Archivio di maggio 2009

LA REPUBBLICA DELLE BANANE (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Maggio 2009 e sul quindicinale CIAOEUROPA, Anno XVIII – n° 6 – 25 Maggio 2009).

domenica, 31 maggio 2009

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Che l’Italia fosse una repubblica “democratica” fondata sul terrorismo partigiano, sulla mafia e su un referendum istituzionale truccato è cosa nota ai più; che fosse anche una repubblica delle banane con Leggi applicate da emuli di Pulcinella è cosa che solo i più scafati riescono a capire.

Essendo reduce dall’ennesimo scontro con istituzioni corrotte che stravolgono Leggi e Sentenze a proprio piacimento, vorrei condividere con tutti i miei lettori questa esperienza dei giorni scorsi; come molti sapranno il sottoscritto è Segretario Nazionale del Movimento Fascismo e Libertà, entità riconosciuta del tutto legittima da decine di decreti di archiviazione e sentenze fin dalla sua fondazione, avvenuta ad opera di Giorgio Pisanò nel lontano 1991.

Chiunque può farsi una cultura su queste sentenze e decreti scaricandole dal nostro sito all’indirizzo: http://www.fascismoeliberta.info/phpf/viewpage.php?page_id=6

Ovviamente, l’illustre magistratura italica, divenuta organo militante del PCI su indicazione e volere del compagno Togliatti, se si è comportata onestamente sentenziando che il MFL non ha nulla a che fare con i reati previsti dalla XII Disposizione Transitoria della Costituzione, né con quelli disciplinati dalla cd. Legge Scelba, nulla ha mai fatto per tradurre questi pronunciamenti in fatti concreti, ovvero garantendo il nostro diritto ad operare in santa pace, senza censure e senza sabotaggi di ogni genere, soprattutto quando si tratta di partecipazioni alle elezioni; infatti, spesso e volentieri siamo stati cacciati da competizioni elettorali da vice prefetti mafiosi o da membri di commissioni elettorali con la bandiera rossa, alla faccia delle sentenze che sanciscono la nostra legittimità nel nome e nel simbolo che utilizziamo. Persino una Sentenza del Consiglio di Stato del 1994 viene ignorata o stravolta a piacimento, benché essa reciti senza ombra di dubbio che quanto meno il nostro simbolo, cioè il Fascio Repubblicano, è pienamente legittimo anche come contrassegno elettorale, purché disgiunto da una scritta che citi la parola “Fascismo”… Addirittura il Ministero dell’Interno, ove si devono depositare i simboli in occasione di elezioni nazionali ed europee, ha sempre rifiutato il nostro logo, benché dichiarato legittimo dalla Sentenza di cui sopra, anche quando è stato epurato dalla parola “Fascismo”; anzi, a dirla tutta, spesso i mafiosi impiegati in quel ministero ci hanno sibilato nelle orecchie, in via informale, che mai e poi mai avrebbero accettato il nostro logo… Tanto le decisioni del Ministero in tema di simboli elettorali sono inappellabili, come sancisce la Legge di questa repubblica delle banane! Alla faccia della tanto decantata “libertà riconquistata” di cui ha parlato pochi giorni or sono il residuato bellico dell’era sovietica che pretende di essere presidente “di tutti gli italiani”!

Spesso ci è andata meglio in occasione di elezioni amministrative, ove a decidere non è il Ministero ma i membri delle commissioni elettorali di provenienza prefettizia… Evidentemente non tutti in Italia sono dei mascalzoni e qualcuno si limita ad applicare la Legge, dopo avere esaminato attentamente le Sentenze che sanciscono la nostra legittimità; certo, qualcuno applica le Leggi, ma altri cercano di interpretarle a modo loro, come accade nella rossa Torino. In questa provincia, dal 2001 al 2005 avevamo presentato ben dieci liste in piccoli comuni, ottenendo anche l’elezione di 4 consiglieri comunali tuttora in carica, ed il tutto senza grosse difficoltà: andavano bene sia il Fascio, sia la parola “Fascismo” nel contrassegno. Ma quando nel 2006 presentai la lista a Torino città, il Prefetto di Torino risvegliò la sua sensibilità “partigiana”, imponendo alle commissioni torinesi di respingere quello stesso contrassegno elettorale!

Dopo lunghe discussioni e battaglie ci si accordò per uniformarsi alla sopra citata Sentenza del Consiglio di Stato: sì al Fascio repubblicano, no alla parola Fascismo… Tutto questo mentre in provincia di Asti e di Milano nessuno ci contesta alcunché, accettando le nostre liste con logo completo!

Ma il bello deve ancora venire; dopo immane fatica, specie per un movimento piccolo e privo di mezzi come il nostro, abbiamo presentato nei giorni scorsi la lista per le elezioni provinciali di Torino… Un successo senza precedenti, stante anche la contemporanea presenza dei partiti della cosiddetta “area” (Fiamma Tricolore ed il Likud Italiano, ovvero “La Destra” di Storace) nel listone che sostiene il candidato del PDL… 

Sono state presentate 1036 firme, delle quali 1013 ritenute valide dall’Ufficio Centrale Elettorale della Corte d’Appello di Torino, il quale ha, in caso di elezioni provinciali, lo stesso ruolo rivestito dalla Commissione Elettorale in caso di elezioni comunali. Ma il suddetto Ufficio, composto da magistrati degni dei cosiddetti tribunali partigiani, ha pensato bene per l’ennesima volta di respingere il nostro simbolo, aggiungendo questa volta una trappola infame: nel verbale di ricusazione, ci assegnavano 48 ore di tempo per presentare un nuovo contrassegno, ma sottolineando che per loro il simbolo del Fascio Repubblicano era del tutto legittimo, in osservanza della Sentenza del Consiglio di Stato del 1994, pur non potendosi associare alla parola “Fascismo”.

Per meglio organizzare la trappola, anche la Commissione elettorale di Chivasso, che nelle stesse ore analizzava la lista presentata al Comune torinese di Brozolo, ci comunicava che si uniformava alle decisioni dell’Ufficio Centrale Elettorale della Corte d’Appello di Torino, ricusando il nostro simbolo storico con la dicitura “Fascismo e Libertà”, in attesa di ricevere altro logo contenente il Fascio ma non la parola “Fascismo”. Il Presidente di questa Commissione Elettorale mi garantiva telefonicamente che quello stesso Fascio presentato anche nel 2006 andava benissimo, e che certamente un contrassegno con esso e la sola sigla MFL sarebbe stato approvato.

Dopo mille corse ad ostacoli, ci recavamo a Torino per consegnare il nostro logo alternativo, nonché a Chivasso (TO) per presentare analogo contrassegno per il Comune di Brozolo (TO).

Tutto risolto? Ma nemmeno per sogno! Infatti, se il Presidente della Commissione di Chivasso si dimostrava persona seria e di parola, approvando il logo alternativo privo della parola Fascismo, i magistrati – partigiani di Torino, dopo due giorni di totale silenzio, ci comunicavano la loro “sorpresina”: sentenziavano, infatti, che il Fascio era sì un simbolo legittimo, ma non quello che usiamo noi, poiché identico a quello che venne usato dalla RSI di Mussolini!

Dunque avremmo dovuto presentare un altro Fascio Repubblicano, diverso da quello della RSI, ovvero un qualcosa che non esiste, perché il Fascio Repubblicano usato dalla RSI e dal MFL è identico a quello usato durante la Repubblica Romana di Mazzini, nonché a quelli utilizzati come simbolo dal Senato degli USA e dalla Repubblica Francese!

Ovviamente ai magistrati discesi dai monti di Torino non passava neppure per l’anticamera del cervello il fatto che la Sentenza del Consiglio di Stato a cui essi stessi si riferivano venne promulgata proprio per legittimare il nostro Fascio repubblicano, che non è mai cambiato dal lontano 25 luglio 1991; sentenza che, fra l’altro, fa esplicito riferimento proprio al Fascio repubblicano adottato come simbolo dalla Repubblica Francese, ovvero del tutto identico a quello che storicamente usa il MFL!

Non contenti di mostrare tutto il loro livore antifascista e la loro arroganza partigiana, i magistrati partigiani di Torino aggiungevano una perla al loro verbale di ricusazione definitiva: “ (…) non corrispondendo il nuovo contrassegno ai requisiti di legittimità con quel provvedimento esplicitati; che, infatti, la stessa dichiarazione riferita ha cura di sottolineare come si tratti proprio del fascio repubblicano della citata RSI (…)”

Questi emuli della cultura del loro collega Antonio Di Pietro, oltre a stravolgere la Sentenza del Consiglio di Stato fingendo che essa si riferisca a chissà quale Fascio inesistente, citano come prova a loro favore il fatto che il sottoscritto nella descrizione del contrassegno abbia utilizzato il termine “repubblicano” per definire il Fascio, termine che per “lorsignori” indica la RSI di Mussolini! Peccato per questi sottoculturati antifascisti che il Fascio prende il nome di “repubblicano” perché nato ai tempi dell’antica Roma Repubblicana pre-imperiale (fra il 509 A. C. e il 27 A. C.)… Cosa che viene chiaramente ribadita dalla citata Sentenza: Il fascio, usato nell’antica Roma come insegna dei magistrati elettivi dotati di potere di comando (imperium), ha assunto nel tempo il valore di simbolo della forma repubblicana dello Stato – e in particolare di una repubblica non oligarchica né aristocratica, ma retta dalla volontà popolare espressa mediante libere elezioni. Così è stato adottato dalla Rivoluzione francese, ed è tuttora l’emblema ufficioso di quella Repubblica; ed è stato adottato anche dalla Repubblica romana di Giuseppe Mazzini, e anche da qualche altro Stato (es.: il cantone elvetico di San Gallo).

 

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Non è, dunque, “repubblicano” il Fascio perché adottato dalla Repubblica di Mussolini, ma è se mai vero il contrario, cioè che quel Fascio venne adottato dalla RSI perché da tempo immemorabile veniva utilizzato per simboleggiare una repubblica democratica! Con buona pace dei magistrati partigiani torinesi e dei loro studi scolastici, evidentemente molto carenti…

Come ciliegina sulla torta della presa per il deretano, gli illustri magistrati partigiani aggiungevano anche che la sigla MFL associata al Fascio della RSI è troppo simile a quella del PFR (Forse per persone di limitata cultura come la loro, perché credo che a parte Di Pietro e compagni di studi, tutti notino la differenza fra le sigle MFL e PFR!), che da due anni a questa parte è stata riesumata da un noto imbecille, ex MFL, che ha pensato bene di rifondare il PFR attirandosi addosso decine di interpellanze parlamentari e perquisizioni assortite… Tanto che, dopo pochi mesi di vita, quella sigla e quell’imbecille sono spariti… Eppure i galantuomini dell’Ufficio Centrale Elettorale della Corte d’Appello di Torino citano nel verbale di ricusazione come “prova” di quanto sostengono, l’indirizzo del sito del PFR, www.partitofascistarepubblicano.it, che non esiste più da mesi! Controllare per credere…

Dunque la trappola era pronta da tempo, ed il sottolineare in prima presentazione che il Fascio era un simbolo legittimo è servito soltanto ad impedirci di usare un logo alternativo che abbiamo di recente studiato, il quale fa riferimento al Socialismo Nazionale (cioè al Fascismo!) senza utilizzare simboli contestabili… Evidentemente ci amano così tanto da tenerci sotto controllo e sorvegliarci per boicottare qualsiasi nostra iniziativa tendente a spezzare l’infame ed ignobile regime antifascista!

Ora, pur trovandomi in forte crisi per varie ragioni, non intendo accettare supinamente questa ennesima porcheria partigiana, indi ho dato mandato al mio avvocato di Asti di presentare ricorso al TAR entro le 48 ore di legge… Prossimamente informerò i miei lettori circa i risultati, pur non riponendo alcuna fiducia nello schifoso mondo della magistratura partigiana italica…

Comunque, a dimostrazione della schizofrenia delle Leggi italiane e dei soggetti preposti alla loro applicazione, ribadisco che mentre ricorriamo al TAR per poter essere presenti alle Provinciali di Torino, la situazione elettorale per il 6 e 7 giugno è la seguente: saremo presenti con il logo storico e la scritta “Fascismo e Libertà” nei comuni della provincia di Asti di Cellarengo, Dusino San Michele e Moncucco, nonché nel comune milanese di Nosate, che è la vera sorpresa, in quanto, pur essendo la prima volta in assoluto che il MFL si presenta alle elezioni in quella provincia, nessuno ha trovato alcunché da obiettare nel nostro simbolo!

Infine, saremo presenti con il logo del Fascio e la sigla MFL nel comune torinese di Brozolo. Non sarà tanto, ma in un periodo ove tutti nella cosiddetta “area” fanno la fila davanti alla porta del PDL per avere le briciole del potere dal Cavalier Berlusconi e dai suoi soci Fini e Bossi, è fin troppo, specie per le dimensioni del nostro MFL. Non deporrem la spada, come si cantava durante la RSI… E lo cantiamo in faccia a chi quella spada l’ha deposta e sepolta in giardino!

In conclusione, forse questa situazione legislativa paradossale rappresenta l’ennesimo esempio di “americanizzazione” dell’Italia, in quanto ormai anche qui pare che non esistano Leggi certe valide per l’intero territorio nazionale, ma che tutto sia demandato agli umori ed alle preferenze dei vari “sceriffi” di contea!

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.info

SI AVVICINANO LE ELEZIONI…

domenica, 31 maggio 2009

… E mentre i veri oppositori del regime vengono sabotati in ogni modo, alla faccia delle cazzate che si dicono intorno alle “riconquistate libertà” ed ai “diritti” inviolabili che la Costituzione dovrebbe garantire (a giudei e comunisti, forse…), i falsi fascisti proseguono, fra un’abiura e l’altra, a proporsi per intercettare i voti dei fessi disinformati ed orfani di un’area politica di riferimento.

A quanti stanno per compiere l’errore di votare per i vari FN, FT e robaccia simile credendo di esprimere un voto “Fascista”, propongo la lettura, senza altri commenti, di un’interessante intervista pubblicata da “La Stampa” di Torino ad uno dei tanti leader forzanovisti.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.info

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LE “CONFESSIONI“ DI RUDOLF HOESS (COMANDANTE DI AUSCHWITZ) – Pubblicato nel maggio 2004.

sabato, 30 maggio 2009


Ancora notizie clandestine, ancora fatti incontrovertibili che demoliscono la mitologia ebraica sull’olocausto e sul presunto campo di sterminio di Auschwitz…

In risposta ai fatti che non può smentire, la sbirraglia del pensiero democratico-giudaico risponde con le leggi antirevisioniste e con il carcere per gli studiosi più seri e preparati.

Anche grazie alla connivenza del popolo bue, che approva la repressione e grida allo scandalo quando qualche studioso apporta nuove prove contro il mito olocaustico.

Chissà quando il nostro popolo riuscirà a destarsi dal lungo torpore ed a reagire al lavaggio del cervello…

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

 

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Di: Ingrid Rimland Zuendel

Data: Maggio 2004


I revisionisti provarono molto tempo fa che le varie confessioni di Rudolf Hoess contenevano così tanti grossolani errori, elementi senza senso e impossibilità di ogni genere, che non era più possibile crederci come invece fecero i giudici a Norimberga e Cracovia, nonché certi storici di regime, senza alcuna analisi a priori del loro contenuto e delle circostanze in cui esse furono ottenute.

In tutta probabilità Hoess fu torturato dai soldati inglesi della 92° Sezione di Sicurezza, ma si rendeva necessaria una conferma di tale ipotesi. La conferma arrivò con la pubblicazione in Inghilterra di un libro contenente il nome del principale torturatore (un sergente inglese di origine ebraica) ed una descrizione delle circostanze dell’arresto di Hoess, nonché il suo interrogatorio di terzo grado.

Il libro è di Rupert Butler. Fu pubblicato nel 1983 (Hamlyn Paperbacks). Butler è l’autore di altre tre opere:

 

-          I Black Angels (gli angeli neri)

-          Hand of Steel (mano d’acciaio)

-          Gestapo

 

Tutti pubblicati dalla casa editrice Hamlyn.


Il libro che ci interessa porta il titolo: Legions of Death (le legioni della morte).

La sua ispirazione è anti-nazista. Butler dice di aver ricercato questo libro all’Imperial War Museum di Londra, all’Istituto di Storia Contemporanea e la Wiener Library, nonché presso altre prestigiose istituzioni. All’inizio di questo libro, egli esprime la sua gratitudine a queste istituzioni e, fra queste, a due persone, una delle quali è Bernard Clarke (che catturò il Comandante di Auschwitz Rudolf Hoess). L’autore riporta diverse citazioni di ciò che furono le affermazioni scritte o registrate da Clarke.

 Bernard Clarke non ha alcun rimorso. Anzi, egli esibisce un certo orgoglio nell’aver torturato un “Nazista”. Rupert Butler, evidentemente, non trova alcunché da criticare. Nessuno dei due capisce l’importanza delle proprie rivelazioni. Dicono che Hoess fu arrestato l’11 Marzo 1946 e che ci vollero tre giorni di tortura per ottenere una “deposizione coerente“. Essi non si rendono conto che la cosiddetta “deposizione coerente“ altro non è che una confessione lunatica, firmata dalla loro tremante vittima il 14 o 15 Marzo 1946, alle ore 02.30 del mattino, che avrebbe segnato il destino di Hoess, una confessione che avrebbe definitivamente modellato un mito. La confessione avrebbe anche modellato in forma decisiva il mito di Auschwitz, il presunto punto più alto dello sterminio ebraico, soprattutto in base al presunto utilizzo delle camere a gas omicide.

L’11 Marzo 1946, un certo Capitano Cross, Bernard Clarke e quattro altri esperti di controspionaggio in uniforme inglese, la maggior parte di loro alti e minacciosi, entrarono nella casa della Sig.ra Hoess e dei suoi figli.

I sei uomini, ci dicono, erano tutti “esperti nelle più sofisticate tecniche di investigazione prolungate e senza pietà“ (pag. 235). Clarke iniziò a urlare:


“Se non ci dice dov’è suo marito vi consegneremo ai russi che vi metteranno davanti ad un plotone di esecuzione. Suo figlio andrà in Siberia“


La Sig.ra Hoess cedette e rivelò, dice Clarke, l’ubicazione nella fattoria dove suo marito si nascondeva ed anche il nome che stava usando: Franz Lang.


Bernard Clarke aggiunse:


“Un’adeguata intimidazione al figlio e alla figlia produssero la stessa informazione“.


Il sergente ebreo e gli altri cinque specialisti in interrogatorio di terzo grado uscirono per cercare Hoess che sorpresero nel mezzo della notte che dormiva su una brandina nella stanza che veniva usata per macellare il bestiame della fattoria.


Hoess urlò di terrore alla vista delle uniformi britanniche.


Clarke gridò: “Come ti chiami?“


Ogni volta che la risposta era “Franz Lang”, la mano di Clarke colpiva la faccia del suo prigioniero.
Alla quarta volta, Hoess cedette ed ammise chi era.


L’ammissione scatenò improvvisamente l’avversione dei sergenti ebrei che lo arrestarono ed i cui familiari erano morti ad Auschwitz in seguito ad un ordine firmato da Hoess.


Il prigioniero fu buttato giù dalla branda, il pigiama gli fu strappato addosso. Fu poi trascinato nudo ad uno dei tavoli da macello sul quale colpi e urla parevano a Clarke essere infiniti.


Alla fine l’Ufficiale Medico si affrettò a dire al Capitano: “li faccia smettere, altrimenti vi porterete dietro un cadavere“.


Una coperta fu gettata sul corpo di Hoess il quale fu trascinato nella macchina di Clarke, dove il sergente gli fece ingurgitare una quantità considerevole di whisky. Hoess provò poi a dormire.


Clarke puntò il suo bastone di servizio sotto le palpebre del prigioniero e gli ordinò in tedesco: “Tieni i tuoi porci occhi aperti, maledetto maiale!“.


Per la prima volta Hoess tirò fuori la sua giustificazione spesso ripetuta: “ Ho ricevuto gli ordini da Himmler. Io sono un soldato esattamente come lo è lei e noi abbiamo dovuto obbedire agli ordini“.


Il gruppo ritornò ad Heide alle tre del mattino circa, la neve stava cadendo silenziosamente ma la coperta fu tolta di dosso a Hoess e fu costretto a camminare nudo attraversando il cortile della prigione fino alla sua cella (pag. 237).


Bernard rivela: “Ci vollero tre giorni per avere una coerente deposizione da Hoess“.


Questa ammissione fu confermata dal Sig. Ken Jones in un articolo del Wrexham Leader (17 Ottobre 1986).


Il Sig. Ken Jones era un soldato della Quinta Artiglieria Reale a cavallo stazionata ad Heide, nello Schleswig-Holstein.
“Ce lo portarono quando si rifiutava di rispondere alle domande circa le sue attività durante la guerra. Arrivò che era ancora inverno e fu messo in una piccola cella della prigione della caserma“, ricorda il Sig. Jones. Altri due soldati andarono con Jones nella cella di Hoess per dare una mano a farlo cedere nell’interrogatorio.


“Sedemmo nella cella con lui, giorno e notte, armati di manici d’ascia. Il nostro lavoro era quello di tenerlo sveglio ogni volta che si addormentava per rompere la sua resistenza“, disse il Sig. Jones.


Quando Hoess fu tirato fuori per fare ginnastica all’aperto nel freddo pungente,  gli fu fatto indossare un paio di jeans ed una sottile camicia di cotone.


Dopo tre giorni e tre notti senza dormire, Hoess finalmente cedette e fece una completa confessione alle autorità.
La deposizione di Clarke, ottenuta nelle condizioni appena descritte dai violenti della Sicurezza Militare Britannica su brutale ispirazione del sergente-interprete Bernard Clarke, divenne la prima confessione di Hoess, la confessione originale classificata con numero NO-1210. Una volta che il prigioniero iniziò a parlare, secondo Clarke, fu impossibile fermarlo. Clarke, non più cosciente nel 1982 o 1983 di quanto lo fosse stato nel 1946, dell’enormità di ciò che Hoess fu obbligato a confessare, continua a descrivere una serie di orrori fittizi presentati come la verità.


Hoess continuava a dire come i cadaveri, dopo aver appiccato loro il fuoco, il grasso che ne derivava fosse versato sugli altri (!). Egli stimò il numero dei morti, nel solo periodo nel quale rimase ad Auschwitz, in circa 2 milioni (!); ad un ritmo di 10.000 vittime al giorno (!).

 

Era compito di Clarke censurare le lettere inviate da Hoess a sua moglie ed ai suoi figli. Ogni poliziotto sa che il potere di dare o di togliere il permesso ad un prigioniero di scrivere alla sua famiglia costituisce un’arma psicologica. Far “cantare” un prigioniero è talvolta sufficiente per sospendere o cancellare tale autorizzazione.


Clarke fa un’annotazione interessante circa il contenuto delle lettere di Hoess; egli ci dice:

 

“A volte mi veniva un nodo alla gola. Vi erano due diversi uomini in un solo uomo. Uno era brutale senza scrupoli per la vita umana. L’altro era affettuoso e buono (pag. 238)“


Rupert Butler Termina il suo racconto dicendo che Hoess non negò e non fuggì le sue responsabilità.
In effetti, al processo di Norimberga, Hoess si comportò con “ apatia schizoide “. Questa espressione fu dello psicologo americano della prigione G.M. Gilbert che aveva il compito della sorveglianza psicologica dei prigionieri ed il cui origliare fu di aiuto al processo penale americano. Possiamo certamente credere che Hoess fosse “diviso in due“! Egli aveva l’aspetto di uno straccio perché fu trasformato in uno straccio.


“Apatico“, scrive Gilbert a pag. 229 del suo libro; “apatico“ ripete nella pagina successiva; “apatia schizoide“, scrive a pagina 239 (Diario di Norimberga, 1947, Signet Book, 1961).


Alla fine del suo processo a Cracovia, Hoess affrontò la sua condanna a morte con apparente indifferenza. Rupert Butler commenta come segue:


“Hoess riteneva che gli Alleati avessero ricevuto i loro ordini e che, pertanto, non c’era alcuna ragione per cui questi non dovessero essere eseguiti“.


Sembra che Rudolf Hoess, come migliaia di tedeschi accusati che si rivolgevano alla pietà dei vincitori che erano totalmente convinti della loro bontà, aveva prontamente capito di non avere altra scelta che quella di accettare la volontà dei suoi giudici, fossero essi dell’Ovest o dell’Est.


Bernard Clarke è oggi un uomo d’affari di successo nel Sud dell’Inghilterra (Legions of Death, 1983, pag. 235). Infatti si può dire che fu la sua voce ad essere ascoltata il 15 Aprile 1946, quando l’Assistente Procuratore Amen lesse, pezzo per pezzo ad un’udienza tanto gremita quanto stupita, la presunta confessione di Rudolf Hoess. In quel giorno fu divulgata una menzogna di dimensioni mondiali: la menzogna di Auschwitz. Alle origini di quel prodigioso evento mediatico ci sono diversi sergenti ebrei dei Servizio di Sicurezza Militare Britannico, incluso Bernard Clarke, “oggi un uomo d’affari di successo che lavora nel Sud dell’Inghilterra“.


Da diverso tempo sappiamo che il mito di Auschwitz è di esclusiva origine ebraica.


Arthur R. Butz ha esposto i fatti nel suo libro THE HOAX OF THE TWENTIETH CENTURY (la menzogna del 20° secolo), così come fece Wilhelm Staeglich in THE AUSCHWITZ MYTH (il mito di Auschwitz).


I principali fautori della creazione e della divulgazione delle “voci su Auschwitz“ sono stati, rispettivamente, due slovacchi, Alfred Wetzler (o Weczler) e Rudolf Vrba (o Rosenberg o Rosenthal); ed un ungherese, il Rabbino Michael Dov Ber Weissmandel (o Weissmandl); poi, in Svizzera, rappresentanti del Congresso Mondiale Ebraico come Gerhard Riegner che erano in contatto con Londra e con Washington; ed infine americani come Harry Dexter White, Henry Morgenthau Jr. ed il Rabbino Stephen Samuel Wise.


Così nacque il famoso World Refugee Board Report (rapporto dell’ente mondiale sui rifugiati) su Auschwitz e Birkenau, pubblicato a Washington nel Novembre del 1944. Copie di questo rapporto furono incluse nelle pratiche dei giudici e dei procuratori incaricati di perseguire i tedeschi coinvolti nel campo di Auschwitz. Esso costituì la versione ufficiale della storia delle presunte gasazioni degli ebrei in quel campo. Molto probabilmente il rapporto fu usato come lavoro di riferimento dai torturatori-inquisitori del “Comandante di Auschwitz“. Tutti i nomi qui menzionati sono quelli di ebrei.


Inoltre ora vediamo che Bernard Clarke, il primo torturatore inglese, era un ebreo. Il secondo torturatore inglese, il Maggiore Draper (?) poteva essere un ebreo. La stessa cosa per i due americani, lo psicologo Gustav Mahler Gilbert ed il Colonnello Harlan Amen.


Infine Hoess ebbe a che fare, in Polonia, con ebrei polacchi che lo trattarono più o meno nello stesso modo. Quando scrisse le sue “memorie“ si trovava sotto la supervisione del giudice istruttore Jan Sehn, che era anch’egli probabilmente un ebreo.


Gli storici di regime non sono d’accordo che Hoess sia stato torturato ed abbia confessato sotto coercizione. Partendo dalla pubblicazione nel 1983 del libro di Rupert Butler, tuttavia, non è più possibile contestare questo fatto. I revisionisti avevano ragione.


Dal 1985 in poi è ancora più improbabile. Nel Gennaio-Marzo 1985, il processo di Ernst Zuendel, che fu accusato da un’associazione ebraica e dalla Corona, di divulgare letteratura revisionista, ebbe luogo a Toronto (Canada). Rudolf Vrba testimoniò in qualità di testimone della corte (oggi egli vive nella Columbia Britannica). Positivo e sicuro di se fintanto che rispondeva alle domande della corte, capitolò in modo spettacolare quando fu contro interrogato dall’avvocato difensore di Ernst Zuendel, Doug Christie.


Per la prima volta, dal 1945, ad un testimone ebreo di presunte gasazioni ad Auschwitz, fu chiesto di spiegare le sue affermazioni e i suoi disegni. Il risultato fu così tremendo per Rudolf Vrba che alla fine la corte stessa diede una specie di colpo di grazia al suo stesso testimone chiave.


Questo evento inaspettato assieme ad alcuni altri (come lo specialista dell’Olocausto, Raul Hilberg, trovato con le mani nel sacco nelle sue menzogne) fecero del “Processo di Toronto“ il “Processo al Processo di Norimberga“.


Le involontarie rivelazioni di Rupert Butler nel 1983 e quelle inattese del “Processo di Toronto“ del 1985 riuscirono finalmente a dimostrare chiaramente come il mito di Auschwitz fu costruito dal 1944 al 1947, per la precisione dall’Aprile 1944, quando Rudolf Vrba e Alfred Wetzler si presume siano fuggiti da Auschwitz per raccontare la loro storia al mondo, fino all’Aprile 1947, quando Rudolf Hoess fu impiccato dopo aver presumibilmente raccontato al mondo la sua storia su Auschwitz.


E’ curioso che dall’inizio alla fine, questa storia viene essenzialmente, e forse esclusivamente, da fonti ebraiche. Due bugiardi ebrei (Vrba e Wetzler) dalla Slovacchia convinsero o sembra abbiano convinto altri ebrei in Ungheria, Svizzera, Stati Uniti, Gran Bretagna e Polonia.


Questa non è una cospirazione od un complotto, è la storia della nascita di un credo religioso: il mito di Auschwitz, centro della religione dell’Olocausto.

MA QUALE CRISI? (Pubblicato sul quindicinale “CIAOEUROPA”, Anno XVIII – n° 5 – 3 Maggio 2009)

giovedì, 28 maggio 2009


Da qualche mese a questa parte una nuova moda sta colpendo l’Italia e gli italiani: parlare e straparlare della cosiddetta “crisi”. Non c’è quotidiano che non offra dotte analisi a proposito, e non c’è programma televisivo o radiofonico che non tenti di nobilitarsi dando la parola a sedicenti esperti che ci parlano della crisi, dei motivi che l’hanno generata e degli strumenti atti a sconfiggerla.

Più o meno come quando si blatera di “olocausto”, di resistenza, di razzismo, di fascismo ed antifascismo, di presunte barbarie naziste, ci vengono propinati assurdi luoghi comuni e verità precostituite dai mezzi di comunicazione di massa, attivando in quella specie di scimmietta ammaestrata che è l’italiano medio i soliti meccanismi che lo portano a ripetere pappagallescamente quando conversa al bar o fra amici i luoghi comuni imparati, utilizzando la solita aria da saccente che non può mancare in chi dice cretinate su argomenti che non conosce ma che pretende di padroneggiare.

Ora, osservando il modo di vivere degli italiani e parlando con amici e conoscenti, mi sorge spontanea una domanda: “Ma di quale cazzo di crisi andate cianciando, emeriti imbecilli?”

Eh già… Li sentiamo blaterare di lavoro che non c’è mentre se ne stanno al bar tranquillamente seduti a buttare soldi, li sentiamo lamentarsi perché hanno dovuto ridurre le loro ferie al mare da 4 settimane e 3, si lagnano del fatto che il prezzo del SUV che sono abituati a guidare è salito, si intristiscono perché il loro reddito mensile è sceso da 10 mila euro a “soli” 8 mila… Intanto, tutti continuano a sfoggiare auto di grossa cilindrata, telefoni cellulari dell’ultima generazione, abiti disgustosi e spesso ridicoli ma firmati, diavolerie infilate nelle orecchie che consentono di ascoltare musica rumorosa 24 ore su 24, computer portatili spesso esibiti solo come status symbol, senza alcuna reale necessità lavorativa… Senza contare l’eterno pianificare di viaggi e gite fuori porta per tutte le future festività e per gli immancabili “ponti” che tutti si inventano con l’approssimarsi di giornate considerate festive.

Per quanto mi riguarda la crisi è tutt’altra cosa; non si patiscono gli effetti della crisi perché ci si possono permettere meno giorni di gite, ma se mai perché non ci si può permettere di muoversi da casa propria neppure per un giorno. Non si entra in crisi perché il reddito mensile si è leggermente abbassato, ma se mai perché ci si ritrova senza alcun reddito da un giorno all’altro; non si subisce la recessione mondiale perché ci si deve accontentare di avere tre automobili in famiglia, ma se mai perché anche il possesso della semplice ed unica utilitaria comincia a diventare troppo oneroso.

In estrema sintesi, scrivo questo articolo perché, a mio parere, in Italia la stragrande maggioranza della popolazione riesce a vivere, spesso senza neppure comprenderlo, fin troppo bene ed addirittura con un tenore di vita superiore alle proprie possibilità, nonostante i piagnistei che si sentono e si leggono in giro; basta guardarsi intorno per capirlo.

La mentalità consumistica instillata nella testa dei cittadini dai potenti, ci porta a gettare al vento risorse che potrebbero consentirci di vivere molto meglio e senza sprechi; e l’impossibilità di continuare a mantenerci tutti i lussi e tutti gli inutili sfizi ci porta a credere di essere in preda ad una profonda crisi, magari piovutaci addosso per colpa degli USA, o di Wall Street, o della Lehman Brothers, o della Cina…

Certo, c’è chi sta provando sulla propria pelle la crisi vera, ma c’è sempre stata e sempre ci sarà la categoria dei più sfortunati che perdono il lavoro o non lo trovano neppure, così come ci sono sempre stati e ci saranno sempre i poveri pensionati che devono campare con cifre da fame a causa di un sistema previdenziale truffaldino e criminale. E sempre ci saranno piccole e medie attività costrette a chiudere dalla concorrenza sleale della grande distribuzione e/o dal comportamento degli usurai legalizzati delle banche italiane e del fisco; ma in questo non c’è nulla di nuovo e non c’è alcun misterioso responsabile che arriva da chissà dove. Unici eterni colpevoli sono il sistema capitalistico, che spinge i cittadini a consumare più di quanto potrebbero permettersi, e la classe dirigente parassitaria espressa dalla politica italiana (ma non solo…), la quale taglieggia in modo sempre più vampiresco la cittadinanza al solo fine di perpetuare e mantenere sé stessa ed i suoi boiardi.

Giusto per fare capire al lettore che sto parlando a ragion veduta, non mi vergogno di dire che da poco più di un mese la mia famiglia è entrata in una crisi nera e vera, a causa della perdita di un appalto da parte della ditta intestata a mia moglie, ma che ci vedeva entrambi impegnati nella gestione e nell’amministrazione della stessa… Nel breve volgere di pochi giorni ci siamo trasformati da famiglia medio borghese con redditi medio alti, in famiglia di poveri cristi con redditi prossimi allo zero e tanti problemi per sbarcare il lunario; e ciò non è avvenuto per oscure crisi venute dagli USA, ma per i classici e consolidati sistemi mafiosi da sempre vigenti in Italia, grazie ai quali i soliti noti possono inventare e truccare gare d’appalto a suon di bustarelle ed irregolarità varie. Dunque, chi scrive queste righe conosce bene la differenza fra la vera crisi e la “crisi” presunta con la quale ci si riempie la bocca per mostrarsi saccenti conoscitori di economia e finanza!

Ma proprio perché sperimento sulla mia pelle queste differenze, mi ribello al luogo comune che tutti utilizzano per nobilitare le proprie amene conversazioni pseudosociali… Non posso accettare che si lamentino della crisi quanti continuano a gettare denaro e risorse varie in spese voluttuarie ed inutili, così come non posso sopportare in silenzio i piagnistei di quanti, pur sopportando la crisi, hanno comunque tutele e garanzie che altri non hanno. Prendiamo ad esempio i soliti lamentosi dipendenti che godono della cassa integrazione e/o di altri ammortizzatori sociali (creati dal Fascismo, è bene ricordarlo ai tanti operai con bandiera rossa che infestano le nostre piazze…); spesso costoro vengono intervistati dai telegiornali e quotidiani, ove piagnucolano perché la crisi li costringe a campare con 8/900 euro mensili di cassa integrazione… Ma senza lavorare! Perché non si parla mai di quanti, come il sottoscritto e consorte, non hanno neppure questa via di fuga dalla crisi, dato che appartengono all’odiata (dai marxisti!) categoria delle cosiddette “partite IVA”? Se qualcuno garantisse a me ed a mia moglie 800 euro mensili pro-capite per non lavorare, lasciandoci tutta la giornata libera per consentirci di guadagnare con qualche extra, mi considererei un fortunato privilegiato, altro che lamentarmi e manifestare! Ma nel Paese di Pulcinella si è persa ogni forma di serietà e di coerenza, così quelli che in realtà sono dei privilegiati perché godono di tutele sociali vengono dipinti come vittime, mentre quanti sono veramente vittime di questo perverso sistema economico e sociale vengono dipinti come affamatori del popolo ed impenitenti evasori fiscali, in quanto titolari di attività imprenditoriali e/o commerciali! Nessuno si occupa della categoria di quanti, come noi, si ritrovano con una ditta aperta sulla carta, ma priva di ogni reddito reale, in quanto imprenditori “per forza”, ovvero possessori di partita IVA che l’hanno aperta solo perché obbligati da chi non voleva assumersi gli oneri derivanti dall’avere un dipendente.

La crisi, per definizione, deve riguardare solo i salariati, anche quelli che guadagnano stipendi da decine di migliaia di euro annui, mentre i cosiddetti “autonomi”, anche quando non sono affatto tali, sono sempre visti come i responsabili della crisi e della povertà diffusa fra i lavoratori dipendenti… Tipico esempio di una mentalità comunista che sopravvive anche alla caduta dei regimi comunisti ed alla progressiva sparizione dei partiti che ancora si ostinano a rappresentare questa ideologia depravata e fallimentare!

Questo atteggiamento assurdo, unito ad un sistema di informazione drogato e mendace, spesso conduce a risultati che sarebbero ridicoli, se non fossero prima di tutto drammatici; si dà voce ai piagnistei di chi campa alla grande grazie alla cassa integrazione e ad un secondo lavoro rigorosamente “in nero”, ma si tace sui drammi reali di chi non ha alcuna tutela sociale e sindacale… I sedicenti lavoratori dell’ex Alitalia diventano tanto famosi da finire nei reality TV pagati a peso d’oro, mentre chi subisce veramente la crisi è condannato all’oblio… I manager delle tante multinazionali truffaldine presenti nel mondo divengono vittime della crisi, nonostante abbiano guadagnato milioni di euro fino al giorno precedente, mentre chi ha lavorato sempre in silenzio per campare dignitosamente viene dimenticato da tutti.

The show must go on, dicono gli amanti della perfida Albione… E tutto prosegue come sempre… Umili lavoratori come il sottoscritto si trovano con l’INPS alle calcagna (chi mi segue ricorderà il mio recente articolo a proposito), mentre i proprietari di discoteche ove si vende droga, si pratica la prostituzione e si vendono bottiglie di champagne ai fessi a 200 euro cadauno, continuano le loro attività senza controllo alcuno, come dimostrato da un’inchiesta andata in onda su Italia 1 grazie alle “Iene” pochi giorni or sono!

Le italiche famiglie che ogni giorno piangono per gli effetti della cosiddetta “crisi” continuano a mandare in giro i loro pargoletti ogni sacrosanta notte della settimana a sputtanare interi stipendi in discoteche, pub e ritrovi vari, ovviamente dotandoli di autovetture nuove ed alla moda, abiti firmati, telefonini dell’ultima generazione ed abbondanti dosi di denaro contante per pagarsi droghe, prostitute e bottiglie di champagne…

Volete vedere con i vostri occhi i risultati della presunta crisi? Accompagnate il sottoscritto a Torino durante il suo giro di lavoro del mattino, dalle 4,30 alle 8,00 circa; noterete che non vi è giorno della settimana in cui non si incontrano pletore di cialtroni sfaccendati e nullafacenti che popolano le notti delle nostre città. Locali aperti tutta la notte, giovani decerebrati ubriachi e gonfi di qualsiasi tipo di sostanza stupefacente che capiti loro fra le mani che corrono su e giù con le auto pagate dai paparini; file di cialtroni che contrattano le prestazioni di prostitute extracomunitarie e persino di squallidi travestiti alla Luxuria; ovunque bottiglie abbandonate e tracce di bivacchi di giovinastri festanti… Per non parlare della costante presenza di legioni di spacciatori di droga magrebini ed africani, sempre alle prese con una nutrita schiera di clienti giovani ed italiani, i quali, evidentemente, non risentono affatto del clima di presunta crisi economica tanto sbandierato. Tutta gente che campa spendendo e spandendo senza lavorare, dato che difficilmente si può pensare che chi passa tutta la notte fuori fino alle prime luci dell’alba si rechi poi al lavoro… O a scuola.

Persino osservando i comportamenti di quanti si recano a scuola o al lavoro ogni mattina ci si accorge di quanto sia un luogo comune quello della “crisi”; mammine giovani e sexy che accompagnano i loro pargoli a scuola su SUV lussuosi, spesso usati per percorrere pochi isolati di strada; bambocci che prima ancora di uscire dal portone di casa hanno già infilato nelle orecchie il lettore I-POD e fra le mani l’immancabile cellulare ultramoderno, con il quale cominciano ad inondare i fessi loro coetanei di sms insulsi e scritti in lingua tribale…

No, cari signori, la crisi non esiste ancora per troppe persone… E mi auguro sinceramente che presto arrivi anche per loro, così capiranno la differenza! Magari alcuni dei genitori che oggi sono lieti e felici di avere in casa dei figli invertebrati ed incapaci cominceranno a spiegare loro che chi non lavora e non guadagna non ha diritto ad automobili, telefonini ed accessori vari; magari qualcuno riscoprirà che la notte è fatta per dormire, non per bighellonare spendendo centinaia di euro mentre, per combattere la noia, si dà fuoco a qualcosa o qualcuno…

E chissà, forse qualcuno ricomincerà a capire quali devono essere i ruoli educativi di padri e madri distribuendo qualche sonoro ceffone e qualche pedata agli invertebrati di cui sopra, al fine di fargli comprendere quali sono i valore veri della vita e soprattutto quali sono i doveri, senza i quali non si può accampare nessun diritto.

Magari un po’ di vera crisi ci riporterà a vivere fra persone civili, senza bulli da quattro soldi che danno fuoco a barboni per divertirsi, con tanto di immondi genitori sempre pronti a difenderli; e magari un po’ di educazione in più eviterà le aggressioni ai danni di maestri e professori “rei” di volere trasformare i pargoletti invertebrati di oggi in uomini di domani…

Che dite, sto sognando? Sarà… Intanto, godetevi la vostra finta crisi… Con tanti auguri dal profondo del mio cuore che si trasformi in una crisi vera!


Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

TESTIMONIANZE SCOMODE (Pubblicato su “www.thecivicplatform.com”)

giovedì, 28 maggio 2009

Ovviamente, mentre si suona il tamburo intorno ad ogni dichiarazione mendace e truffaldina dello “scampato” ebreo di turno, di testimonianze come quella qui riportata non se ne sente mai parlare… Nè si viene mai a sapere che fine fanno gli eroi che hanno il coraggio di dire queste verità.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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FUI PRIGIONIERO DEI RUSSI AD AUSCHWITZ, QUESTO E’ CIO’ CHE VIDI

 

Friedrich Stelzel di Monaco afferma di essere stato un prigioniero di guerra tedesco incarcerato dai russi ad Auschwitz subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

All’epoca riuscì a comunicare con dei prigionieri polacchi che erano ancora prigionieri al campo.

Fece loro domande sulle presunte camere a gas. Pare gli dissero che non ne avevano mai sentito parlare.

 

camere-a-gas.jpg

 

Scrisse una lettera a David Irving il cui testo è riportato, tradotto, qui di seguito:

 

22 Aprile 2008

 

Purtroppo io appartengo, secondo la sua definizione, a quegli irragionevoli individui che non si avventurano a negare l’Olocausto, ma tuttavia lo mettono in discussione.

Fui prigioniero ad Auschwitz dei sovietici nell’estate del 1945 e so quindi che all’epoca non esistevano camere a gas per gasare esseri umani.

So anche che non era un campo di sterminio come lei lo chiamerebbe.

E’ mai stato ad Auschwitz ?

Mentre ero alla ricerca delle camere a gas, mi imbattei in una piscina piastrellata di 20 metri, nell’area dei prigionieri, con asse per i tuffi e scalette cromate.

Mi chiedevo se ai prigionieri fosse concesso di fare una nuotata prima di essere gassati. Un giorno incontrai due kapò polacchi che vivevano nel campo sin dai tempi della guerra. Durante la conversazione chiesi loro com’erano le condizioni di vita nel campo e circa le camere a gas.

Per farla breve, essi non sapevano niente di camere a gas. Le condizioni di vita erano sopportabili, quelli che lavoravano ricevevano denaro del campo col quale potevano comprare altro cibo, tabacchi o fare una visita al bordello locale. I prigionieri che avevano scontato la pena venivano rilasciati.

Dovrebbe inoltre far pensare il fatto che Eli Wiesel preferì evacuare verso Ovest assieme ai tedeschi anziché farsi liberare dall’Armata Rossa.

A proposito: nei circoli numismatici, ancora oggi si effettua compra-vendita di cartamoneta circolante ad Auschwitz a quel tempo.

 

Friedrich Stelzel

Packenreiter Str., 25

81247 MUENCHEN (D)

 

Nota: il Sig. Stelzel ha dato il proprio indirizzo in Germania dove risiede tuttora. Ci si chiede se la polizia non si sia già recata a fargli visita.

 

Traduzione di: Gian Franco Spotti

 

IL GHETTO DI VARSAVIA, APRILE – MAGGIO 1943 (Articolo del Prof. Robert FAURISSON del 28 Aprile 1993)

lunedì, 25 maggio 2009


Un altro dei miti cari ai falsari della Storia demolito totalmente dal Prof. Faurisson… Fatti denunciati e sbugiardati da ben 16 anni (aprile 1993!), ma senza alcuna eco nell’opinione pubblica in mano al giudaismo internazionale.

Leggete e divulgate, finchè potete…

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.info

 

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IL GHETTO DI VARSAVIA – APRILE – MAGGIO 1943

 

(Insurrezione o operazione di polizia?)

 

Articolo del Prof. Robert FAURISSON del 28 Aprile 1993

 

 Ogni anno, attorno al 19 Aprile, i media commemorano ciò che essi chiamano “la rivolta”, il sollevamento” o “l’insurrezione” del ghetto di Varsavia.

Nei racconti dei giornalisti, l’avvenimento tende ad assumere proporzioni sempre più epiche e simboliche.

 

Non c’è mai stata alcuna insurrezione” (1). Quest’affermazione, risalente al 1988, è di Marek Edelman, che fu uno dei principali responsabili dei gruppi armati ebraici del ghetto.

Edelman aggiunse: “non abbiamo nemmeno scelto il giorno; i tedeschi lo imposero penetrando nel ghetto per cercare gli ultimi ebrei”.

Egli precisò che il numero degli ebrei che combatterono con le armi in pugno non superò mai le 220 unità.

Non ci fu l’insurrezione di un popolo intero per ottenere la propria libertà o difendersi contro la deportazione; ci fu soltanto la reazione di un gruppo di giovani ebrei i quali, vedendo le truppe tedesche penetrare nel loro santuario, tentarono prima di opporvisi, poi tentarono di fuggire il terzo giorno e, infine, accerchiati, si difesero con le armi.

In 20 giorni di scaramucce i tedeschi e i loro ausiliari persero 15 uomini (2). Il tutto si avvicinò ad un’operazione di polizia in piena guerra piuttosto che di una vera insurrezione come quella che sarebbe stata scatenata nell’Agosto del 1944, a Varsavia, dai resistenti polacchi dell’Armata dell’Interno sotto il comando del Gen. “Bor” Komorowski.

I media stentano a commemorare questa eroica insurrezione polacca che i sovietici lasciarono che i tedeschi schiacciassero con comodo.

I resistenti polacchi dell’Agosto 1944 si batterono con un coraggio tale che le truppe tedesche resero loro gli onori militari.

E’ tuttavia interessante conoscere per quale motivo, nell’Aprile 1943, i tedeschi presero la decisione di lanciare un’operazione di polizia in seno al ghetto di Varsavia.

Gli ebrei raggruppati in questo “ghetto” o questo “quartiere ebraico”, costituivano una popolazione di circa 36.000 persone ufficialmente registrate, alle quali si aggiungevano, con ogni probabilità, più di 20.000 clandestini.

Il ghetto era, in un qualche modo, una città nella città, amministrato da uno “ Judenrat “ (consiglio ebraico) ed una polizia ebraica che collaboravano con le autorità occupanti, anche contro i “terroristi” ebrei.

Dei rifugi antiaerei furono costruiti su disposizione dei tedeschi in seguito ad un primo bombardamento su Varsavia da parte dell’aviazione sovietica nel 1942. Per realizzare ciò i tedeschi fornirono agli ebrei il cemento ed i materiali necessari.

Sono questi rifugi anti-aerei che la leggenda avrebbe trasformato in “Blockhaus” (casamatta) e in “Bunkers” paragonabili, in parte, alle casematte della Linea Maginot francese.

Laboratori e fabbriche funzionavano ed operai ebrei vi lavoravano per conto dei tedeschi di cui erano i fornitori.

All’interno del ghetto avveniva un intenso commercio.

Piccoli gruppi armati che non rappresentavano più di 220 persone, il cui programma comportava l’uso del terrore e del sabotaggio, si diedero ad estorsioni contro la polizia ebraica, contro i consigli ebraici e contro le guardie delle fabbriche e dei laboratori (3).

Questi “terroristi” traevano profitto dall’attività industriale e commerciale del ghetto, ricattavano i commercianti e gli abitanti, esercitando minacce su di essi che arrivavano, per esempio, ad imprigionarli nelle loro case per ottenere le somme di danaro richieste.

Riuscivano perfino ad acquistare delle armi dai soldati che, a Varsavia come spesso nelle retrovie del fronte, costituivano una truppa disparata, male addestrata, poco motivata; arrivavano perfino a commettere attentati contro i militari tedeschi o “collaboratori” ebrei.

L’insicurezza aumentava. Per questo motivo la popolazione polacca, nel suo insieme, era sempre più ostile all’esistenza di questo ghetto e i tedeschi, dal canto loro, temevano che questo diventasse una minaccia per il nodo ferroviario che la città di Varsavia rappresentava nella loro economia di guerra e nel trasporto delle truppe in direzione del fronte russo.

Himmler prese allora la decisione di trasferire la popolazione ebraica, assieme ai laboratori e alle fabbriche, verso la zona di Lublino (nel Sud della Polonia), di radere al suolo il ghetto ed, al suo posto, di costruirci un parco.

In un primo tempo i tedeschi tentarono di convincere gli ebrei ad accettare questo trasferimento.

Ma i “terroristi” da questo orecchio non ci sentivano poiché avrebbe significato per essi la perdita sia delle loro fonti finanziarie, sia della loro libertà di movimento.

Spesero dunque tutte le loro energie ad opporvisi, fino al 19 Aprile 1943, quando, su ordine di Himmler, fu lanciata un’operazione di polizia al fine di evacuare con la forza gli ultimi ebrei.

In quel girono le truppe del Colonnello Von Sammern-Frankenegg, responsabile dell’operazione, penetrarono nel ghetto, appoggiate da un solo carro armato, preda bellica della campagna di Francia e da due autoblindo.

I “terroristi”, o franchi tiratori, opposero una prima vivace resistenza che fece 12 feriti (sei tedeschi e sei suppletivi, chiamati “ascari”).

Himmler sempre preoccupato di evitare perdite umane, si indignò e la sera stessa sollevò Von Sammern-Frankenegg dal comando per sostituirlo con Gen. Juergen Stroop.

Questi, incaricato di portare avanti l’operazione di polizia con lentezza per avere una maggiore sicurezza, la effettuò nel seguente modo: ogni mattina le truppe penetravano nel ghetto, vuotavano gli immobili e utilizzavano dei fumogeni (e non dei gas tossici!) per fare uscire dai rifugi anti-aerei gli ebrei che vi si nascondevano; si distruggevano poi questi immobili man mano che venivano evacuati.

Ogni sera le truppe si ritiravano e circondavano il ghetto di notte in modo che nessuno potesse fuggire. Per arrivare ad una totale evacuazione ci vollero 20 giorni.

A partire dal 3° giorno, i gruppi armati di ebrei tentarono di fuggire ma erano stati catturati dal dispositivo di sorveglianza.

Contrariamente a ciò che fu detto, il comando tedesco non si rivolse all’aviazione per distruggere il ghetto e l’operazione non comportò alcun bombardamento aereo.

Il numero delle vittime ebraiche non è conosciuto.

Il numero di 56.065 è generalmente quello degli ebrei “arrestati” per essere diretti verso il campo di transito di Treblinka e, da lì, verso Lublino (4).

Il numero dei morti tedeschi fu di 15 vittime. Un poliziotto polacco fu ucciso il 19 Maggio, ossia undici giorni dopo l’ultimo scontro.

Nessuno vuole mettere in dubbio ne il coraggio degli ebrei resistenti del ghetto, ne l’aspetto tragico di questa storia, con una popolazione civile presa in mezzo ad uno scontro fra qualche formazione

disparata dell’esercito tedesco e piccoli gruppi di franchi tiratori (cecchini) sparsi fra la popolazione. Ma, contrariamente ad una certa propaganda mistificante, tutta questa storia fu ben lontana dal costituire una rivolta “apocalittica” come fu recentemente considerata (5), soprattutto se si pensa alle decine di migliaia di morti, civili e militari, che avvennero durante questi 20 giorni su tutti i campi di battaglia nel mondo e nelle città europee sottoposte ai bombardamenti dell’aviazione anglo-americana (6).

 

Punti di richiamo:

 

1) Quotidiano LIBERATION del 18 Aprile 1988 (pag. 27)

 

2) Documento di Norimberga PS-1061, rapporto del 16 Maggio 1943 intitolato “non c’è più un quartiere ebraico a Varsavia”, Tribunale Militare Internazionale, XXVI, pag. 628-694, seguito da una scelta di 18 foto su 54. Nel 1979 fu pubblicata negli USA un’opera che si presentava come una riproduzione in facsimile del rapporto e dei comunicati del Gen. Stroop in tedesco con una traduzione in inglese: The Jewish Quarter of Warsaw is no more/Il Rapporto Stroop, tradotto dal Tedesco e annotato da Sybil Milton, introduzione di Andrzej Wirth, New York, Pantheon Books, 1979. Il ghetto di Varsavia era “aperto” nonostante il muro di cinta. In questo senso esso meritava più la denominazione di “quartiere ebraico” che di “ghetto”. Le scaramucce, propriamente dette, durarono dal 19 Aprile all’8 maggio 1943, cioè 20 giorni.

 

3) Su questi punti, così come su altri, si potrà consultare: Ysrael Gutman, “Gli Ebrei di Varsavia 1039-1943, Ghetto, la rivolta sotterranea”, tradotto dall’ebraico da Ina Friedman, Bloomington, Stampa dell’Università dell’Indiana, 1982, XXII-pag. 487 e “ 50 anni fa il sollevamento del Ghetto di Varsavia”, numero speciale di MONDE JUIF (Mondo Ebraico) Aprile-Agosto 1993, pag. 336. In quest’ultima opera figura la riedizione di un articolo di Adam Rutkowski, pubblicato nel 1969 con il titolo: “qualche documento sulla rivolta del ghetto di Varsavia” (pag. 160-169). Alla pag. 162 si trovano le “direttive generali per la lotta dell’Organizzazione Ebraica di Combattimento”. Erano previste azioni terroristiche contro la polizia ebraica, il Consiglio Ebraico ed il servizio di protezione dei laboratori e delle fabbriche. Vi era precisato “lo stato maggiore elabora il piano dentrale di azione, sabotaggio e terrore, condotto contro il nemico”.  Nell’opera di Y. Gutman, si troveranno delle precisazioni sui metodi impiegati da questa organizzazione; essi non differivano affatto da quelli di un’associazione mafiosa (pag. 344-349). I tedeschi sapevano di avere a che fare con un avversario temibile, tentavano di convincere gli ebrei a trasferirsi verso la zona di Lublino, con le fabbriche funzionanti per la macchina da guerra tedesca. Nel Marzo 1943 avvenne una curiosa “battaglia dei manifesti” fra l’Organizzazione Ebraica di Combattimento e Walter C. Toebbens, incaricato dell’evacuazione degli ebrei. Dei manifesti affissi dall’Organizzazione invitavano a rifiutare il trasferimento ciò che loro chiamavano i campi della morte. I tedeschi lasciarono affissi i manifesti e si limitarono ad apporre al loro fianco dei manifesti firmati “Walter C. Toebbens” dove le affermazioni dell’Organizzazione venivano smentite pezzo per pezzo. Y. Gutman scrive: “Toebbens diceva la verità circa i trasporti, essi non erano diretti verso i campi della morte ed è un fatto assodato che nella regione di Lublino esistevano degli edifici per l’integrazione delle fabbriche. Ma all’epoca la resistenza ed il sospetto degli ebrei erano così forti che anche le tattiche più  ingegnose non arrivavano a niente” (pag. 334-335). Fu dopo aver constatato il fallimento dei metodi persuasivi che i tedeschi decisero la loro operazione di Polizia.

 

4) Quando furono fatte uscire le persone dal ghetto, un numero di 50/60.000, furono condotte alla stazione. La polizia di sicurezza ne era la sola responsabile e doveva assicurare il loro trasporto a Lublino (dichiarazione sotto giuramento di Juergen Stroop letta il 12 Aprile 1946 da un procuratore americano del Tribunale di Norimberga, Tribunale Int.le Militare, XI, pag. 365

 

5) La terribile, esemplare  e apocalittica rivolta degli abitanti del ghetto di Varsavia è un atto di Disperazione e di eroismo allo stesso tempo (D. Desthomas,  La Montagne, 17 Aprile 1993, pag. 12).

 

6) La stampa del mondo intero si spertica ad osannare “l’insurrezione del ghetto di Varsavia”.

     In Brasile, una pubblicazione revisionista si è di recente dedicata ad un paragone fra le esagerazioni e le invenzioni della stampa brasiliana sull’argomento e la realtà dei fatti (S.E. Castan, “Documento, la vera storia del sollevamento del ghetto di Varsavia” Bollettino-EP (chiarimento al paese), prima informativa revisionista del Brasile, Giugno 1993, pag. 7-14 (indirizzo: Revisao Editora Ltda. – Caixa Postal 10466 – Porto Alegre, RS, Brasile.

 

Traduzione dal francese a cura di: Gian Franco SPOTTI

 

 

ATTIVITA’ MFL (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Aprile 2009)

lunedì, 25 maggio 2009

Detto sullo scorso numero delle traversie del Camerata Stravolo in quel di Mira (VE), aggiungiamo sul numero corrente l’ultima perla: dati i problemi causati sia sul lavoro, sia in famiglia, dallo sterco antifascista veneziano, il Camerata Stravolo è stato costretto a rientrare a Napoli, ove si è insediato con il ruolo di nuovo Capo Provincia del MFL. Speriamo che tutta la pletora di escrementi umanoidi lasciatici in eredità dal comunismo e dalla resistenza siano soddisfatti della loro ennesima ed epica impresa antifascista: rovinare la vita ad un ragazzo onesto in cerca di lavoro, con il solo torto di avere delle idee e di credere in dei valori… Ma cosa ci si può aspettare da immondi personaggi che ogni anno, proprio in questi giorni di aprile, festeggiano commossi l’anniversario dei loro eccidi, dei loro stupri e delle loro ruberie?
Venendo ad altro, segnaliamo che i più validi ed attivi Camerati degli ultimi mesi sono quelli di Messina, i quali hanno messo in atto tali e tante azioni propagandistiche da mettere in difficoltà chiunque volesse pubblicarne un resoconto. A quanti sono dotati di connessione internet, consiglio di visitare il loro blog, giornalmente aggiornato, ove si possono vedere i resoconti delle attività, le copie degli articoli che parlano di loro sulla stampa locale, e persino dei video riferiti a vari TG locali che hanno dato notizia delle loro attività e delle loro prese di posizione. Il blog si trova qui: http://mfl-messina.myblog.it
Da segnalare, per restare alla Sicilia, la riunione regionale tenutasi proprio a Messina il 1° aprile scorso, nella quale si sono discusse le possibili attività a livello regionale del MFL; la foto di questa pagina mostra i Camerati siciliani che salutano i lettori.

messina.jpg

Altre buone notizia ci giungono dalla Federazione di Frosinone; qui il Camerata Caluppi ed il Camerata Salera, con la valida collaborazione aggiunta del Camerata Spiga di Cvitavecchia, hanno ottenuto ottimi risultati propagandistici sia in termini di visibilità sulla stampa locale, sia di fronte alla cittadinanza.
Si è finalmente tenuto, infatti, il banchetto di propaganda già previsto per lo scorso mese di marzo (ed annunciato da vari giornali locali), ma rinviato all’ultimo momento a causa di una forte ondata di maltempo (pioggia e raffiche di vento fortissime), che ne aveva sconsigliato la realizzazione.
Finalmente il 19 aprile scorso il tanto sospirato banchetto si è tenuto, con ottimo successo di partecipanti e di cittadini attirati dalla curiosità di conoscere questi militanti  che innalzavano orgogliosamente un Fascio Repubblicano all’interno di un tricolore!
Nella pagina seguente potrete trovare le immagini inviate dai Camerati Spiga, Caluppi e Salera a proposito del suddetto banchetto.

 banchetto.JPG

E sempre a pagina 2 pubblichiamo lo stralcio di alcuni interventi sulla stampa locale di Frosinone, sia in riferimento al banchetto annunciato per il 26 marzo e poi tenutosi il 19 aprile, sia in riferimento ad un presa di posizione del MFL locale a favore dei tifosi della squadra del Frosinone; ciò, sia ben chiaro, non perché ci siamo convertiti ad un certo mondo Ultras che tanto danno fa alla  nostra immagine negli stadi di tutta Italia, ma per protestare contro il vezzo tutto italiano di dare addosso a quelle tifoserie che osano ribellarsi alle aggressioni subite ad opera della teppaglia che segue il Livorno calcio, da sempre intoccabile in quanto di estrema sinistra… Già anni fa ci fu lo scandalo delle aggressioni subite dai tifosi della Lazio e dal giocatore Paolo Di Canio, i quali vennero prima insultati e minacciati prima, durante e dopo la partita, salvo poi essere crocifissi dalla “libera stampa” per avere osato reagire alle provocazioni comuniste salutando romanamente!

frosinone.JPG

Detto questo, rimane da riferire che ovunque sarà possibile, il MFL tenterà di presenziare alle prossime elezioni amministrative previste per il 6 e 7 giugno; ovviamente non avremo alcuna possibilità di essere presenti in alcun modo alle Elezioni Europee, per le quali invitiamo tutti i Camerati, fin da oggi, ad astenersi dal regalare qualsiasi voto alle varie sigle badogliane tipo FT, FN e La Destra di Storace (detto anche il Likud italiano!); ma speriamo di raccogliere ancora una volta qualche soddisfazione in Comuni e Province ove riusciremo a presenziare, come sempre, con il nostro simbolo… Soli, ma non certo male accompagnati!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

LA SCUOLA DI FRANCOFORTE (Pubblicato sul giornale politico “THE CIVIC PLATFORM”, 22 Marzo 2008)

venerdì, 22 maggio 2009


Altro materiale da meditare per gli idioti che straparlano di democrazia, libertà di pensiero e di espressione ed altre amenità simili.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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IL LAVAGGIO DEL CERVELLO AI TEDESCHI

 

Inviato da: Friedrich Braun

 

In data: 22 Marzo 2008

 

Tratto da: The Civic Platform (giornale politico di idee ed analisi)

 

Traduzione a cura di: Gian Franco Spotti

 

 

Nell’immediato periodo del dopoguerra, il ruolo degli studiosi della Scuola di Francoforte, con base in America, e degli intellettuali marxisti europei, fu decisivo nel modellare la nuova scena culturale europea.

Schiere di psicoanalisti americani con tendenze di sinistra, sotto gli auspici del governo Truman, sciamarono per la Germania nel tentativo di rettificare non solo la mentalità tedesca ma anche di cambiare i cervelli di tutti gli europei.

Gli attivisti della Scuola di Francoforte erano per lo più di estrazione ebraico-tedesca che erano stati espulsi dalle autorità tedesche durante il governo nazionalsocialista e che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, tornarono in Europa iniziando a mettere le fondamenta per un nuovo approccio allo studio delle materie umanistiche.

Ma vi erano anche un considerevole numero di studiosi e militari, bianchi, anglo-sassoni e di orientamento puritano, attivi nella Germania post-bellica, come il Generale di Divisione Mc. Clure, il poeta Archibald Mac Lash, il politico Harold Laswell, il giurista Robert Jackson ed il filosofo John Dewey, i quali avevano prospettato di copiare la via americana alla democrazia e di impiantarla nella scena pubblica europea.

Si ritenevano persone elette divinamente, chiamate a predicare la democrazia americana, una procedura che sarebbe stata usata dalle élites americane nei decenni successivi ad ogni occasione e in ogni luogo del mondo.

La maggior parte dei nuovi educatori americani, comunque, furono discepoli di Freud e Marx, che ritenevano che la miglior soluzione per curare la Germania sconfitta era quella di trattare i tedeschi come una nazione di “pazienti clinici“ bisognosi di massicce dosi di terapie liberali e socialiste.

 

La Scuola di Francoforte, durante i giorni del suo esilio americano, aveva già varato varie teorie sociali su come curare la Germania dal suo “carattere autoritario “.

In base a ciò, i suoi portavoce di maggior rilievo affermavano che:

 

la piccola borghesia tedesca ha sempre dimostrato un carattere sado-masochista, denotato dalla venerazione per l’uomo forte, ostile verso il debole, di mente ristretta, gretta, ostile, frugale, spesso sconfinante nell’avarizia (entrambi con riferimento ai loro sentimenti e al denaro)”.

 

Nei decenni a seguire, era sufficiente essere etichettati come “neo-nazisti“ o “estremisti di destra “ per perdere il diritto al libero dibattito e diventare un paria intellettuale.

Sebbene il governo militare americano provvisorio in Germania insistesse nella caccia ai rappresentanti nazionalsocialisti, portandone molti davanti alla giustizia, esso uso le stesse tattiche nell’ambito dell’educazione e dei media tedeschi.

Non passò mai per la testa agli educatori americani post-bellici che le loro azioni avrebbero facilitato l’ascesa dell’egemonia culturale marxista in Europa, portando ad un prolungamento della Guerra Fredda.

Come risultato degli sforzi educativi della Scuola di Francoforte, migliaia di libri nel campo della genetica e dell’antropologia furono rimossi dagli scaffali delle librerie e migliaia di artefatti da museo furono, se non distrutti nei precedenti bombardamenti alleati, spediti negli USA o in Unione Sovietica.

I canoni comunisti e liberali del diritto di parola e libertà di espressione non furono per niente applicati alla parte sconfitta che in precedenza era stata bollata come “nemica dell’umanità “.

Particolarmente duro fu il trattamento degli Alleati nei confronti degli insegnanti e accademici tedeschi e professori universitari.

Era logico che le autorità rieducative americane volessero passare al setaccio gli intellettuali tedeschi, scrittori, giornalisti e registi cinematografici. Avendo distrutto dozzine di importanti librerie in Germania, con milioni di volumi andati in cenere, le potenze occupanti ricorsero a misure improvvisate in modo da dare un’apparenza di normalità a ciò che poi divenne la “Germania democratica “.

Le potenze occupanti si accorsero che le università e altri centri di insegnamento potevano sempre trasformarsi in centri di disordini civili e quindi i loro tentativi di denazificazione furono innanzitutto concentrati sugli insegnanti e gli accademici tedeschi.

 

Dal punto di vista alleato ed in particolare da quello del governo militare americano, le università, nonostante il conseguimento di indubbi ed importanti risultati accademici, erano terreno fertile per il nazionalismo reazionario condotto dall’oligarchia conservatrice dei docenti.

L’obiettivo delle università era la super-specializzazione tramite una forte selezione fra studenti, considerati come una élite nei confronti del resto della società.

Inoltre l’insegnamento nelle università trasmetteva competenza tecnica mentre trascurava la responsabilità sociale.

 

Durante la selezione post-bellica di personaggi conosciuti nel mondo tedesco della letteratura, migliaia di intellettuali tedeschi furono costretti a riempire un questionario conosciuto nella Germania del dopoguerra come: Fragebogen.

Questi questionari consistevano in fogli di carta contenenti oltre cento domande che spaziavano in tutte le sfere delle affinità private, sessuali e politiche degli individui tedeschi sospettati.

Le domande avevano molti errori di ortografia e la loro formulazione ultra moralistica era spesso difficile per i tedeschi da afferrare.

Se quei “questionari “ non avessero acquisito un significato da giorno del giudizio per molti tedeschi, sarebbero stato un valido materiale per uno spettacolo di varietà holliwoodiano.

 

Un romanziere tedesco ed ex militante rivoluzionario conservatore, Ernst von Salomon, nel suo romanzo storico “Der Fragebogen “ (il questionario), descrive come i “nuovi pedagoghi “ americani estorcevano confessioni dai prigionieri tedeschi che all’epoca venivano messi a tacere intellettualmente o mandati alla forca.

C’è ancora una percezione nell’establishment liberale americano ed nel suo mondo accademico, che le donne nella Germania nazionalsocialista fossero private dei loro diritti e che il loro ruolo consistesse nell’andare dalla chiesa alla cucina per poi occuparsi dei bambini. Tali commenti, spesso espressi da rispettabili studiosi liberali in America, non favoriscono lo studio del Fascismo e del Nazionalsocialismo. Essi gettano tuttavia ulteriore luce sulla genesi della correttezza politica nell’Europa postmoderna e post-bellica.

In tanti modi le donne tedesche nel Terzo Reich avevano una visibilità politica e culturale maggiore che in qualsiasi altra parte in Europa o in America nello stesso periodo.

Attrici come Leni Riefenstahl, Zarah Leander e l’amica di Joseph Goebbels (una donna cecoslovacca) Lida Baarova, oppure la pioniera dell’aviazione Hannah Reitsch e molte altre donne tedesche, rivestirono importanti ruoli culturali nel Terzo Reich.

Fra i nuovi educatori americani prevalse l’opinione che la presunta famiglia repressiva europea fosse il terreno fertile delle neurosi politiche, xenofobia e razzismo, fra i ragazzi giovani:

 

chiunque voglia combattere il fascismo deve partire dal presupposto che il principale centro di formazione per il reazionario è rappresentato dalla sua famiglia. Dato che la società autoritaria riproduce se stessa nella struttura dell’individuo, tramite la sua famiglia autoritaria, ne consegue che la reazione politica difenderà la famiglia autoritaria come la base per il suo stato, la sua cultura, la sua civilizzazione “.

 

Patrick J. Buchanan, uno scrittore cattolico conservatore americano ed un ex candidato alla presidenza, osserva che gli intellettuali della Scuola di Francoforte nella Germania del dopoguerra, foraggiati dalle autorità militari americane, riuscirono a qualificare i simpatizzanti del nazionalsocialismo come dei “ malati mentali “, una definizione che avrebbe in seguito avuto un impatto duraturo sul vocabolario politico e sul futuro sviluppo della rettitudine politica in Europa e in America.

Il pregiudizio politico, in particolare un senso di autorità e il risentimento verso gli ebrei, vennero catalogati come malattie mentali, radicate nell’educazione infantile tradizionale europea.

Quindi, agli occhi delle autorità rieducative americane, la famiglia europea di vecchio stampo doveva essere rimossa e, con essa, alcuni dei suoi simboli cattolici.

 

Simili approcci antifascisti verso purghe culturali erano in auge nell’Europa orientale occupata dai sovietici, ma come dimostrarono eventi successivi, la versione occidentale di correttezza politica si dimostrò ben più efficace. Nei primi anni del dopoguerra gli americani, assieme ai loro alleati, effettuarono purghe intellettuali nei media su larga scala e più precisamente rilasciando licenze speciali alla nuova editoria giornalistica in Germania.

Le parole “Fascismo “ e “Nazismo “persero gradualmente il loro significato originale e divennero invece sinonimo di male.

Il nuovo principio educativo di “reductio ad hitlerum “ divenne un nuovo paradigma per lo studio delle scienze sociali.

Uno studioso che divergesse leggermente da questi metodi pedagogici antifascisti di nuova applicazione, avrebbe avuto magre possibilità di avanzamento di carriera, se non addirittura messo da parte.

In alcuni casi, anche dopo 60 anni dalla fine della guerra, si troverebbe a far fronte a pene severe, inclusa la galera.

Durante lo stesso periodo post-bellico, nell’Europa orientale comunista, la repressione culturale guidata dai sovietici, fu molto più severa ma, ironicamente, la sua volgare trasparenza diede alle sue vittime un aureola di martirio.

Inoltre, mentre la Guerra Fredda alla fine degli anni 40 iniziò a contrapporre l’Est comunista all’Ovest capitalista, le élites occidentali al potere ritennero opportuno venire in aiuto morale ai dissidenti anti-comunisti dell’Europa orientale, non tanto sulla base delle loro vedute anti-comuniste, quanto come prova che il sistema liberale americano era più tollerante del comunismo.

Comunque alla fine del XX secolo, con la caduta del Comunismo e con l’Americanismo ed il Liberalismo divenute le ideologie dominanti in occidente, la cosa cessò.

L’ideologia di antifascismo divenne, alla fine del XX secolo, una forma di legittimità negativa per tutto l’occidente.

Essa implicava il fatto che se non c’era alcuna “minaccia fascista “, l’occidente avrebbe cessato di esistere nella sua forma attuale.

Quindi, lo spettro del risorgente fascismo e antisemitismo andava mantenuto in vita.

 

Poco dopo il 1945 e dovuto in gran parte al processo di rieducazione della società tedesca, i teorici e militanti marxisti in Europa occidentale, si insediarono come “contro-potere “ in qualità di opinionisti, anche se, legalmente parlando, l’occidente non abbracciò mai l’ideologia comunista.

 

Le università europeo-occidentali e americane, in particolare nel campo delle discipline sociali, erano così in grado di schierare più credenti marxisti di quanto potessero fare i loro omologhi comunisti nell’Europa dell’est.

Nei successivi decenni, le élites politiche dell’Europa occidentale fecero un ulteriore passo: al fine di mostrare ai loro sponsor americani le credenziali democratiche ed il loro atteggiamento filo-semita, vararono una severa legislazione che proibiva il revisionismo storico della Seconda Guerra Mondiale e qualsiasi studio critico di immigrazione di massa nell’Europa occidentale, incluso lo studio delle conseguenze negative socio-economiche del multiculturalismo e del multietnicismo.

 

Dopo la Guerra Fredda, nonostante il sempre maggior controllo del pensiero nell’educazione superiore, l’America rimane, legalmente parlando, quasi l’unico paese in occidente a sostenere alcuni elementi sulla libertà di parola.

Mentre invece i tanto vantati articoli costituzionali che stipulano la libertà di parola e di espressione in altri paesi europei, sono una evidente contraddizione nei confronti dei loro singoli codici penali che stipulano una condanna al carcere per un commento scritto o per una parola pronunciata che minimizzi l’olocausto ebraico o che banalizzi il dogma del multiculturalismo.

Gli autori revisionisti, o scrittori e accademici critici del moderno liberalismo, sono costretti a ricorrere, sempre di più, ad un’editoria marginale oppure esclusivamente a Internet in modo da far ascoltare le loro parole.

Prevale l’impressione che uno scrittore simpatizzante del conservatorismo di destra debba essere mentalmente insano.

 

All’inizio del XXI secolo, l’intero clima intellettuale in America ed in particolar modo in Europa arrivò a rassomigliare al periodo medievale proibendo la ricerca critica sulle “ verità notorie “ della democrazia liberale ed il suo principale mentore: l’America.

Il caso in questione è la Germania postmoderna. Dopo la fine del comunismo nell’Est, il Codice Penale tedesco, nella sua sostanza, sembra essere più repressivo dell’ex Codice Penale sovietico.

Una volta ridotti al silenzio i critici, le autorità tedesche non hanno bisogno di ricorrere a metodi violenti. Esse creano di solito una campagna culturale diffamatoria nella quale un eretico culturale viene dipinto come un eccentrico pseudo scientifico che non merita un posto nell’editoria che conta.

Inoltre, l’eretico viene spesso indotto in un comportamento di auto-censura allontanandolo perciò dall’essere ritratto come una vittima della repressione di stato.

Questo periodo postmoderno di rettitudine politica ha raggiunto le stesse proporzioni menzognere circa le relazioni fra America ed Europa.

In Germania, ad esempio,  la percezione del paese sugli USA deve coincidere con la sua propria auto-percezione di quell’allievo che si auto-flagella e definito dalla Scuola di Francoforte come uno stato-paziente cronicamente ammalato.

Giorno dopo giorno, la Germania deve provare di poter portare avanti compiti auto-educativi meglio del suo tutore americano. Deve dimostrare di essere il discepolo più servizievole dell’egemonia americana, dato che “ la trasformazione della mente tedesca era il principale compito del regime militare “.

 

Se si desidera afferrare il concetto di moderna correttezza politica, si deve studiare in dettaglio la psicologia politica del traumatizzato popolo tedesco.

In Germania, al contrario che in Inghilterra e in America, c’è una lunga tradizione legale che viene proibito ciò che non è esplicitamente consentito.

In America ed in Inghilterra la pratica legale presuppone che viene consentito tutto ciò che non è formalmente proibito. Questa può essere la ragione per cui la Germania, dopo la Guerra Fredda, adottò rigide leggi contro intellettuali indipendenti, spesso definiti “estremisti di destra “ o “neo-nazisti “.

Oltre alla frequente diffamazione mediatica nei confronti degli agitatori intellettuali locali, la Germania pretende anche dai suoi funzionari pubblici, ai sensi dell’Art. 33, paragrafo 5, della Legge Fondamentale, l’obbedienza agli ordini costituzionali e non necessariamente la loro lealtà al popolo o allo stato tedesco.

Gli incombenti organi costituzionali tedeschi, designati alla supervisione della costituzione, hanno il compito di controllare la purezza della democrazia importata dall’America e l’idoneo uso della meta-narrativa democratica.

Il famoso “Organo per la Tutela della Costituzione “ (Verfassungschutz), come scrive lo studioso legale tedesco Josef Schuesselburner, “ è di fatto un servizio segreto interno con 17 uffici-filiale (uno a livello federale e 16 per ogni stato federale). In ultima analisi ciò sta a significare che solo un servizio segreto interno è competente per dichiarare una persona nemica o meno dello stato “.

 

Dato che ogni segnale di nazionalismo, lasciando stare la questione razziale, viene represso in Germania sulla base del suo reale o presunto carattere incostituzionale e anti-democratico, il solo patriottismo permesso è il “patriottismo costituzionale “.

 

Il popolo tedesco ha dovuto adattarsi alla costituzione anziché adattare la costituzione al popolo tedesco “, scrive lo studioso legale tedesco Guenther Maschke.

Questa nuova forma di religione secolare tedesca, cioè “ patriottismo costituzionale “, diventata mandataria per tutti i cittadini dell’Unione Europea, implica una fede nella norma di legge e nella cosiddetta società aperta.  Con la scusa della tolleranza e della società civile, viene considerato legalmente auspicabile dare la caccia agli eretici europei che veicolano dubbi nelle sedi legali della democrazia parlamentare o che criticano alcuni aspetti della storiografia moderna.

Inoltre, per via del fatto che le società occidentali hanno cambiato il loro profilo etnico e sociale, l’interpretazione di leggi esistenti deve essere soggetta alle circostanze politiche sul territorio.

Il costituzionalismo tedesco, continua Schuesselburner, è diventato una “religione civile “, dove “il multiculturalismo ha sostituito i tedeschi con cittadini che non considerano la Germania come loro patria ma come un paese della legge fondamentale. Come risultato di questa nuova religione civile, la Germania, assieme ad altri paesi europei, si è trasformata in una teocrazia secolare “.

 

Sin dalla fine della Guerra Fredda, in tutta Europa l’arena sociale è stata disegnata come una replica di un gigantesco mercato. In America e in Europa, il libero mercato stesso è diventato una forma di una religione secolare aggiuntiva i cui principi devono essere inquadrati nell’ordinamento giudiziario di ogni paese. In questa maniera sollevare domande critiche circa la fattibilità del mercato può causare ad uno scrittore dei guai professionali.

Viene considerata saggezza convenzionale il fatto che qualsiasi incrinatura di mercato può e deve essere riparata infondendo ancora più principi di libero mercato e più politiche amichevoli dalla “mano invisibile “.

L’efficienza economica è vista come il solo criterio per qualsiasi interazione sociale.

Così, individui che possono avere pensieri diversi sui miti fondatori dell’economia liberale, vengono visti come nemici del sistema.

 

Anche libri che trattano temi che esaminano criticamente la democrazia parlamentare o il ruolo dell’America nella Seconda Guerra Mondiale, oppure scrittori che contestano la vittimologia antifascista, sono sempre meno accessibili nell’editoria convenzionale.

Libri o giornali che mettono in dubbio il numero dei crimini fascisti durante l’ultimo conflitto o che dubitano del conteggio delle vittime dell’olocausto ebraico, vengono proibiti ed i loro autori spesso finiscono in carcere.

Come per il comunismo, la verità storica nell’Europa occidentale, non è stabilita da un dibattito accademico aperto ma dalla legislazione dello stato.

Inoltre gli scienziati, la cui perizia è nel comportamento sociale geneticamente indotto, oppure coloro che gettano enfasi sul ruolo del quoziente intellettivo nei successi umani, minimizzando l’importanza dell’ambiente sociale ed educativo, sono bollati come razzisti.

L’intero occidente, inclusa la stessa America, è diventato una vittima di colpa collettiva che, stranamente, viene indotta più da spirito di rinuncia intellettuale e da espiazione di ispirazione cristiana, che non dalla repressione dello stato.

 

Nell’America politicamente corretta, anche il linguaggio è soggetto a norme igieniche. Fra gli aspiranti eretici emergono nuove qualifiche che servono da smentita per le loro opinioni controverse.

Agli occhi dei nuovi inquisitori, un eretico intellettuale di estrema destra deve essere monitorato non sulla base di ciò che ha detto o scritto, ma sulla base di chi ha visto o incontrato.

La colpa per associazione “ ostacola la carriera di una persona e rovina la vita di un diplomatico, di un politico o di un accademico che si avventura come oratore in un qualche circolo letterario di tendenza razzista o di estrema destra, oppure chi partecipa ad una conferenza dove vengono discussi i contenuti di un libro revisionista.

Ogni idea che esamina criticamente i fondamenti dell’egualitarismo della democrazia e del multiculturalismo, diventa sospetta.

Anche dichiararsi “conservatori “può essere pericoloso.

Anche le forme più miti di conservatorismo culturale vengono gradualmente spinte verso la categoria di “estremismo di destra“ o “ supremazia bianca “. Queste qualifiche sono abbastanza disarmanti da zittire anche l’eretico più deciso.

 

C’è una forma tipicamente europea di correttezza politica che consiste nel vedere il fascismo ovunque “, scrive il filosofo ebreo-francese Alain Finkelkraut. Sebbene abbia dato il suo appoggio alle leggi anti-revisioniste in Francia, nel 1990, è discutibile se Finkelkraut creda sempre a ciò che scrive.

Nel Novembre 2005 Finkelkraut fu lui stesso richiamato dall’agenzia anti-razzista francese MRAP per le sue deprecabili dichiarazioni contro i neri francesi rivoltosi e gli arabi in Francia, un evento che l’autore descrive in un intervista al quotidiano israeliano Haaretz.

Ironia della sorte, Finkelkraut, assieme a molti storici di corte francesi e americani e filosofi della postmodernità molto simili ai neo-conservatori americani, fu in passato un sostenitore del multiculturalismo di ispirazione marxista.

Ora, indossando l’abito del neo-con, egli sembra essere la vittima delle sue stesse teorie. La sindrome di “ Finkelkraut “ è assai comune fra gli ex simpatizzanti comunisti che divennero ardenti anti-comunisti e liberali quando il marxismo passò di moda.

L’unico problema è che un sacco di gente è morta nel frattempo, come risultato delle loro fantasie intellettuali marxiste e antifasciste di un tempo.

 

Fintanto che il liberlismo importato dall’America rifiuta e punisce gli stereotipi razziali, esso non esiterà ad usare degli stereotipi nel definire i suoi nemici politici e culturali.

Quando i musulmani e gli islamici residenti in America o in Europa sono i promotori di disordini di strada o di terrorismo, il sistema moderno tollera l’uso sporadico di ingiurie anti-arabe.

Al contrario, un musulmano americano residente o un musulmano che vive in Europa può spesso uscirsene con frasi anti-semite o anti-israeliane che un Gentile (cioè un non ebreo in genere appartenente alla religione cattolica) non può nemmeno sognarsi di pronunciare, per paura di sentirsi accusato dal tremendo termine “antisemita “.

Così la classe dirigente in America e in Europa ricorre con successo allo spauracchio di parole che mettono fine ad ogni dibattito, come “antisemitismo “ o “neo-nazismo “, come alibi per legittimare il suo perpetua status quo.

Lo spettro di un possibile catastrofico scenario deve ridurre al silenzio tutti gli spiriti liberi.

Chiaramente, se il fascismo viene legalmente decretato come male assoluto, ogni aberrazione nel sistema liberale sembrerà automaticamente un male minore.

Il sistema liberale moderno, che ha avuto origine in America, funziona come una macchina auto-alimentata per il controllo totale della mente.

 

L’IMMONDO FETORE DELL’ANTIFASCISMO (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Marzo 2009)

venerdì, 22 maggio 2009

Avrei voluto limitarmi a scrivere il solito articolo elogiativo a proposito dell’impegno del nuova adepto Vincenzo Stravolo, napoletano momentaneamente emigrato in provincia di Venezia per ragioni lavorative; egli, dopo alcuni contatti telematici e telefonici con il sottoscritto, si era preso l’impegno di sondare il territorio veneziano, iniziando una piccola propaganda fatta di affissioni di volantini in quel di Mira, paese della provincia di Venezia… E così ha fatto, come potrete notare dal contributo fotografico inserito in questa pagina e nella successiva; ma non aveva tenuto conto di quello che a buona ragione potremo chiamare “lo sterco del mondo”, ovvero tutta quella indegna massa di pattume con sembianze umane che si raccoglie sotto il nome di “antifascismo”.

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Infatti, pochi giorni dopo avere operato le affissioni di cui sopra, il povero Stravolo si è visto abbondantemente sputtanato sul  quotidiano “La Nuova Venezia”, vero e proprio foglio di carta igienica stampato alla bell’è meglio nel tentativo di fare concorrenza all’altro quotidiano locale, “Il Gazzettino”, il quale, fortunatamente, avendo già abbastanza lettori non si presta a squallide operazioni di linciaggio mediatico per accaparrarsene di nuovi…

Tornando al foglio di carta igienica suddetto, in un crescendo di demenza e bestialità antifascista, in un primo tempo, il 26 marzo scorso, accusava bellamente dei non meglio identificati appartenenti al nostro movimento di avere aggredito una ragazza:

 

“MIRA. Indignazione a Mira per l’affissione nella bacheca comunale davanti alla casa delle associazioni in via Toti di manifesti di stampo fascista e nazista. I manifesti fanno riferimento al Movimento Fascismo e Libertà e chiedono l’adesione a forme di «democrazia corporativa» e mettono in bella mostra fascio littorio e svastica. Per il referente provinciale del Movimento, Vincenzo Stravolo, è tutto in regola. Ma a Mira l’iniziativa non è piaciuta per niente. Ieri sera il caso è approdato anche in consiglio comunale, dove il sindaco Michele Carpinetti ha anche raccontato l’episodio di una ragazza che, nei giorni scorsi, al centro giovani Dedalo è stata insultata e aggredita verbalmente da alcuni esponenti del movimento fascista, che poi si sono allontanati in fretta e furia. Solidarietà è stata espressa dal sindaco. «Qui non si tratta dei soliti vandali – ha detto ieri sera Carpinetti aprendo il consiglio comunale – ma di un movimento politico che si rifà a valori rigettati dalla storia. A decidere se ci sono gli estremi del reato sarà la magistratura. Certo che noi non condividiamo né simboli né i contenutii, che non appartengono alla spirito di questa città».

 

Ovviamente, accanto al Sindaco mentalmente ritardato ed a giornalisti squallidi che hanno reiterato e rilanciato certo liquame mediatico, non potevano mancare i rottami della storia come il comunista Caccin (“L’iniziativa però non è per nulla piaciuta a Mira. Attacca Daniele Caccin, segretario del Partito dei Comunisti Italiani, tra i primi a denunciare la ripresa della propaganda fascista in città: «Da diversi giorni volantini di stampo fascista e nazista sono stati affissi sopra ai manifesti di propaganda dei gruppi consiliari, nelle bacheche usate anche dalle associazioni. E questo accade in barba a tutte le leggi ma soprattutto alla Costituzione che vieta espressamente tra le disposizioni transitorie la ricostituzione del partito fascista. Anche l’apologia del fascismo è reato») e l’immancabile partigiano disceso dai monti, il quale, con un’evidente mancanza di storia e di autocritica, dedica a noi queste belle parole che meglio si addicono a lui ed a tutta la spazzatura comunista che ancora infesta la nostra triste Nazione:

 

“Sulla questione interviene anche il segretario dell’Anpi della Riviera, Tullio Cacco: «Chiediamo alla cittadinanza e al sindaco di difendere con forza la memoria di chi a Mira ha lottato per la libertà e fra le fila della Resistenza. Questi lugubri simboli devono restare sepolti nella vergogna dopo che hanno provocato milioni di morti». Certo che da una persona che contemporaneamente si vanta di essere partigiano, comunista  e di chiamarsi Cacco (sigh!), non potevamo aspettarci di più!

L’articolo, per dimostrare che al peggio non c’è mai fine, si conclude con l’ultimo riferimento diffamatorio: “Su questi temi a Mira il clima è molto caldo. Solo pochi mesi fa il monumento ai caduti di Borbiago fu imbrattato con svastiche e simboli nazi-fascisti. Il monumento è stato dedicato dalla città ai nove partigiani uccisi dalla decima mas e dai nazisti in fuga. – Alessandro Abbadir.

 

Credete che possa bastare? Nossignori! Come nella migliore tradizione dei tanti politicanti falliti che cercano di issarsi sopra qualsiasi palco per guadagnare visibilità e notorietà, anche altri mentecatti di Mira reclamano il loro spazio di infamia, così lo stesso foglio di carta igienica stampata il giorno immediatamente successivo li accontenta:

 

“Manifesti fascisti, scattata la denuncia – La Nuova di Venezia – 27 marzo 2009, pagina 27. MIRA. La questione dei volantini fascisti esposti fuori dalla bacheca del centro giovanile Dedalo di Mira avrà risvolti giudiziari. Ieri mattina infatti l’assessore alle politiche giovanili e alla pubblica istruzione Giorgia Cestonaro ha sporto denuncia ai carabinieri. I manifesti che fanno riferimento al Movimento Fascismo e Libertà chiedono infatti l’adesione a forme di «democrazia corporativa e mettono in bella mostra il fascio littorio e la svastica». A Mira l’iniziativa del movimento di estrema destra non è piaciuta per niente. Il sindaco Carpinetti e l’assessore Cestonaro infatti denunciano l’aggressione ai danni di una ragazza del centro Dedalo: «La questione delle intimidazioni di stampo fascista nei confronti del centro Dedalo – spiega l’assessore – continuano da mesi. Verso fine gennaio i ragazzi di Radio Merlino (uno dei gruppi che fanno stabilmente e in modo continuativo attività al centro Dedalo) spiacevolmente scoprono che il loro spazio (Dedalo Radio Merlino), presente su Facebook, era stato violato da ignoti». Ma gli episodi continuano. «A metà gennaio – continua l’assessore – casualmente dopo l’intervista della rubrica Merlino Sociale dedicata alla Palestina al centro Dedalo, sono stati trovati incollati diversi adesivi di Forza Nuova nella bacheca del comune. Inoltre è stata cambiata la foto del profilo dei ragazzi di Radio Merlino con quella di Benito Mussolini. Infine il 24 marzo l’affissione di manifesti e volantini che facevano riferimento al movimento Fascismo e Libertà fondato da Giorgio Pisanò. L’assessore perciò ieri mattina ha fatto scattare la denuncia ai carabinieri. «Sono amareggiata – spiega l’assessore – per l’atteggiamento nei confronti dei ragazzi del centro Dedalo e di Radio Merlino. Sono ragazzi che con grande dedizione ed impegno lavorano per poter costruire un progetto credibile e forte per i giovani di Mira. Sono preoccupata per i messaggi e le azioni di violenza (non fisica ma verbale e di iniziativa) che questi episodi portano con se. E’ diseducativo per i più giovani e offensivo per gli adulti». I volantini di stampo fascista e nazista sono stati condannati l’altra sera in consiglio comunale anche dal sindaco Carpinetti. Il responsabile locale del movimento «Fascismo e Libertà» Vincenzo Stravolo però nega che si siano violate le leggi da parte del suo movimento. «E’ tutto legale» – sostiene l’uomo, citando alcune sentenze. (Alessandro Abbadir).

 

In tutto questo delirio di accuse fantasiose (il Camerata Stravolo è appena giunto a Mira, figuriamoci cosa può saperne delle presunte aggressioni avvenute mesi fa ai danni dei “poveri” giovani del centro sociale e/o degli atti di vandalismo ai danni della lapidi partigiane!), manca come di consueto la nostra voce, nonostante i vari tentativi dello stesso Stravolo e del sottoscritto di fare pubblicare un comunicato di rettifica, ai sensi di legge… Gli illuminati della redazione hanno risposto, in merito ad un mio scritto di replica, che era “fuori tema”!

Ragion per cui abbiamo deciso di procedere con una bella denuncia per diffamazione e violazione della Legge sulla stampa che disciplina il diritto di replica per quanto riguarda le accuse infamanti e diffamatorie riferite, nonché per calunnia nei confronti dei due cialtroni che hanno vantato la presentazione di una denuncia contro di noi alle autorità locali. Denuncia che veniva confermata, in pompa magna, da ennesimo articolo diffamatorio pubblicato nei giorni successivi dal solito foglio di carta igienica stampato. Rimane da riferire l’ultima triste esperienza locale fatta dal Camerata Stravolo; nel tentativo di depositare la querela approntata dal sottoscritto in una caserma dei Carabinieri della provincia di Venezia, Stravolo veniva sconsigliato da un illustre maresciallo locale, evidentemente amico dei politici di Mira; secondo il luminare del diritto penale imprestato all’Arma, Stravolo rischiava tre anni di reclusione denunciando per calunnia il Sindaco, poiché questi avrebbe potuto smentire le dichiarazioni pubblicate fra virgolette dal quotidiano locale!

E poi qualcuno si meraviglia per il proliferare delle barzellette sui Carabinieri…!

Per non turbare i sonni del graduato, la denuncia è stata depositata presso la Procura della Repubblica di Venezia.

 

                  

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it