Archivio di luglio 2009

LA DICHIARAZIONE DI GUERRA EBRAICA ALLA GERMANIA NAZISTA

lunedì, 27 luglio 2009

L’analisi dell’articolo che segue mostra, senza ombra di dubbio, qual è la portata del potere giudaico nel mondo odierno; un potere che è riuscito a mistificare completamente la storia, benchè scritta e dimostrabile. Un potere che ha trasformato la lecita difesa del popolo tedesco in una volontà omicida ai danni di un popolo oppresso… Un potere che ha creato dal nulla un “olocausto” su cui nessuno può osare esprimere dubbi senza finire all’ospedale, o in galera o addirittura al cimitero.

I fessi continuano a parlare del “folle” Hitler e della sua volontà di dominare il mondo mediante stermini e guerre… I furbi giudei, che sono arrivati a dominare il mondo ed ancora oggi promuovono stermini e carneficine in ogni parte del globo terrestre, se la ridono della stupidità altrui e continuano a mistificare.

Basterebbe solo leggere, informarsi, capire… Ma nella società della droga, delle discoteche, dei concerti rock e metal, dell’alcool che scorre a fiumi fra i giovani smidollati e del “Grande Fratello”, anche queste semplici passi non vengono più compiuti. Tutti felici e contenti di avere eliminato dal mondo il meglio per affidarsi a quanto di più repellente e stomachevole si possa immaginare.

Che dirvi? Godetevi la dittatura planetaria dei giudeo-massoni e dei Paesi che degnamente li rappresentano.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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Il Boicottaggio Economico del 1933

Articolo tratto dalla: The Barnes Review, Genn./Febbr. 2001, pag. 41-45 – Vol. 7


The Barnes Review (TBR)

645 Pennsylvania Ave SESuite 100

WASHINGTON D.C. 2003 (USA)

di: M. Raphael Johnson, Ph.D., assistente editore della TBR

Traduzione a cura di: Gian Franco SPOTTI

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Molto tempo prima che il governo di Hitler iniziasse a restringere i diritti degli ebrei tedeschi, i dirigenti della comunità ebraica mondiale dichiararono formalmente guerra alla “Nuova Germania“ in un momento in cui il governo americano e perfino i leaders ebraici tedeschi chiedevano di essere cauti nel trattare col nuovo regime hitleriano.

Poche persone conoscono i fatti di quel singolare evento che contribuì allo scoppio di quella che viene conosciuta come la Seconda Guerra Mondiale e cioè la dichiarazione di guerra contro la Germania da parte dell’ebraismo internazionale appena dopo l’ascesa di Hitler al potere e ben prima che fossero attuate misure ritorsive o sanzioni contro gli ebrei da parte del governo tedesco.

L’edizione del DAILY EXPRESS di Londra del 24 Marzo 1933 spiegava come i dirigenti dell’ebraismo, insieme a potente interessi ebraici internazionali, avessero lanciato un boicottaggio della Germania con il preciso scopo di mettere in ginocchio la già precaria economia tedesca nella speranza di abbattere il nuovo regime di Hitler. Fu solo allora che la Germania rispose di conseguenza. Se vogliamo dire la verità, fu la dirigenza internazionale ebraica, e non il Terzo Reich, a sparare effettivamente il primo colpo nella Seconda Guerra Mondiale.

L’autorevole procuratore di New York Samuel Untermyer fu uno dei principali sobillatori nella guerra contro la Germania, descrivendo la campagna ebraica nient’altro che una “guerra santa“.

La guerra economica dichiarata alla Germania dalla dirigenza ebraica non solo portò a determinate ritorsioni da parte del governo tedesco ma mise le basi per un’alleanza politico-economica poco conosciuta fra il regime di Hitler e i leaders del movimento sionista che speravano che le tensioni fra i tedeschi e gli ebrei avrebbero portato ad una massiccia emigrazione verso la Palestina.

In breve, il risultato fu un’alleanza tattica fra i nazisti ed i fondatori dell’odierno stato di Israele. Un evento che molti oggi preferirebbero venisse dimenticato.

A tutt’oggi si crede in genere (in modo non corretto) che quando Adolf Hitler fu nominato cancelliere della Germania nel Gennaio del 1933, il governo tedesco diede il via a politiche per reprimere gli ebrei tedeschi, incluso il loro rastrellamento per essere chiusi in campi di concentramento e lanciare una campagna di terrore e violenza contro la locale popolazione ebraica.

Mentre vi furono in Germania sporadici episodi di violenza contro gli ebrei dopo che Hitler salì al potere, questi non furono né approvati né incoraggiati. La verità è che i sentimenti anti-ebraici in Germania (o in altre parti in Europa) non erano una novità. Come tutti gli storici ebraici affermano con fervore, disordini anti-semiti a vari livelli erano onnipresenti nella storia europea.

In ogni caso, agli inizi del 1933, Hitler non era il leader indiscusso della Germania e nemmeno aveva il totale comando delle forze armate. Hitler era una figura di rilievo in un governo di coalizione ma era ben lontano dall’essere lui stesso il governo in persona. Questo fu il risultato di un processo di consolidamento che si sarebbe verificato più tardi.

Persino l’Associazione Centrale Ebraica tedesca, conosciuta come Verein, contestò l’affermazione (fatta da alcuni leaders ebraici al di fuori della Germania) che il nuovo governo avrebbe deliberatamente provocato insurrezioni anti-ebraiche.

Il Verein emise un comunicato nel quale affermava che “Le autorità responsabili di governo (cioè il regime di Hitler) sono inconsapevoli della minacciosa situazione“, dicendo inoltre: “Non crediamo che i cittadini tedeschi nostri amici si lasceranno coinvolgere nel commettere eccessi contro gli ebrei “.

Nonostante ciò, i dirigenti ebraici negli Stati Uniti e in Gran Bretagna determinarono che era necessario lanciare una guerra contro il governo di Hitler.

Il 12 Marzo 1933 il Congresso Ebraico Americano annunciò una protesta di massa al Madison Square Garden per il 27 Marzo. A quell’epoca il comandante in capo dei veterani di guerra ebrei chiese un boicottaggio americano delle merci tedesche. Nel frattempo, il 23 Marzo, 20.000 ebrei protestarono nella New York’s City Hall mentre altre proteste furono inscenate fuori dalle linee navali della North German Lloyd e della Hamburg-American Shipping Co.

Boicottaggi economici ebbero luogo contro le merci tedesche in vendita nei negozi di New York City.

Secondo il DAILY EXPRESS di Londra del 24 Marzo 1933, gli ebrei avevano già lanciato il loro boicottaggio contro la Germania ed il suo governo eletto. Il titolo recitava: “Judea Declares War on Germany – Jews of All the World Unite – Boycott of German Goods – Mass Demonstrations“ (il giudaismo dichiara Guerra alla Germania – ebrei di tutto il mondo unitevi – boicottaggio delle merci tedesche – dimostrazioni di massa).

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L’articolo descriveva una prossima “guerra santa” e continuava implorando gli ebrei di ogni parte di boicottare le merci tedesche ed intraprendere dimostrazioni di massa contro gli interessi economici tedeschi. Secondo il DAILY EXPRESS:

Tutto l’Israele sparso nel mondo si sta unendo per dichiarare una guerra economica e finanziaria alla Germania. La comparsa della svastica come simbolo della nuova Germania ha fatto tornare in vita il vecchio simbolo di guerra di Giuda. Quattordici milioni di ebrei sparsi in tutto il mondo sono raccolti insieme come in un’unica persona per dichiarare guerra contro i persecutori tedeschi e i loro discepoli.

Il commerciante ebreo lascerà la sua casa, il banchiere la sua borsa valori, il mercante i suoi affari ed il mendicante il suo umile cappello per unirsi nella guerra santa contro il popolo di Hitler.

Il quotidiano diceva che la Germania “stava ora affrontando un boicottaggio internazionale del suo commercio, delle sue finanze e della sua industria. A Londra, new York, Parigi e Varsavia, gli uomini d’affari ebrei sono uniti per proseguire la crociata economica“.

L’articolo diceva: “si stanno facendo preparativi a livello mondiale per organizzare dimostrazioni di massa“ e inoltre riportava: “la vecchia e riunita nazione d’Israele si affianca alle nuove e moderne armi per vincere la sua antica battaglia contro i suoi persecutori“.

Ciò può essere veramente considerato come “il primo colpo sparato nella Seconda Guerra Mondiale“.

In uno stato d’animo simile, il giornale ebraico NATSCHA RETSCH scrisse:

“La guerra contro la Germania verrà intrapresa da tutte le comunità, conferenze e congressi ebraici, da ogni singolo individuo ebreo. In tal modo la guerra contro la Germania ravviverà e promuoverà i nostri interessi che richiedono che la Germania venga completamente distrutta.

Il pericolo per noi ebrei risiede in tutto il popolo tedesco, sia come nazione che come singoli individui. Esso deve essere reso inoffensivo per sempre. In questa guerra noi ebrei dobbiamo partecipare e ciò con tutta la forza e la potenza che abbiamo a nostra disposizione”.

E’ degno di nota comunque il fatto che l’Associazione Sionista di Germania emanò un telegramma il 26 Marzo 1933 rifiutando molte delle affermazioni fatte contro i nazionalsocialisti definendole “propaganda”, “menzognere” e “sensazionali”.

Infatti la fazione sionista aveva tutte le ragioni per assicurare il mantenimento dell’ideologia nazionalsocialista in Germania. Klaus Polkehn, scrivendo nel Journal of Palesatine Studies (I Contatti Segreti: Sionismo e Germania Nazista, 1933-1941; JPS v. ¾, primavera/estate 1976), sostiene che l’atteggiamento moderato dei sionisti era dovuto al loro interesse acquisito nel vedere la vittoria finanziaria del nazionalsocialismo da obbligare l’immigrazione in Palestina. Questo fatto poco conosciuto avrebbe finalmente giocato un ruolo importantissimo nelle relazioni fra la Germania nazista e gli ebrei.

Nel frattempo il Ministro degli Esteri Konstantin von Neurath si lamentava della “campagna di diffamazione“ e disse:

“Per quanto concerne gli ebrei, posso solo dire che i loro propagandisti all’estero non stanno facendo alcun favore ai loro correligionari in Germania dando al pubblico tedesco, tramite le loro distorte e menzognere notizie circa le persecuzioni e le torture nei confronti degli ebrei, l’impressione di non fermarsi davanti a niente, nemmeno alle bugie e alle calunnie, per combattere l’attuale governo tedesco”.

Il novello governo di Hitler stava tentando di contenere la crescente tensione, sia all’interno della Germania che al di fuori. Negli Stati Uniti perfino il Segretario di Stato Cordell Hull telegrafò al Rabbino Stephen Wise del Congresso Ebraico Americano chiedendo prudenza:

“Mentre ci fu per un breve tempo un maltrattamento fisico degli ebrei, questa fase può essere considerata terminata a tutti gli effetti. Una stabilizzazione sembra essere stata raggiunta nell’ambito del maltrattamento personale. Voglio sperare che la situazione che ha causato così tanta preoccupazione diffusa in questo paese, ritorni presto normale”.

Nonostante ciò, i dirigenti della comunità ebraica si rifiutarono di rallentare. Il 27 Marzo vi furono marce di protesta simultanee al Madison Square Garden, a Chicago, Boston, Philadelphia, Baltimora, Cleveland ed in 70 altre località. La protesta di New York fu trasmessa in tutto il mondo.

La sostanza fu che la “Nuova Germania“ venne dichiarata essere una nemica degli interessi ebraici e quindi bisognava strangolarla economicamente.

Questo fu PRIMA che Hitler decidesse di boicottare le merci ebraiche.

Fu proprio in risposta a ciò che il governo tedesco annunciò il boicottaggio di un giorno dei negozi tedeschi in Germania il 1° Aprile 1933

Il Ministro della Propaganda tedesco Dr. Joseph Goebbels affermò che, trascorso il giorno di boicottaggio, se non vi fossero stati ulteriori attacchi alla Germania, questo sarebbe stato sospeso.

Hitler stesso replicò al boicottaggio ebraico e alle minacce in un discorso del 28 Marzo 1933, quattro giorni dopo la dichiarazione di guerra economica da parte dell’ebraismo mondiale, con queste parole:

“Ora che i locali nemici della nazione sono stati eliminati dal Volk (popolo) stesso, ciò che abbiamo atteso a lungo non finirà. I criminali marxisti e comunisti assieme ai loro istigatori ebraico-intellettuali, che hanno portato con se i loro capitali oltre confine al momento giusto, stanno scatenando una campagna di agitazioni sediziosa e senza scrupoli contro il popolo tedesco nel suo insieme. Menzogne e diffamazioni di una perversità da fare accapponare la pelle vengono lanciate contro la Germania. Storie orribili di corpi smembrati di ebrei, occhi strappati dalle orbite e mani amputate stanno circolando col preciso scopo di diffamare il popolo tedesco nel mondo per la seconda volta, proprio come riuscirono a fare nel 1914”.

Questo avvenimento, e cioè che l’ordine di Hitler del 28 Marzo 1933 di boicottaggio fu una diretta risposta alla dichiarazione di guerra economica alla Germania, da parte della dirigenza ebraica mondiale, fu sapientemente omesso dalla storia. Infatti l’ordine di Hitler viene oggi descritto come un puro atto di aggressione ma le circostanze che lo hanno provocato vengono raramente descritte.

Nemmeno Saul Friedlander nella sua estesa panoramica della politica tedesca Nazi Germany and the Jews (La Germania Nazista e gli Ebrei), menziona il fatto che la dichiarazione di guerra ebraica ed il relativo boicottaggio di merci tedesche precedette il discorso di Hitler del 28 Marzo 1933.

I lettori più acuti saranno propensi a chiedere perché Friedlander  considerasse questo capitolo storico così irrilevante.

Il fatto era che si trattava dell’ebraismo organizzato come entità politica, e non la comunità ebraica tedesca in se stessa, a sparare il primo colpo nella guerra con la Germania.

La replica tedesca fu difensiva e non offensiva. Se questo fatto fosse ampiamente noto oggi, getterebbe una nuova luce su quei successivi avvenimenti che portarono allo scoppio del conflitto mondiale che seguì.

Per capire la reazione di Hitler alla dichiarazione di guerra ebraica, è vitale comprendere lo stato critico in cui versava a quel tempo l’economia tedesca.

Nel 1933 l’economia tedesca era a soqquadro. Tre milioni di tedeschi erano assistiti dallo stato e vi erano sei milioni di disoccupati. L’iper-inflazione aveva distrutto la vitalità economica della nazione tedesca. Inoltre la propaganda anti-tedesca che imperversava sulla stampa mondiale rafforzò i propositi dei nemici della Germania, specialmente i polacchi ed il loro aggressivo alto comando militare.

I leaders ebraici non stavano bluffando. Il boicottaggio era un atto di guerra non solo in senso metaforico: era un mezzo, ben congegnato, per distruggere la Germania come entità economica, sociale e politica. Lo scopo del boicottaggio ebraico a lungo termine contro la Germania era di portarla alla bancarotta con riguardo alle riparazioni di guerra impostele  dopo la Prima Guerra Mondiale e mantenere la Germania demilitarizzata e vulnerabile.

Tale boicottaggio, infatti, fu rovinoso per lo stato tedesco. Studiosi ebraici, come Edwin Black, riportarono che, in risposta al boicottaggio, le esportazioni tedesche furono ridotte del 10% e molti chiedevano il congelamento dei beni tedeschi all’estero (Edwin Black, L’Accordo di Trasferimento – La Storia non raccontata del Patto Segreto fra il Terzo Reich e la Palestina Ebraica, New York, 1984).

Gli attacchi alla Germania non cessarono. La dirigenza mondiale ebraica divenne sempre più aggressiva ed iniziò a smaniare.

Una Conferenza Internazionale del Boicottaggio Ebraico si tenne ad Amsterdam per coordinare la campagna in corso. Venne tenuta sotto gli auspici della Federazione Mondiale Economica Ebraica, della quale fu eletto presidente Samuel Untermyer, il famoso procuratore di new York City e per lungo tempo mediatore del potere politico.

Al suo ritorno negli Stati Uniti, alla vigilia della conferenza, Untermyer rilasciò un discorso alla Radio WABC di new York, una trascrizione del quale fu pubblicato sul The New York Times il 7 Agosto 1933.

L’infiammante oratoria di Untermyer chiamava ad una “guerra sacra” contro la Germania, asserendo che la Germania era impegnata in un progetto per “sterminare gli ebrei“.

Ecco quanto disse, in parte:

“La Germania, da una nazione di cultura, è stata trasformata in un vero e proprio inferno di bestie crudeli e selvagge. E’ perché lo dobbiamo non solo alla nostra progenie perseguitata ma al mondo intero che bisogna colpire in modo tale da liberare l’umanità dal ripetersi di questa incredibile tragedia.

Ora o mai più le nazioni del mondo devono fare causa comune contro il massacro, la fame, l’annientamento, le demoniache torture, la crudeltà e le persecuzioni che vengono inflitte giorno dopo giorno su questi uomini, donne e bambini.

Quando il tutto verrà alla luce. Il mondo avrà davanti un quadro così tremendo nella sua barbara crudeltà che l’inferno della guerra e le presunte atrocità belghe impallidiranno se paragonate a questa campagna diabolica, deliberata, pianificata a sangue freddo e già in parte eseguita per lo sterminio di un popolo fiero, gentile, leale e rispettoso delle leggi.

Gli ebrei sono gli aristocratici del mondo. Da tempo immemorabile essi vengono perseguitati ed hanno visto i loro persecutori andare e venire. Solo loro sono sopravissuti.

E così la storia si ripete, ma ciò non fornisce una ragione perché noi si debba permettere il ritorno all’età buia di quella che una volta era una grande nazione o evitare di salvare queste 600.000 anime dalle torture dell’inferno.

Ciò che proponiamo, ed in tal senso siamo già andati avanti, è di perseguire un puro boicottaggio economico difensivo che mini il regime hitleriano riportando il popolo tedesco alla ragione, distruggendo le loro esportazioni dalle quali dipende la loro esistenza.

Questo è ciò che proponiamo e stiamo già organizzando l’opinione mondiale ad esprimersi nel solo modo in cui la Germania può essere portata alla ragione”.

Untermyer raccontò poi ai suoi ascoltatori una storia totalmente fraudolenta sulle circostanze del boicottaggio tedesco e come ebbe origine. Egli proclamò che i tedeschi stavano procedendo verso un piano per “sterminare gli ebrei“:

“Il regime di Hitler si è instaurato e sta perseguendo il suo boicottaggio per sterminare gli ebrei affiggendo manifesti sui negozi ebraici, mettendo in guardia i tedeschi dal commerciare con loro, mettendo in prigione i negozianti ebrei e facendoli camminare a centinaia per le strade sotto lo sguardo delle truppe naziste per il solo crimine di essere ebrei, espellendoli dalle professioni svolte nelle quali molti di loro hanno raggiunto posti di rimordine, escludendo i loro figli dalle scuole, gli uomini dai sindacati di categoria, chiudendo loro in faccia ogni via di sviluppo, chiudendoli in campi di concentramento, facendoli morire di fame, torturandoli senza motivo, usando ogni tipo di tortura inumana oltre ogni concezione, fino a suicidio sopravenuto come unico mezzo di fuga, tutto questo perché sono o i loro avi erano ebrei e col solo scopo di sterminarli”.

Untermyer concluse il suo discorso ampiamente menzognero ed isterico dichiarando che con l’aiuto degli “amici cristiani….pianteremo l’ultimo chiodo nella bara dell’integralismo e del fanatismo…”

Che queste affermazioni contro la Germania fossero state fatte ben prima dell’affermazione circa le camere a gas o del piano per “sterminare” gli ebrei da parte di storici ebraici, la dice lunga sulla natura della campagna di propaganda scatenata contro la Germania.

Tuttavia in questo stesso periodo si videro strani sviluppi prendere forma: la primavera del 1933 fu anche testimone dell’inizio di un periodo di collaborazione fra il governo tedesco ed il movimento sionista in Germania e Palestina per aumentare il flusso di immigranti e capitali ebraico-tedeschi verso la Palestina.

Gli odierni sostenitori dell’Israele sionista e molti storici sono riusciti a mantenere il patto germano-sionista segreto nei confronti del pubblico per decenni e mentre la maggior parte degli americani non ha la minima idea che ci possa essere stata una cooperazione fra la dirigenza nazista ed i fondatori di quello che poi divenne lo stato di Israele, la verità ha cominciato ad emergere.

Il libro dello scrittore dissidente ebreo Zionism in the Age of the Dictators (il Sionismo nell’Era dei Dittatori), pubblicato da una piccola casa editrice e che non ricevette la pubblicità che meritava dai media di “regime” (ossessionati dall’epoca dell’Olocausto), è stato forse lo sforzo maggiore per spiegare questo evento.

In risposta a Brennar e ad altri, la reazione sionista di solito consisteva nel dichiarare che la loro collaborazione con la Germania nazista fu intrapresa col solo scopo di salvare la vita degli ebrei.

Ma la collaborazione fu molto di più perché avvenne in un momento quando molti ebrei ed organizzazioni ebraiche chiedevano il boicottaggio della Germania.

Per i dirigenti sionisti, la presa di potere di Hitler tendeva la mano alla possibilità di far affluire immigrati in Palestina. In precedenza, la maggioranza degli ebrei tedeschi, che si identificavano come tedeschi, avevano poca simpatia per la causa sionista di voler promuovere la raccolta dell’ebraismo mondiale in Palestina. Ma i sionisti si accorgevano che solo l’antisemitismo di Hitler avrebbe spinto gli ebrei tedeschi anti-sionisti nelle braccia del sionismo.

Nel lamentare oggi il così detto “Olocausto” da parte dei sostenitori di Israele (per non parlare degli israeliani stessi), essi tralasciano di menzionare che nel rendere la situazione in Germania difficile per gli ebrei, in collaborazione col nazional-socialismo, faceva parte del piano.

Questa fu la genesi del cosiddetto Accordo di Trasferimento, cioè l’accordo fra gli ebrei sionisti ed il governo nazional-socialista per trasferire l’ebraismo tedesco in Palestina.

Secondo lo storico ebreo Walter Laqueur e molti altri, gli ebrei tedeschi erano ben lontani dall’essere convinti che l’emigrazione verso la Palestina fosse una soluzione. Inoltre, nonostante la maggior parte degli ebrei tedeschi si rifiutava di considerare i sionisti come loro leaders politici, è chiaro che Hitler proteggeva e cooperava coi sionisti allo scopo di implementare la soluzione finale: il trasferimento in massa degli ebrei verso il Medio Oriente.

Edwin Black, nel suo volume The Transfer Agreement (L’Accordo di Trasferimento), Macmillan 1984, affermava che sebbene la maggior parte degli ebrei non voleva affatto emigrare in Palestina, in virtù dell’influenza del movimento sionista all’interno della Germania nazista, la migliore possibilità per un ebreo di lasciare la Germania era quella di andare in Palestina. In altre parole, l’Accordo di Trasferimento decretava che i capitali ebraici potevano solamente andare verso la Palestina.

Quindi, secondo i sionisti, un ebreo poteva lasciare la Germania solo se andava verso levante.

La difficoltà principale dell’Accordo di Trasferimento (o addirittura l’idea di un accordo del genere) era rappresentata dagli inglesi (mandatari delle Nazioni Unite sul protettorato di Palestina) i quali chiedevano, come condizione dell’immigrazione,  che ogni immigrato pagasse 1.000 Sterline al suo arrivo ad Haifa o altrove. La difficoltà era che tale valuta era quasi impossibile da ottenere in contanti in una Germania inflazionata e senza liquidità.

Laqueur scrive:

“Un’importante banca tedesca congelerebbe i fondi pagati dagli immigrati in conti bloccati per esportatori tedeschi, mentre una banca in Palestina controllerebbe la vendita di merci tedesche in Palestina, mettendo così a disposizione degli immigrati la necessaria valuta straniera in loco. Sam Cohen, co-proprietario della Hanoaiah Ltd. e iniziatore del progetto di trasferimento, fu tuttavia oggetto di lunghe obiezioni da parte della sua gente e alla fine dovette convenire che un tale accordo di trasferimento poteva essere concluso solo ad un livello molto più alto con una banca in proprio anziché con una compagnia privata.

La rinomata Anglo-Palestine Bank a Londra venne chiamata a far parte del progetto di trasferimento e venne creata una fiduciaria per questo fine”.

Tutto ciò è di vitale importanza nel trattare i rapporti fra il sionismo ed il nazional-socialismo in Germania negli anni 30. I rapporti non erano solo di comune interesse e di favoritismo politico da parte di Hitler, ma una stretta relazione finanziaria con le famiglie bancarie tedesche ed istituzioni finanziarie.

Black scrive:

“Per i sionisti era importante sovvertire il boicottaggio anti-nazista. Il sionismo aveva bisogno di trasferire i capitali degli ebrei tedeschi e le merci erano il solo mezzo disponibile. Ma presto i dirigenti sionisti compresero che il successo della futura economia ebraico-palestinese sarebbe stata intimamente legata alla sopravvivenza dell’economia tedesca. La dirigenza sionista fu quindi costretta ad andare oltre. L’economia tedesca avrebbe dovuto essere salvaguardata, stabilizzata e, se necessario, rinforzata. E fu così che il partito nazista e gli organizzatori sionisti condivisero lo stesso obiettivo di far riprendere l’economia tedesca”.

Si poté notare una spaccatura nell’ebraismo mondiale attorno al 1933 e oltre. Innanzitutto c’erano gli ebrei non sionisti (in particolare il Congresso Mondiale Ebraico fondato nel 1933), i quali, da una parte, chiedevano il boicottaggio e l’eventuale distruzione della Germania.

Black evidenzia che molte di queste persone non erano solo a New York e ad Amsterdam ma in buona parte venivano dalla Palestina stessa.

Dall’altra, invece, si può notare l’uso ragionevole di questi sentimenti da parte dei sionisti nella ricerca di un eventuale re-insediamento in Palestina. In altre parole, possiamo dire (Black non ne fa accenno) che il sionismo crede che, siccome gli ebrei si sarebbero diretti verso levante, sarebbe stato necessario un flusso di capitali per far funzionare una nuova economia.

Il risultato fu il convincimento che il sionismo avrebbe dovuto allearsi col nazional-socialismo, così il governo tedesco non avrebbe impedito il flusso di capitali ebraici fuori dal paese.

Ciò servì agli interessi sionisti nel momento in cui gli ebrei alzavano la voce con le loro denunce circa le pratiche messe in atto dai tedeschi contro di essi per spedirli verso levante, ma, dall’altra parte, Laqueur afferma che “i sionisti divennero motivati a non compromettere l’economia o la valuta tedesca“.

In altre parole, la dirigenza sionista della diaspora ebraica era una dirigenza di sotterfugio e subdola e che solo con l’avvento dell’ostilità tedesca verso l’ebraismo convinse gli ebrei del mondo che l’immigrazione era la sola via d’uscita.

Il fatto è che la fondazione dello stato di Israele non è che una frode. I sionisti non rappresentavano che una piccola minoranza degli ebrei tedeschi nel 1933.

D’altro canto, i padri sionisti d’Israele vollero forti denunce circa le “crudeltà” tedesche nei confronti degli ebrei, mentre allo stesso tempo chiedevano moderazione così il governo nazional-socialista sarebbe rimasto stabile finanziariamente e politicamente. Così il sionismo boicottò il boicottaggio.

Ad ogni buon conto, il governo nazional-socialista fu la cosa migliore che potesse capitare nella storia del sionismo poiché “provò” a molti ebrei che gli europei erano irrimediabilmente anti-ebraici e che la Palestina era l’unica soluzione. Il sionismo arrivò a rappresentare la stragrande maggioranza degli ebrei solamente con l’imbroglio e la cooperazione con Adolf Hitler.

Per i sionisti, sia le denunce delle politiche tedesche verso gli ebrei (per mantenere gli ebrei impauriti), sia il rinvigorimento dell’economia tedesca (per raggiungere l’insediamento finale), erano prioritari per il loro movimento. Ironicamente, oggi i leaders sionisti di Israele si lamentano amaramente dell’orribile ed inumano regime nazional-socialista. Così la frode continua.

SHOAH, FILM DI CLAUDE LANZMANN (verso un tracollo del business della Shoah)

lunedì, 20 luglio 2009

Notate la data dell’articolo che segue: 1987… Sono passati 22 anni. Chi ha mai sentito parlare di questa umiliante stroncatura dell’ennesima bufala olocaustica?

Intanto, nel corso degli anni e dei silenzi sulle obiezioni revisioniste, sono stati prodotti altri polpettoni olocaustici librari e cinematografici, sono stati incarcerati ed aggrediti centinaia di revisionisti di tutto il mondo, sono state varate in molti paesi che si dicono “democratici” Leggi liberticide che mandano in galera i seri ricercatori storici…

Godetevi il potere di Giuda, se vi soddisfa così tanto!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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Articolo del Prof. Robert FAURISSON – 18 giugno 1987

“Shoah“ è una parola ebraica che significa: catastrofe. Essa è diventata un sinonimo di sterminio, di genocidio, di olocausto. Serve come titolo ad un interminabile film di Claude Lanzmann.

Marek Edelmann, uno dei vecchi dirigenti del sollevamento, nel 1943, del Ghetto di Varsavia, ha qualificato questo film come “noioso”, “poco interessante” e “mal riuscito” (1).

Nonostante una mobilizzazione generale dei media a suo favore, i francesi, ivi compresa la comunità ebraica nel suo insieme, hanno decisamente disertato questo macigno.

Come ultima risorsa, la segretaria generale del premio della Fondazione dell’ebraismo francese, attribuito al film Shoah, ha dichiarato: “Finirò con una esortazione, una supplica. Andate a vedere questo film, chiedete a quelli che vi circondano di andarlo a vedere“ (2).

François Mitterand ha appoggiato il film, così come Giovanni Paolo II e altri grandi del mondo.

Le reti televisive hanno resistito per lungo tempo alle pressioni ma eccole che stanno cedendo: la gigantesca pizza verrà trasmessa. Durata: circa nove ore e mezzo.

Lanzmann vuole farci credere che le camere a gas omicide e lo sterminio degli ebrei sono realmente esistiti, Ora, ciò che il suo film dimostra, è che non ci sono né prove, né testimoni e che, come lo dimostrano i revisionisti, queste camere e questo sterminio sono un solo ed unico mito.

D’altronde, se si fosse trattato di una verità, ci si affretterebbe a dimostrarcelo in una trasmissione speciale su tutte le reti televisive, di sera, alle ore 20.30, con dei documenti e non con Shoah.

La verità è che Hitler ha trattato gli ebrei come nemici dichiarati, ha voluto cacciarli dall’Europa, ne ha messi un grande numero in campi di lavoro o di concentramento.

Alcuni di questi campi avevano dei forni crematori per l’incenerimento dei cadaveri. Nessuno aveva camere a gas omicide. L’esistenza di questi pretesi macelli a gas fa  a pugni con delle impossibilità di ordine fisico, chimico, topografico, architettonico, documentale. La sorte degli ebrei fu banalmente atroce. Ma pensiamo anche ai bambini tedeschi uccisi o mutilati al fosforo o ancora, dal 1945 al 1947, massacrati durante il loro “trasferimento” dall’Est all’Ovest!

Né ordine, né piano, né budget

Lanzmann conosceva perfettamente la fragilità della tesi sterminazionista e la solidità degli argomenti revisionisti. Ecco una colossale impresa di sterminio della quale non si trova traccia né di un ordine, né di un progetto, né di un budget! Quanto all’arma specifica di questo crimine specifico, questa è semplicemente scomparsa!  Perfino il Nouvel Observateur ha fatto eco per il grande pubblico della testimonianza degli specialisti: “Non esiste alcuna fotografia di camere a gas“ (3); ciò significa che quello che si continua a mostrare ai turisti in materia di camere a gas a Strutthof, a Mauthausen, a Hatheim, a Dachau, a Majdanek, a Auschwitz, non è altro che un tranello per gonzi. Lanzmann ha partecipato al famoso dibattito della Sorbona (29 Giugno – 2 Luglio 1982) dove queste  crudeli evidenze erano improvvisamente apparse ai due organizzatori, Raymond Aron e François Furet. Egli si sentì rafforzato dalla sua convinzione: in assenza di prove e di documenti, avrebbe ribattuto ai revisionisti con un film incantatorio e dei montaggi di “testimonianze”.

E perché no?

Fare questo film con niente

E’ qui che Lanzmann ha filmato, fino alla nausea, dei binari ferroviari, delle pietre o dei paesaggi; egli accompagna queste immagini lancinanti con un commento pesantemente lirico e dei giochi di telecamera destinati a “evocare” deportazioni e gasazioni. Lui stesso nel suo pathos dice: “A forza di filmare queste pietre a Treblinka, in tutte le angolature, esse hanno iniziato a parlare“ (4).

Afferma, senza prove, che i nazisti hanno cancellato le tracce del loro gigantesco crimine.

Dichiara: “Bisognava fare questo film con niente, senza documenti d’archivio, inventare tutto“ (5) o ancora: “Si trattava quindi di fare un film con delle tracce di tracce delle tracce. Con il niente non si arriva a niente“ (6).  “Non una sola immagine d’archivio“, esclama J-F. Held (7).

“Questo film è una fantastica ripetizione“ (8). Per Glucksmann, “La forza di questo film è di mostrare non ciò che è successo, se ne guarda bene, ma la possibilità di ciò che è successo“ (9).

In questo modo il cineasta fra credere allo spettatore ciò che vuole.

Le immaginazioni non chiedono altro che mettersi in movimento. Succede che il risultato supera ogni speranza. Fiero della sua arte di persuadere, Lanzmann dichiarava ad un giornale americano: “Un uomo mi ha scritto, dopo aver visto questo film, che era la prima volta che sentiva il grido di un bambino in una camera a gas. Forse perché la sua immaginazione era stata messa in movimento“ (10). Nel campo principale di Auschwitz, Lanzmann ha filmato il crematorio dove si mostra ai turisti, da una parte la stanza dei forni e, dall’altra, una camera adiacente, battezzata camera a gas (in realtà una camera mortuaria). Ora, la sua cinepresa si mantiene nella prima stanza; qui vi moltiplica le piroette e le giravolte così bene che la brusca ed infinitesimale apparizione della pretesa camera a gas, quasi nell’oscurità, non può essere svelata che dall’occhio dello specialista. Lo spettatore ignaro può credere che Lanzmann gli abbia chiaramente mostrato una camera a gas.

E’ una sbruffonata pura. Quanto a Lanzmann, egli può indifferentemente sostenere di aver mostrato o di non aver mostrato questa “vera” o questa “falsa” camera a gas. Tutto è in conformità.

Il film Shoah si apre con una menzogna per omissione. Nella lista di coloro che hanno reso possibile, sul piano finanziario, la realizzazione di questo film, Lanzmann si guarda bene dall’indicare il primo dei suoi contribuenti: lo Stato di Israele; Menachem Begin in persona aveva iniziato sbloccando 85.000 Dollari per ciò che lui chiamava “Un progetto di interesse nazionale ebraico” (11). Lanzmann ha utilizzato frodi materiali e verbali di ogni tipo per trarre in inganno sia certe persone intervistate, sia lo spettatore. Dai suoi “testimoni” tedeschi, si è talvolta presentato “A nome di un istituto desideroso di ristabilire la verità sul preteso genocidio degli ebrei europei. Il denaro ha fatto decidere gli incerti“ (12). Sembra che abbia usurpato un titolo di “dottore” e utilizzato il nome di “Dr. Sorel” nei confronti del “testimone” Walter Stier. Il suo “testimone” numero uno è il barbiere Abraham Bomba; in una scena “urlante di verità”, si vede Bomba lavorare nel suo negozio e ripetere sulla chioma di un cliente i gesti che faceva, sembra, per tagliare “nella camera a gas di Treblinka” i capelli delle vittime. Altra sbruffonata: Bomba era barbiere a New York, era andato in pensione in Israele ed è la che Lanzmann aveva affittato un negozio e provveduto a tutta una messa in scena d’accordo con Bomba (13).

Una sala da barbiere in una camera a gas

E ora veniamo ai “testimoni” del film Shoah. Non si tratta di testimoni in senso giuridico del termine. Nessuna “testimonianza” fu verificata o controllata. Nessun “testimone” fu contro-interrogato. Nessuna “testimonianza” sembra essere stata data nella sua forma integrale e su 350 ore di girate cinematografiche, Lanzmann non ha comunque selezionato che nove ore e mezzo.

Le “testimonianze” sono, inoltre, sistematicamente troncate e ci vengono trasmesse a frammenti, su fondo di immagini arbitrariamente scelte per mettere lo spettatore a suo agio.

La testimonianza che ha attirato, prima di ogni altra, l’attenzione dei promotori di Shoah è quella di Abraham Bomba. Questi ventila impossibilità materiali e punti oscuri. Bomba ci vuol far credere che lavorava a Treblinka in una stanza che era sia addetta a barberia che a camera a gas! La stanza era di quattro metri per quattro. In questo spazio esiguo, aveva, dice lui, sedici o diciassette barbieri e dei tavoli; sessanta o settanta donne nude entravano con un numero indefinito di bambini, affinché il totale di questo gruppo avesse i capelli tagliati, bastavano circa otto minuti; nessuno usciva dalla stanza; entravano allora settanta o ottanta donne con, nuovamente, un numero indefinito di bambini; per questo nuovo gruppo le operazioni di taglio duravano circa dieci minuti. Quindi il totale dei presenti ammontava a 146/167, senza contare i bambini e lo spazio occupato dai tavoli. E’ una cosa puramente senza senso. I barbieri compressi in quel modo lavoravano senza sosta; lasciavano la stanza, di tanto in tanto, per solo cinque minuti: giusto il tempo necessario per la gasazione delle vittime, togliere i cadaveri e pulire la stanza: dopodichè “tutto era pulito”.

Non ci viene detto che tipo di gas veniva utilizzato e da dove esso proveniva. E poi come si procedeva a disperdere il gas dopo l’operazione? Lanzmann non pone queste domande. Ci vorrebbe un gas folgorante, senza aderenza alle superfici e senza residui sui corpi da movimentare. Bomba è un mitomane che si è probabilmente ispirato alla pagina 191 di TREBLINKA di J.F. Steiner, un libro che fu denunciato anche da P. Vidal-Naquet come un’immonda invenzione (14) e che è stato redatto, almeno in parte, dal romanziere Gilles Perrault (15).

Il “testimone” Rudolf Vrba è all’origine del mito di Auschwitz. Internato a Birkenau nelle migliori condizioni (disponeva di una stanza personale), egli ha raccontato di Auschwitz, a partire dall’Aprile 1944, un numero tale di idiozie che nel Gennaio 1985 al processo Zuendel a Toronto gli è capitata un’umiliante disavventura: il procuratore che aveva richiesto la sua testimonianza contro un revisionista, aveva bruscamente rinunciato ad interrogarlo in seguito, da tanto era evidente che Vrba era un bugiardo matricolato. Aveva totalmente inventato fatti e numeri. In particolare sosteneva di aver contato personalmente 150.000 ebrei francesi gasati in 24 mesi a Birkenau; ora, per tutta la durata della guerra, Klarsfeld aveva dimostrato che i tedeschi avevano deportato verso tutti i campi circa 75.721 ebrei francesi.

Avendogli richiesto di spiegarsi si una certa visita di Himmler a Auschwitz per l’inaugurazione delle nuove camere a gas, fece appello, lui l’uomo di tutte le precisazioni più scrupolose, alla “licentia poetarum“.

Un testimone salvato da giovani bellezze nude

Il “testimone” Filip Mueller è della stessa tempra. E’ l’autore di: TRE ANNI IN UNA CAMERA A GAS DI AUSCHWITZ. Questo best-seller nauseabondo è il risultato del lavoro di un negro tedesco, Helmut Freitag, che non ha esitato davanti al plagio; vedi Carlo Mattogno, “The Filip Mueller’s Plagiarism“ ripreso in AUSCHWITZ: UN CASO DI PLAGIO. La fonte del plagio è: MEDICO AD AUSCHWITZ, altro best-seller firmato da Miklos Nyiszli. Nel film asserisce che nella grande camera a gas di Birkenau si potevano gasare fino a tremila persone alla volta e che al momento della gasazione “Quasi tutti si precipitavano verso la porta” e, infine, che “Là dove veniva versato lo Zyklon B c’era del vuoto”. Si guarda bene dal dire che la camera in questione (una camera mortuaria) misurava perlomeno 210 m2, ciò che avrebbe impedito qualsiasi dislocamento. Dice che a tutta questa gente bastavano soltanto tre o quattro ore per entrare nello spogliatoio (con tremila attaccapanni!), svestirsi, passare nella camera a gas, esservi gasati, essere trasportati nella stanza dei forni e lì essere cremati e ridotti in cenere.

Non dice che c’erano soltanto quindici posizione crematorie (muffole); considerando un’ora e mezzo di tempo per ridurre in cenere un cadavere, ci sarebbero voluti dodici giorni e dodici notti di funzionamento ininterrotto per realizzare questa prodezza tecnica. E c’erano diverse infornate giornaliere di vittime da gasare e da cremare! Nel film racconta come le vittime intonavano l’inno nazionale cecoslovacco e l’inno ebraico: la Hatikva. Qui si inspira ad una “testimonianza” secondo la quale le vittime intonavano l’inno nazionale polacco e la Htikva fino a che i due canti si confondono nell’Internazionale (16). Nel libro (pag. 154-155), ma non nel film, egli racconta come, deciso a morire nella camera a gas, egli fu dissuaso da un gruppo di giovani bellezze nude che lo spinsero fuori con la forza per morire tutte sole, mentre lui sarebbe servito da testimone.

Alla pag. 83 afferma che i medici nazisti palpavano le cosce e le parti genitali degli uomini e delle donne ancora in vita e che dopo la morte delle vittime, i pezzi prelevati venivano gettati in un recipiente (nella versione originale tedesca, i recipienti erano soggetto a movimenti a scatti sotto l’effetto della convulsione dei muscoli) (17).

Questo è Filip Mueller, il grande “testimone” di C. Lanzmann.

Il suo “testimone” Karski parla con enfasi del ghetto di Varsavia ma senza dirne niente. E’ un peccato che Lanzmann non ci abbia fatto conoscere la sua pretesa esperienza nel campo di Belzec. Jan Karski raccontava che gli ebrei vi venivano uccisi con la calce viva nei vagoni.

“Non lo citerò, nemmeno in una nota a piè di pagina“, disse Raul Hilberg. (18)

Il “testimone” Raul Hilberg ha molto più valore. Lanzmann è stato criticato per aver fatto posto nel suo film a questo professore americano, di origine austro-ebraica, che non ha conosciuto niente dei campi. Hilberg è il Papa della teoria sterminazionista. E’ l’uomo che finì per riconoscere che non era esistito né ordine, né progetto, né budget per lo sterminio degli ebrei. A questo sterminio poi non ci crede in modo particolare. E’ la sua disperazione intellettuale che è interessante. Qualsiasi spettatore attento del film vedrà a quale punto Hilberg si lascia andare a pure speculazioni per difendere la sua teoria. Ciò salta agli occhi in tutto il suo sviluppo sulle ferrovie tedesche che, asserisce lui, trasportavano apertamente gli ebrei da Varsavia a Treblinka. Egli ricorda le ore precise delle partenze e degli arrivi. Ne conclude poi che gli ebrei venivano quindi inviati alle camere a gas di Treblinka. In nessun momento egli ci da la prova che Treblinka avesse tali camere a gas.

Il “testimone” Suchomel è un ex sergente di Treblinka. Fintanto che parla di cose diverse dalle gasazioni omicide, è relativamente preciso. Non appena affronta il capitolo di questa gasazione, egli diventa nebuloso. Non precisa ne l’ubicazione, ne le dimensione, ne il funzionamento. Tant’è che parla sia di “camera a gas” che di “camere a gas” senza che Lanzmann gli chieda di togliere l’equivoco. Non rivela nemmeno il tipo di gas. Parla di “motori”. La leggenda che ha preso piede è quella che c’era un “motore a diesel” (Gerstein); sappiamo, però, che il diesel non è idoneo per asfissiare. In nessun momento dice di aver assistito ad una gasazione. Dice che, il giorno del suo arrivo, “Proprio nel momento in cui stavamo passando, stavano aprendo le porte della camera a gas e le persone cadevano come delle patate“.  Al limite egli non può aver visto che dei cadaveri. Niente gli permetteva di affermare che il locale era una camera a gas. Era appena arrivato.

Nella migliore delle ipotesi può aver espresso un proposito.

Tuttavia, tutto ciò che dice implica che in quel campo c’erano degli ebrei, dei cadaveri, forse uno o più roghi e, probabilmente, delle docce e delle camere a gas per la disinfestazione.

Mostra la parte bassa di un progetto, ma nell’oscurità. Cos’è questo progetto? Parla con autorevolezza delle gasazioni di Auschwitz dove non ha mai messo piede. Con la stessa autorevolezza parla delle gasazioni di Treblinka ma mai un testimone oculare. Assomiglia a uno di quegli autodidatti che riversano su un dato soggetto il risultato delle loro letture ma che verrebbero disarcionati alla prima domanda diretta e precisa. Però mai Lanzmann gli pone una simile domanda.

Da quando il mito delle camere a gas è in pericolo, si ha la tendenza a ribattere su quello dei fantomatici camion a gas. Claude Lanzmann ci trasporta a lungo sui camion. E’ forse su questo soggetto che i suoi “testimoni” sono i meno verosimili ed i più contraddittori. Per salvare la faccia, Lanzmann ci infligge la lettura di un documento (lui che non voleva documenti) sui camion speciali Saurer. C’è soltanto una cosa: ed è quella che lui ha gravemente manipolato il testo, cercando notoriamente di togliere le sue più evidenti assurdità. Gli specialisti troveranno l’integralità del documento in: NS-MASSENTOETUNGEN DURCH GIFTGAS (omicidi di massa nazionalsocialisti tramite gas venefico) (19)

Treblinka, niente di segreto

In quanto ai bravi contadini polacchi nei dintorni di Treblinka e al conducente del locomotore, sembrano essere stati abbagliati dalla ricchezza degli ebrei arrivati in treni viaggiatori e, se avessero pensato che i tedeschi li avrebbero uccisi, avrebbero creduto che ciò sarebbe avvenuto tramite strangolamento od impiccagione. Nessuno di loro è stato testimone di gasazioni. Gasazioni simili ed in quantità così grandi non sarebbero loro sfuggite. Treblinka, situato a 100 Km. da Varsavia, non aveva niente di segreto. Richard Glazar, intervistato da Lanzmann, non dice in questo film ciò che confidò alla storica Gitta Sereny Honeyman: tutti i polacchi tra Varsavia  e Treblinka dovevano conoscere il posto, ci si veniva a fare degli scambi con gli ebrei del campo, i contadini in particolar modo; c’era della prostituzione con le guardie ucraine; Treblinka era un vero “circo” per i contadini e le prostitute (20).

Lanzmann ha paura dei revisionisti. Ha dichiarato: “Incontro spesso persone che dicono che il film Shoah non è obiettivo perché non vi si mostrano interviste con coloro che hanno negato l’Olocausto. Ma che tentate di discutere su questo punto, vi troverete presi in una trappola“ (21)

Effettivamente, le rare volte che i revisionisti hanno potuto attirare degli sterminazionisti in una discussione, questi ultimi hanno subito cocenti delusioni. Ma il grande pubblico comprende sempre meno questo rifiuto al dibattito per radio o in televisione. Se i revisionisti dicono delle bugie, perché non umiliarli pubblicamente?  D’altronde, dicono veramente delle bugie?  Serge Klarsfeld non ha lui stesso riconosciuto che non erano ancora state pubblicate delle “prove vere” dell’esistenza delle camere a gas ma solamente degli “indizi di prove”? (22)

L’ultima guerra con la Germania ebbe fine l’8 Maggio 1945. Ma alcuni considerano apparentemente che bisogna continuare questa guerra continuando a divulgare orribili invenzioni della propaganda di guerra; lo si fa per il tramite di processi, o tramite i media i quali, incrementano sempre più il tam-tam olocaustico. Bisognerebbe smetterla. Si è andati ben oltre. La pace e la riconciliazione esigono un altro comportamento. Il business della Shoah ci porta ad un punto morto. Le giovani generazioni ebraiche hanno di meglio da fare che rinchiudersi nelle credenze assurde della religione dell’Olocausto. Il loro rifiuto di interessarsi al film Shoah sarebbe, se venisse confermato, un primo segno di rifiuto, da parte della nuova generazione, della mitologia ufficiale almeno per quanto concerne la seconda guerra mondiale e le sue conseguenze.

Legenda

  1. Le monde, 2 Novembre 1985, pag. 3
  2. Hamoré, Giugno 1986, pag. 37
  3. Le Nouvel Observateur, 26 Aprile 1986, pag. 33
  4. Libération, 25 Aprile 1985, pag. 22
  5. Le Matin de Paris, 29 Aprile 1985, pag. 12
  6. L’Express, 10 Maggio 1985, pag. 40
  7. L’Evenement de Jeudi, 2 Maggio 1985, pag. 80
  8. L’Autre Journal, Maggio 1985, pag. 48
  9. A. Glucksmann, Le Droit de Vivre, Febbraio-Marzo 1986, pag. 21
  10. New York Times, 20 Ottobre 1985, sez. 2, pag. H-1
  11. The Jewish Journal (New York), 27 Giugno 1986, pag. 3 e Agence télégraphoqie juive, 20 Giugno 1986
  12. Reportage di Annette Levy-Willard e Laurent Joffrin, Libération 25 Aprile 1985, pag. 22
  13. Jean-Charles Szurek, L’Autre Groupe, 10, 1986, pag. 65 ; The Times 2 Marzo 1986; L’Autre Journal, Maggio 1985, pag. 47
  14. P. Vidal-Naquet, Les Juifs, la mémoire et le présent, pag. 212
  15. Le Journal de Dimanche, 30 Marzo 1986, pag. 5
  16. Racconto riprodotto da B. Mark, Des Voix dans la Nuit, pag. 247
  17. Sonderbehandlung, Steinhausen, 1979, pag. 74
  18. E. Meyer, «  Recording the Holocaust « , pag. 9
  19. E. Kogon, H. Langbein, A. Rueckerl « NS- Massentoetu ngen durch Giftgas « , pag. 333-337
  20. G. Sereny Honeyman, “Into that Darkness”, pag. 193
  21. Jewish Chronicle, 6 Febbraio 1986, pag. 8
  22. VSD, 29 Maggio 1986, pag. 37

Ulteriore precisazione del prof. Faurisson del 16 Settembre 2004

Ho già dimostrato come Claude Lanzmann, nel suo film SHOAH, aveva cercato di farci credere alle camere a gas di Auschwitz e Treblinka. Egli aveva utilizzato in particolare pretesi testimoni oculari polacchi o tedeschi i cui racconti erano in realtà vaghi, confusi, contraddittori e ricchi di impossibilità materiali.

Nel 1985, in un’intervista, Claude Lanzmann aveva già detto a proposito dei “testimoni tedeschi“: I SOLDI HANNO FATTO DECIDERE GLI ESITANTI (reportage di Annette Levy-Willard e Laurent Joffrin, nel quotidiano LIBERATION del 25 Aprile 1985 a pag. 22).

Ieri, recidivamente, ha dichiarato: “E poi io ho pagato. Una somma non indifferente. I tedeschi li ho pagati tutti“ (Virginie Malingre, “ Claude Lanzmann spiega SHOAH agli allievi prima della sua distribuzione nei licei “, Le Monde, 16 Settembre 2004, pag. 12).

TRAGEDIE NAVALI SCONOSCIUTE

venerdì, 10 luglio 2009

Crimini di guerra impuniti perchè commessi dai criminali cosiddetti “alleati”; ufficiali “colpevoli” di avere fatto il proprio dovere, come il povero Erik Priebke, sequestrati ed imprigionati ancora oggi, ad oltre 90 anni di età…

Questo è il mondo che ci ha lasciato in eredità  la peggiore feccia giudea, massonica e comunista!

Leggete e toccate con mano la bestialità di quelli che si sono inventati un olocausto ed una Norimberga per tenere nascosti i propri crimini.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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LE PIU’ GRANDI TRAGEDIE NAVALI DEL XX° SECOLO

 

Di: Rainer Daehnhardt – Lisbona (Portogallo) – Tratto da: Correio da Manha – Lisbona -  del 28.05.2000

 

Storia e immagini su: http://www.feldgrau.com/wilhelmgustloff.html (in inglese)

 

Traduzione dal portoghese a cura di: Gian Franco Spotti

 

La casa editrice portoghese Publicaçoes Quipu ha appena divulgato nel nostro paese un’opera bilingue, in portoghese e inglese, che fa luce sulla maggior tragedia navale del XX° secolo, con il titolo “Do Céu ao Inferno“ (dal paradiso all’inferno), nella quale si descrivono tutti i particolari, nella loro grande maggioranza drammatici e sconosciuti, dell’affondamento della nave tedesca di profughi “ Wilhelm Gustloff “ silurata nel Mar Baltico da un sottomarino sovietico il 30 Gennaio 1945, tragedia nella quale persero la vita 9.343 persone, principalmente donne e bambini.

 

La Wilhelm Gustloff fu battezzata con questo nome da Adolf Hitler in onore del segretario del partito nazionalsocialista svizzero, assassinato dall’ebreo David Frankfurter nel 1936.

 

Gli autori Rainer Daehnhardt e Heinz Schon, quest’ultimo scrittore e membro dell’equipaggio del Wilhelm Gustloff a quell’epoca e quindi testimone e sopravvissuto della tragedia, nel libro Dal Paradiso all’Inferno divulgano un contenuto “scomodo” che toglie al naufragio della nave inglese “Titanic”, andata a sbattere contro un iceberg e poi affondata il 15 Aprile del 1912, il titolo di disastro più terribile dei ultimi 100 anni, che con il suo impatto mediatico ha rappresentato una macchina da soldi per molte persone nell’industria di Hollywood.

 

Il disastro del Titanic è, in verità, il più grande del nostro secolo in tempo di pace ma il numero delle vittime provocato dalle due tragedie non è comparabile: dall’impatto del bastimento inglese contro un iceberg risultarono 1.517 vittime, fra uomini, donne e alcuni bambini, mentre nel siluramento sovietico della nave tedesca di rifugiati Wilhelm Gustloff morirono 9.343 persone, in maggioranza donne e bambini.

 

La presente sintesi di questo orribile avvenimento la si deve alla cortesia delle Edizioni Quipu, che concesse al nostro giornale l’autorizzazione e trascrivere il contenuto di alcuni capitoli di un’opera impressionante con più di 600 pagine di testo e non comunemente illustrata e che è già in vendita nelle librerie.

 

UNA NAVE PER GLI OPERAI

 

Costruita nei cantieri navali Blohm & Voss, il via ai lavori fu dato il 1° Maggio 1936, la nave Wilhelm Gustloff vantava un area di 5.000 m2 sommata in tutti i ponti, essendo stata approntata per dare il massimo confort a 1.436 passeggeri e 417 membri dell’equipaggio, arrivava alla misura eccezionale di 56 metri di altezza dalla chiglia alla punta dell’albero maestro, una lunghezza di 208,5 metri e 25.484 tonnellate di stazza, movimentata da quattro enormi motori diesel collegati a due eliche che permettevano di raggiungere una velocità costante di 15 nodi all’ora.

 

Come un palazzo di dieci piani, la nave era equipaggiata di ascensori che salivano fino a 25 metri di altezza, ma tutti i massimi confort dati da queste caratteristiche non erano destinati a milionari da ricche crociere, ma, come succedeva anche per altre navi tedesche, erano per far trascorrere le ferie agli operai, su iniziative svolte dal Fronte Tedesco Operaio tramite la sub-organizzazione KdF (Kraft durch Freude), ossia la “ forza attraverso la gioia”.

 

La Wilhelm Gustloff fu varata il 5 Maggio 1937, davanti ad una folla di 50.000 persone ed entrò in servizio il 15 Marzo 1938, realizzando il suo primo viaggio sperimentale nel Mare del Nord ed il viaggio inaugurale, con operai in ferie, all’Isola di Madeira facendo scalo a Lisbona, dove i portoghesi restarono stupefatti dalle dimensioni e dal tipo di utilizzo della nave, alla quale ne sarebbero seguite altre con lo stesso scopo.

 

Nella prefazione Heinz Schon ricorda:

 

Dal suo primo viaggio nel Mare del Nord, in data 23 Marzo 1938, fino all’ultimo come nave della “Forza attraverso la Gioia“, effettuato a fine Agosto del 1939, la Wilhelm Gustloff aveva effettuato più di 50 viaggi e dato la possibilità a 70.000 passeggeri, nella loro maggioranza lavoratori, di effettuare una crociera sul mare. La destinazione migliore e più agognata della Wilhelm Gustloff, considerato un “viaggio per il paradiso”, restava sempre la capitale portoghese e l’isola di Madeira“.

 

Ma il giorno 1° Settembre 1939, primo giorno della Seconda Guerra Mondiale, terminava l’epoca delle navi da crociera tedesche. La Wilhelm Gustloff fu rimessa in servizio il 22 Settembre 1939 ma fu riconvertita in nave –ospedale, poi divenne nave-residenza a Gotenhafen nella baia di Danzica e, finalmente, negli ultimi giorni di Gennaio 1945 ricevette il suo ultimo incarico di nave per profughi e come tale fu affondata.

 

VENNE A LISBONA VARIE VOLTE

 

La prima parte dell’opera, sotto la responsabilità di Rainer Daehnhardt, ci racconta sia dell’organizzazione sindacale tedesca e dei suoi benefici per gli operai, sia della costruzione della nave e dei viaggi vacanzieri effettuati dalla Wilhelm Gustloff a Lisbona e all’isola di Madeira.

 

Alla pagina 191 Rainer Daehnhardt ricorda:

 

Lisbona era abituata a vedere grandi navi, ma, ciò nonostante, la Wilhelm Gustloff la impressionò. Dieci piani, un ponte gigante ed appositamente tenuto spazioso per dare spazio a centinaia di sdrai da sole o a gare sportive. Sala da ping-pong, sale da scherma, atletica di tutti i generi. Tutto questo era poco comune all’epoca. Comunque mai si vide una nave di queste dimensioni che non caricava merce ma era destinato a fare crociere per passeggeri in ferie. Ma che tipo di passeggeri? Tedeschi e austriaci di tutte le classi sociali e di tutti i livelli economici. La scomparsa delle differenze fra ricchi, media borghesia e poveri fu qualcosa di inedito, fino a quel momento poco credibile“.

 

L’autore nella prima parte del libro Do Céu ao Inferno scrive che quando si cominciò a leggere sui giornali circa questa flotta tedesca della “Forza attraverso la Gioia”, si supponeva e si pensava si trattasse di propaganda politica e, tra i pro e i contro, l’abitante di Lisbona risolse il quesito verificando con i propri occhi se a bordo ci fossero lavoratori e agricoltori fra i passeggeri, concludendo poi che era la verità.

 

Non ci meraviglia che l’Estado Novo (cioè il Portogallo) fosse influenzato da queste innovazioni e avesse creato la FNAT (Federazione Nazionale per la Gioia nel Lavoro), avendo l’organizzazione tedesca una denominazione simile e iniziando le sue navi ad attraccare al porto di Lisbona e a quello di Funchal all’epoca in cui la FNAT fu fondata.

Ma torniamo alle pagine dell’autore Rainer Daehnhardt:

 

Il governo portoghese permise lo scalo della flotta “KdF” sia a Lisbona, sia a Funchal, ma se ne distanziò politicamente. Non voleva offendere in modo ostentato gli avversari internazionali del regime tedesco e nemmeno voleva dare l’impressione che si potesse creare qualcosa di identico. Tuttavia alcuni riuscirono a creare aree per le vacanze e altre strutture considerate positive, dalle quali però il governo tedesco si è sempre mantenuto a distanza.

Così, da ciò, furono fatte molte cose positive in Portogallo per la popolazione in generale“.

 

I buoni risultati del primo viaggio effettuato dal Wilhelm Gustloff all’isola di Madeira furono di ordine tale che si fecero liste di iscrizioni a future crociere con la stessa destinazione e perciò, durante l’estate del 1938, furono effettuati due ulteriori viaggi da Amburgo, via Lisbona, per Funchal (Madeira).

 

E pensare che i mezzi con la quale l’organizzazione sindacale “Forza attraverso la Gioia” cominciò furono i magri resti lasciati nelle casse dei sindacati disciolti, con una Germania in ginocchio, con i disoccupati a 6 milioni e questo senza contare i milioni di morti nella Prima Guerra Mondiale più altri milioni di vittime dovuto alla famosa “Influenza Spagnola“ ecc.

 

Nel giro di poco tempo però l’allegria delle crociere per tutti avrebbe dato spazio alla tristezza per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e la stessa nave che trasportava migliaia e migliaia di operai e contadini felici e contenti, a partire dal 9 Settembre 1939, sarebbe stata trasformata in nave ospedale. Sul camino della Wilhelm Gustloff la croce uncinata che vi era stata dipinta e che si vedeva da grande distanza, fu sostituita dalla croce rossa.

 

Nella sua prima missione come nave ospedale,  imbarcò 658 feriti polacchi più alcuni feriti tedeschi, vittime di una mina polacca contro la quale andò a sbattere il dragamine tedesco “M-58, sbarcando i primi a Rendsburg e i secondi a Kiel.

 

LE MEMORIE DI UN MEMBRO DELL’EQUIPAGGIO

 

Heinz Schon, autore della seconda parte del libro, entrò a far parte dell’equipaggio del Wilhelm Gustloff il 17 Febbraio del 1944 con l’incarico di assistente contabile e, come sopravvissuto della tragedia, la descrive con dovizia di particolari. Vi entrò principalmente perché era il suo grande sogno e che lui stesso confessa: “A quel tempo, il 17 Febbraio 1944, contava solo una cosa: il mio sogno si era trasformato in realtà, da quel giorno facevo parte dell’equipaggio del Wilhelm Gustloff!

 

Nell’estate di quello stesso anno, la guerra si avviava verso il suo epilogo, gli alleati avevano già iniziato i loro bombardamenti indiscriminati delle città tedesche provocando la morte di decine di migliaia di civili. L’ex membro dell’equipaggio ricorda:

 

Negli ultimi giorni dell’Agosto 1944, gli inglesi attaccarono dal cielo. Nelle macerie fumanti delle case dell’antica capitale prussiana Koenigsberg migliaia di persone morivano. Gran parte della vecchia Koenigsberg scomparve, lasciando rovine e ceneri“.

 

Nei primi giorni di Gennaio 1945 le popolazioni della Prussica Orientale intera tentavano di fuggire all’avanzata russa e, come ricorda Heinz Schon,

 

Il 10 di Gennaio vi erano già più di trecentomila persone in fuga dall’armata rossa ed il numero dei profughi aumentava giorno dopo giorno, aerei russi comparivano nel cielo nuvoloso e attaccavano le colonne. Nei minuti che seguirono si udivano le mitragliatrici di bordo che facevano a pezzi le persone, i cavalli ed i carri. Dopo di che cadevano le bombe provocando crateri giganteschi nella terra gelata. I carri immersi nell’acqua, scomparivano nei crateri con persone e cavalli“.

 

La città di Gotenhafen era stracolma di profughi e si stimava vi fossero fra le 150 e le 200.000 persone in attesa di navi che le portassero in luoghi sicuri, fra queste vi era la Wilhelm Gustloff.

 

Alla pagina 335 del libro, l’assistente contabile della nave aggiunge:

 

Il comandante stima che la Gustloff, con capacità di ospitare 1.500 passeggeri, dovrà essere attrezzata in modo da ospitare minimo 4.000 profughi“.

 

Intanto, nonostante si stavano allestendo i salvagente e le scialuppe di salvataggio necessari fino a 5.000 persone, l’equipaggio del Wilhelm Gustloff assiste al dramma del numero dei passeggeri elevarsi a 10.582 perché in città cominciò a circolare la voce che i sovietici erano già a Elbing, quindi più vicini a Gotenhafen di quanto si pensasse.

Venne l’ordine di salpare e la nave doveva abbandonare il porto per le ore 12 del 30 Gennaio 1945 e, secondo l’autore tedesco,

 

Durante tutta la notte continuavano ad arrivare profughi a bordo della nave e verso le ore 8 del mattino la piena umana che tentava di salire era aumentata considerevolmente. Nel frattempo arrivò un trasporto di feriti. La sala per parrucchieri, utilizzata in passato per le signore, doveva essere pulita per poter trasportare queste ultime persone“.

 

La Wilhelm Gustloff salpò da Gotenhafen all’ora e alla data prestabilita, ma non con 1.500 passeggeri e nemmeno con 5.000, ma bensì con 10.582 profughi, per lo più debilitati, donne e bambini con salvagente al collo ed ammucchiati in tutto lo spazio che era disponibile a bordo.

 

SENZA SCORTA FU SILURATO

 

I radiotelegrafisti sono i primi a ricevere indicazioni sulla destinazione di viaggio del Gustloff e gli ordini furono che a Kiel dovevano scendere tutti i feriti, gli ufficiali, sottufficiali e i soldati della 2a. Divisione Reclute Sottomarina, gli aiutanti della Marina e dell’Esercito, mentre i rifugiati sarebbero scesi tutti a Flensburg.

 

Altro fatto importante è narrato da Heinz Schon a pagina 409:

 

Ancora prima di essere arrivati ad una decisione, dal ponte di comando della Gustloff vengono avvistate le navi di scorta. Invece delle tre annunciate, ne arrivano solo due: la nave torpediniera “Loewe” e la caccia-torpediniera “TF-1”. Al posto di comando della Wilhelm Gustloff ci si confronta con una decisione difficile, dalla quale può dipendere la sopravvivenza di migliaia di persone: o si attende la riparazione della terza nave di scorta, la “Hansa”, il chè potrebbe significare ritardare la partenza al giorno dopo, oppure si parte ugualmente verso ovest ma con due navi di scorta“.

 

Fu questa ultima opzione ad essere adottata, e poi si doveva tener conto dei feriti gravi che avevano bisogno di urgenti e complicati interventi, le migliaia di donne, bambini e anziani che stavano ammassati in spazi angusti, nonché il pericolo psicologico dell’attesa che poteva provocare danni irreparabili in quanto tutti contavano sulla salvezza intraprendendo la navigazione più rapida possibile nel Baltico.

 

“Senza illuminazione, la Gustloff avanza nella notte invernale. Nessun filo di luce dall’esterno“ -  ricorda Heinz Schon – “il mare diventa sempre più irrequieto. Grandi onde sbattono sulla fiancata della nave. Nei posti di sorveglianza del ponte di comando gli uomini hanno molta difficoltà a tenersi in piedi e non perdere i loro cannocchiali“.

 

Ed è al ponte di comando che arriva un’altra cattiva notizia: una delle navi di scorta, il “TF-1”, ha uno squarcio in una saldatura ed imbarca acqua. Pertanto la nave, sovraccarica di rifugiati e feriti, viene accompagnata solamente dal torpediniere “Loewe”, incaricato, da solo, della sicurezza minima.

 

In quella notte vengono accese alcune luci per evitare possibili collisioni, ma il capitano Peterson non si poteva immaginare che, in quella zona del Baltico, si trovava di vedetta e a poca distanza il sottomarino sovietico “S-13 in attesa di naviglio nemico in partenza da un qualsiasi porto della zona, da attaccare, e che intercettò la preda navigante praticamente indifesa, a bassa velocità.

 

La nave tedesca, ignara, si dirigeva verso la morte, non potendo ricevere il messaggio proveniente da Gotenhafen che allertava: “Aenzione, attenzione, avvistato sottomarino nemico, pericolo sulla rotta“, oltre a ciò l’apparecchiatura di intercettazione sottomarina, del torpediniere “Loewe” di scorta, congelò e smise di funzionare.

 

Il sottomarino “S-13” scivolava in superficie nel Mar Baltico, parallelamente al Gustloff. Il suo comandante, di nome Marinesco, non vedeva alcun motivo per immergersi. Non esisteva alcuna  minaccia per il suo sottomarino. Intendeva affondare la nave tedesca con un attacco in superficie non appena il suo sottomarino sarebbe stato in posizione favorevole per lanciare.

L’attacco, tramite il lancio di quattro siluri, viene sferrato dal sottomarino sovietico alle ore 21 e 16 minuti del 30 Gennaio 1945, un siluro rimase bloccato nel tubo di lancio mentre gli altri tre, lanciati da 300 metri dall’obiettivo,  raggiunsero in pieno la Wilhelm Gustloff.

 

Pochi minuti dopo la nave, sovraffollata, iniziò ad affondare mentre stava lanciando vari SOS.

Torniamo a ciò che scrisse il membro dell’equipaggio Heinz Schon:

 

Da tutte le parti persone, donne, bambini, anziani malati e non, gridano, piangono, implorano, si disperano, senza alcun aiuto. Alcuni sono quasi nudi e la maggior parte non ha giubbotto salvagente. Tutti hanno una meta: la scala principale che porta nella parte principale della nave, verso le scialuppe di salvataggio che promettevano la salvezza. Che la Wilhelm Gustloff stesse per affondare, lo sentivamo già tutti“.

 

UN CIMITERO NEL MAR BALTICO

 

La Wilhelm Gustloff era già condannata a morte subito dopo il primo siluro che la colpì nella parte anteriore e aprì, dal basso verso l’alto, quasi fino al ponte B, una falla di molti metri. Il secondo siluro raggiunse la nave sul ponte E, all’altezza della piscina e ne squarciò lo scafo, mentre la maggior parte degli aiutanti di Marina ivi installati furono strappati al sonno dalla morte, annegando in pochi secondi a causa delle tonnellate di acqua che entrarono in quel locale. Il terzo siluro esplose nella sala macchine, al centro della nave strapieno di profughi.

 

E’ terribile il ricordo dello scrittore e testimonia quanto descrive:

 

La lotta per ogni gradino di ogni scala è violenta e senza pietà. E’ una lotta di vita o di morte. Chi cade è perduto. Una moltitudine di persone, che gridano come pazzi, tenta di salire ad ogni costo. Vedendo la morte in faccia, queste persone prendono una forza sovrumana. I più forti abbattono i più deboli. I bambini e le madri cadono, gli anziani muoiono. Nessuno li aiuta ad alzarsi. Chi solo tenta di chinarsi muore anch’egli“.

 

Si litiga sulle scialuppe di salvataggio e scene terribili si svolgono ad una temperatura di 18 gradi sotto zero; un profugo che non sa nuotare chiede che lo uccidano; altri si suicidano lanciandosi dal ponte inferiore. Dopo circa 60 minuti dall’esplosione dei tre siluri, la Wilhelm Gustloff affondò portando verso l’abisso del Baltico centinaia e centinaia di cadaveri, mentre molti dei profughi congeleranno nelle scialuppe, morendo ugualmente.

Il giorno seguente,  l’area dove affondò la nave tedesca, assomigliava ad un cimitero galleggiante, tale era la quantità di corpi che rimanevano a galla. Su 10.582 esseri umani che si imbarcarono, solo 1.239 si salvarono, in quella che fu

 

LA PIU’ GRANDE TRAGEDIA NAVALE DEL SECOLO!

 

Vediamo ora le altre due immani tragedie che seguirono l’affondamento del Wilhelm Gustloff, ossia le navi “General Steuben“ e “Goya“ sulle quali perirono, rispettivamente, 3.500 e 6.800 persone.

Ce ne fa un riassunto John Ries dell’ IHR (Institute of Historical Review):

 

Undici giorni dopo la tragedia del Wilhelm Gustloff, appena dopo la mezzanotte del 10 Febbraio 1945, la nave General Steuben affondò con un bilancio di 3.500 vittime, ponendola al terzo posto fra le maggiori tragedie marine della storia. Lo stesso sottomarino che affondò la Gustloff, e all’incirca nella stessa zona, affondò pure la Steuben con due siluri. Affollata da 5.000 persone tra soldati feriti e profughi, la nave da crociera riconvertita si inabissò in appena sette minuti.

 

Costruita nel 1922, di proprietà e gestita dalla North German Lloyd, la nave da crociera di lusso di 17.500 tonnellate di stazza fu dedicata al nome del generale prussiano che diede una preziosa assistenza ad addestrare l’esercito degli insorti coloni americani durante la loro lotta per l’indipendenza.

Qundo affondò, la Steuben era in servizio come nave da trasporto per soldati feriti.

 

Sebbene le navi-ospedale siano internazionalmente considerate off-limits da attacchi militari in tempo di guerra, il governo sovietico considerò le navi-ospedale tedesche come legittimi bersagli bellici. In una nota ufficiale rilasciata nel Luglio del 1941, il governo sovietico rigettò bruscamente la richiesta tedesca di rispettare la legge internazionale inerente l’immunità delle navi-ospedale:

 

Il governo sovietico rende noto che non riconoscerà e rispetterà le navi-ospedale tedesche secondo la Convenzione dell’Aja“.

 

In conformità, aerei e sottomarini sovietici affondarono 4 delle 13 navi-ospedale tedesche usate nelle operazioni di evacuazione nel Baltico, nonché 8 delle 21 navi adibite al trasporto di soldati feriti.

 

L’affondamento del “Goya“, il 16 Aprile 1945, solo tre settimane prima della fine della guerra in Europa, è riconosciuto come il secondo maggiore disastro navale in termini di perdite di vite umane.

 

Quando questa nave da trasporto di 5.230 tonnellate di stazza salpò da Hela, vicino a Danzica, col suo carico umano di circa 7.000 profughi e soldati feriti, i sovietici stavano già arrivando a Berlino e il Golfo di Danzica, ad eccezione della stretta penisola di Hela, era diventata un vero e proprio lago sovietico. Nonostante i colpi spietati che venivano dati alla Germania per metterla in ginocchio, ciò che rimase della sua potenza militare si prodigava ad evacuare profughi civili verso ovest. Sotto un quasi costante fuoco di artiglieria, navi ed aerei sovietici, le autorità tedesche furono in grado di evacuare 264.887 persone verso una relativa salvezza durante il mese di Aprile del 1945.

 

I porti tedeschi del baltico occidentale erano all’epoca così sovraffollati di navi e di profughi che quando la già malmessa Goya levò le ancore per il suo viaggio finale, salpò con altre cinque navi alla volta della capitale danese Copenhagen. Mentre il convoglio si faceva strada nell’infida zona di mare chiamata Stolpe Bank, fu avvistato da Capitano Konovalov, comandante del sottomarino posamine L-3. Considerato il miglior sottomarino dell’intera flotta sovietica, l’L-3 affondò quattro navi nel 1941, sei nel 1942 e tre nel 1943, incluso il sottomarino U-416.

 

Ad esattamente mezzanotte meno quattro minuti, l’L-3 lanciò due siluri al Goya che centrarono il centro della nave e la prua. La nave si spezzò in due quasi subito, gli alberi si schiantavano schiacciando i passeggeri sui ponti. Prima che qualcuno potesse scappare dalle stive, il mare che penetrava soffocava rapidamente le grida di disperazione dei profughi. La nave affondò in pochi minuti portandosi appresso 7.000 vite circa. Ci furono soltanto 183 sopravvissuti.

GLI AEREI ITALIANI ERANO VERAMENTE ITALIANI?

giovedì, 9 luglio 2009

Ancora storia… Ancora falsità gigantesche e smentite da decenni che persistono grazie alla propaganda antifascista ed antiitaliana che resiste ad ogni logica e ad ogni documentazione.

E qualcuno ha il coraggio di insultare e perseguitare i revisionisti sostenendo che la storia non si può nè si deve riscrivere!

Mascalzoni!

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

 

                                                ********

 

Parigi, 25 Giugno 1990 - 50° anniversario di una leggenda che persiste: il mitragliamento dei profughi sulle strade dell’esodo nel Giugno 1940 da parte dell’aviazione italiana.

 

GLI AEREI ITALIANI ERANO VERAMENTE ITALIANI?

di Sylvain S. Salvini

 

Sono di origine italo-francese (mio padre era italiano e mia madre francese). Avevo 10 anni in occasione della dichiarazione di guerra del 3 Settembre 1939 e ne avrei festeggiato 15 alla liberazione di Parigi.

Come tutti gli italiani in Francia, avevo sofferto, durante i 4 anni di occupazione, il disprezzo o l’odio manifestato dall’insieme della popolazione per tutto ciò che era italiano e, stranamente, ancora di più che per i “crucchi” (tedeschi) che erano i veri occupanti.

Il “cambio d’abito” del Settembre 1943 aveva aggravato la nostra situazione. Questo cambiamento scoraggiò d’altronde anche molti italiani di Francia che non erano proprio fascisti.

Ne conobbi uno, figlio di emigranti socialisti, che in quel momento si impegnò come volontario nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana di Mussolini unicamente al fine di salvare l’onore del suo paese per il quale lottò fino alla fine.

Altri, in Francia, entrarono nella resistenza per ragioni simili: lavare la vergogna del Giugno 1940.

Fu così, col solo sentimento di rispetto per la parola data, che combatterono le ultime truppe del regime mussoliniano ed è triste constatare che, ciò che in Francia fa la gloria del Gen. De Gaulle e dei “Francesi liberi”, costituisce ufficialmente una tara per coloro che agirono nello stesso modo in Italia.

E’ vero che esiste solo la storia scritta dai vincitori. Roma non ha forse già conosciuto la “malafede punica”?

Questo disprezzo o questo odio (che avevano dato luogo a qualche saccheggio e linciaggio) erano forse originati innanzitutto dai presunti mitragliamenti di civili, nel Giugno del 1940, attribuiti agli italiani da “testimoni”, dalla pubblica diceria e dalla propaganda riguardante “la pugnalata alle spalle”. Questa espressione era stata utilizzata da Roosevelt, il quale si guardò bene dall’intervenire a favore dei francesi.

Dieci mesi prima, l’URSS, il 23 Agosto 1939, non aveva forse “pugnalato alle spalle” la Polonia senza provocare una simile indignazione?

E inoltre, due giorni dopo Hiroshima, l’URSS non avrebbe “pugnalato alle spalle” il Giappone e questo con il plauso degli Alleati?

La voce sui mitragliamenti si aggiungeva all’opinione di tradimento, di vigliaccheria, di codardia, diffusa nel mondo, da secoli, dai francesi, circa gli italiani.

A meno che questa non abbia avuto per origine questa stessa opinione, come pensa il Colonnello Henri de Mollans (1).

Questi mitragliamenti del Giugno 1940 costituiscono forse una semplice peripezia in confronto alla ecatombe di civili dovute, da ambo le parti, ai bombardamenti terroristici (o inutili da un punto di vista strategico) nei mesi e anni che seguirono, ma l’episodio fa luce sulla difficoltà che si incontra a revisionare la storia, sulla necessità di stabilire i fatti prima di commentarli e sulla terribile vitalità delle leggende che, anche se si oppone loro la più chiara delle smentite, trovano il modo di resuscitare quasi inesorabilmente.

 

I FATTI

 

A partire dal 10 Maggio 1940, l’offensiva tedesca gettò sulle strade dell’esodo prima le famiglie belghe, poi quelle dei dipartimenti del Nord della Francia e, presto, anche il resto.

La stupida propaganda che aveva dapprima tentato di fare apparire ridicola una Germania provvista di carri armati di cartone, alla fame ed alla vigilia di una rivoluzione, per poi paragonare gli invasori agli Unni di sinistra memoria con le vecchie ricette della Prima Guerra Mondiale (leggende di bambini con le mani tagliate, caramelle avvelenate, pozzi avvelenati) non poteva che creare il panico in un popolo che vedeva sciogliersi il proprio esercito in continue “ritirate strategiche su posizioni preparate in anticipo” per poi lanciarsi, alla fine, in un si salvi chi può generale.

 

Il 10 Giugno, mentre i tedeschi erano alle porte di Parigi, il governo si ritirava verso Tours e l’aviazione logorava le retrovie dell’esercito in ritirata (la periferia parigina era stata bombardata il 3 Giugno), Mussolini dichiarava guerra all’indomani, 11 Giugno 1940.

Fino al 21 Giugno l’Italia si astenne da qualsiasi offensiva; le condizioni meteorologiche eccezionalmente cattive nelle Alpi per il mese di Giugno non spiegano tutto, né che gli ordini dati all’aviazione, in data 11 Giugno, siano stati solo per dei voli di ricognizione e di protezione delle coste e delle frontiere.

L’11 Giugno, il solo apparecchio BR 20, partì per fotografare Tolone e se ne tornò a mani vuote a causa del maltempo. Fu solo dopo il bombardamento di Torino il 12 Giugno alle ore 02.00 della mattina (2) da parte degli inglesi, che Bizerta (Tunisia) fu bombardata il 12 e Tolone nella notte fra il 12 e il 13 Giugno.

Lo Stato Maggiore Generale dava degli ordini altrettanto strani per un esercito che, si diceva, si lanciava “alla carica”.

Con nota del 7 Giugno 1940 – N° 28/OP (cioè 4 giorni prima dell’entrata in guerra) egli trasmise le seguenti direttive contro la Francia all’apertura delle ostilità:

 

Per conferma di ciò che è stato comunicato alla riunione dei capi di Stato Maggiore, tenutasi il 5 del corrente mese, ripeto che l’idea precisa del Duce è la seguente: mantenersi assolutamente in posizione soltanto difensiva nei confronti della Francia (Alpi – Corsica – Tunisia – Gibuti), sia esso in terra che in aria.

 

IN MARE:

 

- se si incontrano forze francesi mescolate a forze inglesi, verranno tutte considerate come forze nemiche da attaccare

 

- se si incontrano solamente forze francesi, ci si baserà sul loro comportamento, senza essere noi i primi ad attaccare, a meno che ciò non ci metta in condizioni sfavorevoli (3)

 

La sera della dichiarazione di guerra, 10 Giugno, non avendo lo Stato Maggiore Generale modificato le sue direttive, lo Stato Maggiore della Regia Aeronautica trasmetteva ai comandi delle grandi unità l’ordine operativo N° 1 che prescriveva in particolare di:

 

“Soprasedere fino a nuovo ordine a qualsiasi azione offensiva; eseguire dall’alba del giorno 11, senza sorvolare il territorio francese, delle ricognizioni aeree nelle principali basi navali della Provenza, della Corsica, della Tunisia e dell’Algeria, per rilevare l’importanza e gli eventuali movimenti della flotta avversaria; eseguire con l’ausilio di pattuglie caccia voli di sorveglianza e di protezione, mantenendosi sul territorio nazionale ad una distanza non inferiore a 10 chilometri dalla frontiera (4)

 

Gli accordi presi fra gli Stati maggiori Generali, tedesco e italiano (5), prima dell’entrata in guerra dell’Italia, prevedevano che:

 

  • le zone rispettive di operazione sarebbero state, per l’Italia, la zona del territorio metropolitano francese a Sud del 45° parallelo (linea Bordeaux-Valence); per la Germania il territorio metropolitano francese a Nord del 47° parallelo (linea Les-Sables d’Olonne- Pontarlier).
  • le forze italiane e tedesche avrebbero potuto agire congiuntamente nella fascia territoriale compresa fra il 45° ed il 47° parallelo, in funzione dell’evoluzione della situazione e dopo intesa preliminare.
  • nel Mediterraneo avrebbero agito solo le forze italiane.

 

In seguito a questi accordi, gli obiettivi assegnati nelle grandi linee alle grandi unità aeree nel primo piano di guerra contro la Francia (Piano regolatore del 12 Aprile 1940) (6) stabilito dallo Stato Maggiore della Regia Aeronautica, erano i seguenti:

 

PRIMA SQUADRA (VALLE DEL PO)

=============================

- attacco degli obiettivi metropolitani francesi a Sud del 45° parallelo

- eventuale concorso all’offensiva contro la Corsica

 

SECONDA SQUADRA (SICILIA)

==========================

- attacco degli obiettivi della Tunisia e dell’Algeria

- eventuale concorso alle operazioni di guerra sul mare fra l’Africa del Nord francese e le coste meridionali della Francia.

 

TERZA SQUADRA (TOSCANA-LAZIO)

===============================

- attacco degli obiettivi della Corsica e del territorio metropolitano francese a Sud del 45° parallelo

- impedire il traffico marittimo fra la Corsica e la Francia

 

AVIAZIONE DI SARDEGNA

=======================

- attacco degli obiettivi della Corsica, della Tunisia e dell’Algeria)

- concorso alle operazioni di guerra sul mare fra l’Africa del Nord francese e le coste meridionali della Francia.

- eventuale concorso all’attacco degli obiettivi del territorio metropolitano francese a Sud del 45° parallelo.

 

AVIAZIONE DI LIBIA

==================

- attacco degli obiettivi della Tunisia

 

AVIAZIONE MAR EGEO

====================

- attacco ad obiettivi della Siria

 

Per tutte le grandi unità, difesa aerea del territorio della propria giurisdizione ecc.

 

Dal 17 Giugno, a causa dell’avanzata troppo rapida del fronte tedesco, il piano fu modificato; la Luftwaffe poteva agire fino al 45° parallelo e la Regia Aeronautica limitava la sua azione al di sotto del 45° parallelo, in direzione Ovest del Rodano che non era mai stato, fino ad allora, oltrepassato.

Grazie alla gentilezza del Colonnello Pilota Alberto Traballesi, addetto aeronautico all’ambasciata d’Italia, potei ottenere le fotocopie, autenticate in ogni pagina dal Servizio storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica, dei resoconti giornalieri della Prima Squadra dell’Aeronautica avendo questa avuto la Francia come zona di operazione (questi documenti sono oggi a disposizione degli storici). Vi si rileva che dall’11 al 20 Giugno, messi a parte gli attacchi del 13 su Tolone, Fayence, Hyères e St. Mandrier arrivando dal mare, nonché quelli del 15 sui campi di Cuers, Pierrefeu e Cannet des Maures, tutti gli altri giorni furono dedicati a voli di ricognizione e di protezione delle frontiere, in situazione di forte maltempo e che peggiorerà ancora dopo il 20, quando fu dato l’ordine di sostenere l’offensiva nelle Alpi (7). Il sostegno dell’aviazione consistette, il 21-22 e 23 Giugno, nel bombardare, malgrado le avverse condizioni atmosferiche le roccaforti di Bourg St. maurice, Traversette, il ponte sull’Isère, la roccaforte del Piccolo San Bernardo, ferrovia, strade, le roccaforti di Janus, di Gontran, di Tre Teste, di Chenaillet, della Falconnière, del Mont Ours, della Brete, di St. Agnès e di Cap St. Martin.

Non tutte le squadriglie riuscirono a trovare gli obiettivi dalle nuvole e nessuna di loro riuscì a trovare le roccaforti di Roquebrune e di Barbonnet.

Nella notte fra il 21 ed il 22 Giugno, il porto di Marsiglia fu bombardato da aerei che venivano dal mare dopo aver aggirato le Alpi.

Va notato che agli attacchi delle roccaforti e del porto di Marsiglia parteciparono anche i gruppi della Terza Squadriglia (Toscana-Lazio).

Si tratta della totalità delle azioni aeree dell’aviazione italiana sull’insieme del territorio metropolitano francese (gli altri territori essendo senza interesse per questo studio).

L’armistizio fu firmato il 24 Giugno 1940.

 

Per quanto riguarda il comportamento dei francesi nei confronti dei piloti italiani abbattuti, il Colonnello De Mollans segnala che due piloti italiani, i cui aerei erano stati abbattuti il 15 Giugno e che erano atterrati col paracadute, furono invitati alla mensa degli aviatori, prima di essere internati (8), in compenso, il Gen. Santoro segnala che, se per uno dei due bombardieri BR20 abbattuti il 13 Giugno, due aviatori furono ripescati in mare, per l’altro aereo, i tre aviatori furono mitragliati durante la loro discesa col paracadute; tutti e tre furono colpiti, uno arrivò a terra senza vita, il secondo fu finito a terra a colpi di calcio di fucile, il terzo dovette la sua vita al fatto di essere caduto in un giardino privato dove fu protetto e curato da dei civili prima di essere consegnato alle autorità (9).

 

 

LE TESTIMONIANZE

 

Dall’11 Giugno nella Seine-et-Marne e fino al 22 Giugno in Corrèze, migliaia di testimoni “videro” nel cielo degli aerei italiani venire a bombardare e mitragliare i civili in fuga; durante tutta l’occupazione, questi testimoni descriveranno con dovizia di particolari i bombardamenti ed i mitragliamenti italiani.

La maggioranza dei testimoni parlavano di “coccarde tricolori”, di aerei “perfettamente riconoscibili dalle loro coccarde” verde – bianco – rosso (verde all’esterno), di “coccarde verdi – bianco – rosso”, di “coccarde del loro paese”. Altri scambiavano aerei tedeschi per degli aerei italiani affermando di aver visto, sugli aerei “italiani”, una “croce di Malta nera” oppure “una croce nera”.

Si trovarono pure testimoni bene informati per affermare di essere stati attaccati da aerei “Caproni“ o da dei “Savoia“; uno dei testimoni parlò addirittura di “Macchi 202“, ma affermazioni del genere sono state smentite da diverso tempo.

Altri ancora si basavano sulla direzione di volo per dedurne che non poteva trattarsi che di italiani.

Ritornando ai miei episodi di infanzia, mi ricordo di aver ascoltato questi racconti non senza vergogna. Non potevo contraddirli perché non conoscevo, non di più della quasi totalità della popolazione, le caratteristiche dei diversi tipi di aerei (non si vedevano aerei italiani nelle attualità cinematografiche).

Cosa non si raccontava all’epoca sugli aerei !

Ricordo una persona che si diceva in grado di riconoscere gli aerei tedeschi dai loro “rumori di catene” (confusione col rumore terrificante delle sirene?)

Un giorno, nel cielo di Guingamp, passò un aereo e mi era stato assicurato che era di fabbricazione polacca (confusione con la presenza di piloti polacchi nell’aviazione francese?).

Quando, a partire dal 1946, mi misi a praticare il volo a vela e ad interessarmi dei vari tipi di aerei, scoprii, non senza sorpresa, che nessun aereo italiano nel 1940 portava una coccarda.

Gli aerei italiani portavano gli emblemi fascisti, impossibile da confondere con delle coccarde.

Gli emblemi presenti sugli aerei erano i seguenti:

 

  • sopra e sotto ogni ala un disco bianco o argentato bordato da un cerchio nero nel quale erano dipinti, sistematicamente in nero, tre fasci paralleli con scure laterale, e non assiale come nelle armi della Repubblica Francese o della R.S.I.
  • sulla fusoliera un fascio più piccolo ma disegnato in dettaglio
  • sul timone di direzione una grande croce bianca (blasone di casa Savoia, allora regnante in Italia).

 

Mai nessuno, né fra i testimoni del Giugno 1940, né durante tutta l’occupazione, parlò di questi emblemi. Questa scoperta mi permise in seguito di fare ammettere a dei “testimoni” incontrati, che in effetti non avevano visto aerei italiani.

Nel 1960 ebbi una discussione accesissima col mio futuro suocero: nel Giugno del 1940 era stato sulla Loira ed aveva conservato un quotidiano dell’epoca che parlava dei mitragliamenti italiani. Feci notare che, testimoniando con una certa onestà, il giornalista aveva usato il condizionale.

Ci volle questo dettaglio, con l’aggiunta delle mie informazioni, per convincere il mio interlocutore del suo errore (10)

 

 

LE REAZIONI UFFICIALI

 

Ignoravo, come la totalità della popolazione che, a partire dal 07.12.1944, il Ministero dell’Aeronautica del Regno d’Italia aveva smentito che vi fossero stati sorvoli di aerei italiani oltre il Rodano durante i 14 giorni di guerra franco-italiana, un’infamia che avrebbe potuto essere facilmente addebitata ai fascisti della RSI che, ricordo, continuavano a battersi contro le truppe governative. Ecco il testo della smentita che fu pubblicato dal Ministero Italiano dell’Aeronautica nel Giornale dell’Aviazione del 7 Dicembre 1944:

 

“Da qualche tempo pare che nei circoli diplomatici e militari francesi, venga dato credito a voci, già diffuse negli ambienti popolari della Francia del Nord, circa una presunta partecipazione degli aviatori italiani a bombardamenti e a mitragliamenti operati dalla Luftwaffe contro le popolazioni civili che si ammassavano sulle grandi vie di comunicazione a Nord e a Sud di Parigi nel corso dell’offensiva del 1940.

In merito all’aviazione caccia, le voci di popolo avrebbero affermato che, congiuntamente agli Stukas tedeschi, aerei italiani portanti sotto le ali delle insegne tricolori, avrebbero bombardato in picchiata le popolazioni.

Non è difficile provare la mancanza di fondamento di questa prima affermazione.

Da quali basi questi aerei sarebbero potuti partire? Evidentemente solo da basi situate in Belgio o in Germania occidentale poiché è noto che gli aerei da caccia italiani dell’epoca avevano un raggio d’azione inferiore ai 200/300 Km.

In quel periodo la collaborazione italo-tedesca nel settore aereo era ancora lontana dal suo realizzo.

E’ più che provato che nessuna unità o gruppo aereo italiano fu inviato al Nord prima della fine della campagna di Francia.

Le voci avrebbero addirittura affermato che qualche bombardamento fosse stato effettuato da aerei BR 20.

Anche qui non è difficile evidenziare l’impossibilità tecnica di tali bombardamenti. Tenendo conto che le caratteristiche di questi aerei non permettevano l’attraversamento diretto delle Alpi con il carico di guerra previsto per gli aerei in decollo dalla Valle del Po, si può affermare che il BR 20 di serie non aveva l’autonomia sufficiente per operare nella regione parigina.

Gli atti bellici compiuti dall’aviazione italiana, subito dopo la dichiarazione di guerra, contro gli aeroporti, le basi e le roccaforti francesi, sono stati limitati ad obiettivi situati nella Francia Meridionale, quindi ben lontani dalla regione parigina.

Inoltre il numero degli obiettivi in questione ed il numero di aerei partecipanti alle azioni fu estremamente limitato.

In quanto alle insegne della nazionalità, è appurato che, dal 10 Giugno 1940 all’8 Settembre 1943, gli aerei italiani non hanno mai portato insegne tricolori sulle ali e nemmeno sul timone.

Le insegne dipinte sulle ali erano costituite da tre fasci paralleli, neri su fondo bianco, o viceversa, bianchi su fondo nero. Le fusoliere avevano una fascia bianca ed i timoni di coda una croce bianca caratteristica.

Per quanto concerne le insegne ci sembra buona cosa ricordare, oltre alle testimonianze note (il comunicato si riferisce ad una informazione apparsa nel giornale parigino ITALIA LIBERA del 28 Ottobre 1944) circa l’impiego da parte dei tedeschi di aerei francesi appena catturati, che alte personalità belghe affermarono qualche anno fa a degli ufficiali italiani, che gli aviatori belgi si erano difesi nei giorni dell’invasione tedesca con aerei caccia di fabbricazione italiana portanti insegne tricolori ma che queste insegne erano con i colori belgi o francesi e non italiani e che questi aerei si erano battuti contro i tedeschi e non contro la popolazione.

E’ potuto quindi verificarsi facilmente un equivoco. Soprattutto se si pensa alle condizioni psicologiche della sconfitta e al terrore delle sfortunate popolazioni sulle strade, spesso mescolate e a volte precedute da colonne corazzate tedesche.

Le precisazioni sui modelli aerei CR 42 e BR 20 possono derivare dal fatto che questi due tipi di aerei costituivano la quasi totalità dell’unità aerea italiana inviata in Belgio a metà Ottobre 1940, quando la campagna di Francia era terminata da tempo, e ritirata dopo qualche episodio bellico contro la costa sud-orientale dell’Inghilterra, nel Gennaio 1941.

A parte tutto questo, non vi possono essere dubbi se si tiene conto del modo tipico di condurre la “guerra lampo” da parte dei tedeschi, i quali non avrebbero di certo tollerato un’intromissione su obiettivi tattici, condotta in modo sporadico, da gruppi di aerei di nazionalità diversa, con basi piazzate ad una tale distanza e con una barriera alpina da superare.

Per concludere, è possibile affermare con certezza che la leggenda dei mitragliamenti e dei bombardamenti italiani sulle strade della Francia, è il risultato di una sovrapposizione nello spazio e di una trasposizione nel tempo dei fatti sopra-indicati; sovrapposizione generata dal risentimento e dallo spirito di rivincita contro gli italiani e favorita da qualche dettaglio.

Confidiamo che questi chiarimenti possano dissipare al più presto una storia calunniosa e alla quale il tempo renderà comunque giustizia “

 

Da parte sua, due mesi più tardi, il Capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio del Regno d’Italia, diffondeva il seguente comunicato, in data 13 Febbraio 1945:

 

“Per andare a mitragliare nelle regioni del centro della Francia, gli aerei italiani, dato il loro raggio d’azione limitato, non avrebbero potuto che partire da basi situate in Belgio o in Germania.

E’ tuttavia provato che il Corpo di Spedizione aeronautico italiano è arrivato negli aeroporti del Belgio solamente nell’Ottobre del 1940, cioè quando la campagna di Francia era terminata da quattro mesi. Gli atti di guerra compiuti dall’aviazione italiana contro aeroporti, basi e fortificazioni dopo il 10 Giugno 1940 sono stati circoscritti alla Francia meridionale, in zone conseguentemente ben distanti da quelle dove si ammassavano i rifugiati civili francesi“.

 

Con telegramma N° 114 del 14 Febbraio 1945, M. Couve de Murville, delegato del Governo Provvisorio della Repubblica presso il Consiglio consultivo degli Affari italiani a Roma, inviava il testo di questa dichiarazione a Georges Bidault, Ministro degli Affari esteri e confermava questo testo con lettera N° 139 del 21 Febbraio 1945, accompagnata dalle seguenti considerazioni:

 

“Queste dichiarazioni già riprodotte nel mio telegramma in chiaro N° 114 del 14 Febbraio, sembrano essere state provocate da un recente articolo del R.P. Maydieu pubblicato in CARREFOUR sotto il titolo di: un religioso francese torna dall’Italia.

Ma, mentre il R.P. Maylieu evocava i mitragliamenti italiani sulle rive della Loira, il portavoce della Presidenza del Consiglio limita la sua smentita alla regione che va da Parigi a Tours.

E’ possibile che, in questa regione, l’aviazione italiana non abbia mai avuto alcuna attività.

Il modo di presentare i fatti, che è forse stricto senso conforme alla verità, sembra nettamente tendenzioso se si pensa che il governo italiano cerca, con esso, di togliere, in una maniera più generale, la responsabilità all’aviazione italiana per i mitragliamenti dei civili francesi nel Giugno 1940“.

 

Queste riflessioni dimostrano la potenza del mito che aveva impregnato tutti i francesi sotto l’occupazione e che persiste ancora oggi. Per troppo tempo, la quantità di “testimoni” ha impedito, anche nelle persone più intelligenti, lo spirito di critica delle testimonianze e non ha permesso che si esaminasse, senza partito preso, i dinieghi “dell’accusato” e le prove più evidenti che questi presentava.

M. Couve de Murville, nel suo desiderio di conservare il mito, arriva persino a perdersi in cavilli; il governo italiano, dice, parla della “regione da Parigi a Tours” e non delle “rive della Loira”; il distinguo non ha senso in quanto, trattandosi pure di uno stesso raggio d’azione aereo teorico, la prima regione ingloba necessariamente la seconda.

La questione dei bombardamenti di Tours, da sola, permette di denunciare la leggenda. Il 12 Giugno 1940 i tedeschi bombardarono l’aeroporto; il 16 Giugno 1940, alle ore 13.30, il ponte Wilson fu a sua volta bombardato, un bombardamento addebitato questa volta sul conto degli italiani, perché gli aerei “venivano da Sud”.

Ciò stava a dimenticare che, secondo una tattica di routine, i piloti si erano messi in posizione di attacco, con le spalle al sole.

Secondo la testimonianza scritta inviatami da un medico di Tours, il Dr. Jean Chauvin, egli aveva visto dei piloti tedeschi. Nessuno prestava fede a queste dichiarazioni fino al giorno, una decina di anni fa, quando fu scoperta sul posto una bomba di fabbricazione tedesca. Il ponte Wilson non fu soggetto, in seguito, a nessun altro bombardamento; i piloti e gli aerei erano dunque tedeschi e non italiani.

Nonostante le precisazioni italiane del 7 Dicembre 1944 e del 13 Febbraio 1945, i francesi continuavano con le loro accuse.

Il ministero francese dell’informazione pubblicò in data 24 Novembre 1945, un opuscolo che, ancora una volta, parlava dei bombardamenti e dei mitragliamenti italiani.

Alcide De Gasperi, capo della rappresentanza italiana alla Conferenza di Parigi sul trattato di pace, protestò. La protesta fu confermata da nota ufficiale su carta intestata dell’ambasciata reale d’Italia a Parigi, datata 11 Dicembre 1945 ed indirizzata al ministero degli Affari Esteri.

Ne ricordiamo qui di seguito il tenore:

 

Nota verbale.

In data 24 Novembre 1945, il Ministero francese dell’Informazione ha pubblicato, nella serie europea di “ Note documentarie e Studi”, un opuscolo dal titolo: “un secolo di storia, cronologia delle relazioni franco-italiane”.

La rappresentanza del governo italiano, non volendo rilevare le numerose inesattezze, omissioni, presentazioni tendenziose di fatti che costellano questa esposizione, si limita a rilevare che questa non sembra quantomeno essere un utile contributo alla storia obiettiva dei rapporti tra la Francia e l’Italia nel periodo indicato.

Tuttavia, poiché alla pag. 34, alla data del 14 Giugno 1940, del suddetto opuscolo, si confermano, e questa volta in modo ufficiale, dei presunti bombardamenti di colonne di rifugiati civili nel centro della Francia – informazione già  smentita in svariate occasioni dalle competenti autorità italiane (comunicato dell’Ufficio Stampa del Ministero dell’Aeronautica in data 7 Dicembre 1944 e del Capo dell’Ufficio Stampa della Presidenza del Consiglio del 13 Febbraio 1945) – la Rappresentanza Italiana – in seguito alle procedure già fatte in via confidenziale – prega il Ministro degli Affari esteri di voler esaminare la possibilità di provvedere a mettere al corrente l’opinione pubblica francese dei chiarimenti dati dagli Uffici competenti del Governo italiano.

A tale scopo, la Rappresentanza del Governo italiano invia in allegato una traduzione in francese dei suddetti comunicati.

Parigi, 11 Dicembre 1945 (11)                  (Firma: illeggibile)

 

Questa protesta ufficiale dell’Italia resto sconosciuta al grande pubblico e così anche i seguiti dell’inchiesta richiesta dal Ministro degli Affari esteri – al fine di dare risposta – al Ministro della Difesa, delle Forze Armate, al Gen. Juin, al 2° Ufficio, al Ministero degli Interni, tramite lettera, in data 18 Dicembre 1945 (12), il cui testo è il seguente:

 

La Delegazione del Governo italiano a Parigi ha protestato presso il mio dipartimento contro un paragrafo di un opuscolo recentemente pubblicato dal Ministero dell’Informazione nella serie europea di “ Note documentarie e Studi”, dove si affermano avvenuti mitragliamenti nel Giugno 1940, da parte di aerei italiani,  diretti contro le colonne della popolazione civile in fuga.

Essendo stati questi fatti effettivamente confermati all’epoca da un numero di testimoni e ammessi dall’opinione pubblica, ci terrei particolarmente a sapere se i vostri servizi abbiano, in un qualsiasi momento, notato, per ciò che li riguarda, delle precisazioni formali di natura tale da stabilire la loro autenticità in modo inoppugnabile.

La delegazione italiana sostiene, inoltre, che l’operazione non sarebbe stata possibile se non partendo da aeroporti del Belgio o del Nord dove l’Italia, a suo dire, non aveva ancora inviato unità aeree. Sostiene anche che alcuni testimoni avrebbero parlato di aerei con coccarde tricolori, mentre gli aerei italiani ne erano sprovvisti, ma che avrebbe potuto trattarsi di aerei di fabbricazione italiana all’epoca in uso dall’aviazione belga e che avrebbero centrato degli elementi civili per errore o in seguito al loro frammischiarsi con elementi militari.

Vi sarei grato di farmi conoscere, inoltre, che cosa bisogna pensare di queste asserzioni.

 

Come verrà fatto notare da Félix Debyser nel 1958: “ si fa fatica ad immaginare una delegazione diplomatica che negherebbe l’innegabile col rischio di essere presa in flagrante menzogna” (13).

Con lettera del 10 Gennaio 1946, il Ministero dell’Interno (Direzione delle Informazioni Generali) informava il sig. Ministro degli Affari esteri che le informazioni erano state chieste alle diverse stazioni di polizia. L’11 Gennaio 1946 il Ministro delle Forze Armate trasmetteva copia della lettera del 18 Dicembre 1945 al Servizio Storico dell’Esercito (Service Historique de l’Armée, S.H.A.), chiedendogli di fargli avere:

 

“Precisazioni formali di natura tale da stabilire in modo inoppugnabile l’autenticità degli attacchi contro le colonne di popolazioni civili da parte degli aerei italiani nel Giugno del 1940.

Il Capo del 2° Ufficio dello Stato Maggiore dell’Esercito sarebbe grato al Capo del Servizio Storico dell’Esercito se volesse trasmettergli (sottolineato nel testo) in modo sollecito tutte le informazioni e i documenti in suo possesso sulla questione”.

 

Fu lanciato anche un appello dai media ai testimoni; vi si descrivevano gli emblemi fascisti che si suppone i testimoni abbiano visto, ciò che però non impedì alla quasi totalità dei testimoni di parlare nuovamente di coccarde!

Il 19 Gennaio 1946 il Servizio Storico dell’Esercito indirizzava al 2° Ufficio la copia della lettera (riportante la stessa data) inviata dal Ministro delle Forze Armate – Stato Maggiore – Servizio Storico, al Ministro della Difesa nazionale – Stato Maggiore generale della Difesa nazionale – 2a. sezione.

Questa lunga lettera, che io abbrevio, mostra la forza del mito che fa mescolare le affermazioni e i dubbi e le cui conclusioni a doppia interpretazione mostrano un certo smarrimento nel non poter fornire una prova. Riassumiamo la serie di regioni o di città che, secondo i diari di marcia dei reggimenti in ritirata, sarebbero state bombardate dagli italiani:

 

- il 14 Giugno nell’Aube, il 15 Giugno nella Yonne, il 16 Giugno a Digione, il 19 Giugno nella Haute-Vienne, l’Indre, la Creuse e “ a partire dal 20 Giugno numerosi bombardamenti della valle del Rodano, Tolone, Marsiglia, Cannes, Hyères “ (in questa ultima parte si tratta sì di italiani ma sono zone ben lontane da quelle dei mitragliamenti sui rifugiati). La lettera termina così:

 

Di conseguenza: 1) sembra si possano considerare come senza valore le affermazioni italiane secondo le quali “l’operazione sarebbe stata possibile solo partendo da aeroporti del Belgio e del Nord della Francia, dove l’Italia non aveva ancora inviato nessuna unità aerea”. Non si potrebbe dire la stessa cosa se i bombardamenti  segnalati dall’opuscolo pubblicato dal Ministero dell’Informazione fossero stati anteriori al 14 Giugno (ciò sta a sotto-intendere che a partire dal 14 Giugno gli italiani avrebbero potuto utilizzare gli aeroporti della regione parigina, ma, in tal caso, sarebbe stato innanzitutto necessario che le squadriglie avessero avuto come base il Nord! – Nota dell’autore). 2) dato che gli italiani hanno effettuato dei bombardamenti, si può concludere che i mitragliamenti erano possibili (sottolineato nel testo. Nel presente caso i bombardamenti sono in Provenza ed i mitragliamenti sulla Loira! – Nota dell’autore).

MITRAGLIAMENTI DI CIVILI

Alcuni rapporti di soldati parlano di mitragliamenti di colonne di rifugiati effettuati da aerei italiani nelle stesse regioni dove i bombardamenti sono stati segnalati il 15, 16 e 19 Giugno (quindi solamente nel centro – Nota dell’autore). Di ciò si fa menzione anche in alcuni diari di marcia. Bisogna però notare che questi rapporti sono stati scritti da ufficiali facenti parte di unità in ritirata. Il fatto stesso che elementi militari si trovassero mescolati ad elementi civili, toglie a queste testimonianze una parte del loro valore. D’altronde non possono essere considerate come “informazioni formali”. In particolare non viene data alcuna indicazione sui distintivi di nazionalità o sui tipi di aerei (sottolineato dall’autore). Riassumendo: il Servizio Storico dell’Esercito non è in grado, come richiesto dal Ministro degli Affari Esteri, di portare precisazioni tali da stabilire in modo inoppugnabile l’autenticità dei mitragliamenti sistematici di civili ad opera di aerei italiani (sottolineato dall’autore). Il Servizio Storico dell’Esercito intraprenderà uno studio in collaborazione col Servizio Storico dell’Aeronautica.                 

                                            

Per il Ministro delle Forze Armate; Per il G1 di C.A. Touzet du Vigier Capo di Stato Maggiore dell’Esercito; Le G1 Lajouainie  Sotto-Capo di Stato Maggiore dell’Esercito

 

 

Tramite lettera del 26 Gennaio 1946 il Ministro degli Affari esteri sollecitava il Ministro delle Forze Armate: “Sarei estremamente grato nel ricevere nel minor tempo possibile le informazioni…”

Con lettera del 30 Gennaio 1946, il Ministro delle Forze Armate faceva pazientare il Ministro degli Affari esteri:

Le ricerche delle Servizio Storico dell’Aeronautica hanno rivelato che erano stati abbattuti degli aerei italiani fra il 1° ed il 25 Giugno 1940 nei dipartimenti di Loir-et-Cher e della Haute-Vienne. Questi aerei avrebbero effettuato degli attacchi contro le colonne della popolazione civile. In data 21 Gennaio 1946 ho chiesto ai prefetti di questi due dipartimenti di fare delle ricerche e di precisare:

1.       il modo in cui è stata stabilita la nazionalità italiana degli aerei

2.       le circostanze dell’attacco (zona, data, ora, visibilità)

3.       la natura indiscutibilmente civile delle colonne attaccate

Non mancherò di tenerla al corrente dei risultati che verranno dati da questa inchiesta. Suppongo che l’opuscolo incriminato dalla delegazione italiana è la nota documentaria N° 190 del 24 Novembre 1945, Cronologia delle relazioni franco-italiane, che indica, a pagina 34: 14 Giugno – incursioni dell’aviazione italiana sulla Corsica e sulle colonne di rifugiati nel centro della Francia. Aggiungo che il Ministro dell’Informazione non ha ancora potuto indicare la fonte dell’informazione di cui si fa riferimento”.

 

Il 2 Febbraio 1946, il Ministro delle Forze Armate inviava  al Ministro degli Affari esteri il seguente riassunto effettuato dal Servizio Storico dell’Esercito in base ai diari di marcia delle unità ed in base alla testimonianza di un gendarme sul bombardamento di Pont-sur-Yonne:

 

“Faccio del mio meglio per raccogliere altre testimonianze in merito alla faccenda che mi sta a cuore e ve le trasmetterò non appena in loro possesso”.

 

Durante questo tempo, i rapporti d’inchiesta e le centinaia di testimonianze raccolte in Gennaio, Febbraio e Marzo 1946 affluivano al Ministero dell’Interno e al Ministero delle Forze Armate, provenienti da prefetture, commissariati di polizia e gendarmerie.

Il 19 Febbraio 1946, facendo seguito alla sua lettera del 2 Febbraio, il Ministero delle Forze Armate trasmetteva al Ministero degli Affari esteri:

 

  1. uno schizzo rappresentante le marche identificative dell’aviazione italiana nel 1940 (lo schizzo, in effetti, rappresentava gli aerei italiani in servizio nell’Aprile 1943 e non nel 1940 – Nota dell’autore)
  2.  un insieme di deposizioni di testimoni che affermavano aver assistito a dei mitragliamenti e bombardamenti di colonne di civili da parte di aerei  portanti coccarde con i colori italiani. Queste testimonianze mi sembrano tuttavia dubbie (ce ne sono diverse centinaia – nota dell’autore), poiché da quel che so gli aerei italiani non portavano all’epoca nessuna coccarda ma il fascio sotto le ali e delle fasce tricolori (ciò non è esatto – Nota dell’autore) e la croce di Savoia sul timone.
  3.  qualche documento provante in modo certo la partecipazione di aerei italiani ai Mitragliamenti e ai bombardamenti dei civili.

 

Queste ultime testimonianze, circa una trentina, erano state prese in considerazione soltanto perché, a prima vista, sembravano dare delle informazioni esatte, ma, in realtà, non lo erano.

Infatti, un certo numero di testimoni parlano di una bandiera a strisce sull’impennaggio, mentre invece non c’era altro che la croce di Savoia. Uno parla di un aereo abbattuto a la Souterraine (Creuse) ed avente questa bandiera. Un altro afferma aver visto una bomba non esplosa portante l’iscrizione “Turin“, mentre in italiano il nome è “Torino”, e così di seguito.

Non verrà fatto nessun lavoro di verifica o di critica delle testimonianze, ne tanto meno una verifica per mezzo di informazioni di fonte diversa.

Il Ministero dell’Interno inviava il risultato di queste inchieste il 12 Aprile 1946:

 

“In risposta alla vostra lettera citata in riferimento (18 Dicembre 1945 e 10 Gennaio 1946), ho il piacere di portare a sua conoscenza che in seguito alle inchieste effettuate dai miei servizi in provincia e alle numerose testimonianze raccolte presso persone attaccate da erei nel 1940, risulta che in numerosi punti del territorio francese, più precisamente a Nogent-le-Rotrou, Chartres, Poitiers, La Souterraine (Creuse), Vivonne, Bessin-sur-Gartempe (Haute-Vienne) e diversi comuni del dipartimento dell’Aube (Piney, Dosches,, Bouilly-Roncenay, Lusigny. Bar-sur-Seine etc.), Rambouillet, Toulon, La Motte-Beuvron (Loir.-et-Cher), aerei italiani del tipo «Caproni», «Macchi C 202», «Savoia», «Marchetti», hanno effettivamente mitragliato la popolazione civile francese sulle strade dell’esodo”.

 

Per il Ministro dell’Interno; Per il Direttore Generale della Sicurezza Nazionale; Il Direttore delle Informazioni Generali

 

Se si prende conoscenza delle testimonianze che fanno l’oggetto di questa lista, ci si stupisce che degli inquirenti abbiano potuto registrarle senza un minimo di spirito critico, ne la minima verifica.

Il fatto di avere consegnato queste favole, senza batter ciglio, tende a dimostrare che il mito era ancorato nello spirito degli stessi inquirenti.

La cosa non conobbe un seguito e non figura nessuna risposta alla pratica presso l’ambasciata d’Italia. Questo perché era impossibile fornire “precisazioni di natura tale da stabilire in maniera inoppugnabile l’autenticità dei mitragliamenti sistematici dei civili ad opera di aerei italiani”.

Come notato da Félix Debyser (14), la frase di conclusione del Ministero è significativa:

 

“Manca però la testimonianza autorizzata di specialisti di riconoscimenti di velivoli stranieri, oppure l’informazione indiscutibile dell’aereo abbattuto”.

 

Notiamo che dei testimoni affermano aver visto abbattere degli aerei italiani, ma gli aerei ritrovati al suolo erano aerei tedeschi, o inglesi ed anche francesi (su questo punto dobbiamo mettere l’accento su un’altra leggenda: quella dell’assenza di aerei francesi nel cielo nel momento della sconfitta).

In seguito le autorità francesi si guardarono bene dal portare le smentite italiane a conoscenza del pubblico – e degli storici – in quanto avrebbero messo a tacere le conclusioni scettiche della vasta inchiesta intrapresa per rispondere agli italiani.

E’ cosa delicata per un governo smentire una credenza popolare, soprattutto quando questa è scritta nella retta linea della propaganda anti-fascista (15) che veniva divulgata quotidianamente fin dal tempo delle “Sanzioni” e della guerra in Abissinia.

Ciò che darà l’opportunità di eludere la cosa e di non dare risposta agli italiani, sarà la buona accoglienza che daranno la stampa e l’opinione pubblica italiana all’articolo di Maurice Vaussard, apparso in LE MONDE del 2 Luglio 1946 e alle dichiarazioni del Sig. Blum (16).

La cronaca di M. Vaussard intitolata “I sussulti dell’opinione italiana“ riprendeva la storia degli ultimi cento anni di relazioni franco-italiane in maniera molto più obiettiva di quanto avesse fatto il Ministero dell’Informazione nel suo opuscolo.

Tuttavia questo articolo non parlava affatto del Giugno 1940. Esso terminava con un’esposizione molto ragionevole del problema di alcuni alpeggi di Brive e di Tenda reclamati dalla Francia per mettere la frontiera sulla linea dei crinali (alpeggi dove si trovava, va precisato, la principale centrale elettrica d’Europa in quei tempi).

 

Una leggenda ancora vivace. La storia secondo J.P. Rioux

 

Ancora negli anni 70, la leggenda degli aerei italiani era ancora ufficialmente insegnata agli alunni delle scuole francesi e questo a dispetto di un articolo di Maurice Vaussard che, nel 1951, rendeva pubbliche le smentite italiane, e dei lavori di Félix Debyser che, nel 1958, sviluppava le rivelazioni di M. Vaussard.

Ancora l’anno scorso , in occasione della trasmissione televisiva La Battaglia di Francia, su Antenne 2, il 1° Luglio 1989, il presentatore commentava delle immagini dell’esodo e non mancò di evocare gli aerei italiani, aggiungendo con tono dileggiatore: “non era possibile, non avevano il raggio d’azione sufficiente! “. Questa ironia suscitò, da parte di M. Amos Calcinelli, una protesta messa in onda su TéléStar (29 Luglio 1989).

Fecero seguito delle testimonianze. Queste, senza dubbio in buona fede, non differivano purtroppo da quelle che avevano provocato l’inchiesta del 1946: nessuno poteva resistere ad una critica storica.

Nel Gennaio 1990, il N° 129 della rivista L’HISTOIRE era dedicato all’anno 1940 ed il capitolo “L’esodo – un paese alla deriva“ e veniva trattato da M. Jean-Pierre Rioux, direttore di ricerca presso il C.N.R.S. (e membro dell’Istituto di Storia contemporanea). Egli ne fece più un romanzo piuttosto che di un avvenimento storico. Scriveva:

 

“Ovunque, sulle grandi vie di comunicazione sovraffollate, è l’attesa delusa del sussulto militare che dissiperà l’incubo, il tuffo nel fossato, la paura addosso, al rumore degli Stukas con le croci uncinate o dei Mosquitos italiani in picchiata, il singhiozzo delle auto in agonia, il grido degli animali e le lacrime dei bambini perduti…” (pag 65).

 

Non contento di riprendere la leggenda per conto suo, J.P. Rioux  l’arricchiva a modo suo e, in un colpo solo, l’aviazione italiana del Giugno 1940 era provvista di Mosquitos, cioè di aerei che gli inglesi inizieranno a fabbricare a partire dal 1942.

 

Il colonnello de Mollans, che ritenevo informato sull’argomento, mi scrisse: “Sono stupito che ancora oggi vi siano autori e riviste, sedicenti specializzate, che scrivono simili scempiaggini “.

La scusa del Sig. Rioux era quella che lui si appoggiava, senza alcuna verifica, ad un libro di Jean Vidalenc: L’Esodo di Maggio-Giugno 1940 (17) del Comitato di storia della seconda guerra mondiale, organismo ufficiale e antenato dell’Istituto di storia contemporanea, allora presieduto da Georges Bidault e raggruppante un gran numero di personalità della Resistenza, ciò che, tenuto conto del breve tempo trascorso dalla fine della guerra, avrebbe dovuto metterlo in guardia, come storico, contro un lavoro di stesura esente da critiche serie e che, di conseguenza, poteva mancare di obiettività.

L’opera di J. Vidalenc, forte di 400 riferimenti bibliografici, non menzionava l’articolo di Maurice Vaussard.

Il Sig. Rioux ignora l’articolo del Sig. Vaussard che, primo in Francia, aveva demolito la leggenda degli aerei italiani mitragliatori. Apparso il 14 Febbraio 1951 nel quotidiano parigino L’AUBE, intitolato: ai margini dei rapporti franco-italiani – Una dolorosa leggenda da ripudiare, questo articolo dimostrava, prove alla mano, l’impossibilità per gli aerei italiani di commettere i fatti incriminati.

Il Sig. Rioux avrebbe potuto tuttavia notare, nella stessa edizione dell’AUBE, un articolo che smontava altresì testimonianze recenti a proposito di un “piatto volante” che altro non era che un pallone-sonda meteorologico illuminato dal sole; questo l’avrebbe forse incentivato a far prova di meno credulità circa le “testimonianze” citate dal Vidalenc.

Ad esempio, avrebbe potuto fare in modo di verificare la testimonianza di questo aviatore italiano che, essendosi lanciato col paracadute, sarebbe stato ricoverato in ospedale il 16 Giugno all’ospedale di Thouars (Deux-Sèvres) (18) e dire che quando qualcuno si lancia da un aereo, questo aereo non ha grandi possibilità di rientrare alla base.

Non fu mai ritrovato alcun rottame di aereo di nazionalità italiana sull’insieme del territorio francese, ad Ovest del Rodano (19) e, d’altronde, nemmeno una bomba, una scheggia o una munizione di fabbricazione italiana (sono in possesso delle attestazioni dei servizi competenti) (20).

Il Sig. Rioux ignora anche i lavori di Félis Debyser (che fu per più di 40 anni direttore della Biblioteca di Documentazione Internazionale Contemporanea – B.D.I.C. – autore di diverse opere storiche sulle due guerre mondiali), che sono una critica precisa della posizione presa da Jean Vidalenc e dimostrano l’impossibilità degli attacchi dell’aviazione italiana nei luoghi dove si ritiene sia intervenuta.

 

Prove materiali che confermano si tratta di una leggenda.

 

F. Debyser ha proceduto ne seguente modo:

 

  1. Ha esaminato e pubblicato, passo per passo, i comunicati di guerra giornalieri, tedeschi e italiani, dall’11 al 25 Giugno 1940, dove si vede, con un divario di 24 ore, che proprio l’aviazione tedesca agiva sulle regioni dove i testimoni vedevano degli aerei italiani, mentre i comunicati italiani  menzionavano gli attacchi su aeroporti e basi navali a Malta, Tunisia, Corsica e coste della Provenza.
  2. Ha studiato i raggi d’azione dei diversi tipi di bombardieri e di aerei da caccia, partendo dalla pianura del Po e obbligati a sorvolare due volte le Alpi, di cui una volta a pieno carico; prodezze simili sarebbero state impossibili o suicide (21)
  3. Ha constatato la perfetta concordanza con i documenti militari francesi dell’opera del Gen. Giuseppe Santoro: L’aeronautica italiana nella IIa. Guerra Mondiale, Roma 1951; questi precisa che in seguito alle avverse condizioni atmosferiche nelle Alpi durante il mese di Giugno 1940 (tempeste di neve, piogge, nubi, temperature di meno 20 gradi centigradi), anche gli aerei da ricognizione e di rilevazione metereologica non poterono, a più riprese, eseguire le loro missioni. Gli attacchi su Tolone, Hyères, Marsiglia si fecero dal mare, raggirando le Alpi.
  4. Ha ricordato, come lo aveva fatto M. Vaussard, l’inesistenza sugli aerei italiani delle famose coccarde, viste dalla maggioranza dei testimoni.
  5. Ha esaminato il retroscena politico-strategico delle relazioni talo-tedesche e i contatti Hitler-Mussolini che indicano che non ci fu mai, prima della fine di Settembre 1940, la benché minima partecipazione dell’aviazione italiana alle imprese tedesche. Queste, all’epoca, erano concentrate sui bombardamenti dell’Inghilterra.

 

Lo studio di Félix Debyser fu pubblicato in anteprima, nel 1958, da IL POLITICO, rivista italiana di scienze politiche dell’Università di Pavia (22), con il titolo “I bombardamenti italiani contro le popolazioni civili francesi nel Giugno 1940 – Una leggenda che rinasce “.

Il testo era in francese. Una nota della prefazione specificava: “Questo articolo deve essere pubblicato in Francia in un prossimo numero delle Revue Historique de l’Armée (Rivista Storica dell’Esercito – R.H.A.) “ Questa rivista subì forse delle pressioni?  Fu necessario attendere il 1972 , su intervento di Georges Daux, noto “antiquario”, e Pierre Renouvin, perché il testo venisse finalmente pubblicato in Francia, ma non senza pesanti tagli.

In “Miscellanee elleniche offerte a Georges Daux (23), questi scriveva infatti un capitolo, in postfazione, intitolato: “Potenza di un mito: l’aviazione fascista nel cielo di Francia nel Giugno 1940 “. Desideroso di mostrare che le falsificazioni della storia non si trovano soltanto nell’Antichità, aveva  scelto questo esempio di falsificazione presa a prestito dalla storia contemporanea.

Diceva che bisognava evitare le interpretazioni arbitrarie fondate sulla “verosimiglianza psicologica o logica che non potrebbe essere il collante della storia. Qualunque sia la personalità dello storico, non si può intraprendere ne suggerire niente di valido, prima che i fatti siano stati accertati”.

 

G. Daux aveva saputo per caso dello studio di F. Debyser ed era stato sorpreso nel vedere che, contrariamente a ciò che era stato previsto, non era stato pubblicato niente di definitivo nella Rivista Storica dell’Esercito. E’ grazie al suo prestigio ed al suo intervento presso il colonnello Jouin, direttore del R.H.A. che, 14 anni più tardi, abbiamo potuto vedere la pubblicazione di questo studio di F. Debyser (24).

Lo storico dovrà certamente far riferimento all’originale de IL POLITICO poiché l’articolo non è stato innocentemente tagliato; lo è stato in punti precisi, è stato soppresso tutto quello che riguardava J. Vidalenc, o i racconti di M. Vaussard, nonché un certo numero di riferimenti.

Inoltre, qua e là, sono state tolte due o tre frasi nei comunicati tedeschi, in totale sono state soppresse 129 righe che avrebbero riempito 3 pagine della rivista.

La R.H.A. avvisa il lettore: Le esigenze dell’impaginazione ci hanno obbligato talvolta ad abbreviare il testo originale. I tagli, che sono evidenziati da trattini di sospensione, non sottraggono niente al significato dell’argomento.

In realtà i trattini sono messi raramente, però la R.H.A. aggiunge 13 pagine di disegni di aerei italiani, quando:

 

  • queste pagine avrebbero potuto facilmente essere ridotte a 6 o 7 e permettere quindi la pubblicazione integrale del testo
  • nonostante la pagina riguardante i “marchi identificativi” sia più o meno esatta, manca, per gli aerei inglesi, attorno al blu esterno della coccarda rosso-bianco-blu (il contrario della coccarda francese) un quarto cerchio, giallo, che esisteva sulla maggior parte dei modelli e la cui larghezza era leggermente inferiore al blu, punto che è molto importante, come potremo vedere più avanti.
  • sono state disegnate sul timone di direzione tre fasce verticali (di cui una bianca nel mezzo) potendo far credere ad una bandiera sulla coda del velivolo al posto di una croce di Savoia.

 

Nel 1979, il colonnello Henri de Mollans, nel quadro dei suoi lavori storici sulla battaglia di Francia del 1940, faceva pubblicare nel Miroir de l’Histoire(25), un articolo intitolato: “1940: gli aerei dell’Asse sui ponti della Loira. Gli aerei italiani erano tedeschi?”, articolo che riprenderà parzialmente nel capitolo della sua opera “Combattimenti per la Loira – Giugno 1940 “ (26).

Avendo avuto accesso agli archivi militari tedeschi (ciò che oggi è possibile), egli è in grado di dare la composizione delle varie squadriglie aeree (27) che avevano operato in Francia, le loro basi di partenza, i resoconti giornalieri delle operazioni con l’indicazione precisa di tutti i luoghi falsamente bombardati dall’aviazione italiana ma dei quali non fa la benché minima menzione.

Scrisse quanto segue:

 

“Gli ufficiali anziani, sia della Luftwaffe che della Wehrmacht, dichiarano che non avrebbero mai tollerato tali incursioni nella loro zona operativa. Addirittura, oltre alla caccia ed all’antiaerea francese, gli aerei italiani avrebbero avuto a che fare anche con la caccia e la Flak (contraerea tedesca), in quanto essi portavano segni identificativi che non figuravano sui documenti tedeschi di identificazione di cui disponevano i combattenti tedeschi” (28).

 

 

Un’ipotesi personale

 

Questi vari lavori distruggono in modo inoppugnabile la leggenda degli aerei italiani sulle strade dell’esodo, ma non ne spiegano l’origine. Per certo questa leggenda sarebbe  nata spontaneamente dall’opinione dei francesi in generale sulla codardia degli italiani, un’opinione rinforzata dalla bassezza della “pugnalata alle spalle”;  un’azione vigliacca come quella del mitragliamento dei rifugiati non poteva che essere addebitata agli italiani (29).

Questa spiegazione non mi soddisfaceva. Ho dunque voluto vedere se una simile leggenda poteva avere un benché minimo fondo di verità.

 

Ho studiato i dossier di centinaia di testimonianze del 1946 conservate presso il Servizio Storico dell’Esercito e presso il Ministero degli Affari esteri. Per tutto il corso delle mie ricerche, sono stato colpito innanzitutto da una specie di ritornello: “dei soldati che passavano”,  “dei soldati che erano con noi”, “degli ufficiali” ecc. “ci hanno detto che erano degli italiani“.

Sembra quindi che i principali diffusori di questa voce fossero stati dei militari.

Sono però stato colpito soprattutto dal fatto che, mentre all’epoca si poteva leggere e sentire dire che gli aerei italiani portavano dei “fasci”,  la maggioranza delle testimonianze continuava a parlare di “coccarde tricolori”.

Decisi di consultare la stampa francese e italiana del Giugno 1940. La sua lettura si rivelò istruttiva. cominciai col notare che niente appariva sui giornali italiani in merito ad una qualsiasi azione dell’aviazione italiana sulla regione parigina, le rive della Loira ed il Centro. Ciò tendeva a dimostrare che il mito, nato in Francia, non si basava su nessuna causa di origine italiana e non aveva nemmeno oltrepassato le Alpi. Ebbi poi la strana impressione che, vista da parte italiana, questa guerra era stata in effetti italo-inglese: tutti gli attacchi subiti dall’Italia venivano attribuiti agli inglesi e non, per essere precisi, agli anglo-francesi, come sarebbe stato logico fare: l’Inghilterra, ecco il nemico!

Se la memoria non mi inganna, è vero che anche in Francia, e perfino dopo il 1941, tutto era rapportato agli inglesi; degli americani se ne parlava solo in modo accessorio e le cose cambiarono solo dopo lo sbarco : “gli inglesi hanno sbarcato a Dieppe”, “gli inglesi hanno sbarcato in Normandia” si sentiva dire, con discrezione. (30).

All’inizio di Giugno 1940, i grandi giornali parigini avevano cessato le loro pubblicazioni e si erano trasferiti in provincia.

Volli quindi sapere qual’era la visione della guerra a partire da Lione, a metà via fra i due fronti.

Il Progrès de Lyon non aveva mai smesso la pubblicazione; perfino il 20 Giugno, giorno dell’occupazione tedesca della città! Stranamente non si trova nulla circa le “famose” incursioni italiane; ma, per quanto riguarda gli italiani, il giornale dell’11 Giugno parla dei saccheggi, il giorno prima, di negozi italiani; in quello del 12 Giugno un incursione italiana su Malta; il 12 e 13 Giugno: “nessuna attività sul fronte delle Alpi”, un aereo italiano abbattuto a Tolone, in quello del 14 Giugno: “Dreux e Evreux bombardate: un aereo nemico (di cui non viene precisata la nazionalità) ha mitragliato una colonna di rifugiati; il 17 Giugno, il comunicato di guerra francese può dare adito a confusione perché, dopo aver parlato di attività nel Nord della Francia, una frase segnala l’uscita del “sergente maggiore” Le Gloan sull’abbattimento di tre bombardieri e due caccia italiani nel corso della stessa missione (in verità si trattava di quattro caccia ed un bombardiere abbattuti il 25 Giugno a Cannet des Maures, che però si trovava nel Sud della Francia); dal 18 al 25 Giugno: niente.

La lettura di questi giornali mi sorprese e mi rafforzava nell’idea che mi ero fatto circa la possibile causa della nascita di queste “voci”.

Era uso comune dire durante tutta la guerra (e tutti i libri di storia pubblicati in Francia dopo quell’epoca hanno mantenuto la stessa opinione) che l’Inghilterra avesse partecipato debolmente alla campagna di Francia, che Churchill rifiutava di mettere a disposizione i suoi aerei, insomma, che gli inglesi non avevano fatto niente e che a Dunkerque si erano salvati. Si ha la memoria corta. La stampa del Giugno 1940, al contrario, è piena delle loro azioni aeree, più che delle nostre.

Il Progrès de Lyon del 12 Giugno segnala le incursioni dei bombardieri medi e pesanti della R.A.F.

(Royal Air Force britannica)su: Abbeville, Amiens, Beauvais, Rouen, i ponti della Somme. Dell’Aisne, della Mosa (ora occupati dai tedeschi) ; ed inoltre sulla Prussia renana, sulla Ruhr e su Fumay nelle Ardenne.

Quello del 13 Giugno segnala che la RAF bombarda l’Abissinia (oggi Etiopia); quello del 14 Giugno segnala che, vicino ad Andelys (cioè a 30 Km. da Evreux) gli aerei britannici hanno attaccato venti carri blindati e ne hanno distrutto dieci e che un bombardiere ha abbattuto un Messerschmidt; quello del 15 Giugno segnala tre incursioni su Milano; infine, quello del 19 Giugno, parla dei bombardamenti inglesi su Amburgo.

I segni identificativi degli aerei britannici sotto i piani e sulla fusoliera erano delle coccarde rosso-bianco-blu (blu all’esterno) con un cerchio giallo attorno al cerchio blu (più una bandiera a strisce verticali, in un rettangolo, sull’impennaggio: rosso-bianco-blu…e non la Union Jack!).

Ora, del blu con del giallo, a 400 Km all’ora può dare l’impressione di verde ed è possibile che dei testimoni abbiano creduto di vedere delle coccarde con i colori dell’Italia, cioè, verde-bianco-rosso.

Quando evocai questa ipotesi, mi si contestò che non vi erano aerei inglesi in Francia.

Ora, tutto dimostra il contrario – come abbiamo appena visto del giornale Le Progrès de Lyon – non fosse che per i dodici Hurricane di scorta a protezione dell’aereo di Churchill (De Havilland “Flamenco”), quando venne a Briare e Tours l’11 ed il 13 Giugno 1940.

Militari francesi hanno pertanto potuto vedere degli aerei britannici sulla Loira e altrove (in particolare le squadriglie che sono andate nelle basi in Provenza per bombardare l’Italia) (31).

Possono averli scambiati, in buona fede, per degli aerei italiani. Così avrebbero partorito la nascita delle voci che, riportate in seguito da civili impauriti, si sarebbero trasformate in una leggenda della quale ancora oggi gli storici fanno fatica  a venirne a capo.

L’aviazione britannica può aver commesso degli errori e nella confusione della ritirata aver proceduto a dei bombardamenti o a dei mitragliamenti che i soldati francesi non potevano che addebitare a dei nemici.

Nel resoconto del G.Q.G.A. del 16 Giugno 1940 alle ore 20.00 il Generale Vuillemin scrive:

 

“Ricognizione: informazioni impossibili per il completo intricarsi di truppe amiche, di truppe nemiche e di colonne di rifugiati”.

 

Il resoconto è di una sobrietà patetica. Questo crollo generale era diventato così drammatico e la sorte dei soldati e dei civili francesi così terribile che, da un branco simile, non ci si poteva aspettare che delle reazioni gregarie, dettate dalla paura e nutrite dall’angoscia davanti a ciò che il nostro stesso capo delle forze aeree chiamava: “informazioni impossibili”.

 

Qui non pretendo di aver trovato la fonte di un mito di guerra e chiedo che la mia ipotesi non venga considerata che un’ipotesi. La menzogna talvolta ha una parte di verità. Io ho cercato questa parte di verità.

 

 

Traduzione dal francese a cura di: Gian Franco SPOTTI

 

 

NOTE

 

  1. Vedi: H. de Mollans, Combats sur la Loire, Giugno 1940, Ediz. Tartampion
  2. E non la notte tra il 12 e 13 comme indicare erroneamente H. Azeau, La Guerre Franco-Italienne, Giugno 1940 Ediz. Presses de la Cité, Parigi 1967. Forse trattasi di una cattiva interpretazione del resoconto stilato dal Gen. Vuillemin, Capo dello Stato Maggiore dell’Aeronautica e datato 12 Giugno 1940 alle ore 20.00 (?)
  3. Gen. Giuseppe Santoro (che fu Sottocapo di Stato Maggiore dell’Aeronautica nel 1940), L’aeronautica Italiana nella II Guerra Mondiale, Roma 1951, pag. 103. I documenti sono ora consultabili presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Aeronautica.
  4. Gen. Santoro, op. cit., pag. 103
  5. Gen. Santoro, op. cit., pag. 101. L’intesa ebbe luogo a livelli di Stati Maggiori Generali e non a livello di Stato Maggiore dell’Aeronautica.
  6. Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Aeronautica, Roma, oppure, Gen. Santoro, op. cit., pag. 107
  7. In effetti, per dar seguito alla richiesta di armistizio, il 17 Giugno ebbe luogo un colloquio tra Mussolini e Hitler nel corso del quale, quest’ultimo lasciò intendere che l’Italia poteva occupare in Francia solo i territori conquistati dalle sue truppe all’ora del cessate il fuoco. L’Italia, il 17 Giugno alle ore 18.10, aveva dato l’ordine di cessare il fuoco, ma quest’ordine fu annullato a partire dalla sera del 18 Giugno. In virtù di tale colloquio.
  8. Col. De Mollans. Op. cit., pag. 90
  9. Gen. Santoro, op. cit., pag. 105
  10. Un aneddoto al riguardo: questi mitragliamenti avevano fatto nascere in lui un tale odio che, un giorno, mentre si trovava a Mentone, mi disse che aveva passato la frontiera unicamente per… Fare i propri bisogni in Italia. Forse si ricordava della vignetta umoristica apparsa nel giornale all’epoca delle “Sanzioni”, che rappresentava un ragazzino sopra una carta geografica, con questa didascalia. “Se Mussolini sputa sulla Francia, allora io piscio nel Po
  11. Archivi del Ministero degli Affari Esteri, Parigi, dossiers EUR. 1944-49, Italia, Vol. 86, pag. ?
  12. S.H.A.T., cartone 9N300, dossier “ Corrispondenza “, oppure Ministero degli Affari Esteri, EUR. 44-49, Italia, Vol. 27
  13. Félix Debyser, Titre, Editore, anno, pagina ?
  14. F. Debyser, op. cit., pag. ?
  15. Ricordo che nell’autunno 1939 nella classe dove mi trovavo, ci spiegavano a noi bambini che ci trovavamo nella stessa situazione dei bambini tedeschi o italiani che dovevano risolvere problemi di questo tipo: “ Un aereo carico di 10 bombe ne sgancia 5 su Parigi e 2 su un’altra città, quante gliene restano?“
  16. Secondo il telegramma cifrato N° 9951/IT inviato dall’ufficiale di collegamento di Milano, ricevuto a Lione il 5 Luglio 1946 e ricevuto a Parigi il 6 Luglio.
  17. Ediz. Presses Universitaires de France, Parigi 1957, prefazione di Daniel Mayer.
  18. J. Vidalenc, op. cit., pag. 424
  19. Lettera del Ministro delle Forze Armate, pag. 13
  20. Lettera della Direzione della Protezione Civile di Versailles, 5 Giugno 1986, rif.: CAB-DEF N° 167/86/Sminamento, competente per i dipartimenti di Loir-et-Cher, Indre-et-Loire, Yonne, Indre, Cher, Nièvre, Allier, Loire atlanntique, Maine-et-Loire, Vendèe, Ile-et-Vilaine.
  21. Vedi le autonomie di volo dei diversi bombardieri e caccia italiani nella Rivista Storica dell’Esercito, N° 3 anno 1972, pag. 73-86
  22. Volume N° 23, 1958 N° 4 pag. 672-685
  23. Ediz. De Boccard, Parigi 1974
  24. R.H.A. N° 3, 1972, pag. 66-91
  25. N° 311 Luglio-Agosto 1979
  26. Ediz. C.L.D. 42, rue des Platanes – 37170 Chambray-Lès-Tours – Marzo 1985
  27. Col. De Mollans, op. cit., pag. 91
  28. Col. De Mollans, Miroir de l’Histoire, N° 311, 1979, pag. 43
  29. In una delle sue lettere, il Colonello de Mollans, mi racconta un aneddoto personale alquanto significativo: “In occasione del bombardamento di Jargeau da parte dei bombardieri pesanti, un parigino della mia sezione mi disse: guarda quelli lassù che non osano abbassarsi  per venire a bombardarci! Bisogna dire che uscivamo da duri combattimenti nella Somme dove eravamo stati attaccati dagli Stukas dei quali si potevano distinguere, non solo i segni distintivi, ma anche la testa del pilota nella cabina. Per lui, a Jargeau, aerei che sganciavano bombe in altitudine erano dei vigliacchi, quindi degli italiani”. Faccio notare che è proprio a Jargeau che un testimone citato da J. Vidalenc riconosce degli italiani con la loro “coccarda tricolore”. (J. Vidalenc, op. cit., pag. 423)
  30. Nel mio modesto diario personale, che posseggo tuttora, avevo scritto al mattino del 6 Giugno 1944: “Corre voce che gli inglesi sono sbarcati”
  31. Vedi Henri Azeau, op. cit., cap. V

RIFLESSIONI ELETTORALI (Pubblicato sul quindicinale “CIAOEUROPA”, Anno XVIII – n° 8 – 12 luglio 2009

giovedì, 9 luglio 2009


Finalmente anche questa ubriacatura elettorale è passata; fra elezioni, ballottaggi, referendum e quant’altro, non se ne poteva più! Rimangono ora i dati nudi e crudi, che molti tentano di interpretare alla luce dei propri sogni, invece di prendere atto della realtà; abbiamo visto, ad esempio, quel poveraccio di Franceschini cantare vittoria per avere perso solo 7 punti percentuali alle europee, e per avere perso buona parte dei Comuni e delle Province amministrate dalla sinistra… Contento lui, contenti tutti!

Cantano vittoria anche gli immondi democristiani di Casini, i quali, hanno subito capitalizzato il loro bacino di voti in occasione dei ballottaggi per le elezioni amministrative, alleandosi qua con il PDL e là con il PD, dimostrando ancora una volta a tutti (ma non ne avevano certo bisogno!) che il democristiano DOC è un uomo senza idee e senza ideali, interessato soltanto a conquistare poltrone e prebende… Poco importa se a fianco di ex servitori dell’URSS o di post Fascisti (molto post e poco Fascisti) come Fini e La Russa.

Non stupisce il fatto che, da una parte e dall’altra, crescano i partiti che rappresentano l’ignoranza e la mancanza di qualsiasi valore ideale dell’italiano medio, cioè la Lega e l’Italia dei (dis)Valori di Di Pietro… Sottosviluppati mentali che fanno politica portando a spasso maiali (i leghisti amici dei giudei e quindi avversi all’Islam), o lanciando insulti e strali contro tutto e tutti, meglio se conditi da epiteti come “Fascisti”, “Razzisti” ed altre amenità simili… Chissà quando il buon Di Pietro terminerà le scuole dell’obbligo e scoprirà l’esatto significato dei termini che utilizza come insulti?

Di rilievo è anche la percentuale di soldatini del regime pronti a mettersi in fila per votare ad ogni costo, come quel 25% di imbecilli che sono corsi comunque a votare per referendum inutili, voluti da gente che nulla conta e nulla capisce di politica, come il povero Mario Segni, ovvero l’unico a non avere capito che agli italiani del bipartitismo all’americana non gliene frega assolutamente nulla!

Due righe si devono dedicare alla triste fine dei comunisti di ogni risma, spariti prima dal Parlamento Italiano ed ora anche da quello Europeo… Loro, poveretti, man mano che le Leggi elettorali inventano nuovi sbarramenti per tagliare le gambe ai piccoli partiti, continuano a dividersi in mille rivoli, avvicinandosi come livello mentale ad una certa “area” della quale parlerò a breve… Rifondazione, Sinistra Critica, Sinistra e Libertà (così poco originali da ispirarsi persino a noi di Fascismo e Libertà per trovare un nome!), PDCI, Partito Comunista dei Lavoratori… Per non parlare di entità presenti solo in alcune zone come il Partito Comunista Marxista Leninista e la “Lista Comunista” presentatisi a Napoli, o di “galantuomini” che invitano all’astensione, come quelli del Partito Marxista Leninista Italiano, ovvero personaggi che da anni incitano dal loro sito, indisturbati dalla Magistratura italica, ad una “nuova piazzale Loreto per il neo Duce Berlusconi”!

Chissà come faranno questi poveretti a continuare a fare politica senza i rubli di Mosca e senza le prebende che gli derivavano dalla massiccia presenza nei Parlamenti Italiano ed Europeo! Sarà la volta buona per ricominciare ad occuparsi della sorte dei lavoratori italiani e delle classi meno abbienti, invece di correre dietro ai diritti di drogati, spacciatori di droga, squallidi travestiti che campavano vendendosi per strada a maschi e femmine indistintamente e teppaglia da galera dei cosiddetti “centri sociali”?

Tuttavia, le più matte risate ce le garantisce sempre la cosiddetta “area”… Intendiamoci, noi siamo fra quelli che non credono affatto all’esistenza di un’area, se con questo termine si vuole intendere un gruppo di movimenti e persone che hanno una visione comune della politica e della società, ma dato che molti insistono con questa tiritera dell’area, mi accodo a questa visione e tento di fare un’analisi di risultati e comportamenti di questa presunta “area”.

Come sempre, il risultato è stato un fiasco totale, in Europa come nei Comuni e nelle Province… Chi ha potuto partecipare alle Europee lo ha fatto solo grazie alla possibilità di essere presenti senza raccogliere firme, altrimenti nessuno ci sarebbe stato, ed ha raccolto risultati che definire un fallimento sarebbe fin troppo ottimistico: Fiamma Tricolore raccatta lo 0,79% dei consensi, Forza Nuova lo 0,47%, la coalizione di Storace il 2,2%. Lo stesso Storace, che prima delle elezioni con il suo fare arrogante dichiarava di puntare a superare il 5%, è in realtà quello che sta peggio, reduce com’era da quel 3% circa che la sua lista, in coalizione con FT, aveva raccolto alle ultime elezioni politiche; e se andiamo a guardare i risultati nei collegi, scopriamo che i voti presi dalla coalizione provengono quasi tutti dalle isole e dal sud, ovvero i due collegi dove il MPA di Lombardo faceva da traino… A conti fatti, valutando nell’1% a livello nazionale i voti raccolti dal MPA, e riconoscendo una percentuale simile ai pensionati, le forze del povero Storace si sono ridotte ad uno 0,2 – 0,3% a livello nazionale! Dato confermato dall’analisi dei voti ottenuti dalla coalizione nella Circoscrizione del Centro Italia, tradizionalmente considerata una roccaforte di Storace, Buontempo e soci: lo 0,66%.

Forse non avrà giovato a Storace la caccia all’ebreo che si è aperta nella cosiddetta “area”… No, non temete, non si tratta di una nuova “Notte dei Cristalli”, ma se mai del contendersi i favori del popolo eletto cercando di attirare a sé l’immancabile giudeo torinese Roberto Salerno, quello noto ai più per essersi dichiarato membro effettivo dei riservisti dell’esercito israeliano, nonché pronto a partire per una possibile guerra contro l’Iran… Questo campione dell’area fu punta di diamante di AN, poi de “La Destra” ed infine, in vista delle Europee, si è accasato con FT… E’ proprio vero, la cosiddetta “area” è molto aperta… Al giudaismo!

Purtroppo per FT questa iniezione di fresco giudaismo non ha giovato affatto, stante lo 0,79% di cui sopra… Ma il buon Romagnoli, che potremmo chiamare il Franceschini dei poveri, canta comunque vittoria, sostenendo di avere tenuto le posizioni! Contento lui…!

Il concetto di mantenere le posizioni può avere un senso quando si ha, in effetti, qualcosa di positivo ottenuto in passato e che si mantiene anche nel presente… Ma quando il passato ti ha portato solo fallimenti, non comprendo la soddisfazione di averli mantenuti!

Di questo passo anche noi del MFL potremmo definirci soddisfatti: non c’eravamo alle europee del 2004, non ci siamo stati a quelle del 2009: abbiamo mantenuto le posizioni!

Qualcosa mi dice che fra 5 anni, ovvero quando anche FT dovrà sottoporsi alle forche caudine di una raccolta firme che richiede 35 mila firme per ogni collegio, avremo compagnia insieme ai tanti che non ci saranno!

Stesso discorso vale per Forza Nuova, che nonostante la visibilità (ed i soldi) garantiti dalla presenza di un europarlamentare, riesce ad ottenere meno consensi dello sconosciuto Partito Comunista dei Lavoratori! E questo nonostante le ultime squallide abiure del Fascismo operate dai loro leader con grande enfasi sulla carta stampata… Per i soliti distratti, ho pubblicato sul mio blog l’articolo in questione uscito su “La Stampa” di Torino, ove i leader forzanovisti rifiutavano con forza ogni collegamento con il Fascismo (http://www.lavvocatodeldiavolo.biz/?p=475) usando parole difficilmente equivocabili: “Fascisti? No, grazie. E’ un’etichetta nella quale non ci riconosciamo. FN è un partito d’ispirazione cristiana, un partito cattolico”. Con buona pace dei tanti fessi che ancora militano là e si slogano il braccio destro esibendo il saluto romano!

Ovviamente, come accade nel mondo della politica che conta, nessun fiasco è così grande da convincere certi personaggi a farsi da parte dimettendosi… Dunque troveremo ancora Fiore, Romagnoli e Storace a guidare le loro “corazzate” verso nuovi naufragi, magari saltando qua e là, come loro costume, fra un’alleanza con il PDL ed una fra loro, passando per qualche fase da “soli contro tutti”… Già in questa tornata di elezioni amministrative si è visto di tutto, con alleanze e simboli variabili, con esponenti di movimenti inesistenti (o meglio, esistenti soltanto come squallidi diffusori di comunicati via mail non richiesti, veri e propri “spammer” dello stesso livello di quelli che spacciano Viagra falso o forniscono contatti con ragazze dell’est a basso prezzo…) candidarsi dietro simboli di movimenti che avevano criticato fino al giorno prima… Ma dato che al peggio non c’è mai fine, l’area saprà “donarci” di più, potete giurarci!

Può bastare? Ma nemmeno per sogno! Se tanta ilarità riescono a regalarci quelli che in un modo o nell’altro hanno partecipato alle elezioni, non sono da meno i milioni di movimenti, laboratori, gruppi e gruppetti che spuntano continuamente da ogni angolo d’Italia, tutti riconducibili al massimo al loro fondatore ed a 4 amici, ma tutti dotati di arroganza e protervia sopra ogni limite!

Abbiamo appreso dalle centinaia di mail indesiderate di cui sopra che qualche decina di gruppuscoli virtuali cercano di appropriarsi della “vittoria” rappresentata dall’astensione, quasi come se gli inviti deliranti ad astenersi mandati a qualche mailing list potessero cambiare la percezione che ha della politica l’elettore medio… Sarebbe da chiedere a tutti questi “vincitori” come mai non riescono a tradurre quel 40% di astenuti che avocano a sé in un misero 1% di consensi intorno alla loro sigla, invece di limitare la loro inutile presenza politica ad intasare gli indirizzi E-mail di persone e gruppi politici che hanno qualcosa di più serio da fare e pensare… Ma è inutile pretendere comportamenti logici da chi non si accorge di essere semplicemente ridicolo e di non essere mai riuscito ad essere presente con il suo simbolo ad una qualsiasi elezioni italiana, fosse anche quella del Comune di Moncenisio (TO), che ha circa 40 abitanti.

Meglio spararle grosse, essere segretari e presidenti di sé stessi, rivolgersi agli altri con sufficienza ed arroganza, creare una dozzina di nuove sigle al giorno… Salvo poi ergersi a paladini dell’unità dell’area!

In questi anni di politica attiva, sempre chiaramente e dichiaratamente da Fascista, ho visto e sentito mille millanterie smentite dai fatti, ma non mai visto nessuno dei tanti sedicenti leader prendere atto delle cazzate combinate per tentare di porvi rimedio; anni fa i leader di FN sostenevano che l’unità dell’area (quale? Fascista o cattolica?) si sarebbe realizzata sotto le insegne di FN. Stessa cosa sostenevano quelli del fu Fronte Nazionale e della Fiamma Tricolore… Per non parlare della pagliacciata denominata Alternativa Sociale, che è durata lo spazio di un tramonto. I risultati citati in questo articolo la dicono lunga sulle doti politiche e divinatorie di certi personaggi.

Ma nulla li convincerà a cambiare e/o a farsi da parte. Si continuerà la commedia degli equivoci voluta da chi si finge Fascista e Nazista in privato, ma è pronto a smentire davanti ad un giornalista qualunque; si proseguirà nell’atomizzazione dell’area, ma sostenendo sempre che le nuove sigle create serviranno a compattare l’area… E si continuerà a fare figure di m….. come quella delle ultime elezioni!

Noi, nel nostro piccolo, resteremo sempre qui, a dimostrare come un pugno di uomini con pochissimi mezzi e con moltissimi nemici (di regime e d’area), possono comunque ritagliarsi un piccolo spazio nella politica italiana, restando fedeli ai propri ideali, senza abiure e senza mai vendersi al Berlusconi di turno.

Agli altri, cioè a quelli che hanno dimostrato di non avere ideali e di essere interessati soltanto alla visibilità, ottenuta a prezzo di mille abiure e compromessi, riserviamo soltanto il nostro disprezzo e la nostra ironia. Ed a quelli che ogni giorno bussano alla nostra porta proponendoci alleanze e strani cartelli elettorali, rispondiamo invariabilmente che chi ci tiene tanto ad avere rapporti di cameratismo ed alleanza con noi, ha una sola strada: aderire al MFL e convertirsi ad una politica fatta di idee, di recupero delle nostre tradizioni storiche e politiche, di sabotaggi subiti dal regime antifascista e dall’area di venduti e traditori, nonché di sacrifici da fare per restare in piedi fra le rovine.

Spesso l’area ironizza sulle nostre dimensioni e ci definisce “pezzenti” per le nostre scarse risorse finanziarie… Ma noi piccoli e pezzenti abbiamo il vizio di lavorare duro per campare e per fare politica, non viviamo con i soldi di Berlusconi e di Fini… Ed abbiamo una cosa che in nessuno della cosiddetta “area” si può trovare: la dignità.

 

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

NONOSTANTE TUTTO…

sabato, 4 luglio 2009

… noi c’eravamo! Nonostante sabotaggi orchestrati da magistrati e prefetti mafiosi, il MFL è stato presente alle elezioni dove ha potuto, ed ha conseguito risultati anche egregi in un paio di comuni. Alla faccia di badogliani, traditori, abiuratori e venduti di ogni risma!

Pubblico a seguire una mia breve intervista rilasciata al regista e scrittore Renato Farina, nonchè i risultati elettorali del MFL tratti dal sito del Ministero dell’Interno.

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L’intervista che segue è stata pubblicata, nonostante i mafiosi in toga da magistrato avessero già sabotato la candidatura alla provincia di Torino del sottoscritto, sul Blog “VITA DI UN IO”, gestito dallo scrittore e regista Renato Farina, alias “soloparolesparse”.

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

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http://www.soloparolesparse.com/2009/05/elezioni-provinciali-2009-intervista-a-carlo-gariglio/

Terza puntata delle interviste ai candidati alla Presidenza della Provincia di Torino.
Dopo Claudia Porchietto, e Renzo Rabellino, risponde ora Carlo Gariglio, candidato per Fascismo e libertà.
Il dott. Gariglio ha tenuto a precisare che al momento la sua lista è stata esclusa dalle elezioni per irregolarità del simbolo. E’ stato presentato un ricorso al TAR che aspetta di essere analizzato.
Comunque vada a finire il ricorso ho deciso di dare spazio a tutti i candidati che si sono proposti e quindi pubblico anche le risposte del dott. Gariglio.
Ricordo che le interviste sono pubblicate nell’ordine in cui mi arrivano le risposte, che sono pubblicate senza alcuna mia considerazione e che i commenti sono aperti.
Trovate tutte le altre interviste taggate elezioni 2009.

Qui di seguito le risposte di Carlo Gariglio.

1. Negli ultimi anni da più parti si è ventilata l’ipotesi di cancellare le Province Italiane in quanto ritenute da alcuni un inutile via di mezzo tra Comuni e Regioni. Quali pensa siano le peculiarità dell’ente Provincia e quindi perchè pensa che debbano sopravvivere?

Il nostro movimento è forse l’unico nel panorama politico italiano a proporre, fin dalla sua fondazione, la soppressione delle Regioni ed il rafforzamento dei poteri delle Province; sono le Regioni gli inutili carrozzoni che i partiti usano per parcheggiare i vari “trombati” a livello nazionale ed europeo, i quali si sono, nel corso degli anni, elargiti prebende e privilegi del tutto simili a quelli dei parlamentari, tipo l’immonda leggina che consente anche ai consiglieri regionali di godere della pensione dopo 2 anni e mezzo di carica. Inoltre, sono proprio le regioni ad avere competenze scarse ed incerte, indi queste potrebbero tranquillamente essere assorbite dalle province le quali, quanto meno, hanno un senso territoriale, dato che accorpano comuni siti in aree omogenee e normalmente aventi caratteristiche, peculiarità e problemi uniformi… Cosa che non si può certo dire delle regioni: che cosa hanno in comune aree come la turistica Verbania, la Torino industriale, le zone vinicole come Asti e Cuneo, le zone note per le loro risaie come Vercelli e Novara, la manifatturiera Biella…?

2. Quale sarà il primo intervento (il più urgente) nel caso venisse eletto come Presidente della Provincia di Torino. Ed in che tempi prevede di poter applicare questo intervento?

Data l’attuale crisi, ritengo che il problema più urgente sia quello del lavoro, specie per quanto riguarda chi il lavoro lo ha perso o sta per perderlo. Indi la ristrutturazione e messa in piena operatività dei Centri per l’impiego (che sono le strutture dell’Agenzia del lavoro decentrate sul territorio provinciale), rappresenta una priorità assoluta. Questi Centri vanno ampliati sul territorio e dotati dei più ampi mezzi per fare incontrare domanda ed offerta lavorativa; così facendo si creeranno innanzi tutto nuovi posti di lavoro legati proprio alla gestione degli uffici stessi, nonché opportunità anche più ampie per le esigenze di chi cerca lavoro e di chi lo offre. Ovviamente, come abbiamo sottolineato nel nostro programma amministrativo, la precedenza nel collocamento va data innanzi tutto ai residenti della provincia, per poi passare ai cittadini italiani e solo in ultimo agli stranieri residenti e regolari. In questo modo si potrà dimostrare se e in che misura il luogo comune circa gli italiani che non vogliono più fare determinati lavori sia realistico.

3. Il governo del Paese in maniera decisa affidato al centro-destra. Il governo del Comune di Torino e della Regione Piemonte altrettanto fortemente assegnati al centro-sinistra. Come pensa di collocarsi nella gestione della Provincia tra questi due opposti?

Mi collocherei a meraviglia, dato che il Fascismo è nato proprio come una “Terza Via” che si collocava in mezzo fra i due schieramenti che andavano per la maggiore, ovvero la sinistra socialista – comunista e la destra liberalcapitalista; al di là di quanto dicono i falsi storici ed i commentatori politici a digiuno di studi storici, il Fascismo non fu mai di destra; non a caso legiferò a favore delle classi meno abbienti come mai nessun governo di sinistra aveva fatto prima, né avrebbe fatto dopo. Unire quanto di buono propongono la destra e la sinistra fu proprio la peculiarità del Fascismo che noi, modestamente, vorremmo riportare sulla scena della politica locale ed italiana. Tutela della legalità e del suolo Patrio si possono coniugare benissimo con la tutela delle classi lavoratrici e disagiate in genere, così come la libertà di mercato e di impresa si possono coniugare con la limitazione della rapacità delle classi borghesi ai danni di quelle meno abbienti.
Se e quando ci lasceranno governare, senza anacronistici sabotaggi di regime e assurde limitazioni ai nostri diritti politici, sapremo dimostrarlo.

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