Archivio di aprile 2009

LE BUGIE HANNO LE GAMBE CORTE… OVVERO, SI SCANNANO ANCHE FRA LORO…

martedì, 21 aprile 2009

Pur di avere diritto a raccontare al popolo bue le loro storielle…

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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SOPRAVVISSUTO DI AUSCHWITZ AFFERMA CHE ELIE WIESEL E’ UN IMPOSTORE

 

Data: 04 Marzo 2009

 

Di: Henry Makow

 

 

Miklos Gruner, all’età di 15 anni, fu deportato dall’Ungheria ad Auschwitz-Birkenau nel Maggio del 1944, assieme al padre, la madre, un fratello minore ed uno maggiore.

Dice che sua madre ed il fratello più giovane furono immediatamente uccisi subito dopo il loro arrivo al campo. Lui, il fratello maggiore e suo padre ebbero un numero di matricola tatuato sulle loro braccia e furono inviati a lavorare duramente in una fabbrica di carburante sintetico collegata alla IG Farben, nella quale suo padre trovò la morte sei mesi dopo. Dopodiché il fratello maggiore fu inviato a Mauthausen e, siccome il giovane Miklos restò solo, fu preso sotto la protezione di due prigionieri ebrei adulti, anch’essi ungheresi e amici del padre. Questi due protettori del giovane Miklos erano i fratelli Lazar e Abraham Wiesel.

 

Nei mesi che seguirono, Miklos Gruner e Lazar Wiesel divennero buoni amici. Lazar Wiesel aveva 31 anni nel 1944. Miklos non dimenticò mai il numero col quale i nazisti tatuarono Lazar: A-7713. Nel gennaio 1945, mentre l’esercito russo si stava avvicinando, i prigionieri furono trasferiti a Buchenwald. Per ben tre mesi, durante questo trasferimento, che si effettuò in parte a piedi ed in parte col treno, più della metà dei prigionieri morì e fra essi vi era Abraham, il fratello maggiore di Lazar Wiesel. L’8 Aprile 1945 l’esercito americano liberò Buchenwald. Miklos e Lazar erano fra i sopravvissuti del campo. Siccome Miklos aveva la tubercolosi, fu inviato in una clinica svizzera e quindi fu separato da Lazar. Dopo la guarigione Miklos emigrò in Australia, mentre il suo fratello maggiore, che sopravvisse pure lui alla guerra, si sistemò in Svezia.

 

Anni dopo, nel 1986, Miklos fu contattato in Australia da un giornale svedese e fu invitato ad andare in Svezia per incontrare “un vecchio amico “ di nome Elie Wiesel. Mentre Miklos rispose che non conosceva nessuno con quel nome, gli fu detto che Elie Wiesel era la stessa persona che Miklos conobbe nei campi nazisti sotto il nome di Lazar Wiesel e col numero impresso A-7713.

Miklos si ricordava ancora di quel numero ed a quel punto fu convinto ad accettare l’incontro e decise felicemente di recarsi in Svezia il 14 Dicembre 1986 ad incontrare il suo vecchio amico Lazar. Miklos ricorda:

 

“ fui felicissimo all’idea di incontrare Lazar ma quando scesi dall’aereo, fui sorpreso nel vedere un uomo che non riconoscevo affatto, che non parlava nemmeno ungherese e che parlava inglese con un forte accento francese e così il nostro incontro terminò nel giro di dieci minuti. Come regalo d’addio, l’uomo di mi diede un libro dal titolo “NOTTE “ del quale asseriva di esserne l’autore. Accettai il libro che non conoscevo all’epoca ma dissi a tutti che quell’uomo non era quello che pretendeva di essere “.

 

Miklos ricorda che durante quello strano incontro, Elie Wiesel rifiutò di mostrargli il numero tatuato sul braccio, dicendo che non voleva esibire il suo corpo. Miklos aggiunge che Elie Wiesel mostrò tempo dopo il suo numero tatuato ad un giornalista israeliano che Miklos incontrò e questo giornalista disse a Miklos che non ebbe il tempo di identificare il numero ma che, certamente, non si trattava di un tatuaggio.

 

Miklos afferma:

 

“dopo quell’incontro con Elie Wiesel, feci delle ricerche ovunque per vent’anni e scoprii che l’uomo che si chiama Elie Wiesel non è mai stato in un campo nazista in quanto non figura in nessuna lista ufficiale di prigionieri“.

 

Miklos scoprì anche che il libro che Elie Wiesel gli diede nel 1986 come un qualcosa che aveva scritto lui, era in effetti stato scritto in ungherese nel 1955 dal vecchio amico di Miklos, Lazar Wiesel e pubblicato a Parigi col titolo “A Vilàg Hallgat“ che più o meno significa “ Il Silenzio del Mondo”.

Il libro fu poi abbreviato e riscritto in francese, nonché in inglese in modo da essere pubblicato col nome dell’autore Elie Wiesel nel 1958 col titolo francese “LA NUIT“ e col titolo inglese “NIGHT”.

Dieci milioni di copie del libro furono vendute nel mondo da Elie Wiesel che ricevette pure un Premio Nobel per questo nel 1986 mentre il vero autore Lazar Wiesel, dice Miklos, misteriosamente non risultava..

 

Elie Wiesel non volle più incontrarmi, dice Miklos. Egli divenne molto famoso. Prende 25.000 Dollari per un discorso di 45 minuti sull’Olocausto. Ho ufficialmente segnalato al FBI che Elie Wiesel è un impostore ma non ho ricevuto alcuna risposta. Protestai ufficialmente anche presso la Reale Accademia Svedese delle Scienze ma senza risultato. I media americani e svedesi che tentai di contattare furono indifferenti. Ricevetti telefonate anonime dicendomi che sarei potuto essere ucciso se non me ne stavo zitto ma non ho più paura della morte. Ho depositato l’intero dossier in quattro diversi paesi e, se dovessi morire improvvisamente, essi verrebbero resi pubblici.

Il mondo deve sapere che Elie Wiesel è un impostore e lo dirò nel libro che sto per pubblicare dal titolo “La Storia di una Identità Rubata al Premio Nobel“.

IL MITO DELLA COLPEVOLEZZA TEDESCA

martedì, 21 aprile 2009

Con l'approssimarsi delle più infauste ricorrenze storiche celebrate dai più (dementi) come anniversari di "liberazione", cresce in me e nei pochi uomini liberi (e pensanti) la voglia di diffondere il più possibile brani di Storia vera... Certamente servirà a poco, dato che il popolo delle discoteche, degli stadi e di Face Book non ha affatto bisogno di pensare: lascia simile incombenza a giudei e comunisti, i quali continuano imperterriti a scrivere e diffondere le loro cazzate, incuranti delle smentite puntuali che gli arrivano da storici e studiosi seri.

Ma poco o tanto che serva, il dovere dei pochi rimasti con un cervello funzionante è quello di battersi per la verità, indipendentemente dai risultati ed alla faccia delle tante scimmie ammaestrate che già stanno preparando le bandierine rosse e/o con stella di David da sventolare in occasione delle prossime ricorrenze.

Il buio nel quale ci hanno precipitati le forze oscure del male dopo il 1945 non durerà per sempre!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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SECONDA GUERRA MONDIALE - LA SEQUENZA DELLE AGGRESSIONI

 

Di Michael Walsh (scrittore e bibliotecario)

 

Uno dei grandi misteri della storia è quello che, nonostante sia stato provato il contrario, milioni di persone, reputate intelligenti, credono ancora che la Germania fu quel potentissimo aggressore durante la Seconda Guerra Mondiale.

Niente, meglio di questi miti, prova il potere coinvolgente della propaganda.

I fatti dimostrabili indicano che la Germania fu la vittima e non colei che perpetrò l’aggressione a vicini indifesi.

 

L’IMPERO BRITANNICO

 

“La Germania è troppo forte. Dobbiamo distruggerla“ – Winston Churchill, Novembre 1936

 

“In nessun paese di black-out storico è stato più intenso ed efficace come in Gran Bretagna. Qui fu inaugurata la Cortina di Ferro del Discreto Silenzio. In realtà niente è stato scritto per rivelare la verità circa la responsabilità britannica per la Seconda Guerra Mondiale ed i suoi disastrosi risultati“ – Harry Elmer Barnes – Storico americano

 

“La guerra non fu solo una questione per eliminare il Fascismo in germania. Ma piuttosto per impossessarsi dei mercati tedeschi“ – Winston Churchill, Marzo 1946

 

“La Gran Bretagna approfittava della situazione per fare la guerra alla Germania perché il Reich era diventato troppo forte ed aveva ribaltato l’equilibrio economico europeo” – Ralph F. Feeling – Istituto Americano degli Studi Economici

 

“Ho sottolineato che la sconfitta della Germania e del Giappone e la loro eliminazione dal commercio mondiale avrebbe dato alla Gran Bretagna un’enorme possibilità di ingigantire il suo commercio estero sia in volume che in profitto” – Samuel Untermeyer, The Public Years, p. 347 (Avvocato americano e attivista sionista)

 

“Il 2 Settembre 1939 un delegato del Partito Laburista si incontrò col Ministro degli Esteri britannico Halifax nel corridoio del Parlamento: nutre ancora delle speranze? – chiese – se lei intende speranze nella guerra – rispose Halifax – allora la sua speranza verrà confermata domani.

DIO SIA RINGRAZIATO! -  rispose il rappresentante del Partito Laburista britannico. - Prof. Michael Freund

 

“Nell’Aprile 1939 (4 mesi prima dello scoppio della guerra) l’Ambasciatore William C. Bullitt, che conoscevo da 20 anni, mi chiamò all’ambasciata americana di Parigi. Egli mi disse che la guerra era stata decisa. Egli non disse, ed io nemmeno lo chiesi, da chi. Me lo lasciò dedurre.

Quando gli dissi che, così facendo, la Germania sarebbe stata gettata nelle braccia della Russia e del bolscevismo, l’ambasciatore rispose: che cosa? Non ci saranno abbastanza tedeschi in vita alla fine della guerra che valga la pena di bolscevizzare!  - Karl von Wiegand, 23 Aprile 1944, Chicago Herald American (giornalista americano e reporter di guerra)

 

“Mi dispiacque per il popolo tedesco. Stavamo progettando, ed avevamo la forza necessaria per portare a termine i nostri piani, di cancellare una nazione una volta potente” - Ammiraglio Daniel Leahy – Ambasciatore americano in Francia.

 

MITO N° 1 – LA NAZIONE TEDESCA E’ UNA NAZIONE AGGRESSIVA

 

I fatti provano diversamente. Uno “Studio di Guerra” del Prof. Quincy Wright, mostra che nel periodo dal 1480 al 1940 ci furono 278 guerre che coinvolsero paesi europei, la cui partecipazione, in percentuale, era la seguente:

 

GRAN BRETAGNA     28%

FRANCIA                      26%

SPAGNA                       23%

RUSSIA                         22%

AUSTRIA                      19%

TURCHIA                      15%

POLONIA                      11%

SVEZIA                           9%

ITALIA                            9%

OLANDA                        8%

GERMANIA                   8% (inclusa la Prussia)

DANIMARCA                7%

 

Nello stesso modo, Pitirim Sorokin, Vol. 111, part. 11 “Dinamiche Sociali e Culturali”, indica che dal 12° secolo al 1925, la percentuale di anni in cui le principali nazioni europee furono in guerra, è la seguente:

 

SPAGNA                          67%

GRAN BRETAGNA        56%

FRANCIA                         50%

RUSSIA                            46%

OLANDA                          44%

ITALIA                             36%

GERMANIA                     28%

 

Sorokin conclude quindi che la Germania ebbe il minore coinvolgimento bellico, mentre la Spagna il maggiore. Delle principali nazioni europee moderne, l’Inghilterra, la Francia e la Russia indicano chiaramente il doppio delle tendenze aggressive rispetto alla Germania

 

Tra il 1815 ed il 1907 abbiamo i seguenti dati:

 

GRAN BRETAGNA       10 guerre

RUSSIA                             7 guerre

FRANCIA                          5 guerre

AUSTRIA                          3 guerre

GERMANIA-PRUSSIA    3 guerre

 

“Ora io credo che Hitler ed il popolo tedesco non volessero la guerra. Ma noi abbiamo dichiarato guerra alla Germania con l’intento di distruggerla, in base al nostro principio di equilibrio del potere, e fummo incoraggiati dagli “americani” che stavano attorno a Roosevelt. Ignorammo i tentativi di Hitler di scongiurare la guerra. Ora siamo costretti ad ammettere che Hitler aveva ragione“ – Procuratore Generale Sir Hartley Shawcross, 16 Marzo 1984

 

“L’ultima cosa che Hitler voleva era provocare un’altra grande guerra“ – Sir Basil Liddell Hart

(Storico militare inglese)

 

“Non vedo alcuna ragione per cui questa guerra debba continuare. Sono addolorato nel pensare a quanti sacrifici essa richiederà. Vorrei evitarli “ – Adolf Hitler, Luglio 1940

 

Winston Churchill conferma: Siamo entrati in guerra di nostra spontanea volontà, senza essere stati direttamente attaccati. – Discorso alla Guild Hall, Luglio 1943

 

 

MITO N° 2 – LE FORZE ARMATE ERA SOVERCHIANTI RISPETTO AGLI STATI VICINI

 

POLONIA: 3 divisioni operative

                   10 divisioni di riserva

                   12 brigate di cavalleria

                   La Polonia aveva circa 2,5 milioni di uomini addestrati, pronti alla mobilitazione.

 

FRANCIA: 110 divisioni (65 delle quali operative), incluse 5 divisioni di cavalleria, 2 divisioni meccanizzate, 1 divisione corazzata. Il resto era fanteria. Sul confine tedesco il comando francese manteneva 85 divisioni e poteva mobilitare 5 milioni di truppe armate. Queste erano sostenute da 5 divisioni inglesi.

 

INGHILTERRA: L’esercito regolare inglese, relativamente piccolo ma altamente addestrato, era sostenuto dall’esercito territoriale che consisteva di 26 divisioni, con già prevista la possibilità di aumentare a 55 divisioni. A sua volta, ciò poteva essere realizzato grazie al più grande esercito di coscritti al mondo, a guardia di un impero “sul quale non tramontava mai il sole“. Dell’Impero Britannico facevano parte anche le ex colonie tedesche: Nuova Guinea Nord-Orientale, Nauru, Samoa Occidentali, Africa del Sud-Ovest (l’attuale Namibia), il Tanganyka (l’attuale Tanzania), Togo, Camerun, Rwanda e Burundi. Questi territori, estorti alla Germania col Trattato di Versailles del 1919, aggiunsero 1.061.755 miglia quadrate all’intero Impero Britannico, l’equivalente di 35 volte la Scozia.

 

GERMANIA: contro queste formidabili forze la Germania era in grado di mobilitare appena 38 divisioni, delle quali solo 52 erano operative (includendo divisioni austriache). Delle restanti 46 divisioni, solo 10 erano equipaggiate per l’azione operativa e nella loro massa vi erano reclute fresche che avevano meno di un mese di servizio. Le altre 36 divisioni consistevano per lo più di veterani della Grande Guerra con oltre 40 anni di età, senza alcuna dimestichezza con le armi moderne e con gli aggiornamenti delle tecniche militari.

 

BILANCIO FINALE

 

Il bilancio indicava che i polacchi e i francesi, da soli (senza contare l’Inghilterra ed il suo impero), avevano l’equivalente di 130 divisioni contro un totale di 98 tedesche, delle quali un terzo era composto da uomini praticamente non addestrati.

In quanto a uomini addestrati i tedeschi avevano persino un ulteriore svantaggio: allo scoppio della guerra oltre il 50% delle forze armate tedesche era ippotrainate.

 

 

LA GUERRA NEI CIELI

 

La superiorità della Luftwaffe è stata ampiamente esagerata per creare l’impressione chel’Inghilterra fosse svantaggiata, un Davide che combatteva contro un Goliath.

Nella corsa verso la Battaglia d’Inghilterra (10 Agosto 1940), la Luftwaffe aveva 929 aerei da caccia, per lo più Messerschmitt 109 ad un solo motore.

Di questi, 227 erano bimotori ME-110 a lungo raggio, con una velocità massima di 350 miglia orarie (ca. 500 km orari). Sebbene avessero una più rapida capacità di salita, erano svantaggiati nelle manovre e nelle virate.

Il raggio d’azione degli ME-109 restringeva il loro campo operativo. La loro capacità operativa di andata e ritorno era minima, praticamente un tempo di volo di circa 95 minuti ed un tempo di volo tattico di soli 75 minuti. Questo era un grande handicap se si considera che, quando i piloti della Luftwaffe stavano operando a diverse miglia dalla loro base, i piloti inglesi erano spesso in vista tra di loro. Questo svantaggio era ancora più critico dal fatto che i piloti abbattuti della RAF potevano essere salvati, mentre quelli della Luftwaffe ovviamente, se fortunati, fatti prigionieri.

 

Il bimotore ME-110 era lento e volava un po’ al di sotto delle 300 miglia orarie (ca. 480 km orari) e poteva essere facilmente distanziato dagli Spitfire della RAF. Inoltre era lento nell’accelerazione e difficile da manovrare. Il più grande handicap tedesco era tuttavia la loro antiquata attrezzatura radio. A differenza delle versioni inglesi, questa era debole nelle operazioni aria-aria e non poteva essere controllata da terra.

 

Da parte inglese furono ammassati, per la metà di Luglio 1940, 650 aerei da caccia, per lo più Hurricanes e Spitfires, incluso un centinaio circa di modelli più antiquati.

 

Durante quell’anno l’Inghilterra produsse ben 4238 aerei da caccia, a confronto dei 3000 prodotti in Germania.

 

In termini di armamenti, lo storico militare britannico B.H. Liddell Hart, affermò: ciò che è chiaro, e divenne evidente fin dall’inizio, era che i bombardieri tedeschi erano troppo scarsamente armati per poterbattere i caccia inglesi senza avere loro stessi una copertura caccia. (Storia della Seconda Guerra Mondiale).

 

 

L’ATTACCO ALLA GERMANIA E AD ALTRI PAESI LIBERI

 

La Polonia effettuò i primi atti di aggressione. Nel Marzo del 1939 la Polonia, che già occupava quella parte di territorio tedesco “acquisito” dal Trattato di Versailles del 1919, entrò in territorio cecoslovacco. Nei mesi che precedettero lo scoppio della guerra, le forze armate polacche violarono ripetutamente le frontiere tedesche. Il 31 Agosto 1939, forze armate polacche irregolari lanciarono un attacco su larga scala sulla cittadina tedesca di confine Gleiwitz.

La ritorsione germanica del 1° Settembre 1939 ebbe come risultato, di lì a poche ore e precisamente il 03 Settembre 1939, le dichiarazioni di guerra di Francia e Gran Bretagna nei confronti della nazione tedesca.

Nel caso inglese, questa dichiarazione di guerra fu costituzionalmente illegale. Non fu, come avrebbe dovuto essere, ratificata dal Parlamento.

 

Nonostante i suoi confini furono costantemente attaccati dagli eserciti di Francia ed Inghilterra (numericamente superiori) ed economicamente strangolata dalla finanza mondiale, la Germania rifiutava di cascarci, negoziò la pace e porse l’altra guancia per oltre 10 mesi.

Solo quando venne a conoscenza che l’Inghilterra intendeva allargare il fronte occidentale occupando i Paesi Bassi e la Norvegia, circondando e minacciando così tutti i confini tedeschi, allora la Germania effettuò un attacco preventivo.

Il contrattacco difensivo tedesco fu lanciato il 10 Maggio 1940. Il risultato fu la ritirata di 330.000 forze inglesi e francesi (Dunkerque) provocato da un esercito più piccolo. Fu una delle peggiori sconfitte della storia militare (la stampa britannica la definì un miracolo).

 

La Russia invase la Finlandia il 30.11.1939. .

 L’Inghilterra (non era la prima volta) e la Francia invasero la neutrale Norvegia l’8 Aprile 1940.

Per evitare un attacco dal Mar Baltico, la Germania contrattaccò. Nelle piccole battaglie che seguirono (Trondheim) 2000 soldati tedeschi misero in fuga 13.000 inglesi che furono evacuati il 1° Maggio 1940. Per salvare la faccia Churchill fece sbarcare 20.000 uomini a Narvik. Furono respinti da 2.000 austriaci delle truppe alpine.

 

Il Canada dichiarò guerra alla Germania il 10 Settembre 1939, nel Giugno 1940 la Germania invase la Lettonia, l’Estonia, la Lituania. Nel Giugno 1940 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Finlandia, Romania e Ungheria e nel frattempo occupava l’indifesa Islanda (gli isolani considerarono gli inglesi come forza occupante).

Tutti questi atti di aggressione, lo furono, a totale violazione del diritto internazionale e dei trattati precedentemente siglati.

 

Il 7 Dicembre 1941 un colpo di stato appoggiato dagli inglesi rovesciò il governo yugoslavo.

Il 27 Marzo 1941 le truppe britanniche entrarono in Grecia. Il 6 Aprile 1941 la Germania reagì e gli inglesi si ritirarono nuovamente.

 

Gli Stati Uniti, apparentemente neutrali, attaccavano di continuo il naviglio tedesco, arrestando, per non dire sequestrando, cittadini tedeschi, anche quelli che vivevano nei paesi sud-americani.

Nell’Agosto 1941 la Germania reagì.

 

Lo storico militare inglese A.J.P. Taylor affermò: non c’è alcun dubbio che Hitler allargò il fronte bellico nel 1941 solo per motivi preventivi.

 

Traduzione a cura di: Gian Franco Spotti

 

 

 

IL CASO WILLKOMIRSKI (Pubblicato nel dicembre 2002 da R. Faurisson)

mercoledì, 15 aprile 2009


Non so se sto peccando di ottimismo, ma spero di dare una mano ai tanti creduloni imbecilli che piagnucolano su inesistenti olocausti e su presunte "testimonianze oculari" di sedicenti scampati allo sterminio...

I fatti narrati nell'articolo del Prof. Faurisson sono ormai datati, ma quanti di voi lettori ne erano a conoscenza? Quanti sapevano dell'immorale Legge svizzera, che ha graziato il falsario Willkomirski ma che ha più volte condannato alla galera dei poveracci, primi fra tutti il Prof. Jurgen Graf e l'ultraottantenne ex SS G. A. Amaudruz, per avere osato scrivere libri ed articoli che mettevano in dubbio la favoletta olocaustica?

Svegliatevi, cari cittadini narcotizzati e sfruttate la rete internet finchè potete! Invece di fare i coglioni su Facebook, informatevi sulle menzogne che vi propinano i cultori dell'olocausto... Fino ad oggi è ancora possibile, da domani in poi non si sa: gli occhiuti gendarmi della memoria ebraica vegliano e chiudono ogni giorno siti e blog colpevoli di dire la verità!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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L’IMPOSTURA WILLKOMIRSKI RESTERA’ IMPUNITA

Chiamato a conoscere un successo mondiale e a raccogliere un enorme plauso prima di cadere, qualche anno più tardi, nel discredito generale, un libricino dal titolo: Bruchstuecke aus einer Kindheit 1939-1948 (frammenti da un’infanzia 1939-1948) veniva pubblicato alla fine del 1995, sotto il nome di Benjamin Willkomirski, dal Juedischer Verlag di Francoforte, casa editrice del prestigioso editore Suhrkampf.

In seguito l’opera verrà tradotta in una dozzina di lingue. La traduzione frazione, dovuta a Léa Marcou, apparve nel Gennaio 1997 presso le edizioni Calmann-Levy con il titolo: Fragments/Une enfance 1939-1948).

In quarta di copertina si leggeva:

 

Benjamin Willkomirski non conosce la sua data di nascita, ignora le sue origini precise e non ha più alcun parente.

E’ ancora giovane quando le retate di ebrei si intensificano in Polonia. Suo padre viene assassinato sotto i suoi occhi, viene strappato alla sua famiglia e deportato, a quattro anni, al campo di sterminio di Majdanek.

“ I miei primi ricordi assomigliano ad un campo di rovine, disseminati di immagini e di avvenimenti isolati. Dei brandelli di memoria dai contorni duri, affilati, che ancora oggi non posso toccare senza ferirmi. Spesso in un disordine caotico e, per lo più, impossibile da classificare in ordine cronologico. Dei frammenti che resistono ostinatamente al pensiero di ordine dell’adulto che sono diventato e sfuggono alle leggi della logica “.

Sono questi frammenti che l’autore restituisce qui attraverso lo sguardo di bambino che fu.

Un libro indimenticabile, capolavoro di scrittura e di emozione.

Benjamin Willkomirski vive oggi in Svizzera. Fabbrica strumenti musicali ed è clarinettista.

 

UN PRODOTTO DI BASSA FABBRICAZIONE

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In realtà, questo opuscolo di 150 paginette è un capolavoro di non scrittura e di assenza di emozioni. Trattasi di un prodotto di bassa fabbricazione nel quale l’autore si prende gioco di noi.

Ben lontano da scoprirci “brandelli di memoria dai contorni duri, affilati”, il lettore non incontrerà altro che del molle, dell’inconsistente, dell’indefinito (nel tempo e nello spazio), del confuso, del vago, del fumoso, del vaporoso, del nebbioso, del grigio.

L’azione stagna. I dialoghi suonano vuoti, il tono è falso, le grida che l’eroe evoca costantemente, nonché le sue paure e la sua rabbia, sopraggiungono per lo più senza capo né coda.

Se tutto è nel vago, lo è di proposito.

Non a caso, l’autore ha evitato di fornire precisazioni sui luoghi, sui tempi o sui personaggi perché temeva di contraddirsi.

Egli afferma di essere stato internato a Majdanek ma si guarda bene dal descrivere il campo, tranne attribuirgli una collina, che, nella realtà, non è mai esistita.

Poi fa intendere si essersi trovato ad Auschwitz, ma egli non scrive il nome di Auschwitz così non si potrà rimproverargli di aver commesso un simile errore al riguardo di questo campo.

 

Eccezioni a parte, i personaggi non hanno veramente delle uniformi, gradi, lingue, impieghi precisi e nemmeno, e ciò è il colmo, dei tratti da distinguerli veramente; non sono che fantasmi o orchi di cartapesta. I paesaggi percorsi sono ovunque e da nessuna parte.

Questa attenzione a cancellare ogni dettaglio compromettente è caratteristico del mentitore o dell’impostore. Essa esclude la buona fede. Pretendere che l’autore abbia finito col credere al suo proprio racconto sarebbe un errore.

 

Il nostro imbroglione è sempre sul chi vive. Si sorveglia da sé, come fanno i menzogneri. Non si divaga. Non cede all’illusione. Egli fabbrica, forgia il suo racconto pezzo per pezzo e frase per frase, laboriosamente.

A titolo di esempio, ascoltiamolo evocare l’uniforme (per parlare di una guardia),  la grande baracca, le donne in uniforme grigio di Polonia, il nuovo, la silhouette (egli nutre un affetto particolare per questa parola), delle forme grige, una Blockowa, un’ausiliaria SS in grigio, un’uniforme nera, i contorni neri delle uniformi, un bruno-verde.

E poi ancora: un’uniforme (parlando di una guardia, pag. 68), lo stivalato (pag. 73), degli esseri grigi, a brandelli, degli adulti senza forma definita (pag. 82).

 

Ad un certo momento, l’autore dice di aver fatto parte di un trasporto, ma, circa il mezzo di locomozione, scrive: non so nemmeno se si trattasse di un camion o di un vagone ferroviario (pag. 86). Così facendo egli si tutela da ogni rischio di mettere una linea ferroviaria là, dove, in realtà non ne sarebbero esistite durante la guerra.

Nella stessa pagina aggiunge: solo la fine del viaggio è rimasto in memoria, e anch’esso in modo lacunoso, confuso, con frammenti di immagini difficili da ordinare; troppi pezzi mancano al puzzle.

Notiamo quanto sia importante qui ascoltare il falsario all’opera parlarci di pezzi di un puzzle.

Egli vuole confidarci: tutto era confuso, sfumato (pag. 95), e ciò è il meno che si possa dire.

 

L’autore intravede delle donne che emergevano a volte dalla semi-oscurità come delle ombre (pag. 103). Scrive inoltre: era una ragazza o un ragazzo? E per una volta si appresta a darci  un cognome, ma non ne farà niente, non avremo altro che un nome e inoltre: lo si chiamava Kobo, Kola o Kala, non so più esattamente (pag. 103).

Per l’autore qui tutto si affoga in una nebulosa penombra (pag. 111), mentre là non c’erano altro che delle immagine scurite (pag. 109). In realtà non è soltanto “qui” o “là” ma ovunque nel racconto che si incontra del nebuloso, della penombra o della foschia.

 

Sempre a titolo di esempio, preleviamo un capoverso in mezzo ad altri cento, che ci offrirà un assaggio di questa letteratura all’olio di gomito:

 

La città, la gente, gli altri bambini mi spaventavano. Domande sempre più strazianti si aggrovigliavano nel mio cervello e lo corrodevano come l’acido. A volte queste mi sommergevano lo spirito, come una colata di piombo fuso. Ero incapace di esprimerle, mi incollavano la gola e la bocca, mentre il mio cuore era sconvolto minacciando poi di fermarsi.

Ma non una parola usciva dalla mia bocca e questo mi privava di ogni speranza di risposta (pag. 112).

 

150 pagine di questo sproloquio, tradotto dal tedesco, avrebbero dovuto dare il risveglio ai più creduloni. Tutti avrebbero dovuto rendersi conto che B. Willkomirski appartiene alla categoria dei falsi testimoni, i quali, non avendo niente da raccontare su un’esperienza vissuta, si sono ridotti a creare un puzzle con dei luoghi comuni da bazar, degli stereotipi, del kitsch e della sensazione prefabbricata.

 

 

GRAND-GUIGNOL

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Altrettanto finte sono le atrocità di cui l’autore arricchisce il racconto falsamente autobiografico.

Nel suo libro i cattivi trascorrono la maggior parte del loro tempo ad afferrare subdolamente dei bambini per lanciarli da una finestra, contro un muro, a fracassare loro il cranio, a sparargli in fronte una pallottola, a seppellirli vivi nel fango, a gettarli nel fuoco, a farne del combustibile (sic!), o, più semplicemente, a sollevarli dal suolo per le orecchie, a rinchiuderli in luoghi pieni di parassiti, a farli marciare negli escrementi fino alle ginocchia, a piantare dei bastoncini di vetro “nei peni dei bambini” (pag. 60). In un ammasso di cadaveri, si vede la pancia di una donna gonfiarsi e poi aprirsi; il nostro uomo afferma:

 

"L’addome si rompe ed un enorme topo, lucido, imbrattato di sangue, scendeva giù dal mucchio di cadaveri. Altri topi spaventati spuntano dal groviglio di corpi e scappano. Lho visto! L’ho visto! Le donne morte partoriscono dei topi! I topi! Il nemico mortale dei bambini del campo. I topi ci attaccano una notte dopo l’altra, i loro morsi ci infliggono delle ferite terribilmente dolorose, inguaribili, delle ferite che nulla può cicatrizzare e che fanno putrefare i bambini da vivi" (pag. 84).

 

Dopo la guerra, diventato, nell’opulenta Svizzera, l’ospite di una pensione per bambini, pare abbia conservato tutte le sue paure.

Per convincerci ci cita tre esempi di ossessioni che gli impediscono, pare, di percepire la semplice ed inoffensiva realtà.

Successivamente egli evoca in primo luogo un’immagine di Gugliemo Tell, poi in un luna-park mentre si esercita al tiro e, infine, la vista di una copia di giovani sciatori che trascinano l’asta di un impianto di risalita meccanica.

Ma non è proprio in Guglielmo Tell che crede di vedere una SS che prende di mira un bambino per ucciderlo al fine di derubarlo e mangiargli la mela? (pag. 128)

Agli esercizi di tiro  egli immagina che dei bambini-soldato tentino di uccidere la padrona del tiro a segno, ma mancano fortunatamente il bersaglio (pag. 133).

In quanto allo skilift della sciovia, solo il rumore, non può essere che “la macchina della morte”, mentre il direttore della pensione per bambini è di colpo “il boia” che, assistito da un aiutante, lega i bambini a due per volta ad un cavo in modo che questi vengano portati via e scompaiano al di là della cima della montagna in un “gigantesco buco nero” (pag. 138-139).

 

Solo queste laboriose idiozie avrebbero dovuto portare qualsiasi editore a rifiutare il manoscritto. Ma, nella letteratura olocaustica, queste invenzioni costituiscono la norma ed è precisamente alla vista di simili cretinaggini che un editore, abituato ai racconti della mitologia concentrazionaria, si dirà: è buono, ci siamo. Questa testimonianza è nella norma. Porta il segno dell’autenticità dell’olocausto.

E’ proprio vero che, abituati ad una sostanza adulterata, non si vuole altro.

 

 

UN BEST-SELLER EBRAICO

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A dispetto della sua atroce qualità letteraria e delle sue invenzioni degne del Grand-Guignol, il libro sarebbe diventato in breve tempo un best-seller.

Alla sua apparizione, il gotha della Shoah cade in estasi. Soffoca di ammirazione davanti alla forza della testimonianza e il talento dell’autore.

Léa Balint, specialista israeliana dei bambini della Shoah. Lawrence Langer, Daniel Jonah Goldhagen, Blake Eskin ne diventano i promotori, con Wolfgang Benz, direttore, a Berlino, del Centro di Ricerca sull’Antisemitismo e, in Francia, Annette Wieviorka.

Dal New York Times, al Nouver Observateur, il Daily Telegraph, il Guardian, Le Monde, i media fremono di felicità.

Negli Stati Uniti il libro è promosso dall’Holocaust Memorial Museum di Washington e viene incoronato dal National Jewish Book Award for Autobiography (Premio Nazionale del Libro Ebraico per l’Autobiografia), mentre l’associazione delle biblioteche americane lo inserisce, nel 1997, nella lista dei “migliori libri per giovani adulti”.

In Gran Bretagna riceve il premio letterario del Jewish Quarterly (trimestrale ebraico) e in Francia, il premio Memoria della Shoah.

 

La testimonianza orale di B. Willkomirski è preziosamente raccolta dalla Fondazione Shoah di Steven Spielberg, fondazione destinata a raccogliere in video 500.000 testimonianze in circa 50 paesi al fine di provare al mondo intero che i revisionisti sono dei falsificatori della storia.

 

Benjamin Willkomirski moltiplica gli spostamenti e le conferenze in particolare nelle scuole. Sta accumulando una fortuna.

 

PRIMO MIRACOLO: ritrova suo padre in Israele. Trattasi di un sopravissuto di Majdanek col nome di Jaacov Morrocco. Sotto l’occhio delle telecamere padre e figlio cadono uno nelle braccia dell’altro piangendo.

 

SECONDO MIRACOLO: una californiana, che dice di chiamarsi Laura Gabrowski e presentandosi come scampata ad Auschwitz, afferma averlo conosciuto in questo campo.

I baci e gli abbracci si fanno in presenza delle telecamere all’aeroporto di Los Angeles.

Laura Grabowski lo accoglie a braccia aprte e gridando: “E’ il mio Benjamin!”

Essa mostra delle cicatrici dovute agli esperimenti medici del Dr. Mengele. E’ una musicista.

Il nostro clarinettista e la sua compagna partono per un giro di conferenze e di concerti.

Si recano in pellegrinaggio ad Auschwitz e là, sul posto, sempre davanti alle telecamere, il nostro eroe rivela che Mengele lo aveva sottoposto a degli esperimenti medici per cambiare in azzurro il castano dei suoi occhi, episodio di cui non fece alcun cenno nel suo libro.

 

Poi succede un inconveniente che avrebbe dovuto fare aprire gli occhi: quando gli si chiese di descrivere Mengele, Willkomirski si rifiuta (Il Bambino dei Campi di Morte: verità o menzogne, documentario per la televisione britannica, di Christopher Oliglati, 1999).

 

 

L’IMPOSTURA SVELATA

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Molto presto, fin dal 1995, un giornalista svizzero, Hanno Helbling, capo del servizio culturale della Neue Zuercher Zeitung (quotidiano di Zurigo), aveva messo in guardia l’editore tedesco Suhrkampf contro questa frode.

Ma Helbling, non avendo la fortuna di essere ebreo, fu congedato come un volgare revisionista.

Bisognerà attendere l’intervento sul settimanale svizzero Die Weltwoche (27 Agosto e 3 Settembre 1998) di un ebreo di nome Daniel Ganzfried, nato in Israele e vivente in Svizzera, perché si metta in moto una procedura che finirà in una serie di rivelazioni sull’identità vera dell’impostore.

E’ evidente che tutto il merito delle scoperte andrà all’ebreo e non al “revisionista” H. Helbling, il cui nome verrà presto dimenticato.

 

Si apprende che il vero nome di colui che si chiamava Benjamin Willkomirski era Bruno Grosjean, nato il 12 Febbraio 1941 a Bienne (cantone di Berna). Viene affidato da sua madre, Yvonne Berthe Grosjean, ad un orfanotrofio. Adottato da una copia di zurighesi benestanti, i Doesseker, prende il nome di Bruno Doesseker. Sua madre muore nel 1981 e ne riceve la magra eredità.

Egli non è mai stato ebreo. La sua nascita a Riga (Lettonia) è una pura invenzione. Ha trascorso tutta la sua infanzia in Svizzera e non a Majdanek o ad Auschwitz o in un altro luogo della Lettonia, Polonia o Germania.

Non ha mai vissuto in un orfanotrofio a Cracovia. Un’analisi genetica prova che è totalmente sprovvisto di un qualsiasi legame di parentela con Jaacov Morrocco. Egli ha conosciuto Riga, Auschwitz o Cracovia come turista e ben dopo la guerra.

 

Laura Grabowski è ciò che si chiama “truffatrice in gonnella”. Il suo vero nome è Rose Wilson.

E’ nata negli Stati Uniti da genitori cattolici a Auburn nello stato di Washington.

Dieci anni prima, sotto lo pseudonimo di Lauren Stratford, aveva firmato un libro dove si presentava come vittima di riti satanici mostrando delle cicatrici, le stesse cicatrici che, più tardi, avrebbe attribuito agli esperimenti di Mengele.

 

L’impostore inizia a dibattersi contro le accuse, Mescola proteste, minacce e lamenti.

Invece del suo vero padre fu ritrovato il suo vero zio il quale si presta ad un test genetico, ma, l’impostore, si rifiuta.

Testimonianze di persone che l’hanno conosciuto cominciano a farsi sentire: ne esce che, fin dalla sua gioventù, Bruno aveva una forte tendenza alla menzogna.

Si apprende che uno psicoterapeuta ebreo, Elitsur Bernstein, partecipò all’avventura menzognera. Specialista di ricordi nascosti, aveva aiutato il clarinettista a “ricostruire” la sua identità come Benjamin Willkomirski, falsamente nato a Riga, messo poi in un orfanotrofio a Cracovia e deportato nei campi di concentramento nazisti.

Ci sono ebrei che cominciano a prendere le distanze da questo “Goyim” che si è spacciato come ebreo e la cui impostura, diventata troppo evidente, rischia di causare dei torti alla comunità.

Raul Hilberg e Yehuda Bauer esprimono il loro scetticismo.

Ebree come Judith Shulevitz in Canada, o Deborah Dwork e Deborah Lipstadt negli Stati Uniti, insistono a difendere l’impostore e la sua opera; secondo loro, dopo tutto, importa assai poco che il racconto sia autentico o meno e bisogna innanzitutto fare attenzione a non fare il gioco dei revisionisti.

 

Nel 1999, Elena Lappin, ebrea di origine russa, ha dedicato uno studio a questa storia, “The Man with two Heads” (l’uomo a due teste), che sarà tradotto e pubblicato nel 2000 dalle Edizioni L’Olivier (Direttore: Olivier Cohen) col titolo L’Homme qui avait deux tetes (l’uomo che aveva due teste).

Questa volta la spiegazione è semplice: per Elena Lappin l’autore è sincero perché possiede una doppia personalità. Jorge Semprun non è distante dall’esprimere lo stesso parere (Le Journal de Dimanche, 6 Febbraio 2000, pag. 27); ne approfitta per fare l’apologia della finzione che, dice lui, deve “dare il cambio sempre di più alla storia. Egli dichiara testualmente: questo è già successo al cinema. Spielberg, Benigni hanno oltrepassato la realtà per la finzione e si vede che funziona.

Ma sempre più spesso si alzano voci per denunciare il contributo involontario dell’autore allo sviluppo del revisionismo.

Isabelle Ruef scrive: una simile menzogna rende sospetti i racconti veritieri e conforta i revisionisti che pullulano su Internet. Inoltre Willkomirski da, dell’ebreo post-olocaustico, un’immagine convenuta e kitsch che corrisponde alla tipologia dell’autore: lamentoso, piagnucoloso (Les Temps, Ginevra – 21 Febbraio 2000, pag. 19)

 

 

LA GIUSTIZIA ELVETICA DECIDE DI RISPARMIARE IL “POSSIBILE” MITOMANE

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Uno dopo l’altro gli editori ritirano, totalmente o in parte, il libro dal circuito commerciale.

La giustizia zurighese entra in scena. Viene depositata querela per frode. Nell’Aprile 2000 ha luogo una perquisizione presso il domicilio dell’interessato. Ma il 12 Dicembre 2002, un dispaccio di agenzia annuncia che la giudice dell’istruttoria ha deciso l’archiviazione dell’inchiesta sull’autore di false memorie su Auschwitz. Ecco il testo dell’agenzia di stampa svizzera:

 

ZURIGO. Non si tratta di un impostore ma di un mitomane. Bruno Doesseker, alias Benjamin Willkomirski, autore del libro “Frammenti”, che racconta i ricordi di un bambino ebreo sopravissuto al campo di Auschwitz, ma in realtà un falso, non sarà giudicato per truffa, né per concorrenza sleale. La giustizia zurighese ha appena archiviato l’inchiesta che era stata aperta in proposito. Le ricerche hanno dimostrato che nessun elemento concreto permetteva di pensare che l’autore del libro abbia voluto nascondere la sua vera identità “in maniera fraudolenta”, scrive oggi la giudice istruttrice Lucienne Fauqueux la quale, il 23 Ottobre scorso, aveva deciso il non luogo a procedere.

Benché sia dimostrato che il librio contiene affermazioni false, non esistono prove che il suo autore abbia mentito, ha dichiarato la giudice all’agenzia ATS.

E’ possibile che Doesseker/Willkomirski sia stato realmente convinto della sua versione dei fatti, ma questo punto non rientra nel campo dell’inchiesta, ha aggiunto la signora Fauqueux.

 

Questa decisione di giustizia avrebbe dovuto sollevare un sacco di commenti, eppure sembra che ne abbia fatto seguito un totale silenzio. Oggi l’affare Willkomirski sembra chiuso, non ne dubitiamo, col sollievo di molti.

 

 

QUANDO LA “VERITA’ NON E’ UNA DIFESA”

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In materia di menzogna olocaustica, la giustizia elvetica, e lo si vede, non ragiona diversamente dalla giustizia francese, tedesca, austriaca, olandese, canadese o australiana. Essa appoggia la menzogna commessa in buona fede o anche la menzogna eventualmente commessa in buona fede.

In Canada, ad esempio, le organizzazioni ebraiche, scottate dai successi revisionistici davanti ai tribunali regolari, hanno ottenuto la creazione di tribunali speciali chiamati “tribunali di commissioni dei diritti dell’uomo”. Davanti a questi tribunali, sprovvisti di una giuria, “TRUTH IS NO DEFENCE” (LA VERITA’ NON E’ UNA DIFESA).

L’imputato non vi ha il diritto di difendersi facendo valere il fatto che, se gli è permesso quell’affermazione che gli viene rimproverata, è perché, per lui, quest’affermazione è vera.

Se vi si arrischia, lo stesso tribunale che lo ha appena sottoposto a “giurare la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità” gli metterà davanti la nuova formula sacramentale, in base alla quale, secondo lui, LA VERITA’ NON E’ UNA DIFESA.

Questo tribunale si interessa, in effetti, solo a sapere se ciò che afferma l’accusato causi o meno al querelante un qualsiasi danno, fosse anche psicologico. Il giudice diventa allora pesatore di anime e di intenzioni, ciò che apre la strada all’arbitrio. Si capirà dunque che un querelante ebreo avrà sempre gioco facile a far valere davanti a questi tribunali che, ad esempio, la contestazione revisionista dell’esistenza delle camere a gas naziste, gli toglie il sonno e gli causa dei danni psichici.

 

Risparmiando Benjamin Willkomirski, la giustizia elvetica non ha fatto che seguire la corrente in materia di “Olocausto”; d’altronde essa non manca mai di proteggere la menzogna.

 

 

LONTANO DAL RE DEGLI IMPOSTORI: ELIE WIESEL

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La mitomania è una tendenza morbosa a dire le menzogne, a inventare di sana pianta, a simulare.

Può aiutare a raggirare, a truffare, a rubare. A volte permette di raggiungere la gloria o di costruire una fortuna.

Grosjean/Doesseker/Willkomirski ha quindi conosciuto la fortuna e la gloria, seguite, nel suo caso, dalla decadenza.

Il suo status di non-ebreo ha finito per danneggiarlo ma, per altro verso, ne è uscito a buon mercato poiché ha beneficiato dei privilegi che non si negano ai cantori della mitologia ebraica.

Al beneficio del dubbio, una giudice istruttrice gli ha permesso di tenersi il denaro che aveva ottenuto disonestamente.

Sul piano delle invenzioni assurde, della scemenza sentimentale e della povertà dell’espressione letteraria, Bruno Grosjean è arrivato a pareggiare l’autore de Il Diario di Anna Frank e, come quest’ultimo, è stato smascherato.

Tuttavia Otto Heinrich Frank ha avuto appena il tempo di conoscere la vergogna, e poi, va detto, gli ebrei, dopo la sua morte nel 1980, hanno fatto molto scalpore e orchestrato una tale campagna di disinformazione, che il grande pubblico è stato tenuto nell’ignoranza circa la scoperta della frode. Il Diario di Anna Frank prosegue dunque imperturbabile la sua brillante e fruttuosa carriera.

Sul piano della falsa testimonianza, Elie Wiesel prosegue ugualmente la sua corsa ampiamente in testa tra i falsi testimoni di Auschwitz, davanti a Martin Gray, Filip Mueller, Rudolf Vrba, Mel Mermelstein, Abraham Bomba, Fania Fénelon e la numerosa folla di altri mitomani dell’olocausto.

Non è detto che un giorno la sua gloria e la sua fortuna di Premio Nobel per la Pace vada ad eguagliare quella dei Rotschild.

Per ora, nel suo settore, Elie Wiesel resta il re degli impostori e, vicino a lui, ne siamo tutti d’accordo, il goyim Bruno Grosjean non può che impallidire.

 

PROF. ROBERT FAURISSON (DICEMBRE 2002)

LA ELIMINAZIONE DEI CITTADINI DI ETNIA TEDESCA E DEI PRIGIONIERI DI GUERRA TEDESCHI IN YUGOSLAVIA: 1945-1953 – Pubblicato nel Marzo 2008

sabato, 11 aprile 2009

Ancora una pagina di Storia revisionista, ovvero una delle verità che i tanti pennivendoli prezzolati  da giudei e comunisti nascondono sui loro cosiddetti “libri” storici.

Meditino i tanti criminali delinquenti che ancora oggi, in Italia, inalberano gloriosamente i vessilli rosso sangue per rivendicare una tradizione di eccidi, stermini e falsificazioni storiche.

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

 

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Pubblicato nel: MARZO 2008

Da: Tomislav Sunic

 

 

NOTA 1) questo articolo è un adattamento del discorso del Dr. Sunic del 22 Giugno 2002 alla 14° Conferenza dell’Istituto di Revisionismo Storico (IHR – Insistute of Historical Review) a Irvine in California.

 

NOTA 2) Tomislav Sunic detiene un dottorato in scienze politiche dell’Università della California di Santa Barbara. E’ scrittore, traduttore ed ex docente di scienze politiche negli USA. Sunic vive attualmente con la sua famiglia in Croazia. Una sua intervista “riesaminare le ipotesi“ è stata pubblicata nel numero di Marzo-Aprile 2002 del Journal of Historical Review (periodico di revisionismo storico). Il suo libro più recente è: Homo Americanus: bambino dell’era post-moderna (2007), disponibile prezzo la Amazon Books.

               

Per visionare altri suoi articoli consigliamo visitare il suo sito: doctorsunic.netfirms.com

 

 

Le perdite militari e civili tedesche durante e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale sono ancora avvolte da un velo di silenzio, quantomeno nei mass-media, anche se sull’argomento esiste un’ampia letteratura.

Questo silenzio, dovuto in gran parte alla negligenza accademica, ha radici profonde e merita un’indagine più accurata.

Perché, ad esempio, le perdite civili tedesche e in particolare quelle gigantesche, avvenute dopo la guerra dei cittadini di etnia tedesca, vengono affrontate così sommariamente nei manuali storici scolastici?

I mass-media – televisioni, giornali, film e riviste – raramente, o per niente affatto, si occupano della sorte dei milioni di civili tedeschi nell’Europa Centrale e Orientale durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il trattamento inflitto ai cittadini di origine tedesca, meglio conosciuti come “Volksdeutsche” in Yugoslavia dopo il 1945 può essere considerato come un caso classico di “pulizia etnica su grande scala”.

Un attento esame di questi massacri di massa presenta dei problemi storici e legali, soprattutto quando si esamina la moderna legge internazionale e più precisamente quella che “fonda” il Tribunale dei Crimini di Guerra dell’Aja che si occupa dei crimini bellici avvenuti nei Balcani nel 1991-1995.

Pertanto la triste sorte dei cittadini di etnia tedesca di Yugoslavia durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale non dovrebbe essere occultata. Anzi, una buona comprensione del destino di questi tedeschi deve incoraggiare allo scetticismo per quanto riguarda l’applicazione dell’odierna legge internazionale.

Perché le sofferenze di certe nazioni e di certi gruppi etnici vengono ignorate, mentre quelle di altre nazioni ricevono l’attenzione dei media e dei politici occidentali?

All’inizio del secondo conflitto, nel 1939, oltre un milione e mezzo di cittadini tedeschi viveva nell’Europa Sud-Orientale, cioè in Yugoslavia, Ungheria e Romania. Per via della loro ubicazione lungo le rive del Danubio, questa gente era conosciuta col nome popolare di “Svevi del Danubio” (Donauschwaben).

La maggior parte di loro discendeva dai coloni che vennero in questa fertile regione nel 17° e 18° secolo, in seguito alla liberazione dell’Ungheria dal giogo turco.

Per secoli il Sacro Romano Impero prima e l’Impero Asburgico dopo, lottarono contro la dominazione turca nei Balcani e resistettero alla “islamizzazione” dell’Europa.

In questa lotta i tedeschi del Danubio erano visti come la roccaforte della civiltà occidentale ed erano altamente stimati dall’impero austriaco per via della loro produttività agricola e per le loro prodezze militari.

Il Sacro Romano Impero e quello asburgico erano entità multiculturali e multietniche nel vero senso della parola, nelle quali vissero gruppi etnici diversi per secoli in una relativa armonia.

Dopo la fine della 1°. Guerra Mondiale, nel 1918, che provocò lo sfaldamento dell’Impero Austro-Ungarico degli Asburgo e dopo il Trattato di Versailles del 1919, lo statuto giuridico dei Donauschwaben (svevi o tedeschi del Danubio) divenne incerto.

Quando il regime nazionalsocialista prese il potere in Germania nel 1933, i cittadini di etnia tedesca ammontavano a più di 12 milioni che vivevano nell’Europa Centrale e Orientale al di fuori delle frontiere del Reich tedesco.

Molte di queste persone furono incluse nel Reich in seguito all’annessione dell’Austria e della regione dei Sudati nel 1938, della Cecoslovacchia nel 1939 e di parti della Polonia alla fine del 1939.

La “questione tedesca”, cioè la lotta per l’autodeterminazione dei cittadini di origini tedesche al di fuori delle frontiere del Reich tedesco, fu un fattore importante nello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Anche dopo il 1939 più di 3 milioni di oriundi tedeschi restarono al di fuori delle frontiere allargate del Reich, più precisamente in Romania, Yugoslavia, Ungheria e Unione Sovietica.

Il primo stato yugoslavo, 1919-1941, aveva una popolazione di circa 14 milioni di persone di diverse culture e religioni.

Alla vigilia del 2° conflitto mondiale la Yugoslavia includeva circa 6 milioni di serbi, circa 3 milioni di croati, oltre un milione di sloveni, circa 2 milioni di bosniaci musulmani, 1 milione di oriundi albanesi del Kosovo, circa mezzo milione di oriundi tedeschi ed un altro mezzo milione di oriundi ungheresi.

Dopo il crollo della Yugoslavia, nell’Aprile 1941, seguito da una rapida avanzata militare tedesca, circa 200.000 cittadini di origine tedesca divennero automaticamente cittadini dello Stato Indipendente di Croazia nuovamente ristabilito, un paese le cui autorità militari e civili rimasero alleate del Terzo Reich fino all’ultima settimana di guerra in Europa.

I restanti oriundi tedeschi, circa 300.000 nella regione della Voivodina, passarono sotto la giurisdizione ungherese che incorporò questa regione durante la guerra (dopo il 1945 questa regione fu riannessa alla parte serba della Yugoslavia).

Il destino degli oriundi tedeschi si fece sinistro durante gli ultimi mesi della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto dopo la fondazione della seconda Yugoslavia, uno stato comunista multietnico diretto dal Maresciallo Josip Broz Tito.

Verso la fine dell’Ottobre 1944 le forze partigiane di Tito, aiutate dall’avanzata sovietica e generosamente assistite dalle forniture aeree degli Alleati occidentali, presero il controllo di Belgrado, la capitale serba che divenne, in seguito, la capitale della nuova Yugoslavia.

Uno dei primi atti giuridici del nuovo regime comunista fu il decreto del 21 Novembre 1944 circa “la decisione riguardante il trasferimento dei beni del nemico nella proprietà dello Stato”.

Esso dichiarava “nemici del popolo” i cittadini di origine tedesca e li privò dei diritti civili.

Il decreto ordinava anche la confisca da parte del governo di tutti i beni, senza compensazione, dei tedeschi di Yugoslavia. Una legge supplementare, promulgata a Belgrado il 6 Febbraio 1945,  tolse la cittadinanza yugoslava ai tedeschi che vivevano nel paese.

 

Alla fine del 1944, mentre le forze comuniste avevano già preso il controllo dell’est dei Balcani, cioè la Bulgaria, la Serbia e la Macedonia, la Stato della Croazia, alleato dei tedeschi, resisteva ancora bene. Tuttavia all’inizio del mese di Aprile del 1945, le truppe tedesche, assieme ai militari e civili croati, cominciarono la ritirata verso l’Austria meridionale, e più precisamente verso la Carinzia. Durante gli ultimi due mesi di guerra, la maggioranza dei civili di origine tedesca in Yugoslavia si unirono a questo grande esodo. La paura dei rifugiati davanti alla tortura e alla morte era più che fondata, visto l’orribile trattamento inflitto dalle forze sovietiche ai civili tedeschi nella Prussia orientale e in altre parti dell’Europa dell’est. Alla fine della guerra, nel Maggio del 1945, le autorità tedesche avevano evacuato circa 220.000 cittadini tedeschi di Yugoslavia verso la germania e l’Austria. Molti però restarono nella loro patria ancestrale devastata dalla guerra.

 

Dopo la fine dei combattimenti in Europa, l’8 Maggio 1945, più di 200.000 cittadini di etnia tedesca che erano rimasti nelle retrovie yugoslave, divennero a tutti gli effetti i prigionieri del nuovo regime comunista.

Ben 63.635 civili yugoslavi di origine tedesca (donne, uomini e bambini) perirono sotto il regime comunista fra il 1945 ed il 1950, cioè circa l’8% della popolazione civile tedesca. La maggior parte morirono di spossatezza nei lavori forzati e nella “pulizia etnica”, oppure di malattia e di malnutrizione.

Il “miracolo economico “ così tanto vantato dalla Yugoslavia titina e più tardi dai “sessantottini” occidentali, fu il risultato diretto del lavoro di migliaia di lavoratori forzati tedeschi che, alla fine degli anni 40, contribuirono a ricostruire il paese.

 

I beni dei tedeschi di Yugoslavia, confiscati dopo la Seconda Guerra Mondiale, erano rappresentati da 97.490 piccole attività commerciali, fabbriche, magazzini, fattorie e altre attività. I beni immobiliari e terre coltivate confiscati ammontavano a 637.939 ettari e divennero proprietà dello stato yugoslavo. Secondo un calcolo del 1982, il valore dei beni confiscati ai tedeschi di yugoslavia raggiungeva i 15 miliardi di marchi, cioè circa 7 miliardi di dollari americani. Tenendo conto dell’inflazione, ciò corrisponderebbe oggi a 18 miliardi di dollari americani.

Dal 1948 al 1985 più di 87.000 tedeschi che risiedevano ancora in Yugoslavia, si sono trasferiti in germania dove sono diventati automaticamente cittadini tedeschi.

 

Tutto ciò costituì la “soluzione finale della questione tedesca“ nella Yugoslavia titina.

 

Di un milione e mezzo di cittadini di etnia tedesca che vivevano nel bacino del Danubio nel periodo 1939-1941, circa 93.000 servirono durante la Seconda Guerra Mondiale nelle forze armate dell’Ungheria, della Croazia e della Romania, paesi dell’Asse alleati della Germania, oppure nelle forze armate regolari tedesche. I cittadini di etnia tedesca dell’Ungheria, della Croazia e della Romania che servirono nelle formazioni militari di questi paesi, restarono rispettivamente cittadini di questi paesi.

Inoltre numerosi di questi tedeschi della regione danubiana servirono nella divisione Waffen-SS “Prinz Eugen“, che raggruppava circa 10.000 uomini (questa formazione fu battezzata in onore del Principe Eugenio di Savoia che aveva ottenuto grandi vittorie contro le forze turche alla fine del XVII secolo e all’inizio del XVIII secolo nei Balcani). Arruolarsi nella divisione “Prinz Eugen“ conferiva automaticamente la cittadinanza tedesca al momento del reclutamento.

 

Dei 26.000 tedeschi danubiani che persero la vita servendo nelle diverse formazioni militari, la metà perì dopo la fine della guerra nei campi yugoslavi. Le perdite della divisione “Prinz Eugen“ furono particolarmente alte, essendosi il grosso della divisione arreso dopo l’8 Maggio 1945.

Circa 1.700 di questi prigionieri furono uccisi nel paese di Brezice nei pressi della frontiera croato-slovena e la restante metà morì nei lavori forzati delle miniere di zinco in Yugoslavia nei pressi della città di Bor, in Serbia.

 

A parte la “pulizia etnica“ dei civili e soldati tedeschi del Danubio, circa 70.000 tedeschi che avevano servito nelle forze regolari della Wehrmacht, perirono durante la prigionia in Yugoslavia. La maggior parte di essi morì durante le rappresaglie o come lavoratori forzati nelle miniere, costruendo strade, nei cantieri navali ecc.

Erano principalmente dei soldati del “Gruppo d’Armata E“ che si erano arresi alle autorità militari britanniche nel sud dell’Austria al momento dell’armistizio dell’8 Maggio 1945.

Le autorità britanniche consegnarono circa 150.000 di questi prigionieri ai partigiani yugoslavi comunisti col pretesto di un ulteriore rimpatrio in Germania.

 

La maggior parte di questi soldati regolari della Wehrmacht perirono nella Yugoslavia post-bellica in tre fasi.

Durante la prima fase più di 7.000 soldati tedeschi catturati morirono nelle cosiddette “marce di espiazione“ organizzate dai comunisti, facendo 1.300 kilometri dalla frontiera sud dell’Austria fino alla frontiera nord della Grecia.

Durante la seconda fase, alla fine dell’estate 1945, numerosi soldati tedeschi in prigionia furono sommariamente giustiziati o gettati vivi nelle grandi voragini carsiche lungo la costa della Dalmazia, in Croazia.

Nella terza fase, dal 1945 al 1955, altri 50.000 perirono, come lavoratori forzati, di malnutrizione, stanchezza.

Il numero totale delle perdite tedesche durante la prigionia in Yugoslavia dopo la fine della guerra, includendo i civili e i soldati “tedeschi del Danubio“, nonché i tedeschi del Reich, può essere stimato sui 120.000, assassinati, morti per fame, uccisi sul lavoro o scomparsi.

 

Qual è l’importanza di queste cifre?

Che lezione si può imparare da queste perdite tedesche del dopoguerra?

E’ importante sottolineare che la triste sorte dei civili tedeschi dei Balcani altro non è che una piccola parte della topografia della morte comunista.

In totale, fra i 7 e i 10 milioni di tedeschi, personale militare o civile, morirono durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale in Europa ed in Unione Sovietica. La metà di essi perì negli ultimi mesi della guerra o dopo la resa incondizionata della Germania l’8 Maggio 1945. Le perdite tedesche, sia civili che militari, furono sensibilmente più elevate durante la “pace “ che durante la “guerra“.

 

Durante i mesi che precedettero e seguirono la fine della Seconda Guerra Mondiale, i cittadini di etnia tedesca furono uccisi, torturati ed espropriati in tutta l’Europa orientale e centrale, in particolare nella Slesia, nella Prussica orientale, in Pomerania e nei Sudati. In tutto dai 12 ai 15 milioni di tedeschi fuggirono o furono cacciati dalle loro abitazioni durante quello che probabilmente rimane la più grande “pulizia etnica“ della storia.

Di questo numero, più di due milioni di civili furono uccisi o persero la vita.

 

I genocidi comunisti nella Yugoslavia del dopoguerra vengono raramente affrontati dai media dei nuovi paesi nati dalle rovine della Yugoslavia comunista nel 1991, anche se oggi, in questi nuovi paesi, c’è una maggiore libertà di espressione e di ricerca storica che nei paesi dell’Europa occidentale.

Le elites post-comuniste di Croazia, Serbia e Bosnia, ampiamente composte da ex comunisti, sembrano condividere un interesse comune a rimuovere il loro passato criminale per quanto concerne il trattamento dei civili tedeschi.

 

Lo sfaldamento della Yugoslavia nel 1990-1991, gli avvenimenti che lo provocarono, nonché la guerra e le atrocità che ne seguirono, non possono essere compresi se non nel quadro delle grandi mattanze effettuate dai comunisti yugoslavi dal 1945 al 1950.

Come abbiamo già notato, la “ pulizia etnica “ non è niente di nuovo. Anche se si considera l’ex dirigente serbo Slobodan Milosevic e gli imputati croati attualmente sotto giudizio presso il Tribunale Internazionale dei Crimini di Guerra dell’Aja in qualità di criminali, i loro crimini di guerra, siano essi reali o presunti, restano minuscoli in confronto a quelli del fondatore della Yugoslavia comunista, Josip Broz Tito.

Tito effettuò la “ pulizia etnica “ e i massacri di massa su scala molto più ampia, contro i croati, i tedeschi e i serbi, spesso con l’avallo dei governi britannico e americano. Il suo regno in Yugoslavia (1945-1980) che coincise con la “guerra fredda“ fu in genere sostenuto dalle potenze occidentali che consideravano il suo regime come un fatture di stabilità in questa parte dell’Europa.

 

D’altra parte, la tragedia dei tedeschi dei Balcani impartisce una lezione sulla sorte degli stati multietnici e multiculturali. Due volte, durante il XX secolo, la Yugoslavia multiculturale, si trasformò in un carnaio inutile, scatenando una spirale di odio fra i gruppi etnici che la componevano.

Si può concludere, di conseguenza, che per delle nazioni e delle culture diverse, senza parlare di razze diverse, è meglio vivere a parte, separati da muri, piuttosto che vivere in una falsa convivialità che nasconde delle animosità e lascia dei risentimenti che durano nel tempo.

 

Poche persone potevano prevedere i selvaggi massacri interetnici che imperversarono nei Balcani dopo lo sfaldamento della Yugoslavia nel 1991 e questo fra popoli di origine antropologica relativamente simili. Non si può che porsi domande inquietanti circa il futuro degli Stati Uniti e della Francia dove tensioni fra popolazioni autoctone e masse allogene del Terzo Mondo lasciano presagire un disastro con conseguenze molto più sanguinose.

 

La Yugoslavia multiculturale fu, innanzitutto, la creazione dei dirigenti politici francesi, britannici e americani che firmarono il Trattato di Versailles nel 1919 e dei dirigenti politici britannici, sovietici e americani che si incontrarono a Yalta e a Potsdam nel 1945. Le figure politiche che crearono la Yugoslavia, così come fu concepita, non comprendevano affatto bene la percezione che le diverse popolazioni locali avevano di se stesse e di quelle vicine.

 

Nonostante le morti, le sofferenze e gli espropri subiti dai tedeschi dei Balcani durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale siano conosciute dalle autorità tedesche e dagli storici indipendenti,  esse continuano ad essere ignorate dai grandi media degli Stati Uniti e dell’Europa.

Perché?

Si può dedurre che, se queste perdite tedesche fossero più ampiamente discusse e meglio conosciute, esse stimolerebbero probabilmente una visione alternativa della Seconda Guerra Mondiale e, infatti, di tutta la storia del XX secolo.

Una migliore conoscenza delle perdite civili durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale potrebbe incoraggiare una discussione sulla dinamica delle società multiculturali di oggi.

Ora, un procedimento simile, a sua volta rischierebbe di colpire fortemente le idee e i miti dominanti che plasmano l’Europa dal 1945.

Un dibattito aperto sulle cause e le conseguenze della Seconda Guerra Mondiale offuscherebbe anche la reputazione di numerosi specialisti e opinionisti negli USA ed in Europa.

E’ probabile che una migliore conoscenza dei crimini commessi dagli Alleati durante e dopo il conflitto bellico, in nome della “ democrazia “ potrebbe cambiare i miti fondatori di numerosi Stati contemporanei.

 

TOMISLAV SUNIC (Scrittore)

tomislav.sunic@zg.htnet.hr

 

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

 

IL LASCITO DI HORST MAHLER. LA SUA ULTIMA DICHIARAZIONE PRIMA DEL VERDETTO E DELLA CONDANNA IL 25 FEBBRAIO 2009.

sabato, 11 aprile 2009


Ho ricevuto con qualche giorno di ritardo rispetto alla sua pubblicazione questa meravigliosa dichiarazione di Horst Mahler, avvocato difensore di revisionisti tedeschi condannato per avere fatto il suo mestiere e per avere trovato le prove dell’impostura ebraica a proposito del presunto olocausto.

 

Dato che internet è attualmente l’unica possibilità di fare seria informazione storica, pubblico sul mio blog questo testo. Spero che serva da lezione ai tanti coglioni che blaterano a sproposito di “olocausto” e di libertà di parola, ivi compresi i tanti decerebrati comunisti  ancora alle prese con il loro antifascismo che puzza di cadavere… Il nemico è un altro. Chissà quando lo capiranno i sottosviluppati mentali orfani di Stalin e Mao!

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

 

 

 

IL LASCITO DI HORST MAHLER

 

(Appartenente al crescente movimento di disobbedienza civile in Germania, Mahler è stato accusato di “Negazione dell’Olocausto“)

 

Invio il presente all’ultimo momento. Sta per essere emesso il verdetto e verrò rinchiuso immediatamente. Dopodichè non avrò più alcuna possibilità di esprimermi pubblicamente, quindi colgo questa occasione per spiegare brevemente, ancora una volta, che cosa veramente c’è in gioco.

 

Molti miei sostenitori disapprovano ciò che ho fatto.

Mi chiedono: “perché lo fai?“

 

Alcuni di loro sottolineano che sarei stato più utile fuori dalla prigione e non dentro.

Dicono che adesso il governo si sbarazzerà di me e non ne verrà tratto alcun vantaggio.

Io rispondo a loro che essi considerano la questione dal punto di vista sbagliato.

 

La cosa più importante non è più il fatto che l’attuale regime ci ha tolto il nostro diritto di libertà di parola!

Questo stato ha sempre avuto il potere di farlo, in molti modi, indipendentemente dal fatto che si voglia esprimere un opinione o meno.

Qui c’è in gioco qualcosa di più che il diritto di divulgare idee non conformi.

Se ci si accorge, come lo è stato per me, che la Religione dell’Olocausto è l’arma principale per la distruzione morale e culturale della nazione tedesca, allora è chiaro che ciò che è in gioco non è altro che il diritto collettivo all’auto-difesa, cioè, il diritto della Germania a sopravvivere.

 

La sopravvivenza interessa tutti quanti!

 

Il mondo crede veramente che noi Tedeschi ci lasceremo passivamente distruggere come Popolo, che permetteremo altrettanto passivamente che il nostro spirito nazionale venga estinto senza lottare?

Quale tipo di uomo di legge ritiene che l’auto-difesa è un atto criminale?

 

In qualità di Popolo ed entità collettiva vivente abbiamo una natura nazionale e spirituale. Il mezzo più sicuro per estinguere la Germania come entità spirituale è distruggere la nostra identità ed anima nazionale, in modo da non sapere più chi o cosa siamo.

Distruggere il nostro spirito nazionale è esattamente lo scopo del nostro nemico, chiedendo di accettare senza domande il suo estraneo Dogma dell’Olocausto, rinunciando a mettere in evidenza che il suo fantastico “Olocausto” non è mai avvenuto.

 

Non c’è alcuna prova di esso!

 

Quando ci accorgiamo di essere minacciati di annientamento, allora non abbiamo più dubbi su chi è il nostro nemico: è il vecchio assassino di nazioni.

Una volta accorti di questo, non ascoltiamo più passivamente le menzogne e i travisamenti del nemico. Cerchiamo un’arma ed un modo per proteggere la Germania, privare il nemico del potere che ha su di noi.

 

Ma ecco che abbiamo l’unica arma di cui abbiamo bisogno per proteggerci dall’annientamento.

Abbiamo la verità. “La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità!“

 

Un aspetto piuttosto insolito della storia della mia vita è la mia entrata da sinistra nell’ambito politico, tramite la Rote Armee Fraktion (RAF). Per farla breve, la RAF prese la via della lotta armata contro “Il Sistema “, così come veniva chiamato in quei giorni.

 

L’idea che ci motivò a prendere la via della lotta armata era la nostra credenza nell’Olocausto.

Credevamo effettivamente in ciò che “Il Sistema“ ci aveva insegnato a scuola e in ciò che veniva costantemente affermato dai media controllati dal nemico.

Come altri nella RAF, io credevo in questa propaganda anti-tedesca.

Ci credevo veramente e cercavo un modo per infrangere quell’insopportabile complesso di colpa associato “all’assassinio di sei milioni di ebrei “.

 

Non intendo antrare nei dettagli di quel periodo della mia vita; il punto è che, quando ero giovano, ero un “fervido credente “ dell’Olocausto.

 

Nel 2001, nel corso della mia carriera come avvocato, mi fu chiesto di difendere un patriota musicista.

Si trattava del cantante Frank Rennicke che fu condannato dal tribunale per “Negazione dell’Olocausto“.

La mia risposta a questa richiesta fu: “Naturalmente la difenderò!

 

Il compito di difendere Frank rese necessario che indagassi sui fatti, prove e accuse collegati all’Olocausto. Ecco a cosa hanno rivelato le mie inchieste:

 

non c’è nessuna prova al riguardo delle fantastiche asserzioni inerenti l’Olocausto!

Ci sono soltanto dichiarazioni rilasciate dal tribunale dei vincitori a Norimberga che dicono che ciò avvenne e che in merito si è già sufficientemente “investigato “.

 

Con la sua proverbiale faccia tosta il nostro nemico ci dice: “nessun altro evento in tutta la storia è stato così attentamente esaminato come l’Olocausto“. (La stessa faccia tosta che porta il nemico ad asserire che le enormi quantità di insetticida che la Germania usò per proteggere la salute dei prigionieri durante la Seconda Guerra Mondiale, fu usato per uccidere gli ebrei).

 

Se esaminiamo i fatti attuali, scopriamo che tutto ciò è una menzogna.

E’ una propaganda di atrocità che viene tuttora seminata, 65 anni dopo la sconfitta della Germania.

 

Quando il servile Bundesgericht (Corte Suprema tedesca) dichiara che un migliaio di “testimoni oculari “ sostengono “l’evento provato “, si tratta di un’altra sfacciata menzogna!

 

La nostra cosiddetta Corte Suprema sa perfettamente che la nostra cosiddetta Bundesrepublik (Repubblica Federale) non è uno stato sovrano e quindi non è un governo legittimo.

Il Prof. Carlo Schmid, l’esperto di diritto internazionale riconosciuto a livello mondiale e autore della nostra Grundgesetz (Legge Fondamentale), affermò chiaramente che la Repubblica Federale non è uno stato valido.

In una conferenza che diede in occasione della sua creazione nel 1949, egli la descrive specificatamente come una “ Organisationsform einer Modalitaet der Fremdherrschaft “ (Forma Organizzativa di una Modalità del Dominio Straniero), in altre parole, un mezzo di dominio dei nostri nemici.

Il Prof. Carlo Schmid compose questa descrizione diplomatica per evitare di usare il termine “governo fantoccio “.

 

La nostra legge Fondamentale non è stata scritta da un’assemblea di rappresentanti eletti e non è stata approvata plebiscitariamente. I nemici occupanti ce la imposero e non risponde ai requisiti di uno stato legittimo.

 

Poiché la Repubblica Federale non è uno stato legittimo, le istituzioni e le condizioni che i nostri nemici ci obbligano ad accettare, sono altrettanto illegittime sulla base del diritto internazionale.

 

E’ chiaro che i vincitori o il vincitore della Seconda Guerra Mondiale (il vero unico vincitore fu l’ebraismo mondiale) si diede un gran da fare per assicurare che le basi del dominio ebraico, di fatto il culto religioso dell’Olocausto, fossero legalmente inattaccabili.

Questo fu il loro intento quando crearono la Repubblica Federale ed è chiaro che la Corte Suprema a quel tempo adottò un ordinamento giudiziario destinato a perpetuare “l’Olocausto “.

 

La missione di proteggere l’Olocausto è insita  sia nella Repubblica Federale che nella Legge Fondamentale.

Questa è la base della dominazione della Germania da parte dei suoi nemici.

Il ministro degli esteri Joschka Fischer lo ha spiegato molto chiaramente quando si riferì all’Olocausto ed alla sponsorizzazione di Israele come la ragione di essere della Repubblica Federale.

 

Ciò che sta accadendo ora, altro non è che la distruzione del fondamento morale del nostro Popolo tramite un assalto genocidi alla nostra anima nazionale.

In questo non c’è niente di sorprendente.

Dovremmo considerare i nostri nemici veramente stupidi, specialmente il nostro più potente e più pericoloso nemico, se non avessero preso le misure idonee a mantenere il dominio su di noi.

 

I nostri nemici non scatenarono la Seconda Guerra Mondiale contro di noi semplicemente per abbandonare i loro scopi bellici dopo l’inevitabile vittoria delle loro risorse soverchianti in uomini e mezzi.

Andarono ben oltre,  evitando di darci la possibilità di esonerarci dalla Grande Menzogna, tramite autentici processi condotti da un potere giudiziario indipendente e professionale.

Il nostro peggior nemico non è stupido!

Egli prese scrupolose precauzioni e conosce fin troppo bene i metodi da elaborare per assicurare la compiacenza al suo modo di intendere la “giustizia “.

 

Chiunque non si accorga che il nostro nemico continua a perpetrare il genocidio contro di noi, come parte dei suoi scopi bellici, può aspettarsi che un Tedesco obbedisca al divieto di mettere in dubbio l’Olocausto.

Nessuno può aspettarsi che un Tedesco che voglia essere Tedesco non si ribelli a questo assalto contro la nostra nazione.

Questo assalto non è altro che un genocidio culturale e ci minaccia tutti.

 

Se è possibile, vi chiedo di osare immaginare che cosa necessariamente ne seguirà, se ne sarà il caso.

Che disgraziato essere umano sarei se, conoscendo questa minaccia per la nostra nazione e tutte le sue implicazioni, me ne stessi tranquillo seduto sulla mia comoda poltrona in attesa del giorno nel quale la verità verrà alla luce per conto suo!

Ogni Tedesco ha l’obbligo di fare il suo dovere per la Patria!

Abbiamo il sacrosanto diritto di difenderci, preservare la nostra nazione ed il nostro Popolo.

In ogni paese civilizzato c’è un obbligo legale di venire in aiuto di coloro che sono in pericolo.

 

Infatti la legge prescrive delle pene per coloro che non portano soccorso. La mancanza di aiutare e soccorrere è una grave violazione della legge, costituisce in se stessa un corpus delicti.

Sarei colpevole di un grave crimine se io non venissi in aiuto del mio Popolo, se me ne stessi tranquillo senza venirne in soccorso, sapendo che quella mostruosa impostura chiamata “Olocausto “ non è mai avvenuta.

In tal caso sarei veramente un criminale depravato!

 

Nell’attuale situazione non avrebbe senso per me tirare avanti a stento e cercare di guadagnare una maggioranza in questo o quel partito politico, oppure fondare un nuovo ed indipendente partito che si farebbe in un qualche modo strada attraverso il nostro intricato e corrotto parlamento per abrogare le leggi liberticide anti-tedesche.

Lavorando da solo, la mia linea d’azione è quella di continuare a fare ciò che ho sempre fatto.

Confidando su me stesso, non posso fare altro che ripetere la verità, sempre e di più.

Ho fatto un sacro giuramento che può essere letto su Internet, la nostra unica fonte informativa non censurata, che non desisterò mai dal ripetere questa verità:

 

L’Olocausto è una menzogna e lo è anche l’affermazione che ritiene sia stato provato

 

Non c’è nessuna prova che lo sostenga.

Nella sua intrepida difesa della fede cattolica, il Vescovo tradizionalista Richard Williamson ha recentemente affermato la stessa verità che io scoprii molto tempo fa.

 

Nel caso di Frank Rennicke fui professionalmente obbligato ad indagare le prove dell’Olocausto ed arrivai alla conclusione che tali prove non esistono.

Dopo aver riesaminato diversi processi simili, fummo in grado di esibire una lettera scritta da un professore di storia contemporanea, il Prof. Gerhard Jagschitz, di Vienna, le cui ricerche avevano anch’esse portato alla conclusione che non c’è alcuna prova a difesa dell’Olocausto.

Quando lo contattai, egli mi disse: “Si certo, lo sappiamo già “.

 

Il Prof. Jagschitz era stato incaricato dal tribunale come perito testimone onde determinare se l’Olocausto fosse “evidentemente ovvio “ come evento della storia contemporanea.

Passò tre anni ad esaminare la letteratura disponibile riguardante l’Olocausto in modo da determinare la verità. Trascorsi questi tre anni informò il tribunale che non poteva più difendere la sua iniziale ipotesi a difesa della validità dell’Olocausto.

Arrivò alla netta conclusione che, nell’ambito delle direttive di una società di diritto, non è ammissibile usare la “manifesta ovvietà “ dell’Olocausto come base per condannare coloro  ritenuti colpevoli di metterla in dubbio.

 

In quei giorni era il Prof. Jagschitz ed ora è la volta del Vescovo Williamson ma presto ci saranno molte altre personalità prominenti che arriveranno alla stessa conclusione.

 

L’auto-difesa è un diritto inalienabile.

Come Tedesco che vuole essere Tedesco mi sento personalmente coinvolto da questo assalto contro il mio Popolo. La nazione Tedesca non ha solo il diritto di difendersi, in effetti essa è obbligata a difendersi.

A causa della nostra sostanza culturale, noi come nazione nell’Europa centrale abbiamo il dovere e l’obbligo di resistere ai tentativi di distruggerci culturalmente, di annientarci come Popolo e come entità spirituale.

Ecco la posta in gioco!

 

Non scelgo di aspettare che siano altri a difendere la nazione Tedesca, scelgo di farlo io stesso!

Sto dicendo la verità così come la percepisco e la verità è quella che il cosiddetto “Olocausto “ non c’è mai stato. E’ questa l’ovvia ragione per la quale non vi sono prove in merito.

Non c’è niente che difenda l’Olocausto, tranne i verdetti dei processi farsa in stile moscovita.

Questi verdetti ci vengono costantemente martellati nel cervello dai media giudaici come “prova“ che l’Olocausto fu reale e che c’è un’abbondanza di prove che lo dimostrano.

 

Coloro che applicano e perpetuano quest’etichetta sanguinaria sono colpevoli di tradimento contro la nazione Tedesca.

I più famosi fra questi traditori sono i giudici della Corte Suprema che santificano e rafforzano le decisioni dei tribunali minori riguardanti l’assurda “manifesta ovvietà “ dell’Olocausto.

Ciò è peggio che travisare la giustizia, significa portare avanti un deliberato genocidio contro il popolo Tedesco.

Ho dimostrato la colpa dei traditori togati di Karlsruhe numerose volte e continuerò a sottolinearlo anche dalla prigione.

 

Dovrò farmi 12 anni di carcere. Come andrà a finire?

Ho 73 anni e quindi questa è una condanna all’ergastolo per me.

La mia sentenza prova che nella Germania di oggi il carcere a vita può essere comminato a chiunque si rifiuti di fare atto di sottomissione alla Grande Menzogna.

 

Naturalmente gli ebrei sono sempre disposti a “trattare “.

Il dissidente viene prima punito in maniera leggera, magari con un’ammenda pecuniaria.

Oppure ci può essere una condanna al carcere di qualche mese che può tramutarsi in libertà vigilata.

C’è sempre la possibilità di uscirne facilmente inchinandosi servilmente davanti alla Grande Menzogna e dando assicurazioni che non ci saranno più difficoltà in futuro.

Questo è ciò che il nemico vuole.

Chiunque sia convinto che la vita sotto la Grande Menzogna non valga la pena essere vissuta, deve essere tenuto dietro le sbarre per sempre.

Siccome io ho apertamente espresso questo sentimento innumerevoli volte, sapendo molto bene che la clava si sarebbe abbattuta, il nemico mi terrà sicuramente in prigione per il resto della mia vita..

Il nemico deve dimostrare al pubblico intimorito che cosa è veramente in gioco.

 

Chiaramente noi Tedeschi ci troviamo in una situazione nella quale dobbiamo mandare a monte le nostre vite se non ci sottomettiamo alla Grande Menzogna.

Qualunque cosa mi accada, posso solo dire, così come il nostro Salvatore dice nel Vangelo di San Matteo: “chiunque non è disposto a portare la sua croce non è degno di me!

Non siamo degni di chiamarci Tedeschi se, invece di alzarci in piedi per la verità, ci sottomettiamo supinamente alla Grande Menzogna!

 

Credo comunque che la situazione storica della Germania stia per cambiare.

La lotta sull’autenticità dell’Olocausto e sul dominio del dogma olocaustico sta ora imperversando nell’ambito della Chiesa Cattolica.

La Chiesa ha ancora un grande potere, anche se la sua gerarchia è stata corrotta ed erosa dagli ebrei.

Con la sua grande ricchezza e centinaia di milioni di devoti seguaci, la Chiesa è la roccia sulla quale la nave della Grande Menzogna si andrà ad infrangere per poi affondare.

 

Gli ebrei stanno per avere la loro Waterloo.

 

Una volta che l’Olocausto potrà essere apertamente discusso, la conoscenza della sua vera natura non potrà più essere soppressa.

Quando l’affare del Vescovo Williamson raggiunge il punto in cui un Papa è obbligato a scomunicarlo un’altra volta, come richiesto dall’ADL (Anti-Defamation League: organizzazione attivista dell’ebraismo mondiale), oppure se, sotto la pressione dei media ebraici e di corrotti politici, Papa Benedetto XVI dovesse abdicare dal Trono di San Pietro, ciò sarebbe un atroce shock per il mondo cattolico, allora la verità si farebbe strada!

 

La fede cristiana è basata sulla Verità, la Roccia dei Tempi.

La Verità ci renderà liberi e la volontà di essere liberi crescerà sempre più forte fino ad essere irresistibile, dopodiché avremo vinto.

 

Per quel che mi riguarda, io ho fatto tutto quello che potevo. Ho dato un esempio. Ho detto spesso che la nostra è la più facile rivoluzione che sia mai stata portata avanti.

Abbiamo soltanto bisogno che alcune migliaia di persone si alzino e dicano la verità chiaramente ed apertamente come ha fatto Richard Williamson ed io ho cercato di farlo, assieme ad altri che si sono autodenunciati per aver detto la verità e per aver distribuito “Conferenze sull’Olocausto “ di Germar Rudolf.

 

La vittoria finale della verità è inevitabile, così come lo è la sconfitta dell’ Impero Sionista globale.

Tuttavia, non abbiamo modo di sapere quanto tempo dovrà passare ancora, o le esatte circostanze che porteranno la verità alla vittoria. Aspettiamo e vediamo.

 

Al momento stiamo assistendo ad un altro crollo del sistema finanziario globale ebraico.

La base del potere ebraico, il tempio del loro Dio Jahweh-Mammona, è stato colpito al cuore dal crollo del loro sistema bancario predatore. Il potere ebraico è basato sul potere del denaro col quale comperano il controllo dei politici e dei media. Al momento stanno perdendo questo controllo del denaro. Una volta che lo hanno perso, perderanno anche il controllo del governo e dell’opinione pubblica. Il loro controllo sull’opinione pubblica è già stato indebolito dalla nascita del non censurato Internet che non sono in grado di sopprimere. Appena perderanno il controllo dei media, si troveranno in una situazione pietosa!

 

Quando ciò accadrà, gli ebrei ci saranno riconoscenti per aver capito e accettato il loro storico ruolo nella redenzione del mondo. Noi riconosciamo la loro tirannia distruttiva come una rivelazione del sentiero di Dio attraverso il mondo verso se stesso, come spiegò il filosofo Hegel.

 

Noi rispettiamo gli ebrei come i seguaci di Satana e li accettiamo nella certezza che potremo redimere loro e noi stessi portando la Verità nel mondo con le nostre azioni.

 

Gli ebrei hanno un pressante bisogno di redenzione e un giorno essi ci saranno grati!

 

HORST MAHLER

 

Inviato da: Ingrid Rimland Zuendel