là pronti a fare la morale al prossimo…
Certamente l’esempio più disgustoso di cosa voglia dire essere cattolici ce lo ha dato il caso della povera Eluana, ovvero un cadavere tenuto in vita per 17 anni da apprendisti stregoni laureati in medicina mediante pratiche contro natura e contro ogni logica… Se la natura avesse fatto il suo corso, quella povera ragazza sarebbe stata lasciata morire 17 anni fa; ma qualcuno, certamente invasato dal morbo cattolico, ha creduto di fare le veci di “Dio”, tenendola a tutti i costi in “vita”… Una vita falsa ed artificiale, ma sufficiente per i nostri baldi cattolici; per loro, solo il Dio sadico in cui credono ha il diritto di dare e togliere la vita! Ovviamente questo vale solo per tutti noi comuni “morti di fame”, perché quando tocca a loro (ricordate il caso del Papa polacco?) si rifiuta l’accanimento terapeutico e si concede al fortunato Vicario di Cristo di uscire dall’ospedale per spegnersi serenamente nel proprio letto, circondato da lusso, sfarzo e servi sciocchi. Hanno cominciato i “mammasantissima” delle gerarchie vaticane, tuonando contro la sentenza che autorizzava ad interrompere cure ed alimentazione forzata per la Englaro; in un crescendo di protervia e toni eversivi, tanti Cardinali e Vescovi hanno osato incitare pubblicamente, con la complicità dei “media indipendenti”, a violare la Legge e la sentenza in questione, arrivando a sostenere che: “La legge di Dio è superiore a quella degli uomini”… Peccato che a sostenere questo non sia stato Dio, ma uno dei tanti cialtroni in tonaca che si arrogano il diritto di esprimersi a suo nome! Seguendo a ruota questi baldi sostenitori della pedofilia (per chi non lo sapesse: il programma televisivo “Le Iene” ha recentemente mostrato vari ecclesiastici dichiarare che i preti pedofili vanno “puniti”, al massimo, con una protesta al loro diretto superiore, sconsigliando apertamente di informare le autorità e/o i padri dei bambini insidiati… Evidentemente anche la Legge di Dio NON è uguale per tutti!), sono arrivate le dichiarazioni dei tanti maiali che grufolano nel Parlamento italiano… Quei maiali, per intenderci, che cercano di guadagnare voti, spazio, visibilità e prebende aggiungendo ai loro curriculum l’etichetta di cattolico “osservante e praticante”… Certo, molti hanno un personalissimo modo per osservare e praticare, tipo il politico cattolico (di sinistra) fotografato mentre contratta la prestazione con uno squallido travestito, o quello (di destra) beccato in una stanza d’albergo con due prostitute ed un notevole quantitativo di cocaina… Ma come insegnano i sacerdoti della loro religione, la morale è meglio farla agli altri piuttosto che metterla in pratica!
Li abbiamo visti tutti, dall’ex sovietico Napolitano all’ultimo dei parlamentari, darsi da fare per dire la loro pubblicamente e con grande enfasi; si sono accapigliati in Parlamento ed in varie trasmissioni televisive, hanno preteso di parlare chi in nome di Dio, chi a nome di un mondo laico che non li ha mai delegati a rappresentarlo… Tutti strenui difensori della vita! Ex comunisti ed ex democristiani che parlano di vita…! Eppure basterebbe un piccolo sguardo alla storia del comunismo ed a quella del cattolicesimo/cristianesimo per trovare milioni di morti lasciati per strada da queste due ideologie che oggi vorrebbero spacciarsi per esempi di pace, tolleranza, integrazione e chissà cos’altro…
Qualche simpatico cattolico annidato nella cosiddetta “area” avrà già fatto un balzo sulla sedia, poiché per certa gente ipocrita è molto facile ricordare con dovizia di particolari i tanti morti causati dai vari Lenin, Stalin, Mao, Tito, Pol Pot, ma sui morti causati direttamente ed indirettamente dal cristianesimo/cattolicesimo si preferisce tacere; non è bello per “lorsignori” ricordare le imprese dei cattolicissimi spagnoli e portoghesi, i quali hanno distrutto completamente le antiche civiltà che vivevano in centro e sud America, sterminando gli autoctoni, distruggendo i loro scritti e depredando i loro oggetti preziosi… Tanto, si diceva, quelli non erano battezzati, indi non avevano l’anima: si poteva non solo ucciderli ma anche torturarli in maniera barbara… E più a Nord, negli odierni USA, furono altri cristiani, magari non cattolici, a sterminare milioni di pellirosse con metodi e per motivi analoghi. Per non parlare delle tante stragi di “eretici”, delle Crociate, dell’Inquisizione (quando si bruciava vivo un essere umano avente il solo torto di presentare un neo o un’escrescenza carnosa ritenuta simbolo del “diavolo”) e delle tante porcherie messe in pratica del colonialismo in Asia ed Africa, ove non è mai mancata l’assistenza di qualche devoto missionario.
Del resto, per sbugiardare l’ipocrisia di questi falsi difensori della vita, che oggi piagnucolano quando in qualche lontano paese viene giustiziato un criminale pluriomicida, basta ricordare che lo Stato Pontificio retto dal Papa in persona ha sempre applicato, fino all’ultimo giorno della sua esistenza, la pena di morte… E l’ha applicata così bene e con così tanto zelo che il boia ufficiale pontificio, tale “Mastro Titta”, è ancora oggi ricordato come uno dei boia più efficienti e zelanti dell’Europa dell’epoca… Chiunque può verificarlo limitandosi a digitare “Mastro Titta” in uno dei tanti motori di ricerca presenti su internet.
Senza dimenticare che per l’ipocrisia cattolica c’è vita e vita; ovvero, quando la difesa della vita (che vita non è, come nel caso della Englaro) offre un ampio palcoscenico dal quale farsi pubblicità, “lorsignori” sono in prima linea con i loro strali e le loro cretinate dette “in nome di Dio”… Ma quando difendere la vita (vera) rischia di andare contro i loro interessi, sono pronti a defilarsi e ad ammorbidire le posizioni, come avvenuto di recente durante il vero e proprio genocidio operato dai giudei d’Israele a Gaza; più di 3000 morti, la maggior parte dei quali bambini, donne e vecchi, non hanno provocato alcuna levata di scudi da parte di questi maiali che fingono di difendere la vita… Anzi, molti dei più attivi nel caso Englaro, come gli escrementi di AN e PDL, si erano recati a rendere omaggio agli assassini, manifestandogli la loro solidarietà sventolando bandiere israeliane e straparlando di diritto all’autodifesa!
Diciamolo chiaramente, una volta per tutte: a questi cialtroni ipocriti non importava nulla della povera Eluana; né al clero, né ai maiali del Parlamento e tanto meno ai cerebrolesi che manifestavano il loro cattolicesimo insultando il povero Beppino Englaro davanti alla clinica di Udine che ha visto spegnersi il calvario di questa sfortunata ragazza e della sua famiglia. Nessuno di costoro mi risulta che abbia offerto un qualsiasi aiuto alla famiglia Englaro in 17 anni; nessun contributo per pagare le cure, nessuna visita alla ragazza, nessuna risposta alle invocazioni di aiuto del padre, inviate tramite lettera a Berlusconi e soci già durante il loro precedente Governo… Cattolici di ferro, indi ipocriti, amorali e fanatici… Nulla di più e nulla di meno!
Il mondo libero deve stare molto attento a questi fanatici che, per convinzione o per interesse, pretendono di parlare “in nome di Dio”; la vita appartiene solo a chi la deve vivere e ciascuno di noi ha il diritto di interromperla quando non è più in grado di sopportarla. E chi vuole a tutti i costi mantenere in vita dei cadaveri mediante macchinari strani, lo fa solo per puro e semplice egoismo… L’egoismo di chi non vuole separarsi da una persona cara, anche a costo di vederla trasformata in una bambola inanimata zeppa di tubi, fili ed apprendisti stregoni che le si accalcano intorno per studiarla. Certo, è un sentimento umano quello del dolore che si prova nel momento del distacco, ma ancora più umano è consentire ad un nostro caro di liberarsi da una bara di carne ed ossa permettendo al suo spirito di cambiare dimensione… Soprattutto se immaginiamo una cosa a cui nessuno pensa, cioè che lo spirito e la coscienza della persona intrappolata in un corpo ormai morto possono essere vivi e consapevoli di essere imprigionati in una bara che non consentirà loro mai più di tornare ad essere dei veri esseri umani. Provate ad immaginarvi in questa condizione e poi ditemi cosa ne pensate e cosa desiderereste per voi stessi…
Chi come me apprezza più il mondo animale di quello “umano” capirà quello che intendo; negli ultimi 20 anni ho avuto molti animali, soprattutto cani… E quando più volte nel corso degli anni mi sono ritrovato di fronte il mio vecchio amico animale paralizzatosi d’improvviso nonostante le cure, con al fianco un veterinario che mi diceva che non c’era più nulla da fare, non ho esitato un secondo a decidere di fare l’ultima buona azione per un amico: liberarlo dalle sue sofferenze nel modo più rapido ed indolore. Con una prima iniezione l’animale si addormenta in pochi secondi, con una successiva iniezione si ha il blocco delle funzioni vitali, sempre in pochi secondi. Indubbiamente triste, ma mai come vedere un amico abituato a correre ed a giocare, mentre guaisce e si lamenta perché impossibilitato a muoversi e costretto ad espellere i suoi bisogni fisiologici sul suo stesso corpo.
Ecco perché è necessario arrivare ad una Legge seria sul testamento biologico che preveda non solo la possibilità di rifiutare le terapie inutili o palliative, ma anche e soprattutto la possibilità di essere aiutati a morire in modo rapido ed indolore per porre fine alle proprie sofferenze. Alla faccia delle superstizioni cattoliche e del regime che vuole appropriarsi non solo della nostra vita, ma anche della nostra morte. Il sottoscritto non appartiene ad un ridicolo Papa ed ai suoi ancor più ridicoli ministri, né appartiene ad un comunista sovietico convertitosi al ruolo di “Capo dello Stato”… Così come non appartiene ai servi sciocchi del giudaismo internazionale come Berlusconi, Fini e Gasparri, né ad un presunto Dio sadico che gode nell’infliggere torture all’essere umano.
E se morendo incontrerò un Dio che mi giudicherà colpevole e meritevole di punizioni per le mie posizioni, Lui avrà il diritto di giudicare ed emettere sentenze. Ma almeno sarò sicuro di essere giudicato da Dio e non da uno dei tanti maiali (in tonaca e non) che si sono arrogati il diritto di parlare a nome suo!
Carlo Gariglio
23 MARZO 1944: NASCE LO STRAGISMO COMUNISTA
sabato, 28 marzo 2009Pubblico senza commenti e citando in calce la fonte un pregevole articolo che fa giustizia della solita litania di balle a proposito del cosiddetto “eccidio” delle Fosse Ardeatine.
Si trattò, come sanno tutti i non comunisti e le persone oneste, di tragica e dolorosa rappresaglia, ma legittima e provocata a bella posta proprio dai vili comunisti .
Carlo Gariglio
www.fascismoeliberta.it
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Via Rasella è una strada lunga e stretta incastonata nel bel mezzo di una delle parti più eleganti del centro storico di Roma, al Rione Trevi. Discende da Via delle Quattro Fontane fino a Via del Traforo. Scivola ripida e serrata come fosse una lacrima che gronda intimamente tra le più commerciali, artistiche e trafficate vie limitrofe; una lacrima sepolta da una storia ufficiale che ha subito l’imprimatur interpretativo dei vincitori e che ha dunque abbandonato al ricordo di pochi gli eventi tragici che portano la firma di sangue di chi ha posto sul proprio capo ingiustificati allori. Una lacrima che si staglia tra l’inconsapevolezza di turisti ignari scaricati dai pullman appena fuori l’uscita del Traforo da cui prende il nome l’omonima via, liberi di poter ricercare ristoro nel piccolo e rilassante pub di chiaro stile britannico “Albert” o di attraversare la strada in direzione Fontana di Trevi; si staglia tra le frenetiche corse di individui troppo impegnati a fare la spola tra studi commerciali, studi legali e altri centri nevralgici delle alte sfere professionali; si staglia tra l’ignavia di consumatori che si lasciano guidare dai richiami di vetrine luccicanti che li attirano a sé come lampadine accese in piena notte con le falène; si staglia tra il lusso sprezzante di caffè, di locali, degli hotel, nondimeno dei musei che sono storicamente prerogativa di questa zona. Si staglia dunque silente questa lacrima densa di rabbia e sobriamente si posa sul viso di quanti ne riconoscono il dolore immenso e l’ingiusta rassegnazione a restare un ricordo di nicchia. Cala il buio dell’ennesima abitudinaria giornata metropolitana contraddistinta dal solito canovaccio convenzionale e regolarmente desiste anche il traffico, i fastidiosi rumori dei clacson e delle auto in moto lascia il monopolio dell’asfalto alle ruote dei taxi impegnate a scarrozzare turisti con maggiore facilità di spostamento; al contempo si accendono le luci delle caratteristiche trattorie a richiamare l’interesse di stranieri in cerca di un posto caratteristico e degli esotici ristoranti che riscuotono un sempre maggior successo tra i romani. Camminando adagio lungo Via Rasella e volgendo lo sguardo ora a destra, ora a sinistra al fine di individuare qualche testimonianza del passato, rimbalzano alla nostra mente le immagini soffuse, ricostruite grazie alle letture di quegli eventi relegate tra gli scaffali più impolverati delle librerie che rappresentano la storia d’Italia. Rimuginiamo gli effetti e la scientifica motivazione di quel vile attentato consumatosi proprio laddove oggi passeggiamo e ci percorre un brivido che attraversa tutta la schiena. E’ come se questa stretta via a senso unico possieda la capacità di elevarci oltre i ritmi moderni e di catapultarci a ritroso nel tempo fino alla mattina del 23 marzo 1944. Fino ad una mattina come tante in un Rione Trevi popolare, assai diverso dal fasto odierno, uno dei cuori pulsanti di romanità di una capitale sconvolta dal susseguirsi di tristi eventi, ferita da una guerra civile che imperversa e disorientata dall’assenza di una guida politica. Succede che i panni stesi infittiscono l’orizzonte che si delinea lungo Via Rasella dall’alto dell’incrocio con Via delle Quattro Fontane, che gruppi di bambini giocano spensierati per la strada, giustamente estranei ad ogni logica di guerra che regola la quotidianità degli adulti in quel periodo, che un reparto di 156 uomini della Compagnia del Reggimento “Bozen” – come prassi da ormai quindici giorni – marcia con passo militare all’indirizzo della propria caserma al ritmo di canti unisoni, tra l’indifferenza di cittadini a cui la presenza di questi soldati altoatesini, tra l’altro riservisti e dunque avulsi ad azioni d’assalto, non ha evidentemente mai arrecato fastidio. Un tranquillo mattino romano sembra ceder posto ad un altrettanto lieto pomeriggio, il tutto sotto l’insegna di una così diversa e così simile consuetudine a quella che constatiamo oggi. Ma improvvisamente la serenità della “Città aperta” è rotta da una deflagrazione enorme, che scuote la pacifica Via Rasella e prepotentemente si afferma nella storia della nostra città come un fulmine da cui dipenderanno un susseguirsi di avvenimenti che per decenni, o forse addirittura per sempre, non cesseranno di far parlare di sé. La causa dell’assordante botto è l’esplosione di una bomba a miccia ad alto potenziale collocata in un carretto per la spazzatura urbana, confezionata con 18 chilogrammi di esplosivo frammisto a spezzoni di ferro. Gli effetti immediati sono la morte di 32 (che per le ferite riportate diventeranno 40 nei giorni immediatamente successivi) dei 156 militari impegnati nella mite marcia di rientro in caserma e di tre civili, tra cui un bambino di appena dieci anni, uno di quei spensierati fanciulli che fa del gioco per la strada di Via Rasella la propria principale e infantile preoccupazione. E’ una vera e propria strage perpetrata in uno degli anfratti più nascosti della città, i cui autori restano ignoti, lasciando così i destini di altre innumerevoli vite umane tra le brutali conseguenze di una facilmente deducibile logica bellica di ritorsione. Una ritorsione annunciata d’altronde da manifesti affissi per Roma dal Comando Tedesco, che indicavano che per azioni di guerriglia in cui avessero perso la vita soldati del Reich, la proporzione di rappresaglia sarebbe stata di uno a dieci. Dopo tre giorni di temibile silenzio, il 26 marzo i giornali serali pubblicano un lapidario comunicato ufficiale germanico che così avverte la cittadinanza romana: “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia in transito per via Rasella. In seguito a questa imboscata trentadue uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da comunisti-badogliani. Sono ancora in atto indagini per chiarire fino a che punto questo fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo-americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Il Comando tedesco ha perciò ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci comunisti-badogliani saranno fucilati: quest’ordine è stato eseguito”. Ebbene, l’esecuzione dell’ordine a cui il comunicato fa riferimento avviene il 24 marzo alle Fosse Ardeatine, laddove vengono uccisi 335 italiani e la cui responsabilità di questo eccidio grava sulla coscienza di coloro i quali, ammantandosi di indebito eroismo, lanciarono un attacco apparentemente privo di riscontro strategico nei confronti delle truppe tedesche e provocarono la morte anche di tre civili, tra i quali un bimbo. Ma dietro l’apparenza si celano più losche e fredde intelligenze, mirate sì a creare alle Fosse Ardeatine martiri da ostentare da parte comunista per “mettere il cappello” sulla cosiddetta guerra di liberazione, ma soprattutto ad ordire un vero e proprio complotto. Una cinica logica che si propaga direttamente da Mosca ed imbeve gli animi dei comunisti partigiani italiani, aizzati gli uni contro gli altri per motivi legati alla subdola speculazione politica. Da una parte i gappisti, fedeli esecutori degli ordini del Komintern russo, dall’altra i militanti di “bandiera rossa”, formazione partigiana di stampo trozkysta e dissidente nei confronti dei diktat del partito. Esplicativo che tra i quasi 300 partigiani morti alle Fosse Ardeatine ben 68 appartenessero a quest’ultima formazione partigiana, mentre nessuno appartenesse ai GAP. Una coincidenza? Stando a quanto scrisse sul libro “Lettere a Milano” Giorgio Amendola, uno dei membri della rete romana gappista che organizzò l’attentato di Via Rasella, diremmo proprio di no. Egli stesso rivela che fu messo in atto un sistema di spionaggio ed infiltrazioni all’interno del sistema carcerario e della polizia, tale da consentire non solo la riuscita dell’attentato, bensì anche la compilazione della lista dei fucilandi per rastrellamento tedesco. Da non sottovalutare altri due rilevanti episodi: 1) i due civili adulti che persero la vita per lo scoppio dinamitardo a Via Rasella erano anch’essi appartenenti alla formazione “bandiera rossa” e si accertò che restarono vittime di un tranello che li condusse in quel posto in quella data ora; 2) il teste principale di questo turpe complotto, il direttore di Regina Coeli Donato Carretta, venne linciato da una folla comunista inferocita la mattina del 18 settembre 1944, prima dell’inizio del processo al Palazzaccio, ed il corpo ancora semivivo fu gettato nel Tevere. A guerra terminata, a rischi per la propria incolumità oramai ridotti allo zero, gli eroici – consentiteci l’ironia – autori dell’attentato di Via Rasella escono allo scoperto, sono pronti a raccogliere sfacciatamente le onorificenze che la Repubblica Italiana, quel pantano di misteri che si colloca come diretta espressione delle loro indegne azioni terroristiche, è pronta a conferir loro. Coloro i quali a Via Rasella si resero protagonisti non di un vile attentato, travestiti da netturbini o nascosti dall’ombra e dai complici, bensì, per dirla come la Suprema Corte di Cassazione della Repubblica, di un “atto di guerra”, così è stato definitivamente sentenziato nel 2001. Un deplorevole intreccio di vigliaccheria, collusioni e complotti trova dunque la legittimizzazione dello Stato Italiano, andandone a rappresentare uno degli strumenti che ne sancì la nascita e l’affermazione. Un prodromo di quelle stagioni di stragi che di sangue e vergogna contraddistingueranno la storia d’Italia.
Ma ora i nostri passi ci strappano dal coinvolgimento emotivo che così indietro nel tempo ci ha condotti; stiamo abbandonando Via Rasella, non prima di aver volto di nuovo lo sguardo verso quelle piccole voragini che lacerano i muri delle case che affacciano sul luogo di quell’esplosione di sessantacinque anni fa ed infine verso quel grosso ciottolo in marmo sul quale è impressa semplicemente la scritta “Via Rasella”, un’espressione nuda e cruda come avviene solitamente in toponomastica, priva quindi di riconoscimenti istituzionali per quanto di cui fu testimone quest’anfratto romano. Ma quell’espressione è sufficiente per stimolare la nostra sensibilità, sembra volerci invitare a mantener desto il ricordo, a testimoniare il suo bagaglio d’esperienza, così breve quanto doloroso, così fragoroso quanto travisato. Ce ne andiamo a trovar ristoro in un pub nelle vicinanze, a passeggiare per le vie del centro storico della nostra amata città o chissà a cos’altro fare, ma di sicuro accogliamo fieri l’invito pervenutoci da quella apparentemente inespressiva lastra di marmo.
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