Dirk Zimmerman: così si condanna un uomo nella “democratica” Germania

26 ottobre 2009

Immagino che questa notizia procurerà un vero orgasmo ai vari Alemanno, Marrazzo (i cui orgasmi con i travestiti di solito costano ben di più…) e giudeame assortito, ivi compreso colui che abusa della carica di Rettore dell’Università “La Sapienza” di Roma, pur mostrando una cultura storica da scuole elementari ed una civiltà sociale e giuridica degna di Di Pietro…

Ecco cosa può capitare a chi vive in quella che i leghisti definirono, non a torto, Forcolandia… Presto, grazie agli infami politici italiani stipendiati dalla lobby giudaica, anche noi ci ritroveremo prelevati notte tempo dalle nostre case e trasportati in Germania o in Repubblica Ceca, dopo di che, terminato un processo farsa degno dei tribunali “del popolo” di partigiana memoria, ci accomoderemo in una cella a scontare la nostra pena per avere osato contestare cifre e modalità di esecuzione del pretesto “olocausto”.

A meno che l’opinione pubblica e la collera del popolo non facciano fare la fine che si meritano a questi maiali prestati alla politica, alla polizia del pensiero ed alla magistratura asservita.

Ma su questo non mi farei illusioni… Al decerebrato medio che rappresenta il cittadino italiano, bastano le partite di calcio, i concerti rock, le discoteche ed i reality show per non ribellarsi e protestare!

Carlo Gariglio

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Dirk Zimmerman è un altro giovane tedesco che si è autodenunciato in patria per “negazionismo” dell’Olocausto. E’ stato condannato il 23 Ottobre 2009 a 9 mesi di prigione senza condizionale. Ecco il resoconto dell’udienza in cui è stata decisa la sua condanna:

“Oggi ha avuto luogo il processo, lungamente atteso, contro Dirk Zimmerman, che aveva inviato una copia delle Conferenze sull’Olocausto[1] di Germar Rudolf al sindaco di Heilbronn e rispettivamente ai pastori cattolico e protestante della sua comunità. L’aula del tribunale era stracolma, molti visitatori hanno dovuto portarsi dietro la sedia da altre sale dell’edificio in modo da potersi sedere. I sostenitori si sono comportati tutti in modo magnifico – niente risate, risatine, brontolii, nervosismi o mormorii ecc, assolutamente nulla. Tutti ben vestiti. Il giudice – Frank Haberzettel – ha aperto l’udienza alle 13.45, circa. Ha dapprima verificato le generalità di Dirk, poi il pubblico ministero ha letto l’imputazione. La solita roba. Il libro di Rudolf è pieno di antisemitismo, istiga all’odio razziale, Zimmerman ha messo in pericolo la quiete pubblica distribuendo il libro e, inoltre, Zimmerman vuole che i destinatari diffondano il detto libro. Ha chiesto una condanna a 9 mesi, senza sospensione della sentenza.

Dopo che l’avvocato di Dirk aveva puntualizzato che non avrebbe annoiato la corte con la presentazione di mozioni, Haberzettel ha proceduto a interrogare l’imputato. Le domande sono state molto dirette: Perché ha inviato le copie del libro? E’ d’accordo con il contenuto del libro di Rudolf? Ha letto altre cose sull’argomento, come libri “mainstream” di storia della seconda guerra mondiale? Perché ha mandato copie del libro a quei destinatari specifici? In caso di condanna, continuerebbe su questa strada dopo aver scontato la pena? Ecc. ecc. Dirk ha risposto a tutte le domande con sincerità, calma e chiarezza, mettendo soprattutto in chiaro che egli dubita della veridicità della Olo-storia e chiedendo il diritto alla libertà di opinione e di parola. Tuttavia, l’ultima domanda era delicata, poiché Dirk non voleva mentire. Haberzettel ha ripetuto la domanda varie volte, perché Dirk trovava difficile rispondere in modo sincero senza vanificare ogni speranza di assoluzione trovandosi però nello stesso tempo nell’impossibilità di mentire.

Dopo che l’imputato ha risposto alle domande, Haberzettel ha chiamato un testimone – il funzionario di polizia che aveva interrogato Dirk per primo. Il funzionario ha detto alla corte che Dirk era d’accordo con i contenuti del libro e che l’imputato gli ha fatto una buona impressione. Il testimone ha poi detto alla corte che l’imputato aveva cancellato la parola “tedesco” nella parte del verbale in cui si dichiara la nazionalità della persona, e l’aveva sostituita con “Reich tedesco”. Richiesto del perché aveva agito in tal modo, Dirk aveva fatto notare che “tedesco” è un aggettivo e non può essere usato correttamente per descrivere la nazionalità.

Poi è stata la volta delle dichiarazioni conclusive. Il pubblico ministero ha evidenziato il pericolo del negazionismo e della diffusione di questo tipo di letteratura, riferendosi al libro di Rudolf come un cumulo di porcherie, e ha descritto Dirk come un fanatico confuso e contorto. La solita roba. Poi ha parlato l’avvocato di Dirk, che ha detto di credere totalmente all’Olocausto ma che Dirk è un bravo ragazzo che non ha fatto nulla di male e che dovrebbe essere assolto. Infine, è stato Dirk a rendere la sua dichiarazione, con cui ha mostrato che il pubblico ministero aveva mentito quando ha detto che Dirk aveva chiesto ai destinatari del libro di diffonderlo – cosa che Dirk non aveva fatto, e ha anche mostrato che essere bollato come fanatico è assolutamente ridicolo, visto che lui è interessato solo alla libertà di parola. Tutto sommato, un discorso breve e buono, che veniva dal cuore.

Haberzettel si è poi ritirato per 40 minuti per prendere la sua decisione. Alle 15.35 ha letto il verdetto: 9 mesi di reclusione, la sentenza non sarà sospesa. Come motivazione ha detto che la libertà di parola è garantita ma che essa non si estende all’Olo. Non vi può essere discussione sull’Olo perché è avvenuto. Di nuovo, la solita roba. Mentre per la severità della sentenza, il giudice ha fatto notare che Dirk non ha afferrato il “ponte d’oro” che gli era stato offerto, e cioè ha risposto in modo sbagliato alla domanda finale: avrebbe continuato anche in futuro sulla stessa strada? Haberzettel ha detto che il profilo sociale di Dirk era davvero buono, poiché è sposato, ha due bambini e non ha precedenti penali. E ha poi fatto la seguente affermazione: “Il suo profilo criminale però è scioccante e sono convinto che non abbiamo ancora visto l’ultima delle sue malefatte”.

E questo è tutto: per aver mandato il libro di Rudolf a tre persone, Dirk Zimmerman, padre di due bambini, nessun precedente penale, con un lavoro fisso, è stato condannato a 9 mesi di prigione”.

Markus Haverkamp

[1] http://vho.org/dl/ENG/loth.pdf

Pubblicato da Andrea Carancini a 4.34 0 commenti

SEMPRE A PROPOSITO DI FAVOLE OLOCAUSTICHE…

25 ottobre 2009

Ancora utili lezioni che dovrebbero studiarsi a fondo i cialtroni come Alemanno ed il “rettore” dell’Università “La Sapienza” di Roma…

Magari per una volta capirebbero qualcosa dell’argomento con il quale si riempiono la bocca blaterando a vanvera.

Ovviamente quelli del partito giudaico di Repubblica queste cose le sanno bene, essendo uno dei più pericolosi veicoli che il giudaismo italiano utilizza per fare viaggiare le sue aberranti teorie ed i suoi incitamenti all’odio e all’aggressione di chiunque non si pieghi alla religione olocaustica.

E pensare che questi escrementi umani hanno pure il coraggio di manifestare per la “libertà” di stampa (ovvero di stampare ogni sorta di cazzata) e di fare la paternale moralistica a Berlusconi e soci!

Possibile che ci sia ancora qualcuno così coglione da leggere “Repubblica”?

Carlo Gariglio

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OLOCAUSTO: UN PERICOLO IDEOLOGICO – di: Paul Grubach

Il 24 Ottobre 2008, poco prima delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il revisionista americano Paul Grubach pubblicava il seguente articolo messo poi in rete sul suo sito e su quello di Bradley Smith: http://www.codoh.com/author/grubach.html e http://www.codoh.com/viewpoints/vppgideo.html

Nel 2005, il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, fece, a proposito dell’Olocausto, un’astuta riflessione che sarebbe stata ascoltata nel mondo intero: “L’Occidente da più importanza al mito del genocidio degli ebrei che non a Dio, alla religione o ai profeti “.

Egli avanzò in seguito la seguente proposta:

“Se l’Occidente aveva commesso un crimine così abominevole nei confronti degli ebrei, toccava a lui concedere una parte dell’Europa, degli Stati Uniti, del Canada o dell’Alaska. I Palestinesi non avrebbero dovuto pagare per i pretesi crimini commessi da altri“.

Il capo dei riformisti, Mehdi Karroubi, candidato alle prossime elezioni, avrebbe detto che i commenti di Ahmadinejad sono costati un occhio della testa all’Iran: “Abbiamo pagato caro le affermazioni del presidente circa l’Olocaust “, ha affermato, “E non vedo che cosa ci guadagniamo in cambio “.

Ciò che Karroubi ha apparentemente dimenticato di dire è che, in futuro, potrebbe darsi che l’Iran e l’Occidente la debbano pagare cara per questa sottomissione mondiale alla dottrina dell’Olocausto.

Questa assenza di qualsiasi messa in dubbio pubblica e di qualsiasi verifica di questo dogma non ha portato che diffamazioni, morti e sofferenze e il rischio di preparare il terreno ad una futura guerra distruttrice contro il popolo iraniano, ciò che porterà un disastro nel mondo intero.

Come è stato riconosciuto dal celebre universitario ebreo David Klinghoffer nel giornale  “FORWARD“: “Il mondo sa bene a che punto la comunità ebraica protegge gelosamente questo Olocausto, sia come memoria che come arma “.

Come andremo a vedere, l’Olocausto è in effetti una potente arma ideologica che è servita contro gli europei, i cristiani, i palestinesi e i musulmani. Ma pare che sarà il popolo iraniano ad essere la futura vittima di quest’arma ideologica mortale.

L’OLOCAUSTO E LA PULIZIA ETNICA DELLA PALESTINA

Lo storico israeliano Ilan Pappe che ha insegnato all’università di Haifa e attualmente insegna all’università di Exeter (Gran Bretagna), ha dimostrato come l’Olocausto è stato impiegato come arma contro gli arabi palestinesi nella guerra per la creazione dello Stato di Israele. (Pappe non è revisionista e suppongo che creda alla versione olocaustica tradizionale).

Nel conflitto sionista-palestinese del 1948, i palestinesi, e gli arabi in generale, venivano descritti come dei nazisti pronti a perpetrare un nuovo Olocausto.

Citiamo il Prof. Pappe parola per parola: “Questa volontà di presentare i palestinesi e gli arabi in generale come dei nazisti era lo stratagemma che permetteva di assicurarsi che, tre anni dopo l’Olocausto, i soldati ebrei non avrebbero esitato nel momento di ricevere l’ordine di pulire,a ammazzare e distruggere altri esseri umani“.

Ciò stava a significare che il preteso Olocausto nazista era il cuore di una campagna di propaganda che aveva come scopo l’accertarsi che i soldati ebrei non avrebbero indugiato ad opprimere e ad uccidere dei palestinesi al momento della presa di controllo della Palestina da parte dei sionisti.

Pappe faceva notare in seguito che la dottrina olocaustica era stata utilizzata in Occidente per mettere a tacere ogni opposizione ai progetti sionisti sulla Palestina: “Una cospirazione del silenzio da parte della Croce Rossa internazionale e dei giornalisti occidentali ha coperto i crimini sionisti (cioè la pulizia etnica della Palestina) “, scriveva ancora Pappe. Per lui “il messaggio inviato agli ebrei era che l’Europa voleva espiare il suo silenzio durante la persecuzione ebraica. Dare il via alla costituzione del loro Stato era un modo di voltare pagina davanti a ciò che l’Occidente aveva permesso che si facesse agli ebrei durante la seconda guerra mondiale “.

Pappe non è il solo universitario israeliano a dimostrare che l’Olocausto è servito da principale arma di propaganda per far tacere ogni opposizione alla presa di controllo della Palestina da parte del sionismo e “giustificare” il non-rispetto dei diritti dell’uomo dei palestinesi.

DOTTRINA OLOCAUSTICA, NEO-CONSERVATORISMO E INVASIONE AMERICANA DELL’IRAK

Cosa importante: Jacob Heilbrunn fa notare che l’Olocausto è servito come “giustificazione” ai neoconservatori per l’invasione americana dell’Irak (Anche in questo caso, Heilbrunn non è revisionista e si può dedurre che creda alla versione ortodossa dell’Olocausto).

Egli scrive: “Finalmente i neoconservatori hanno presentato un certo numero di ragioni per giustificare la guerra contro Saddam. Il loro moralismo non proveniva tanto da sogni imperialisti, quanto da qualcos’altro: la convinzione profonda che l’America era la sola barriera contro un secondo Olocausto. In qualità di ebrei, loro stessi (e i loro alleati conservatori cattolici) erano ossessionati dal ricordo che gli Alleati non fecero niente per mettere fine all’Olocausto e credevano fermamente che era dovere dell’America agire preventivamente per evitarne un altro “.

E allora eccoci al dunque. La dottrina olocaustica era là per “giustificare” la disastrosa invasione americana dell’Irak: nella mente dei neoconservatori, gli Stati Uniti dovevano invadere l’Irak per impedire a Saddam Hussein di perpetrare un nuovo Olocausto contro gli ebrei in Israele.

Risultato: più di 4.000 soldati americani e una moltitudine di civili irakeni vi hanno trovato la morte e ciò prova nuovamente che l’Olocausto è una dottrina pericolosa e una minaccia per gli uomini.

L’OLOCAUSTO CHE “GIUSTIFICA” L’ODIO, LA DIFFAMAZIONE E GLI OMICIDI DI MASSA.

C’è una persona che sparge odio quando parla dell’Olocausto, si tratta del premio Nobel per la Pace e “testimone principale” dell’Olocausto Elie Wiesel. Egli lancia apertamente appelli all’odio quando scrive: “Ogni ebreo, in qualche parte dentro di lui, dovrebbe costruirsi una zona di odio, un odio sano e virile per ciò che il tedesco impersona e per ciò che persiste nel tedesco. Agire diversamente sarebbe come tradire i morti “. Incitamenti come quello, provenienti da un’importante icona ebraica, sono suscettibili a spingere gli ebrei a detestare i tedeschi. Wiesel non si è solo servito dell’Olocausto per incitare all’odio, ma anche per attaccare la civiltà cristiana nel suo insieme. Egli dichiarò infatti che “Auschwitz significa…il fallimento di duemila anni di civilizzazione cristiana…”.

In uno studio apparso nel settimanale ebraico “FORWARD”, il presidente della Union for Reform Judaism, il rabbino Eric Yoffe, dice: “E in Europa, che porta la marca di Caino per via della sua complicità nell’Olocausto, il conflitto arabo-israeliano è diventato un mezzo per discolparsi, presentando le vittime israeliane come dei nazisti. Tentano di liberare le loro coscienze ribaltando su di noi (gli ebrei) i loro peccati “.

Quindi , ancora una volta ci troviamo dinnanzi ad un importante esponente ebraico che afferma che gli europei non-ebrei portano il segno dell’assassino biblico Caino a causa di questo preteso Olocausto.

Nei confronti dell’etica europea moderna, i sionisti ebrei hanno “il diritto” di servirsi dell’Olocausto per diffamare gli europei non-ebrei.

Esiste tuttavia un esempio ancora più scandaloso che dimostra quanto la dottrina olocaustica costituisca una minaccia per la vita sulla terra.

Pubblicata nel 1989, “ Testimony: Contemporary Writers Make the Holocaust Personal” (Testimonianza: autori contemporanei gettano uno sguardo personale sull’Olocausto), si tratta di un’opera importante nella quale  romanzieri,  saggisti e  poeti ebrei spiegano l’influenza che ha avuto l’Olocausto sulla loro vita e sul loro modo di pensare. La testimonianza di Jane De Lynn, autrice premiata, è qualcosa di scioccante. Essa scrive: “Malgrado io sia, in linea di massima, favorevole al disarmo nucleare, sono FELICE che lo Stato d’Israele possegga una bomba atomica ed il mantenimento dell’esistenza di Israele è la sola causa per la quale stimo sia giustificato l’uso delle armi nucleari. Diciamo le cose freddamente e meccanicamente: non ne sono certa ma credo che se dovessi scegliere tra la sopravvivenza di Israele e quella di 4 o 5 miliardi di persone nel resto del mondo, io sceglierei i 4 milioni di ebrei israeliani “.

Il lettore si rende conto dell’orrore ivi profuso? Siccome si dice che sei milioni di ebrei sarebbero periti nell’Olocausto allora la distruzione nucleare del mondo non ebraico sarebbe preferibile e giustificata pur di salvare l’Israele ebraico!

Non pensi il lettore che Jane De Lynn sia una specie di povera pazza e ignorata da chiunque: è una scrittrice celebre rispettata e ascoltata nelle comunità ebraiche e dei Gentili. Quanti fra gli altri sionisti ebrei alto locati condividono la sua convinzione? Non è difficile capire il pericolo che rappresentano pensieri di questo genere.

L’OLOCAUSTO COME ARMA CONTRO I MUSULMANI E CONTRO L’IRAN

Oggi vediamo delinearsi un’altra tendenza. Pare che in futuro gli ideologi sionisti si serviranno dell’Olocausto per oscurare l’immagine dei musulmani e degli Iraniani.

Nel numero dell’8 Gennaio 2006 del “San Francisco Chronicle“, lo scrittore pro-sionista Edwin Black faceva la seguente dichiarazione: “Mahmoud Ahmadinejad si è messo alla testa del negazionismo con le sue affermazioni infiammatorie del mese scorso. Sarebbe piuttosto dell’autonegazionismo: il presidente dell’Iran farebbe bene ad informarsi sul passato del suo paese all’epoca di Hitler e scoprirà che l’Iran e gli Iraniani furono saldamente legati all’Olocausto e al regime hitleriano, come lo è stato tutto il mondo islamico sotto la dirigenza del Mufti di Gerusalemme “.

A dar credito a questo propagandista sionista, gli Iraniani ed in particolare i musulmani in generale sono ora dei “complici” del preteso assassinio di massa degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Mi pare che idee del genere non possano altro che generare odio verso i musulmani e gli iraniani.

Nel Settembre 2007 il presidente Gorge W. Bush invocava la religione olocaustica come “giustificazione” di un eventuale attacco contro l’Iran e lo scoppio di una guerra mondiale.

Bush avrebbe detto: “Perseguendo attivamente una tecnologia che potrebbe portare ad armi nucleari, l’Iran minaccia di mettere la regione, già nota per la sua instabilità e la sua violenza, davanti alla prospettiva di un olocausto nucleare “. E un anziano assistente della Casa Bianca, a proposito della dichiarazione di Bush, precisa: “Utilizzando la parola OLOCAUSTO, il Sig. Bush fornisce una ragione morale allo stato di Israele di fare ciò che deve fare “.

Israele è forse in procinto di pianificare una guerra che comporterebbe un significante numero di morti, servendosi, per “giustificarla”, di affermazioni dubbiose sull’Olocausto degli ebrei risalente all’ultimo conflitto mondiale. Ciò è stato confermato in seguito dal candidato repubblicano alle presidenziali John McCain il quale, pure lui, si è riferito alla dottrina dell’Olocausto per “legittimare” un eventuale prossimo attacco contro l’Iran.

Nel suo primo dibattito con Barak Obama, McCain ha pronunciato: “Non possiamo permettere che abbia luogo un secondo Olocausto “.

Il capo religioso riformista Karroubi ha in parte ragione: l’Iran è stato condannato dai governi occidentali e dai media a causa delle critiche formulate dal presidente Ahmadinejad contro la religione dell’Olocausto. Ciò che però Karroubi dimentica di far notare è il fatto che, accettare senza dire niente la dottrina olocaustica, il fatto di non contestarla, può portare ad una guerra distruttrice contro il suo stesso popolo e questo si trasformerebbe in un disastro per il mondo intero.

Per essere chiari, la dottrina olocaustica è, come ho già dimostrato, usata oggigiorno come “giustificazione” ideologica per una futura guerra devastatrice contro l’Iran. Solo per questa ragione l’Olocausto dovrebbe essere l’oggetto di un dibattito e di un esame solidi. Se si riuscirà a sbullonare questa “giustificazione”, si potrà evitare questa guerra e salvare decine di migliaia di vite.

Prima di criticare i propositi del presidente Ahmadinejad sull’Olocausto, Karroubi farebbe meglio a rendersi conto come questa dottrina rischia di andare contro il popolo iraniano e come questa sia stata usata in passato contro gli europei, i cristiani e i palestinesi.

CHE COSA FARE ALLORA?

Come ho già dimostrato, la rappresentazione tradizionale dell’Olocausto è servita a “legittimare” l’odio, la diffamazione, la pulizia etnica nonché future guerre con massacri di massa.

In Occidente l’ideologia olocaustica è stata elevata a statuto di religione intollerante.

Contestarla è l’ultimo “peccato mortale”. Anche il professore israeliano Beit-Hallami ha l’onestà di riconoscere che da quando viene brandito il dogma dell’Olocausto per “giustificare” un progetto politico, ogni dibattito, ogni discussione, diventano impossibili.

Un simile scenario è dunque in contraddizione con la filosofia politica dei governi democratici, poiché ogni dottrina suscettibile di influenzare la politica di una nazione o nel mondo, com’è senz’altro il caso dell’Olocausto, dovrebbe essere oggetto di un esame scrupoloso.

In un mondo di guerre senza fine e di violenza dove noi viviamo, è dovere di ciascuno di noi contribuire a portare delle soluzioni pacifiche ai problemi sui quali si confronta l’umanità. In quanto a questi interessi potenti che sono dietro all’ideologia dell’Olocausto, sta ora a loro di impegnarsi con i loro avversari, i revisionisti, per un dibattito pacifico e democratico al fine che sia fatta luce sulla sorte degli ebrei nell’ultima guerra mondiale. Si: fare uno studio critico del dogma dell’Olocausto sarebbe agire nell’interesse dell’Iran, degli Stati Uniti e del mondo nel suo insieme.

E’ così che parteciperemo alla costruzione di un ordine mondiale più ragionevole e più umano.

FALSARI GIUDEI ED INFAMI REGGICODA…

22 ottobre 2009

Proprio oggi una notizia cattura la mia attenzione:

ROMA (22 ottobre) – Afferma che «è ingiustificabile un museo dell’Olocausto a Roma e inutile spendere soldi per i viaggi ad Auschwitz». Di Dachau dice che «è meglio di molti paesini della Calabria» e sulla frase che ha scatenato le proteste, «l’olocausto è una leggenda», spiega: «manca un punto interrogativo». Rivendica «il diritto di libero pensiero» e dice che ad attaccarlo sono i sionisti. Polemiche sul ricercatore di filosofia del diritto della Sapienza Antonio Caracciolo, 59 anni e ricercatore dal ’94, che secondo la Repubblica ha definito l’Olocausto una leggenda.

Le reazioni. Il sindaco Gianni Alemanno chiede «verifiche sulle dichiarazioni e, se vengono confermate, che il professore venga sospeso». «Mi sembra di aver letto che è anche iscritto a un club di Forza Italia. Faremo verifiche anche in questo senso» dice Alemanno secondo il quale il professore «o è in malafede o non ha nessun fondamento culturale». «Il professore farebbe bene ad andare a Dachau, dove io sono stato all’età di 16 anni, oppure, se non può recarsi all’estero, dovrebbe visitare almeno le Fosse Ardeatine», ha commentato il rettore dell’università La Sapienza di Roma Luigi Frati. Il presidente della Regione Lazio lo inviata ad andare a visitare «la stanza dei bambini a Birkenau». «Deve essere allontanato immediatamente con infamia dall’Università La Sapienza» commenta Stefano Pedica, coordinatore dell’Italia dei Valori del Lazio.

Come di consueto, le urla lanciate dai giudei e dai loro infami lacchè come il sindaco Alemanno, sono una conferma indiretta della giustezza delle affermazioni di uomini coraggiosi e preparati, ovvero persone che, a differenza delle nullità citate nell’articolo, si sono prese la briga di studiare le cose senza fermarsi ai documentari della RAI ed alle bufale giudaiche…

Chi è capace di leggere non può che concordare con il ricercatore Caracciolo e con le migliaia di seri studiosi che in tutto il mondo sono perseguitati per il solo fatto di dire la verità.

Al ricercatore Caracciolo tutta la mia solidarietà… Ai vari Alemanno, Frati (autore di un comico autogol, dato che si vanta di avere visitato Dachau, ove l’unico sterminio fu quello compiuto dai prigionieri “liberati” ai danno delle SS di stanza nel campo e che mostra tutta la sua cultura mischiando olocausto e rappresaglie legittime tedesche come quella seguita all’infamia di Via Rasella… Se questa è la cultura storica del Rettore, speriamo che chiudano presto “La Sapienza”!), Pedica (che fa concorrenza allo scimmiesco Di Pietro, suo capo bastone, nella gara a chi è più ignorante ed arrogante)  e compagnia brutta, oltre a tutto il mio disprezzo dedico uno dei tantissimi articoli che farebbero bene a leggere fra una leccata al deretano dei giudei e l’altra..

Magari impareranno qualcosa a proposito delle falsificazioni storiche e delle invenzioni olocaustiche di mai esistite “camere a gas”!

Carlo Gariglio

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BUCHENWALD: LEGGENDA E REALTA’ – di Mark Weber dell’Institute of Historical Review

Traduzione a cura di Gian Franco SPOTTI

Buchenwald viene ampiamente considerato come uno dei più famigerati “campi della morte” nella Germania del tempo di guerra. Ciò nonostante, questa immagine accuratamente coltivata ha poco a che vedere con la realtà. Oggi, a più di 60 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo campo merita un diverso giudizio ben più obiettivo.

STORIA E FUNZIONE

Il campo di concentramento di Buchenwald si trovava su una boscosa collina fuori da Weimar, in quella che poi divenne la Germania dell’Est. Fu aperto nel Luglio del 1937. Fino a prima della guerra quasi tutti i detenuti erano sia criminali professionisti o prigionieri politici (la maggior parte di loro ardenti comunisti). Ben 2.300 prigionieri di Buchenwald furono amnistiati nel 1939 in onore del 50° compleanno di Hitler.

Allo scoppio della guerra nel Settembre del 1939, la popolazione del campo era di 5.300 persone.

Il numero aumentò arrivando a 12.000 all’inizio del 1943 e poi incrementò rapidamente poiché molti lavoratori stranieri, specialmente polacchi, ucraini e russi, vi furono deportati per essere utilizzati nell’industria bellica (nota 1).

Durante gli anni della guerra, Buchenwald fu allargata diventando un vasto complesso con oltre cento fabbriche satellite, miniere e officine sparse in una vasta area della Germania. La più importante di queste era probabilmente lo stabilimento sotterraneo di Dora che produceva i razzi V-2. Nell’Ottobre del 1944 divenne il campo indipendente di Nordhausen (Mittelbau). (nota 2).

Molte migliaia di ebrei arrivarono a Buchenwald dall’Ungheria e da vari campi orientali nel 1944 e 1945. La maggior parte furono evacuati via ferrovia da Auschwitz e da altri campi minacciati dall’avanzata dell’Armata Rossa. (nota 3).

Il numero di detenuti aumentò enormemente durante gli ultimi mesi della guerra: 34.000 nel Novembre 1943, 44.000 nell’Aprile 1944 e 80.000 nell’Agosto 1944.

Il picco mensile fu raggiunto alla fine di Febbraio 1945, quando 86.000 detenuti erano ammassati nel campo gravemente sovraffollato. Circa 30.000 prigionieri furono evacuati da Buchenwald nella settimana prima dell’arrivo dell’esercito americano (11 Aprile 1945). Un totale di 239.000 persone furono internate nel campo fra il 1937 e l’Aprile del 1945. (nota 4).

IL COMANDANTE E SUA MOGLIE

Il primo comandante, Karl Koch, diresse Buchenwald dal 1937 agli inizi del 1942, quando fu trasferito a Majdanek. Si dimostrò essere un amministratore brutale e corrotto che si arricchì rubando valori a numerosi detenuti i quali furono poi uccisi per non lasciare traccia di questi furti.

Il medico del campo, Dr. Waldemar Hoven, uccise molti detenuti in collaborazione con Koch e l’organizzazione comunista clandestina del campo. Koch fu poi in seguito giudicato, da un tribunale delle SS, colpevole di omicidio e corruzione e quindi condannato a morte. (nota 5).

Sua moglie, Ilse Koch, fu coinvolta in molti crimini del marito ma l’accusa infondata che avesse delle lampade ed altri articoli prodotti con la pelle dei detenuti uccisi non era vera. Questa asserzione fu fatta dall’accusa durante il processo di Norimberga. (nota 6).

Il Generale Lucius D. Clay, Comandante in Capo delle forze americane in Europa e Governatore Militare della zona di occupazione americana in Germania, dal 1947 al 1949, riesaminò attentamente il caso di Ilse Koch nel 1948 e trovò che, qualunque misfatto avesse compiuto, l’accusa riguardante le lampade in pelle umana era senza fondamento. Egli trasformò la sentenza da ergastolo a quattro anni di prigione ed informò il Dipartimento dell’Esercito di Washington che: “non ci sono prove convincenti che Ilse Koch avesse selezionato i detenuti da uccidere per averne la pelle o che fosse in possesso di articoli fatti in pelle umana “ (nota 7).

Durante un intervista nel 1976 Clay ricordava così il caso:

Processammo Ilse Koch. Fu condannata all’ergastolo ed io lo trasformai in una detenzione di quattro anni. Alla nostra stampa non piacque tutto questo. Essa fu distrutta dal fatto che un reporter intraprendente, che per primo entrò nella sua casa, le affibiò il simpatico nome di Troia di Buchenwald e vi trovò alcuni paralumi che descrisse essere fatti di parti umane. Risultò che quelle parti erano di capra, ma durante il processo continuavano ad essere parti umane. Era impossibile per lei ottenere un processo equo. I tedeschi la presero e le diedero 12 anni per come aveva trattato il suo popolo, ma, a dire il vero, non si trattava di un crimine di guerra nel vero senso della parola. Questo era il genere di cose con le quali avevamo a che fare ogni volta”. (nota 08)

I DETENUTI: VITA E MORTE

Non c’è dubbio che siano state commesse atrocità nei confronti di detenuti di Buchenwald.

Tuttavia, almeno per una gran parte di esse, furono commesse non dalle guardie tedesche delle SS ma dall’organizzazione clandestina comunista del campo che ottenne quasi l’intero controllo del campo dopo il 1943. Questa rilevante situazione fu confermata in un dettagliato documento del controspionaggio militare americano del 24 Aprile 1945, intitolato: Buchenwald: un rapporto preliminare. (nota 9). Questa analisi confidenziale rimase secretata fino al 1972.

In una breve premessa, il capo del controspionaggio militare Alfred Toombs chiamò questo rapporto segreto “uno dei racconti più significativi finora scritto su un aspetto della vita della Germania nazista “, perché  “racconta come i prigionieri di Buchenwald organizzarono loro stessi un terrore mortale all’interno del terrore nazista“. Toombs aggiunse che l’accuratezza della stesura del rapporto fu confermata in modo imparziale.

Mentre grandi quantità di prigionieri iniziavano ad arrivare al campo durante gli anni della guerra, diceva il rapporto confidenziale, le SS in sotto-organico di numero, ritennero necessario affidare una sempre più ampia fetta di amministrazione del campo agli stessi detenuti. In pratica ciò significava che già nel 1943 la bene organizzata e disciplinata organizzazione comunista di prigionieri aveva preso il virtuale e totale controllo delle operazioni interne del campo.

Il rapporto dichiarava:

I commissari – fiduciari avevano ampi poteri sui loro colleghi detenuti. In un primo momento questi venivano scelti quasi esclusivamente fra i criminali tedeschi. Questo periodo durò fino al 1942. Poi, poco a poco, i comunisti iniziarono a prendere il controllo di questa organizzazione. Erano i detenuti più anziani, con 10 – 12 anni di reclusione alle spalle. Si coalizzarono con estrema tenacità, mentre gli elementi criminali si preoccupavano solo dei loro singoli vantaggi ed avevano una scarsa coesione di gruppo. I comunisti mantennero un’eccellente disciplina e ricevevano un certo numero di direttive dall’esterno del campo. Essi avevano cervelli e qualifiche tecniche per gestire le varie industrie stabilite nel campo. I loro tentativi incontravano la resistenza dei criminali ma, lentamente, questi persero il potere, in parte per minacce e in parte con l’aiuto delle SS. Diversi criminali furono uccisi a botte, impiccagioni o iniezioni di fenolo nel cuore o di aria o latte nelle vene. Le iniezioni erano una specialità del medico del campo Dr. Hoven che divenne un sostenitore della fazione comunista.

Oltre a posizioni di rilievo nell’organizzazione fiduciaria, vi erano un numero di roccaforti-chiave comuniste nell’amministrazione del campo. Una era l’organizzazione della fornitura dei pasti, tramite la quale gruppi privilegiati ricevevano razioni ragionevoli mentre altri venivano portati a livello di fame. Un’altra era l’ospedale, presieduto quasi esclusivamente da comunisti. Le sue strutture erano ampiamente riservate a curare i membri del loro partito.

Un’altra roccaforte comunista era la Stanza del Vestiario…

Ogni fiduciario tedesco riceveva un buon vestiario e altre cose di valore. I comunisti, a Buchenwald, dopo dieci o dodici anni di reclusione, erano vestiti come uomini d’affari di successo.

Alcuni indossavano giacche di pelle e piccoli cappelli rotondi della marina tedesca, evidentemente l’uniforme della rivoluzione.

Come risultato di tutto ciò:

Invece che mucchi di corpi o uomini smarriti che morivano di fame, gli americani (che si impossessarono del campo) trovarono a Buchenwald un’organizzazione disciplinata ed efficiente.

Ciò viene messo in conto indubbiamente al comitato del campo autonominatosi, un gruppo quasi puramente comunista sotto il comando dei leaders politici tedeschi.

I commissari – fiduciari, che nel tempo divennero quasi esclusivamente comunisti tedeschi, avevano il potere di vita e di morte su tutti gli altri detenuti. Potevano condannare un uomo o un gruppo di persone a morte certa. I commissari comunisti furono direttamente responsabili di una larga parte delle brutalità commesse a Buchenwald.

I capi del blocco comunista, diceva il rapporto, picchiavano personalmente i detenuti e, talvolta, obbligavano gli occupanti di intere baracche a rimanere a piedi nudi nella neve per ore, apparentemente su loro personale iniziativa. I comunisti uccisero molti detenuti polacchi che si rifiutavano di sottomettersi alle loro leggi. Obbligarono detenuti francesi a consegnare migliaia di pacchi della Croce Rossa. Il rapporto menzionava inoltre il nome di alcuni capi comunisti del campo particolarmente brutali.

Fu confermato che il medico del campo, Dr. Hoven, era stato un importante alleato comunista che uccise numerosi prigionieri politici anticomunisti e criminali con iniezioni letali. Un’inchiesta condotta dalle SS scoprì le sue attività durante la guerra e fu condannato a morte per omicidio ma a causa della penuria di medici durante il periodo bellico, l’esecuzione fu rinviata dopo 18 mesi di galera. Dopo la guerra i comunisti tentarono di proteggere il loro alleato, ma Hoven fu condannato a morte per una seconda volta da un tribunale militare americano e giustiziato nel 1948.

I comunisti del campo mantennero strette relazioni con il ben organizzato partito comunista clandestino all’esterno del campo. Da Buchenwald un detenuto usciva regolarmente per stabilire un contatto con un corriere comunista che portava notizie ed istruzioni. Legato alla fedeltà per il suo partito, questa persona non approfittò mai dell’opportunità per fuggire. L’organizzazione comunista militare del campo aveva tre mitragliatrici, cinquanta fucili ed un certo numero di bombe a mano. I comunisti tedeschi vivevano meglio degli altri gruppi, anche al momento della liberazione del campo, diceva il rapporto, essi si possono notare facilmente dal resto dei detenuti per via delle loro guance rosee e la loro buona salute, nonostante siano rimasti in detenzione per un periodo molto più lungo degli altri.

Alla fine gli autori del rapporto mettevano in guardia contro la nozione semplicistica che gli ex detenuti meritavano fiducia e dovevano essere aiutati solo perché erano stati internati in campi tedeschi. Alcuni sono infatti dei “banditi”, criminali da tutta l’Europa oppure lavoratori stranieri in Germania che erano stati sorpresi a rubare. Vengono trattati brutalmente e sono brutti da guardare.

E’ facile qui adottare la teoria nazista che essi fossero non umani!

Un libro pubblicato nel 1961 dal Comitato Internazionale di Buchenwald, diretto dai comunisti, di Berlino Est descrive orgogliosamente le attività comuniste clandestine del campo. Vi era un giornale clandestino al campo, un trasmettitore radio illegale, un’orchestra di detenuti (che suonava canzoni comuniste), una vasta biblioteca e perfino un’organizzazione militare. Si tenevano cerimonie comuniste e convegni politici ed inoltre veniva intensamente boicottata la produzione bellica tedesca. (nota 10).

L’ex detenuto di Buchenwald Emst Fedem, ebreo, dopo la guerra spiegò come l’organizzazione comunista del campo cooperò con le SS per aumentare il suo potere ed eliminare gli oppositori e gli indesiderabili. Egli ricorda che il leader della sezione ebraica dell’organizzazione comunista del campo, Emil Carlebach. Dichiarò molto francamente che per lui contavano solo i suoi amici comunisti e che chiunque altro poteva morire. Fedem disse di aver visto con i suoi occhi due episodi di brutalità commessi da Carlebach che fu un anziano del blocco dal 1942 al 1945. In un caso egli ordinò la morte di un detenuto ebreo per aver presuntamene maltrattato dei prigionieri in un altro campo. In un’altra occasione Carlebach picchiò a morte personalmente un anziano detenuto ebreo perché si stava riposando nelle baracche. (nota 11).

In modo analogo, un inglese che trascorse 15 mesi a Buchenwald riferì dopo la guerra che l’organizzazione comunista del campo non considerava i detenuti ebrei particolarmente degni di essere mantenuti in vita. (nota 12).

Negli anni recenti diverse organizzazioni omosessuali hanno sostenuto che migliaia di omosessuali furono “sistematicamente sterminati” nei campi di concentramento tedeschi. Mentre era vero che molti furono internati come criminali, nessun omosessuale fu mai ucciso dai tedeschi per quella sola ragione. Val la pena ricordare che durante gli anni 30 e 40 il comportamento omosessuale era considerato un odioso crimine nella maggior parte del mondo, inclusi gli Stati Uniti.

(ndt: al riguardo si consiglia leggere l’articolo in proposito al sito: http://ita.vho.org/039_Mito_sterminio_omosessuali.htm di Jack Wikoff tradotto da Andrea Carancini)

Nel 1981 un ex internato di Buchenwald ricordava: “Gli omosessuali erano oppressi dal regime nazista per via dei loro costumi morali, ma a Buchenwald molti di essi non furono uccisi dai nazisti mai dai prigionieri politici comunisti a causa del comportamento degli omosessuali ritenuto aggressivo e offensivo “ (nota 13).

Le condizioni giornaliere erano molto migliori di quanto molte descrizioni possano suggerire.

I detenuti potevano ricevere ed inviare due lettere o cartoline al mese. Potevano ricevere soldi dall’esterno. I detenuti venivano pagati per il loro lavoro con una speciale moneta del campo che potevano usare per acquistare una vasta gamma di prodotti nello spaccio del campo. Giocavano a calcio, pallamano e pallavolo nel tempo libero. Le partite di calcio si tenevano al sabato e alla domenica sul campo di calcio locale. Una grande libreria offriva una vasta gamma di libri. Funzionava anche un cinema – teatro. Vi era una varietà di spettacoli e gruppi musicali organizzavano regolari concerti nella piazza centrale. Un bordello nel campo, che all’arrivo degli americani impiegava 15 prostitute, era a disposizione di molti detenuti. (nota 14).

CENTRO DI STERMINIO?

Gli americani che arrivarono a Buchenwald nell’Aprile del 1945 trovarono centinaia di detenuti malati e molti cadaveri non sepolti. Foto orribili di queste crude scene furono fatte immediatamente circolare nel mondo e sono state ripetute diverse volte, dando l’impressione che Buchenwald fosse un diabolico centro di sterminio di massa.

Il governo americano incoraggiò questa impressione. Un rapporto dell’esercito americano su Buchenwald preparato per l’Alto Quartier Generale Alleato in Europa e reso pubblico alla fine di Aprile 1945, dichiarava che la missione del campo era quella di un centro di sterminio. (nota 15).

E due settimane dopo, fu redatto un rapporto congressuale americano sui campi tedeschi, usato in seguito come documento al processo di Norimberga, che descriveva anch’esso Buchenwald come un “centro di sterminio”. (nota 16).

Questa descrizione superficialmente plausibile è comunque completamente sbagliata.

La grande maggioranza di coloro che perirono a Buchenwald morirono durante i caotici mesi finali della guerra. Essi soccombettero alle malattie, spesso aggravate dalla malnutrizione, nonostante gli sforzi tristemente inadeguati di mantenerli in vita. Essi furono vittime non di un programma di sterminio ma piuttosto di un terribile sovraffollamento e di gravi mancanze di cibo e forniture mediche in seguito ad un crollo generale della Germania durante la tumultuosa fase finale  della guerra.

Insieme a queste vittime di guerra indirette vi erano anche detenuti in salute.

B.M. McKelway ispezionò Buchenwald, subito dopo la presa da parte degli americani, in qualità di rappresentante di un gruppo di editori e proprietari di giornali americani. Egli affermò che “molti delle centinaia di detenuti che vedemmo sembravano essere in buona salute mentre altri che soffrivano di dissenteria, tifo, tubercolosi e altre malattie, erano scheletri viventi “ (nota 17).

Una singolare indicazione che Buchenwald non era un campo di sterminio è il fatto che alcuni degli internati erano bambini troppo piccoli per lavorare. Circa un migliaio di ragazzi, dai 2 ai 16 anni, erano ospitati in due baracche speciali per bambini. Trasporti ferroviari di bambini ebrei arrivarono dal 1942 al 1945. Alcuni arrivarono da Auschwitz nel 1943. Altri bambini ebrei arrivavano dall’Ungheria e dalla Polonia (nota 18). Il rapporto confidenziale dell’esercito americano del 24 Aprile 1945 faceva notare la “straordinaria visione dei bambini che scorrazzano avanti e indietro, strillando e giocando “. (nota 19).

Trent’anni dopo la guerra, perfino il famigerato “cacciatore di nazisti” Simon Wiesenthal ammise che “non c’erano campi di sterminio sul suolo tedesco “ (nota 20).

LA BUGIA DELLA CAMERA A GAS

Forse la menzogna più crudele che circolò su Buchenwald dopo la guerra fu l’accusa che i tedeschi sterminarono i detenuti nelle camere a gas. Un rapporto ufficiale del governo francese, presentato al tribunale di Norimberga come documento d’accusa, con molta immaginazione affermava: “Ogni cosa era stata programmata fin nei minimi dettagli. Nel 1944, a Buchenwald, fu allungato un binario ferroviario in modo che tutti i deportati fossero inviati direttamente alla camera a gas. Alcune di queste camere a gas avevano un pavimento che si apriva inclinandosi scaricando i corpi direttamente nella stanza con il forno crematorio “ (nota 21).

Il Pubblico Ministero britannico al processo di Norimberga, Sir Harley Shawcross, nella sua arringa di chiusura dichiarò: “L’assassinio fu commesso come una specie di produzione di massa nelle camere a gas e nei forni “ di Buchenwald e di altri campi (nota 22).

In un libro pubblicato nel 1947, il parroco francese Georges Henocque, ex cappellano dell’Accademia Militare di Saint-Cyr, sostenne di aver visitato l’interno di una camera a gas a Buchenwald che descrisse in dettaglio. Questa particolare storia fu citata come un buon esempio del tipo di bugie olocaustiche che perfino personalità in vista sono capaci di inventare. (nota 23).

Un altro prete francese ed ex detenuto, Jean-Paul Renard, fece una simile affermazione circa il campo nel suo libro pubblicato subito dopo la guerra: “Vidi migliaia e migliaia di persone andare verso le docce. Invece che acqua scendevano su di loro gas asfissianti “.

Quando l’ex internato francese a Buchenwald Paul Rassinier fece notare al prete che non c’era alcuna camera a gas nel campo, Renard rispose: “va bene, ma era solo un modo di dire… E siccome queste cose esistevano da qualche parte, non è poi così importante “. (nota 24).

In un libro pubblicato nel 1948, lo scrittore ebreo ungherese Eugene Levai sostenne che i tedeschi avessero ucciso decine di migliaia di ebrei ungheresi a Buchenwald in camere a gas. (nota 25).

Anche un libretto ampiamente distribuito e redatto dalla Anti-Defamation League ebraica del B’nai B’rith riportava il racconto che la gente veniva gassata a Buchenwald. (nota 26).

Nel 1960 la storia delle gasazioni a Buchenwald fu ufficialmente definita una favola. In quell’anno, Martin Broszat dell’Istituto di Storia Contemporanea di Monaco dichiarò specificatamente che nessuno fu gassato a Buchenwald (nota 27). Il Prof. A.S. Balachowsky, un membro dell’Institute de France dichiarò nel Novembre 1971: “Vorrei confermarvi che nessuna camera gas è mai esistita a Buchenwald “ (nota 28).

La scrittrice di olocausto Konnilyn Feig ammise nel suo libro intititolato I Campi della Morte di Hitler che a Buchenwald non c’era alcuna camera a gas. (nota 29). Oggi nessun storico serio afferma la storia delle gasazioni a Buchenwald.

QUANTI PERIRONO ?

Il numero delle persone che si stima abbiano perso la vita a Buchenwald mentre era sotto il controllo tedesco, varia tremendamente. Secondo l’ex detenuto Elie Diesel, il prolifico scrittore ebreo ed ex Premio Nobel per la Pace nel 1986, a Buchenwald venivano mandate a morte 10.000 persone al giorno (nota 30). Questa affermazione totalmente irresponsabile è purtroppo fin troppo tipica della retorica di quest’uomo che fu perfino scelto per condurre il direttivo ufficiale del Museo dell’Olocausto del governo americano.

L’edizione del 1980 del World Book Encyclopaedia  sostenne che più di 100.000 persone morirono in quel campo, (nota 31).

La Encyclopaedia Judaica indicò il numero di 56.549 (nota 32). Raul Hilberg, scrivendo nell’edizione del 1982 dell’Encyclopaedia Americana, affermò che più di 50.000 persone morirono nel complesso di Buchenwald (nota 33).

Il rapporto del controspionaggio dell’esercito americano del 24 Aprile 1945 (sopra citato) affermò che il numero totale di morti certificate era di 32.705 (nota 34). Un rapporto governativo americano del Giugno 1945 su Buchenwald indicava un totale di 33.462 vittime, delle quali, più di 20.000 perirono negli ultimi mesi caotici della guerra. (nota 35).

L’accreditato International Tracing Service (ITS) di Arolsen, una filiale della Croce Rossa Internazionale, affermò nel 1984 che il numero di morti documentate (di ebrei e non ebrei) a Buchenwald era di 20.761, più altri 7.463 nel campo di Dora (Mittelbau). (nota 36).

Mentre anche questi numeri ridotti sono ancora alti, è importante rendersi conto che la grande maggioranza di coloro che perirono a Buchenwald furono sfortunate vittime di una guerra catastrofica e non della politica tedesca. La maggioranza delle rimanenti vittime furono uccise su ordine dell’organizzazione comunista clandestina del campo. Diverse centinaia furono anche uccise dai bombardamenti alleati.

In un solo raid aereo contro una grossa fabbrica di munizioni vicino al campo principale, i bombardieri inglesi uccisero 750 persone, inclusi 400 detenuti. (nota 37).

ATROCITA’ AMERICANE E SOVIETICHE

In seguito all’occupazione americana di Buchenwald nell’Aprile del 1945, circa 80 fra guardie tedesche e funzionari del campo furono sommariamente giustiziati. I detenuti picchiarono brutalmente i tedeschi fino alla morte, talvolta con l’aiuto e l’incoraggiamento dei soldati americani (nota 38).

Fra i 20 e i 30 americani si davano allegramente il turno a picchiare a morte sei giovani tedeschi. (nota 39). Dei detenuti requisirono perfino delle jeep americane e si recarono nella vicina città di Weimar dove si diedero al saccheggio e uccisero a caso dei civili tedeschi. (nota 40).

Dopo la guerra la polizia segreta sovietica prese a condurre Buchenwald come campo di concentramento per “potenziali nemici di classe“ ed altri “probabili pericolosi“ civili tedeschi.

Nel Settembre del 1949,  più di 4 anni dalla fine del conflitto, vi erano ancora 14.300 detenuti nel “campo speciale”. (Quando Buchenwald era sotto il controllo tedesco, il numero dei prigionieri non raggiunse le 14.000 unità fino al Maggio del 1943). Le condizioni erano orribili. Perfino l’ufficiale sovietico responsabile dei campi di concentramento tedeschi, Generale Merkulov, denunciò la grave mancanza di ordine e pulizia, in particolare a Buchenwald. Almeno da 13.000 a 21.000 persone morirono nella Buchenwald gestita dai sovietici ma nessuno fu mai punito per i maltrattamenti o le morti in questo famigerato campo. (nota 41). Un ex detenuto descrisse così i suoi cinque anni di orribile reclusione, umiliazioni, interrogatori e annichilimento nel campo gestito dai russi:

Le persone non erano che numeri. La loro dignità veniva volutamente calpestata. Venivano fatti morire di fame senza pietà e consumati dalla tubercolosi fino a ridurli a scheletri. Il processo di annichilimento era sistematico ed era stato ben testato per decine di anni. Le grida e i gemiti di coloro che soffrivano mi risuonano ancora nelle orecchie tutte le volte che il passato mi riaffiora alla mente nelle notti insonni. Dovevamo guardare impotenti le persone mentre morivano, come creature sacrificate fino all’annichilimento”.

Molta gente senza nome cadde nella macchina distruttiva del NKVD (polizia segreta sovietica) dopo il crollo del 1945. Furono ammassati insieme come bestiame dopo la così detta “liberazione” e vegetarono in molti campi di concentramento. Molti furono sistematicamente torturati a morte.

Fu costruito un memoriale per i morti del campo di Buchenwald. Fu scelto un numero di fantasia per le vittime. Intenzionalmente sono state onorati solo i morti nel periodo 1937-1945. Come mai non vi è un monumento che ricorda i morti dal 1945 al 1950?  Nel periodo post-bellico furono scavate innumerevoli fosse comuni attorno al campo. (nota 42).

In un atto di stupefacente ipocrisia, i dirigenti comunisti della “ Repubblica Democratica Tedesca “ del dopoguerra trasformarono il campo di Buchenwald in una specie di santuario secolare. Ogni anno centinaia di migliaia di persone visitano i luoghi, completi di musei, torre campanaria, sculture monumentali e memoriali dedicati, abbastanza ironicamente, alle “vittime del fascismo” (nota 43).

Non c’è niente che ricordi ai visitatori le migliaia di tedeschi dimenticati che perirono miseramente durante gli anni del dopoguerra quando il campo era gestito dai sovietici.

La storia di Buchenwald, come la storia di  qualsiasi altro campo di concentramento tedesco in tempo di guerra, è un microcosmo nell’intero racconto dell’olocausto.

Il ritratto ampiamente accettato di Buchenwald, come quello di altri campi tedeschi, è in aspro contrasto con la verità poco conosciuta.

NOTE

  1. L’informazione di questa sezione proviene da due fonti: “Buchenwald” Enciclopedia Giudaica (New York e Gerusalemme, 1971), Vol. 4, pag. 1442, 1445; e rapporto del governo americano B-2833 del 18 Giugno 1945. Documento 2171-PS pubblicato nelle “red series”, Nazi Conspiracy and Aggression (NC&A) (Washington, DC: 1946-1948), Vol. 4, pag. 800-833.
  2. Rapporto dell’esercito americano del 25 Maggio 1945. Documento 2222-PS. Pubblicato nel   NC&A , Vol. 4, pag. 860-864 “ German-Born NASA Export “ , New York Times, 18 Ottobre 1984, pag. A1, A12: “Ex nazi Denies Role “, New York Times, 21 Ottobre 1984, pag. 8
  3. 2171-PS. NC&A, Vol. 4, pag. 800-833
  4. 2171-PS. NC&A, Vol. 4, pag. 832-833
  5. Testimonianza a Norimberga di Guenther Reinecke, 7 Agosto 1946. Pubblicata nel IMT “blue series “, processo ai maggiori criminali di guerra davanti al Tribunale Militare Internazionale (IMT) (Norimberga: 1947-1949), Vol. 20, pag. 438, 441,442; mandato di accusa delle SS contro Karl Koch, 11 Aprile 1944. Documento NO-2360.
  6. IMT, vol. 3, pag. 514-515; vol. 5, pag. 220-201; vol. 32, pag. 267-269
  7. “Clay Explains Cut in Ilse Koch Term“, New York Times, 24 Settembre 1948, pag. 3
  8. Intervista a Lucius D. Clay. Atti ufficiali della fondazione di ricerca Gorge C. Marshall. Trascrizione di un’intervista video-registrata mostrata alla conferenza “Occupazione americana in Europa dopo la seconda guerra mondiale“, 23-24 Aprile 1976 a Lexington, sponsorizzata dalla fondazione di ricerca Gorge C. Marshall, pag. 37-38 (sono grato a Robert Wolfe dell’Archivio Nazionale per aver portato l’intervista alla mia attenzione).
  9. Egon W. Fleck and Edward at Tenenbaum, Buchenwald. Un rapporto preliminare, esercito americano, 12° gruppo, 24 Aprile 1945. Archivio nazionale, Record Group 331, SHAEF, G-5, 17, 11, Racket 10, Box 151 (8929t163-8929/180). Sono grato a Timothy Mulligan della sezione militare dell’Archivio Nazionale per aver portato questo rapporto alla mia attenzione. Vedi anche: Donald B. Robinson “Atrocità comuniste a Buchenwald“, American Mercuri, Ottobre 1946, pag. 397-404 e Christopher Burney,  The Dungeon Democracy (New York 1946), pag. 21, 22-23, 28-29, 32, 33, 34, 44, 46, 49.
  10. Comitato Internazionale di Buchenwald (Berlino Est: congresso 1961)
  11. Ernst Federn, “ That German…”, Harper’s, Agosto 1948, pag. 106-107
  12. Christopher Burney, The Dungeon Democracy (New York 1946), pag. 109, 124, 128-130
  13. The Jewish Times (Baltimora). Menzionato nel “On the Holocaust“. The Gay Paper (Baltimore), Dicembre 1981, pag. 2
  14. John Mendelsohn; “Sources”, prologo (Washington, DC, Archivio Nazionale), Autunno 1983, pag. 180; Konnilyn G. Feig, I campi della morte di Hitler (New York 1981), pag. 96; testimonianza di K. Morgen, 7 Agosto 1946, IMT, Vol. 20, pag. 490; testimonianza dell’ex internato di Buchenwald Arnost Tauber a Norimberga “Processo alla I.G. Farben“, 12 Novembre 1947. Stampato in: Udo Walendy, Auschwitz nel processo IG Farben (1981), pag. 119; Roger Manvell e H. Fraenkel: Il crimine incomparabile (New York 1967), pag. 155; Il Campo di Buchenwald: il Rapporto di una delegazione parlamentare (Londra: HMSO, 1945) Pag. 4, 5
  15. “Rapporto ufficiale dell’esercito designa Buchenwald come centro di sterminio“, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A7
  16. Rapporto del Congresso degli Stati Uniti sui campi, Documento 159-L., IMT, Vol. 37, pag. 605-626 e Atto del Congresso (Senato), 15 Maggio 1945, pag. 457S-4582
  17. B. M. McKelway, “Buchenwald…”, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A1, A7
  18. B. M. McKelway, “Buchenwald….”, The Washington Star, 29 Aprile 1945, pag. A7; Affidavit di H. Wilhelm Hammann del 6 Marzo 1947, NO-2328 (Hammann fu detenuto dal 1938 all’Aprile 1945).
  19. E.W. Fleck and EA, Tenenbaum, Buchenwald: un rapporto preliminare, 24 Aprile 1945 (sopra citato), pag. 14, vedi anche la foto dei bambini ebrei detenuti a Buchenwald in: Robert Abzug, Inside the Vicious Heart (New York; Oxford 1985), pag. 148-149.
  20. S. Wiesenthal (lettera), Book and Bookmen (Londra), Aprile 1975, pag. 5
  21. Documento di Norimberga 274-F (RF-301). If, Vol. 37, pag. 148
  22. IMT, Vol. 19, pag. 434; NC&A, Suppl. Vol. A, pag. 61
  23. Georges Henocque, Les Autres de la Bate (Parigi: G. Duraissie, 1947), pag. 115 Facsimile ristampato e commento di Robert Faurisson, Memoria in Difesa (Parigi: 1980) Pag. 185-191
  24. Paul Rassinier, Sfatare il Mito del Genocidio (Torrance, CA,: The Noontide Press, 1978), pag.129-130
  25. Eugene Levai, Libro nero sul martirio dell’ebraismo ungherese (Zurigo: 1948), pag. 439
  26. Earl Raab, l’anatomia del nazismo (New York ADL, 1979). Il mito delle gasazioni di Buchenwald fu propagato ad arte: Francio Tomczuk, “Giorni di Ricordo“, rivista dell’American legion, Aprile 1985, pag. 23
  27. Die Zeit, 19 Agosto 1960, pag. 16
  28. Germane Tillion, Ravensbrueck (Garden City, New York: Anchor/Doubleday, 1975), pag. 231
  29. K. Feig, I campi della morte di Hitler, pag. 100
  30. Stefan Kanfer, “Autore, Maestro, Testimone“, Time-Magazine, 18 Marzo 1985, pag. 79
  31. “Buchenwald“, World Book Encyclopaedia (edizione 1980), Vol. 2, pag. 550
  32. “Buchenwald“ Encyclopaedia Giudaica, Vol. 4, pag. 1445
  33. R. Hilberg, “ Buchenwald”, Encyclopaedia Americana (edizione 1982), vol. 4, pag. 677
  34. E. Fleck e E. Tenenbaum, Buchenwald: un rapporto preliminare (sopra citato), pag. 18
  35. 2171-PS. NCLA, vol. 4, pag. 801
  36. Dichiarazione dell’addetto all’archiviazione di Arolsen Butterwerk, 16 Gennaio 1984. acsimile nel: Deutsche National-Zeitung (Monaco), Nr. 18, 27 Aprile 1984, pag. 10
  37. Campo di Buchenwald: Il rapporto di una delegazione parlamentare (Londra: HMSO, 1945), pag. 5; 2171-PS, NC1EA, Vol. 4, pag. 821
  38. Robert Abzug, Inside the vicious heart, pag. 49, 52
  39. Marguerite Higgins, la notizia è una cosa singolare (Doubleday, 1955), pag. 78-79
  40. Elie Wiesel, Legend of our Sune (New York Holt, Rinehart and Winston, 1968), pag. 140; Raul Hilberg, la distruzione dell’ebraismo europeo (New York, Holmes and Meier, 1985), pag. 987.
  41. “Fino al 1950: Buchenwald e Sachsenhausen“, America Woche (Chicago), 11 Maggio 1985, pag. 3, “Nel lager della morte dei sovietici“ D. National-Zeitung (Monaco), N° 47, 15 Novembre 1985, pag. 4; “I campi sovietici sono pieni, dice un giornale di Berlino“, New York Times, 10 Settembre 1949, pag. 6
  42. Lettera di E. Krombholz di Aschaffenburg, “Rapporto su quanto vissuto in un campo di Concentramento sovietico“ D. National-Zeitung (Monaco), N° 11, 9 Marzo 1984, pag. 10; vedi anche disegni sulle condizioni nella Buchenwald gestita dai sovietici fatti dall’ex internato Dr. Heinz Moller in: D. National-Zeitung (Monaco), N° 6, 3 Febbraio 1984, pag. 5
  43. “Campo di morte nazista…” (AP) Gazette-Telegraph (Colorado Springs, Co.), 1° Luglio 1984, pag. H12; “A Buchenwald….”, New York Times, 14 Aprile 1985, pag. 1, 29

Tratto dal JOURNAL OF HISTORICAL REVIEW, Inverno 1986 – 1987 (Vol. 7, N° 4), Pag. 405-417

SIAMO LA COPPIA PIU’ BRUTTA DEL MONDO… (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Settembre 2009)

10 ottobre 2009

Adriano Celentano e Claudia Mori cantavano, anni fa, “Siamo la coppia più bella del mondo”… Oggi, molto più modestamente e con meno successo, la politica italiana ci propone la coppia più brutta (e disgustosa) del mondo intero, ovvero l’ineffabile duo Antonio Di Pietro – Beppe Grillo.
Questi due ridicoli populisti da strapazzo, l’uno comico di professione, l’altro comico e basta, stanno trascinando la politica italiana, che già ne avrebbe abbastanza dei vari Berlusconi, Franceschini, Fini e compagnia brutta, in una sorta di cloaca fatta di insulti, slogan senza senso e toni che meglio si adatterebbero ad una rissa da osteria, piuttosto che ad un sano e serio dibattito politico; il comico fallito autoproclamatosi leader di chissà cosa continua imperterrito a distribuire patenti di moralità agli italiani e pesantissimi insulti ai politici, l’ex magistrato con l’armadio pieno di scheletri bacchetta tutto e tutti, attribuendo al mondo intero la patente di “mafiosi, Fascisti, razzisti” e chissà cos’altro… Ovviamente, senza trascurare di lanciarsi vicendevolmente attestati di stima e rispetto!
E tanto per rendere sempre attuale il detto “Al peggio non vi è mai fine”, questa indegna coppia di guitti d’avanspettacolo non solo trova consensi e sostenitori, ma li trova persino all’interno della tanto decantata “area”, ove evidentemente si continuano a confondere i grandi Statisti come Benito Mussolini con i piccoli pagliacci che lanciano urla e strali dai loro balconi virtuali… Forse i tanti “nazional-disperati” che annaspano per trovare qualcuno che li consideri badano più alle mascelle volitive ed ai soliloqui senza senso, piuttosto che ai contenuti…!
Eppure per verificare chi sono esattamente questi due insulsi personaggi in cerca di visibilità basterebbe veramente poco, ma purtroppo l’italiano medio oltre ad essere ignorante in Storia Contemporanea, lo è anche riguardo agli avvenimenti di cronaca molto recenti e non si sogna neppure di fare una rapida ricerca internet sul motore di ricerca Google per verificare l’esatta caratura di questi moralisti da strapazzo.
Spero di aiutare qualcuno con questo mio breve scritto, messo insieme recuperando proprio da Google le biografie più taciute dei due, leggendo le quali si comprende perché questo duo comico farebbe meglio a tacere quando si parla di moralità, di certificato penale e di specchiata onestà; nel passato già parlai in un mio articolo di Beppe Grillo (http://www.lavvocatodeldiavolo.biz/?p=371), allorquando in una certa “area” di imbecilli si diffuse la voce che Grillo fosse una sorta di “Camerata” dormiente, per il sol fatto di avere scelto l’8 settembre come data per il suo patetico “Vaffa Day”… Spero qualcuno mi voglia riconoscere una certa lungimiranza, leggendo l’articolo del 2007!
A quanto già scrissi sul comico genovese è a malapena il caso di aggiungere un breve rendiconto su alcuni fatti che aiuteranno i più a comprendere l’ipocrisia del soggetto. Il tutto è tratto da un’inchiesta de “Il Giornale”.
Il 7 dicembre 1981, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda; quel viaggio, d’inverno, è una follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, lo sconsigliavano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Un quinto amico, Carlo Stanisci, si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscello ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto. Aspettando il processo, non si ferma e qui c’è un altro episodio raggelante, raccontato dall’Unità: Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia e di milioni se ne incassano 15. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso: niente da fare, neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo; il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. Ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico. La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a 16 mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente. Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che di recente è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo e andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino… Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Infine, c’è la telenovela dei pannelli fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’ENEL, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino». In effetti si fece mettere 20 KW complessivi contro i 3 KW medi delle case italiane (consuma come 7 famiglie). L’ENEL, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’ENEL stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto di Grillo è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 KW, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.

Niente male, vero, per un fustigatore del capitalismo, del lusso, dei condoni edilizi, degli sprechi energetici, nonché  sostenitore di una sorta di “morte civile” per chiunque abbia avuto il benché minimo problema giuridico?

Grillo

Ma c’è di peggio… Godiamoci il curriculum vitae dell’ex “Savonarola” del pool di Mani Pulite, quello cioè per cui tanto tifo fecero i fessi del fu MSIDN: 1) Cento milioni di lire senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti avvolti in carta di giornale poco prima di dimettersi, nel 1994; 2) Cento milioni di lire senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti di un procedimento penale; 3) Periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo;  4) Centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo; 5) Una Mercedes CE da 65 milioni di lire ottenuta da Gorrini e rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni; 6) Una Lancia Dedra per la moglie di Di Pietro da parte di D’Adamo;  7) L’utilizzo di una garçonnière a Milano, dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994;  8) L’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, nei pressi di via Veneto; 9) L’acquisto di un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini; 10) La disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede;  11) Un vasto e imprecisato numero di pratiche legali dalla MAA di Gorrini per la moglie, che svolge la professione di avvocato; le consulenze legali da D’Adamo per la moglie; l’impiego per il figlio, due volte, alla MAA di Gorrini;
12) Vari e costosi omaggi da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique Incati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano – Roma, un mobile – libreria per la casa di Curno;  13) Vari e costosi omaggi da Gorrini: ombrelli, agende, penne di lusso, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio.
Insomma Antonio Di Pietro è uno che deve la sua fortuna politica alla sinistra – dalla candidatura nel Mugello nel 1997 nel collegio senatoriale del Mugello fino all’alleanza del 2009 – un sostegno così duraturo nel tempo da far credere che qualcuno sappia che fine abbia fatto il miliardo di lire ricevuto dal PCI-PDS da Raul Gardini per l’affare Enimont. Un fatto rimasto senza responsabile, come è scritto nella sentenza di quel processo: «Gardini si è recato di persona nella sede del PCI portando con sé un miliardo di lire. Il destinatario non era quindi semplicemente una persona, ma quella forza di opposizione che aveva la possibilità di risolvere il grosso problema che assillava Enimont (un decreto di sgravio fiscale). Il fatto così accertato è stato dunque esattamente qualificato come illecito finanziamento di un partito politico».
Gli immancabili imbecilli che riterranno l’elenco di cui sopra frutto delle solite malelingue, potranno trovare molte conferme spulciando i giornali dell’epoca: tutto quello che viene elencato in questo scritto è stato confermato dalla Magistratura, benché, bontà loro, nessuno abbia voluto considerare questi fatti come reati, ma al massimo come “comportamenti censurabili”. Il Corriere della sera così scrisse: “Antonio Di Pietro lasciò la toga perché voleva entrare in politica. Dietro quel gesto non ci furono complotti, anche se i fatti raccontati da Giancarlo Gorrini erano veri: “Alcuni rivestivano caratteri di dubbia correttezza, se visti secondo la prospettiva della condotta che si richiede a un magistrato, altri erano decisamente idonei ad un’iniziativa sul piano disciplinare”. Queste in sostanza le motivazioni con cui la seconda sezione del tribunale di Brescia ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di concussione. “E’ indubbio – scrivono i giudici – che i fatti raccontati da Gorrini si erano realmente verificati (la prestazione di attivita’ lavorativa di Cristiano Di Pietro in favore della MAA, l’assegnazione di alcune cause a Susanna Mazzoleni da parte della MAA, l’erogazione di un prestito da parte di Gorrini, la cessione a Di Pietro, sempre da parte di Gorrini, di un’autovettura recuperata dalla MAA e trasformata da Di Pietro stesso in prestito, l’intervento di Di Pietro per ottenere che D’Adamo e Gorrini erogassero prestiti a Rea onde favorire l’estinzione di debiti consistenti)”. Secondo il tribunale, Tonino – che della deposizione di Gorrini aveva appreso in tempo reale da un giornalista – aveva di che preoccuparsi. “Era in gioco il suo prestigio come magistrato, come magistrato onesto, come persona dai comportamenti cristallini, e proprio questo prestigio era minacciato a causa di leggerezze commesse e per le quali egli era pronto a fare ammenda. Era in gioco, in definitiva, un ruolo e un’immagine”. E’ vero che il PM di mani Pulite aveva accumulato stanchezza fisica e psicologica, ma la molla decisiva che lo spinse a lasciare la toga fu l’intenzione “di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo”. E quando a Silvio Berlusconi disse di non essere stato d’accordo sull’invio dell’avviso di garanzia, mentì perché era “alla ricerca iniziale di probabili alleanze” politiche.
Capito, cari Camerati, perché il “moralizzatore” Di Pietro odia Berlusconi? Perché non si è calato le braghe di fronte a lui, ovviamente, dato che il “signore” era alla ricerca di alleanze politiche!

italiadeilavori

Tutto qui? Ma nemmeno per sogno! Si aggiunse a ciò quanto disse il faccendiere Pacini Battaglia,coinvolto anch’egli nell’inchiesta  per una serie di tangenti; in un primo momento non fu arrestato in cambio di una proficua collaborazione. Il banchiere difeso sempre da Lucibello fu poi arrestato su ordine della magistratura di La Spezia e nel frattempo uscirono delle intercettazioni interlocutorie. Riferendosi a Di Pietro e Lucibello disse: “Se li arrestano, per me è solo un piacere… Perché a me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato”
Di Pietro andò su tutte le furie ed allora Pacini Battaglia disse che lo “sbancato” era “sbiancato”, “stangato”,”stancato”. Poi ammise di aver detto sbancato riferendosi però alla severità processuale del PM. Quando nel 96 si candidò con Prodi, Di Pietro divenne ministro dei lavori pubblici. Si dimise quando comparvero le già citate intercettazioni di Pacini Battaglia. Venendo a tempi più recenti, è il caso di parlare di un tal Guglielmo Ascione: chi è?  E’ l’ex magistrato che nel 1995 archiviò un esposto di Sergio Cusani, il quale aveva denunciato che alcune carte fornite dal faccendiere Pacini Battaglia, sulle quali Di Pietro aveva imbastito tutto il processo Enimont, erano state falsificate; Ascione archiviò, ma Cusani aveva ragione: nel 1996 infatti una perizia appurerà l’artefazione di quelle carte, ma l’esposto di Cusani ormai era stato archiviato. Ascione fu anche l’uomo che archiviò le accuse del pentito Salvatore Maimone che a Firenze, nel 1993, aveva sostenuto che un autoparco milanese gestito dalla mafia aveva le coperture di magistrati tra i quali un certo Antonio Di Pietro. Fu anche l’uomo che informava indirettamente Di Pietro, nel tardo 1994, dell’ispezione ministeriale che stavano predisponendo contro di lui; come appurato da una sentenza del 1997, lo schema era questo: l’ispettore Domenico De Biase informava Ascione che informava il giornalista Maurizio Losa che informava Di Pietro. Dulcis in fundo, l’ex magistrato Guglielmo Ascione è anche l’uomo che ha percepito quattro milioni di euro per ottenere la proroga di una concessione autostradale da parte del Ministero retto da un certo Antonio Di Pietro, che stranamente lo aveva scelto come consulente esterno… Evidentemente i buoni amici non si scordano mai…!
Mancherebbe la degna conclusione del curriculum di questo individuo dalla moralità molto estensibile, ovvero le vicende che hanno visto implicato il degno figlio di cotanto padre, Cristiano di Pietro… Ma preferisco lasciare l’ultima parola ad uno che se ne intende più di me quando si parla di favori e raccomandazioni, cioè Clemente Mastella, il quale dichiarò al Corriere della sera quanto segue: «Se avessi fatto io quel che ha fatto il figlio di Di Pietro? Non oso pensare cosa sarebbe successo. Invece per molto meno mia moglie Sandra è stata arrestata, e io ho dovuto lasciare il ministero della Giustizia, il partito, la carriera politica. Le nostre “non raccomandazioni”, per altro presuntive, molto presuntive, non sono mai andate a buon fine. Dalle mie parti si direbbe: cornuto e mazziato. Invece quelle di Di Pietro junior erano raccomandazioni reali, vere, e realizzate. E’ difficile, per il provveditore alle opere pubbliche, dire no al figlio del proprio ministro. Ha letto le intercettazioni? “Siccome è amico tuo, gli diamo il 10% invece del 7…”. Eppure il padre è ancora al suo posto, e il figlio pure».
Povera Italia e povera area, se avete bisogno di simili “eroi”! Se questi devono essere i politici “nuovi” che vogliono sostituirsi a Berlusconi, speriamo che il Cavaliere duri cent’anni!

Carlo Gariglio

www.fascismoeliberta.it

IL CURIOSO CASO DELL’AREA NAZIONALPOPOLARE (Pubblicato sul mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Agosto 2009)

8 ottobre 2009

Dico la verità: ogni qualvolta mi tocca parlare della cosiddetta “area”, mi viene l’orticaria… Ma capita che non se ne possa fare a meno, tali e tante sono le seccature e le provocazioni che giungono dalla pletora di saltimbanchi, voltagabbana, ignoranti e falliti della politica che svolazzano intorno al pensiero politico Fascista come avvoltoi intenti a contendersi un cadavere.
Peccato per loro che l’ideale Fascista non sia affatto un cadavere e che, se mai, sono proprio certi “leader” e certi militanti d’area ad assumere l’aspetto classico degli “zombie”, così come ce li ha fatti conoscere il cinema di Romero. A cosa alludo? Alla mania di taluni personaggi di imporre la loro presenza virtuale ed i loro strampalati comunicati anche a chi avrebbe molto di meglio da fare, oltre che cancellare decine e decine di mail insulse inviate da “lorsignori”…
Infatti, buona parte dei ducetti da strapazzo che spuntano ogni giorno come funghi, ha quale unica attività politica quella di inviare comunicati, messaggi, newsletter, articoli ed esortazioni varie all’unità dell’area, incuranti del ridicolo che traspare dal loro passato (anche recente) e dalla loro pretesa di unificare un’area fondando ogni giorno una nuova sigla… Io forse non sarò intelligente come credono di essere certi “signori”, ma di certo so che quando si disperdono le forze in mille rivoli non si persegue l’unità, bensì la frammentazione!
Per unificarsi esistono solo due alternative: o i vari contendenti si mettono d’accordo per fondersi in un unico soggetto, oppure continuano a fare politica separatamente finché uno di loro non riuscirà ad avere più successo, assorbendo gli altri. Invece, esiste una vasta schiera di imbecilli convinta di unificare creando, mediamente una volta la settimana, l’ennesima vuota sigla d’area che, nei deliri onirici dei fondatori, rappresenterà il “contenitore” entro il quale tutti accorreranno per creare l’unità… Ovviamente, sotto la direzione dell’unificatore di turno. Ma chi sono questi unificatori? Solitamente delle mezze figure che per anni hanno servito docilmente i voleri dei vari Almirante, Fini, Rauti, Romagnoli, Tilgher, Fiore, Alessandra Floriani, approvando tutte le loro porcherie e le giravolte degne dei più infami voltagabbana, salvo poi rivoltarsi contro il “capetto” quando questi rivolgeva le suddette porcherie a danno degli “unificatori”.

fiammelle

Non a caso vediamo oggi alcuni personaggi, privi di ogni amor proprio, sostenere le stesse cose che noi sosteniamo da sempre, ma senza riconoscerci alcun diritto di primogenitura, né alcun complimento per avere avuto il coraggio, ad esempio, di avversare la politica di un Almirante o di un Rauti quando ancora essi svolgevano il ruolo di zerbini di costoro!
I vari nazionalpopolari o nazional chissà che cosa sono stati tutti zerbini di questo o quel leader d’area, e spesso ci hanno deliziato con i loro insulti quando osavamo criticarli… Salvo poi, dopo avere rotto con loro, scavalcarci in insulti e critiche all’ex ducetto! Ovviamente, l’unica cosa a cui non hanno mai pensato questi cialtroni è l’aderire al MFL, che fin dal 1991 si propose a tutti come casa comune ed unica per tutti i Fascisti d’Italia… Meglio servire i badogliani di AN o qualche piccolo Badoglio alla ricerca di visibilità dopo avere fondato una piccola AN, piuttosto che rischiare sulla propria pelle per fare una politica nettamente e chiaramente Fascista, senza se e senza ma! Meglio inventarsi nomignoli astrusi e privi di ogni significato, quali nazionalpopolari, nazionalsociali, fronti, forze, ordini e nuove destre, piuttosto che compromettersi di fronte all’opinione pubblica dichiarandosi Fascisti e Nazionalsocialisti! Ed infine, molto meglio essere segretari nazionali o presidenti di sé stessi, piuttosto che lavorare con umiltà a fianco di chi certe battaglie le porta avanti senza voltare gabbana fin dal 1991.
Ma questi sono discorsi vecchi… Molto spesso ho scritto a proposito di questi cialtroni e non mi illudo certamente di cambiare la realtà con questi miei ulteriori pensieri; tuttavia, di tanto in tanto sento il bisogno di esternare quello che penso a proposito di questi mascalzoni che hanno rovinato un’area politica che avrebbe potuto fare molto di più, se non fosse stata frammentata e persino atomizzata dall’azione di questa immondizia… Ex terroristi, ex golpisti, ladri ed usurai, delinquenti comuni, teppisti attivi nelle curve degli stadi, razzisti all’amatriciana, disadattati e gente che di Fascismo e Nazionalsocialismo non ne ha mai saputo nulla, sono planati all’interno del nostro mondo, rovinandolo e contribuendo a fornire fiato alle trombe dell’antifascismo, il quale non ha alcuna difficoltà a demonizzare la nostra area semplicemente descrivendo i comportamenti ed i ragionamenti di certa feccia!
Avessero almeno il buon gusto di fare la loro politica senza rompere le scatole agli altri, si potrebbe anche soprassedere dal sottolinearne certi comportamenti, ma dato che la loro azione si esaurisce unicamente nel tentare di strappare militanti ad altre realtà, come la nostra, infinitamente più degne e serie, di tanto in tanto ci vuole uno scritto come quello odierno; basta guardarsi in giro: nessuno è in grado di fare politica fra la gente, cercando forze fresche per il suo partitino… Tutti si limitano ad inviare insulsi proclami sempre alle stesse persone, alcuni contattano i dirigenti di altri movimenti cercando di convincerli a cambiare sigla, altri nascondono la loro mancanza di attributi dietro ad improbabili centri ed associazioni culturali, fino ad arrivare (addirittura!) ai sedicenti Fascisti in privato che in pubblico si presentano come ecologisti! Sul fondo della cloaca nella quale vivono questi figuri, troviamo infine quanti, rosi dall’invidia, cercano di nascondere il loro squallore umano e politico camuffandosi da MFL, aprendo siti a nome nostro e consumando pagine e pagine internet parlando male del sottoscritto e del MFL tutto, come se questo potesse cambiare qualcosa nella loro triste condizione di falliti, sia come uomini, sia come politici. Così, non passa settimana senza ricevere qualche centinaio di mail mai richieste che magnificano questa o quella sigla sconosciuta, o senza sentirsi contattare da qualcuno che ti chiede come mai esistono siti e forum dove qualche fallito passa il suo inutile tempo spandendo liquami diffamatori e falsità varie sul nostro contro, fino a giungere al più pagliaccio di tutti, ovvero colui che va declamando in pompa magna di essere l’assoluto proprietario del logo MFL e di essere in grado di reclamarlo quando vuole…! Avete presente il film nel quale Totò si proclamava proprietario della Fontana di Trevi e cercava di venderla al turista americano un po’ fesso? Ecco, pensando a quella scena avrete di fronte l’esatta caratura del mitomane fallito e dei coglioni che credono a certe buffonate!
Qualcuno penserà che sono incazzato, ed in effetti lo sono; con tutto quello che ci sarebbe da fare in politica da parte di chi, a torto o a ragione, ritiene di essere un Fascista, ci vediamo costretti a perdere tempo e risorse dietro infami miserabili a volte imbeccati da qualche questura per creare scompiglio, ma spesso mossi soltanto dalla loro ignoranza e dalla voglia di coprire il fallimento di una vita inventandosi salvatori della patria!
E così ogni giorno abbiamo a che fare con omuncoli come quelli del mitico sindacato COSNIL di Cosenza, ovvero lacchè della FT che continuano imperterriti ad inviare i loro comunicati sgrammaticati e privi di ogni senso, nonostante la decina di diffide e le centinaia di insulti inviati loro come risposta, o con Fascisti all’amatriciana come quelli del circolo “Excalibur” di Varese, i quali in privato si dicono concordi al 100% con il sottoscritto, ma in pubblico si qualificano “ecologisti” e si sentono obbligati, ogni qualvolta osano dire una parola a favore del Fascismo, ad accompagnarla con un sacco di litanie filogiudaiche che culminano, invariabilmente, con la richiesta di perdono per “l’infamia” delle Leggi razziali!
Per non parlare della comicità involontaria espressa da certi imbecilli pronti a fondare una sigla al giorno; anni fa fui contattato da un bizzarro personaggio, il quale mi inviò il materiale inerente la sua nuova creatura, ovvero il Movimento Nazionalsociale!
Costui, dopo avere lasciato indignato il Movimento Nazionalpopolare e dopo averlo descritto come un gruppuscolo di 40 persone (senza capire che così facendo ridicolizzava anche se stesso ed i suoi fidi, ovvero la scissione di un gruppo di 40 persone in tutto!) senza futuro, si era creato il suo movimento disegnandosi a mano un ridicolo logo ove l’Italia era tutta storta e colorata con le matite colorate che usavano i bambini alle scuole elementari qualche decennio fa; orbene, per quale motivo mi contattò questo genio? Per dirmi che aveva bisogno di un “ragazzo” in gamba a cui affidare la gestione del Nord Italia! Ovvero, il primo imbecille che fonda un partito a casa sua con matite colorate e comunicati scritti a mano, causa l’evidente incapacità di gestire un semplice personal computer, invece di pensare ad aderire ad una realtà consolidata da 15 anni, chiede al suo Segretario Nazionale di mollare tutto per fare il Responsabile del Nord Italia… Delle matite colorate!
Naturalmente, dopo le pernacchie ricevute in risposta e dopo una dozzina di comunicati strampalati scritti a mano ed inviati via fax a casaccio, il mitico segretario del Nazionalsociali comunicò con enfasi di avere firmato un patto di intesa… Con il movimento Nazionalpopolare… Ovvero, i 40 sfigati scissi erano tornati insieme, sebbene in rappresentanza di due sigle diverse! Ecco come si realizza l’unità dell’area! Un partito per ogni persona che poi si fonde con gli altri in un “grande” cartello!
Molto più di recente, grazie alla visibilità acquisita presentando la lista per le elezioni provinciali di Torino (lista poi ricusata dai mafiosi in toga della Corte d’Appello, come ben sa chi ci segue), sono stato contattato dagli sconosciuti di Nuova Destra Sociale, i quali ci giudicavano l’unico movimento dell’area serio e con una dignità, reclamando alleanze… Ho chiesto a lorsignori, dato che hanno tutta questa considerazione per il MFL, come mai non avessero scelto di aderire direttamente, invece di creare la miliardesima sigla… Le risposte, più degne di Zelig o di Colorado che non di una seria realtà politica, sono state una serie di vaneggiamenti intorno al problema dell’unità dell’area (che qualcuno, ancora una volta, persegue creando sigle nuove), uniti ad una lunga serie di “movimenti” in contatto con NDS che avrebbero voluto realizzare una confederazione con il MFL… Peccato che tutte queste sigle elencate, oltre ad essere sconosciute ai più, non rappresentassero null’altro che il “segretario” e pochi amici… Ma il meglio doveva ancora venire, perché quelli di NDS, per dimostrare di essere una realtà prossima alla presa di potere, dichiaravano di avere 5000 tesserati in due anni di attività! Eppure il leader piemontese di NDS che mi raccontava queste belle cose altri non era che un ragazzino di 18 anni appena compiuti! Strano per un partito che conta più di 5000 tesserati, vero?
Informandomi nei giorni successivi sulla reale portata di questa NDS, scoprivo che il loro sito internet è scaduto… Ovvero, nessuno dei 5000 tesserati di NDS si è preso la briga di pagare la ventina di euro necessari per mantenere un sito attivo! Scoprivo anche un blog fermo da sei mesi, con tre messaggi scritti in tutto, l’ultimo dei quali, con tono strappalacrime, diceva: “Ma che fine ha fatto NDS?” Ed infine addirittura un forum, anch’esso abbandonato, ove figuravano alcuni messaggi di un paio di dirigenti laziali cui nessuno diede mai risposta!
Ecco la reale consistenza di quest’area di cialtroni: due o tre persone sparse in tutta Italia che millantano migliaia di tesserati e che perseguono quale unico fine quello di frammentare ancora di più un’area politica già di per sé allo sbando!
Qualcuno, anche fra i miei dirigenti, mi rimprovera per l’onestà con la quale ho sempre ammesso che i tesserati del MFL, ridotti ad una trentina dalla gestione precedente, si attestino sempre, dal 2001 ad oggi, fra i 65 ed i 120, a seconda degli anni… Ma è meglio vivere di sogni e millanterie, venendo poi smentiti dai fatti e dalla reale presenza sul territorio, oppure dire la cruda verità e magari stupire il mondo perché, nonostante la scarsità di mezzi e persone, il MFL è da dieci anni ininterrottamente presente a varie competizioni elettorali amministrative, alcune culminate con l’elezione di consiglieri comunali?
Ricordo che già nel 2005, durante una nostra riunione romana, fummo avvicinati da un losco figuro che, sfruttando la sala pagata dal MFL, venne ad illustrarci la sua nuova creatura, ovvero il partito “Sogno Italiano”… Costui, che viaggiava con la segretaria al seguito, inscenando un’altra di quelle scene tipiche del film “Totò truffa”, ci disse che in due settimane aveva già raccolto 4000 iscritti, ma venne interrotto dalla “spalla”, cioè dalla segretaria che fungeva da Nino Taranto della situazione, la quale aprendo una cartellina esclamò: “E no, ormai abbiamo superato quota 5000”! Ovviamente questi pagliacci quasi ci intimarono di aderire al loro “sogno”, dandoci però poco tempo per farlo, perché loro erano “abituati a vincere” (!) e non avevano tempo da perdere…
Stranamente, dopo la risata con la quale accolsi le loro cretinate, non sentii mai più parlare di loro, né dei 5000 iscritti pronti a prendere il potere!
Evidentemente la favola dei 5000 iscritti sta alla nostra area come la favola dei 6 milioni sta ai giudei! O magari si tratta di migliaia di iscritti affetti da SLA o in stato di coma vegetativo, impossibilitati ad uscire di casa per mettere in atto qualsiasi attività!
A conclusione di questo viaggio semiserio fra i giullari della cosiddetta “area nazionalpopolare”, vorrei soffermarmi sulla realtà insieme più inutile, ridicola ed arrogante che sia mai apparsa all’orizzonte, ovvero il cosiddetto movimento nazionalpopolare, del quale ho già accennato qualcosa poc’anzi… Costoro, residuati bellici dell’epoca missina, riciclatisi come rautiani di ferro nel MSFT, da alcuni anni hanno messo in piedi un simulacro i movimento che, nei loro deliri onirici, dovrebbe rappresentare l’ennesimo contenitore entro il quale realizzare l’unità dell’area. Quale area? Chiedetelo a loro… Io devo ancora capire cosa diavolo dovrebbe significare il concetto di nazionalpopolare!
Si potrebbe tranquillamente ignorarli, se non fosse per il loro vizio di inondare il mondo intero con comunicati insulsi che smentiscono le loro stesse prese di posizione di mese in mese… Li abbiamo sentiti dapprima tuonare contro tutto e tutti, poi convertirsi a fans dell’immondo cartello “Alternativa Sociale”, indi riciclarsi come alleati di FT ed infine tornare a tuonare contro tutto e tutti… In occasione delle ultime elezioni, dopo avere criticato con parole di fuoco i vari FT, FN e La Destra, alleatisi alla spicciolata qua e là con il PDL di Berlusconi e Fini, si sono rimangiati per l’ennesima volta buoni propositi e critiche, annunciando con le lacrime agli occhi il loro patto  d’intesa con Forza Nuova!
Non potendone più di leggere simili nefandezze e di avere la mail intasata dalle pontificazioni di questi vigliacchi senza ideali e senza dignità, ho intimato loro di cancellare il mio indirizzo dalla loro mailing list… Il tipo di risposte ricevute è così divertente ed illuminante circa la caratura di questi mentecatti che non posso fare a meno di rendervi partecipi… Almeno se in futuro qualche nazionalpopolare contatterà qualcuno del MFL, tutti saprete cosa rispondere loro…
Orbene, dopo avere inviato all’indirizzo dei nazionalpopolari piemontesi ed a quello della segreteria nazionale le seguenti garbate parole: “Vogliate cortesemente eliminare il mio indirizzo dalla vostra mailing list, ai sensi delle vigenti normative sulla privacy. Grazie.”, ricevevo due risposte. La prima dal sig. Rebecchi, leader del MNP in Piemonte: “Nessun problema a cancellarti. Forse non hai capito bene con chi hai a che fare.
Adriano Rebecchi”.
Che dite, questa risposta non vi ricorda quei films pecorecci all’italiana degli anni 60, dove si vedeva immancabilmente qualche ricco e potente beccato con le mani nel sacco a fare qualcosa di illecito che tuonava: “Lei non sa chi sono io”?
Io, che so sempre molto bene con chi ho a che fare, chiudevo la questione con le seguenti parole: “O forse non l’avete capito voi, arroganti banderuole sempre pronte a bacchettare tutti, salvo poi firmare roboanti patti di alleanza?
Ad ogni modo, grazie per la cancellazione che spero sia definitiva”.
Ma il meglio doveva ancora venire… Poteva mancare l’illuminata risposta nientepopodimeno che dalla Segreteria Nazionale del MNP?
Godetevela: “Non sappiamo proprio come sei riuscito ad intrufolarti nella nostra lista. Ti avevamo comunque già cancellato. Né tu, né il tuo ectoplasma siete per noi, come per tutte le persone dotate di un minimo di intelligenza,di nessun interesse.
Rivolgiti a chi vuoi”.
Veramente meglio delle comiche… Innanzi tutto è interessante rilevare come un senza coglioni si riconosca subito… Mentre almeno il buon Rebecchi ha il coraggio di firmare il suo “Lei non sa chi sono io”, il mentecatto della segreteria nazionale se ne guarda bene… Qualcosa mi dice che sia addirittura il Segretario in persona, anche perché ho difficoltà a credere che presso la segreteria nazionale del MNP ci sia più di una persona… Ma la parte migliore è l’arroganza e la supponenza con la quale si trattano il sottoscritto ed il MFL, specie se pensiamo che tutto ciò viene da un gruppuscolo di nullità valutabili come la decima parte di quello che rappresenta il MFL come effettivi e presenza politica! Nullità che hanno pure l’ardire di negare di avere inviato per anni al mio indirizzo i loro deliri, i loro giornali e le loro prese di posizione da banderuole!
Non poteva mancare, quindi, la mia risposta conclusiva a questa diatriba, che ovviamente non ha visto più alcuna replica da parte del senza coglioni che non ha neppure il coraggio di firmarsi: “Che fai ti scrivi da solo miserabile? Dato che parli di ectoplasmi, credo che il cosiddetto MNP sia l’unico a meritare questa definizione.  Ed impara a firmarti quando insulti, coniglio nazionalpopolare. Il mio indirizzo lo trovi sul sito, caso mai volessi avere soddisfazioni personali”.
Ed il coniglio nazionalpopolare scomparve nel dimenticatoio, come tutto il suo movimento di arroganti sfigati!
Noi, ci teniamo stretto il nostro ruolo di ectoplasmi che nel corso degli anni hanno ottenuto i risultati che tutti possono leggere a questo indirizzo: http://www.fascismoeliberta.info/phpf/viewpage.php?page_id=15
E tutto questo senza nascondersi come conigli dietro a nomignoli come nazionalpopolari, ma avendo chiaramente un nome ed un simbolo Fascisti!
Loro, i vigliacchi d’area, in tutti questi anni hanno saputo solo inviare mail e tentare di aggregarsi a qualche altro carro che li ha sempre scaricati in corsa… Chissà mai da cosa deriva tutta questa arroganza e tutta questa smania di mostrarsi grandi ed importanti!
Spiace dirlo, ma chi ha ancora la voglia di dichiararsi Fascista e Nazionalsocialista non potrà mai ottenere alcun risultato politico di rilievo se prima non si provvede a ripulire la cosiddetta “area” da tutta la merda che la incrosta!
BadoglianiQuanti spesso mi chiedono perché il MFL non vuole avere nulla a che fare con i “camerati” delle altre sigle, non hanno che da conservare questo articolo e rileggerlo di tanto in tanto… Magari mettendolo insieme ad altri (vedere a fianco) che parlano dei nuovi compari del MNP!

Carlo Gariglio

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ALLUVIONE A MESSINA

3 ottobre 2009

alluvione

Il MFL Messina è in prima linea, compatibilmente con i suoi poveri mezzi, nel tentativo di portare aiuto agli alluvionati sia recandosi fisicamente a dare una mano ove possibile, si raccogliendo fondi.

Potrete seguire le ultime notizie della federazione messinese a proposito sul blog:

http://mfl-messina.myblog.it/

Copio ed evidenzio dallo stesso indirizzo:

RACCOLTA FONDI PER GLI ALLUVIONATI

Il MFL Messina si e da subito mobilitato per una raccolta di beni di prima necessità per gli alluvionati della zona Sud. Il centro di raccolta avrà luogo in Via ss 114 Km 9 Mili Marina, 98131 Messina. Contatti: 340.2722150

Inoltre e possibile fare una donazione al numero di carta postepay: 4023 6004 5356 4827 intestata a Salvatore Piconese
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Carlo Gariglio

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UOMINI DA RICORDARE

10 settembre 2009

Mentre il ciarpame mafioso – giudeo – comunista celebra i suoi “eroi”, cioè i voltagabbana che rovesciarono il fronte e corsero incontro agli invasori consentendo loro di invadere la Patria, io preferisco ricordare altri Uomini…

Carlo Gariglio

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Michel Wittmann

Il giovane eroe dei Panzer cadeva eroicamente in Normandia il 7 agosto del 1944. Uno dei tanti Leonida dimenticati che hanno realizzato l’essere uomo nella gloriosa guerra del Sangue contro l’Oro

“…gli Inglesi tentano di prender Caen, disperatamente difesa dalla Divisione Hitlerjugend. Le avanguardie della 7^ Divisione Corazzata britannica, i “topi del deserto” di Montgomery, sgusciano da una breccia aperta da Caumont fino a Villers-Bocage. Ma dai boschi sbuca un solitario Tigre. Lo comanda Michel Wittmann. Non ha ancora trent’anni, ma ha già distrutto 119 carri armati sul fronte russo e porta la Croce di Cavaliere con Fronde di Quercia. L’88 del Tigre tuona, Wittmann percorre il fianco della colonna britannica e colpisce uno a uno i veicoli. In pochi minuti, la strada è un inferno. Presa dal panico la 7^ Divisione Corazzata britannica fa dietro-front. Il fronte di Tilly resisterà ancora per settimane. (…)

La sera del 7 agosto, Montgomery passa all’assalto con ben 600 carri armati, “operazione Totalize”, si tratta di totalizzare quel che le precedenti offensive non sono riuscite a cogliere. “Panzermeyer” getta al contrattacco gli ultimi 50 carri della Divisione Hitlerjugend. Gli aerei alleati planano rabbiosamente su di lui; ma è tardi, i Panzer sono già partiti. I Tigre avanzano nel cuore dell’area dell’offensiva nemica. In testa a loro Michel Wittmann, l’intrepido distruttore di carri di Villers-Bocage. Gli Inglesi sono presi di contropiede. Ancora una volta il fronte tedesco tiene. Il fronte: un’espressione ambiziosa per disegnare quei poveri, martoriati, chilometri dove i brandelli di quelle che furono le migliori divisioni tedesche cercano scampo. Ma si è gettato un cuneo di ferro nel petto dell’avanzata nemica. I Canadesi perdono tempo. Le linee germaniche si rafforzano. A sera, i carri di Meyer tornano in posizione nel bosco di Quesney. Michel Wittmann non è più con loro. È caduto, dopo aver distrutto il suo centotrentesimo carro. Ma le forze corazzate del maresciallo Montgomery sono state fermate 12 chilometri prima di Falaise. Per la terza volta, l’offensiva britannica è finita”.

Da: “Le ultime ore dell’Europa”, riedito nel 2004 da Settimo Sigillo.

ATTIVITA’ MFL – Pubblicato sul Mensile “IL LAVORO FASCISTA”, Luglio 2009

10 settembre 2009

Nonostante il periodo estivo non sia dei più propizi per le attività propagandistiche del MFL, anche questo mese abbiamo qualcosa da segnalare. In primis, si è svolto il 28 giugno scorso a Civitavecchia (RM) il banchetto di presentazione del MFL organizzato dall’ormai famoso gruppo laziale, che si sposta in vari Comuni mai prima d’ora toccati dall’inattività che caratterizzava i vari Mazzer e Malfarà, tanto bravi nel rispondere e chi li sollecitava a darsi da fare: “C’ho dà fa”…
Ovviamente, non potevano mancare le contromisure del regime, sempre pronto a frapporre ostacoli e ritardi a qualsiasi iniziativa targata MFL; infatti, dopo vari ritardi nella concessione delle autorizzazioni e dopo strani spostamenti del luogo prescelto per il banchetto, le autorità locali sono riuscite a spostare i Camerati del MFL in una piazza abbandonata da Dio e dai passanti, addirittura a pochi metri di distanza da una delle immancabili sedi di zecche rosse!
Ma nonostante il lavorio di regime volto a sabotare l’iniziativa ed a creare lo scontro, le zecche rosse hanno sonnecchiato senza farsi vedere, mentre i nostri Camerati sono riusciti ad avvicinare diverse persone, alle quali hanno consegnato materiale assortito del movimento; l’interesse mostrato dai passanti è stato alto e nessuna manifestazione di ostilità ha accolto i Camerati, indi la giornata non può che essere catalogata come positiva.
In questa pagina ed in quella precedente pubblichiamo alcune delle immagini che ci sono state inviate dai Camerati Caluppi, Spiga, Salera e Mariangela Dau a proposito del banchetto stesso.

civitavecchia

L’appuntamento successivo  già programmato dai Camerati laziali sarà, dopo le ferie, per Latina, altra zona ove abbondano i sedicenti Fascisti ma scarseggiano i tesserati MFL… Chissà perché!
Altro Camerata che non conosce ferie per quanto riguarda la sua militanza nel MFL è il Vice Segretario Nazionale per il Centro Italia, Simone Fanti, il quale, benché fisicamente in vacanza, non lo è anche mentalmente, e ci ha inviato il seguente comunicato – denuncia corredato da varie foto:

O M E R T A’

Camerati,
Molto più della pizza, della pasta, dei Santi e dei navigatori, sono la mafia siciliana, la camorra napoletana o la ‘ndrangheta, le cose che più ci rappresentano agli occhi degli stranieri.
Ma, un’altra parola è sinonimo, a mio avviso, di delinquenza allo stato puro.
Questa parola è: omertà.
Nella vita di tutti i giorni questo modus operandis ci si presenta in mille occasioni e in tutte le sue molteplici sfaccettature.
Dall’omertà a beneficio dei mafiosi, all’omertà a beneficio dei politici, passando per l’omertà a beneficio dello sconosciuto.
Situazioni per le quali non necessariamente ci deve rimette, di primo acchito, una persona in particolare, ma la collettività in quanto tale e in tutto il suo insieme.
Il mio profilo professionale e, soprattutto, il mio credo politico, mi inibiscono da queste situazioni e, nel tempo stesso, mi impongono di combattere questa delinquenza spicciola e gratuita.
L’ultimo caso capitatomi.
Un giorno di vacanza, una spiaggia bellissima nel comune di Piombino (Toscana), tantissima gente e io.
Da subito il mio interesse per la bellezza della nostra Patria mi spinge ad andare a fare una passeggiata lungo la spiaggia.
Uno sguardo all’orizzonte, verso l’estremità del golfo, verso il mare, verso la “scogliera”… Ma! E quelle persone che cosa stanno facendo?
Ma tutte le persone in spiaggia possibile che non vedano o fanno finta di non vedere?
No, io non sono come loro, io non sono omertoso.
Mi avvicino ancora un po’ perché non credevo a quello che vedevo e poi torno a prendere la macchina fotografica.
Sicuramente vi ho messo curiosità e, a questo punto, vi chiederete che cosa ho visto?
Una cosa che una persona come me che, sulle orme tracciate dal nostro DUCE, ama la sua patria, non può accettare, ovvero che per il solo interesse personale si crei uno scempio al territorio costruendo una scalinata che permette di raggiungere la sottostante spiaggia partendo da una proprietà privata.
E quindi, foto, foto e ancora foto.
Voi tutti siete a conoscenza sia dei miei problemi familiari, sia dei miei problemi di lavoro, ma è stato veramente come ricevere una boccata d’ossigeno inviare quelle foto al sindaco, all’assessore di turno, al Corpo della Forestale ecc, con tanto di richiesta di spiegazioni e di procedere ad un’ispezione sul posto.
Ancora più entusiasmante sarà, qualora il fatto costituisca un reato (e cosi è), dare mandato ai miei legali di intraprendere un’azione giudiziaria contro queste persone che, loro malgrado, troppo si sono fidate dell’omertà.
Ricordiamoci, l’omertà la può vincere solo chi sotto ha le palle, non abbiate timori reverenziali.
Saluti romani.

Camerata Fanti Simone
Vice Segretario Nazionale  per il Centro Italia.

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Ringraziamo il Camerata Fanti per l’impegno costante di cittadino e non solo di Fascista; nella pagina precedente ed in questa potete vedere alcune delle foto inviate dal Fanti a noi ed alle autorità competenti.

Fanti

In conclusione di questo breve pezzo concernete le attività poste in essere sul territorio dai vari Camerati del MFL, rimane da segnalare che il 29 luglio scorso è stato depositato dall’avvocato incaricato presso il TAR di Torino il ricorso del sottoscritto, con il quale richiedo l’annullamento delle elezioni provinciali di Torino, viziate dal sabotaggio mafioso della nostra lista abbondantemente descritto nei numeri precedenti del giornale. La prima udienza si terrà ai primi di ottobre; ovviamente vi terrò informati da queste pagine.
Chi non ha a disposizione internet e non ha letto nulla a proposito della raccolta fondi lanciata per sostenere le spese, sappia che il sottoscritto si è indebitato per la cifra di 2350 Euro   al fine di pagare il primo ricorso (respinto) con il quale chiedevamo la riammissione della nostra lista, nonché il secondo di cui sopra del 29 luglio con relative spese. Ogni contributo sarà, ovviamente, il benvenuto!
Faccio, infine, ammenda nei confronti dei Camerati di Messina, i quali pongono in essere tali e tante attività sul territorio da rendermi impossibile un preciso resoconto; chi ha a disposizione una connessione internet potrà visionare nei dettagli le loro attività all’indirizzo:  http://mfl-messina.myblog.it/
Come dicevo, nel mare di segnalazioni giuntemi da Messina ho dimenticato di citare sugli scorsi numeri del giornale una robusta campagna di affissioni lanciata di recente, della quale pubblico alcune fotografie in questa stessa pagina qui a lato.
Come noterete, sono stati riciclati anche alcuni vecchi manifesti raffiguranti il noto dipinto del pesarese Franco Cenerelli.

Messina

Resta, come ultimissima notizia, da riferire che anche in Emilia Romagna, precisamente a Bologna, abbiamo ora un Camerata che ha accettato l’incarico di Federale Regionale e Capo Provincia: si tratta di Giovanni Montoro, i cui recapiti sono già stati inseriti sul sito nazionale (www.fascismoeliberta.info). Il Camerata Montoro, che momentaneamente opera in splendida solitudine, non potrà certo fare la rivoluzione da solo, ma ha già mostrato tutta la sua buona volontà creando un blog dedicato al MFL Emilia Romagna – Bologna, all’indirizzo: http://mflbologna.blogspot.com/
Se sono rose fioriranno, come dice il noto proverbio!
Come potete vedere, seppur fra mille difficoltà causate dalla cronica mancanza di fondi e dalla limitatezza di Camerati disposti ad attivarsi sul territorio, il MFL si dà da fare come e dove può al fine di tenere alta la bandiera del Fascismo (quello vero).
Speriamo di incontrare, in futuro, maggiori collaborazioni!

Carlo Gariglio

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IN RICORDO DI MANLIO MORGAGNI

10 settembre 2009

Recentemente abbiamo ricevuto via internet il pezzo che andiamo a riportare qui di seguito; si tratta del ricordo di uno dei tanti uomini che non riuscì a concepire il tradimento e che non scelse la facile via del voltagabbana o del partigiano dell’ultima ora per trarne profitto ed avere una vita più facile.
Un esempio che giriamo alla pletora di cialtroni senza valori e senza cultura storica con la quale siamo costretti, nostro malgrado, a dividere la vita di tutti i giorni.

Carlo Gariglio

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morgagni

L’ultimo periodo della vita di Manlio Morgagni è tormentato da una chiusa crescente ansia per le condizioni del Paese.
Nel novembre del ’42 cominciarono le sue preoccupazioni. La salute del Duce è cagionevole; per Lui è una acutissima spina nel cuore. La guerra va male; l’interno mormora. L’autunno è sempre stato contrario al successo delle nostre armi. Si spera molto nella primavera che verrà. Il mese di dicembre è tristissimo. Per cause diverse Morgagni si stabilisce a Roma. La casa, non ancora finita, lo rende nervoso; sa che gli è necessaria, eppure non vorrebbe condurla a termine. Soffre di tale necessità, e invece la chiama superflua. Il suo spirito si dibatte fra questi primi contrasti. Nel gennaio del ’43 ricorre il venticinquesimo dell’unione con la sua compagna. Di ritorno da un viaggio all’estero, è chiamato dal Duce proprio nel giorno in cui cade il lieto anniversario. Nel colloquio vi accenna. Il Duce gli dà una fotografia con affettuosa dedica per la sua Bice. Orgoglioso, gliela porta, come il più bel regalo. Dopo qualche giorno Tripoli cade. Il tradimento che si ordisce per far crollare il Fascismo comincia a produrre i suoi effetti.
Segue tutto un periodo fosco. Manlio sente che forze occulte minano l’interno del Paese e la compagine dello stesso Partito; si agita per individuarle, ma invano. Sventa calunnie, smentisce dicerie, combatte tutt’uomo contro il malanimo del popolo, ormai avvelenato da una propaganda subdola e deleteria. Le nostre armate libiche continuano a retrocedere. Il fermento cresce, si estende, minaccia. Morgagni se ne dispera. Comincia a dubitare vi si possa porre riparo. Anche la sua Stefani è insidiata. Un attacco ingiusto aumenta il suo smarrimento. Non può ammettere che esista tanta perfidia da voler attaccare nel suo prestigio l’organismo cui Egli ha dato vent’anni di appassionato lavoro per farne strumento di bene al Paese. Il Duce, con un comunicato tempestivo, gli dà una soddisfazione meritata; del che Morgagni Gli sarà, come sempre, riconoscente.
Ma anche in seno all’Agenzia si svolge un lavorìo subdolo e corrosivo. Per quella lealtà romagnola che in Lui, come in tutti gli esseri forti e generosi, si accompagna ad una eccessiva buonafede, Egli non può neanche lontanamente sospettare che si cerchi di colpire Lui stesso per tradire il suo grande Amico. Si trama, per strappargli la “Stefani” elemento motore della stampa e della vita pubblica. Infine, comprende. Ma la sua salute, già scossa, deperisce giorno per giorno.
La sua compagna avverte, sgomenta, questo progressivo indebolirsi delle sue energie, e richiama l’attenzione del medico amico. Cerca sempre di rincorare il suo Manlio con la certezza che il Duce saprà capovolgere la situazione. Ma tutto precipita ormai. L’invasione della Sicilia lo porta alla disperazione. Vive giornate in cui la sua mente è lontana dai familiari. Si ciba pochissimo e di malavoglia, solo dietro le ripetute insistenze di chi gli vuol bene.
Alcune frasi turbano la sua compagna: “Se toccano il mio Duce, ricordati : scompaio anch’io. Nè con gli uni nè con gli altri non andrò mai”. Ma essa, per l’immenso affetto che gli porta, non può ammettere che quel proposito debba attuarsi. Al primo bombardamento di Roma Egli decide di allontanare la vecchia zia Cesira e la sua Bice; ma esse non vogliono lasciarlo. “Potrebbe accadere qualcosa di grave: uno sbarco… Come fareste voi?… No, no, ho bisogno di esser solo, e di sapervi al sicuro”. Alla fine, esse debbono cedere; il 22 luglio partono per recarsi presso Irma, la sorella di Lui, a Gallignano, nel cremonese, dov’Egli promette di raggiungerle presto. È la vigilia angosciosa. Dall’apertura del Gran Consiglio vive in una spasmodica attesa. È sempre attaccato al telefono per avere notizie da Palazzo Venezia, dal Viminale. Nulla. Silenzio da ogni parte. È schiantato dal dubbio di qualche colpo di scena. Tutta la notte dal 24 al 25 si fa tenere compagnia dall’amico Giuseppe Campanelli per vegliare insieme e insistere ancora presso la “Stefani”. Al mattino, dopo aver scritto parecchio, esce per recarsi al suo ufficio, donde potrà anche tenersi più agevolmente a contatto coi Ministeri. Allo svolto di Via Massimo vede per l’ultima volta l’auto che porta il suo Duce a Palazzo Venezia. Dal suo tavolo di lavoro scrive una lettera abbastanza serena alla sua Bice. Ritorna a casa, ma sempre senza notizie. Insiste nuovamente per averne dal suo ufficio. Nulla. Il Direttore politico, protòtipo dell’italiano traditore di quel fosco periodo, lo tiene all’oscuro di tutto, mentre egli tutto sa.
Morgagni non ha più pace, ma a due amici che gli sono vicini e lo colmano di attenzioni, si mostra calmo, forse per eludere la loro vicinanza. Alla fine, si accomiata da essi con una frase insolita: “Sia fatta la volontà di Dio”. Durante la giornata, a mezzodì, aveva fatto telefonare a sua moglie, ansiosa di notizie, che Egli sta bene e raccomanda a Lei e ai familiari di stare tranquilli. Tale l’ultimo saluto alla sua donna, ignara di quanto si sta preparando ai danni del Duce e di conseguenza al suo Manlio.
Alle ventidue squilla il telefono. L’uomo di Badoglio, il Direttore politico, dà la terrificante notizia delle dimissioni di Mussolini e forse del suo arresto. Morgagni è solo, nella disperazione del crollo. La sua luce si è spenta. Non è finito tutto per Lui? Infatti le sue ultime parole sono testualmente queste: “Il Duce si è dimesso. Il Re ha dato il Governo a Badoglio. La mia vita è finita. Viva Mussolini”. Unico testimone della tragedia: il ritratto della sua compagna che Egli s’era posto dinanzi e che aveva voluto sempre vicino, nella sua camera. L’espressione della inconsapevole giovinetta diciottenne sembra velata da uno stupore smarrito: ha visto… La sua Bice, la sorella Irma, il marito sono accorsi a Roma. Vi trovano lettere di estremo saluto commoventissime.
Seguono giorni tristissimi, dolorosissimi. Molti dei creduti amici non si fanno vedere. Pochi coraggiosi hanno recato omaggio di fiori alla salma di Morgagni. La tragedia fascista è al culmine. Del Duce, per il quale ha dato la vita nella disperata certezza di non rivederlo più, nessuna notizia, o soltanto supposizioni. La salma ricomposta e vestita della sua divisa fascista, dai fratelli Campanelli è vegliata dai familiari e dai pochi amici rimasti. Al crepuscolo del 28 un breve e mesto corteo (altro non era consentito nei giorni sciagurati) esce dalla casa di Lui, accompagnandone la spoglia mortale in muta reverenza. Ancora si osa il saluto romano. Inquilini, passanti, umile gente che ne ha compreso il sacrificio, levano alto la destra in segno di omaggio. Anche la sua Bice, la sua compagna, dominando l’intimo strazio, è là, sulla soglia, col braccio proteso, quasi a testimoniare fieramente che la fede di Lui — quella fede che gli ha dato vita per trent’anni — continuerà fermissima in lei. Tutto ha osato col suo Compagno e tutto ancora oserà.
A Milano, pochi fiori: la sua Bice, i familiari, i pochi amici che hanno saputo della traslazione: Poli, Volpi, Vallicelli, che si è prodigato come un figlio, ma anche con l’ammirazione e la devozione di un discepolo. Dal suo testamento spirituale:”Se proprio la mia giornata dovesse aver termine, Bice sappia: Che al mondo io sono vissuto in fede e in bontà. Nulla ho mai fatto di male a nessuno. Ho prodigato più che mi fosse possibile il Bene. Non ho mai atteso riconoscenza o benemerenze. La mia coscienza non ha mai nulla temuto. Sono vissuto nel lavoro con onestà, metodo e volontà. Ho amato religiosamente la Famiglia e un Uomo: Benito Mussolini. A lui ho dedicato metà della mia vita. Lo seguii agli inizi della sua “Audacia”, con la passione di una salda amicizia e ho proseguito a servirlo con la fede e la dedizione di gregario che al mondo ha avuto un solo “credo”: Benito Mussolini, Duce del Fascismo. Al risorgere di Mussolini, la vedova si presenta a Lui, desiderosa di rendegli omaggio e di conoscere il suo pensiero sulla scomparsa del fedelissimo Morgagni. Ne è accolta con amabilità paterna. Il dolore cagionatogli dalla perdita del suo amico è manifesto nelle parole che Egli scandisce: “Il suo atto è spiegabile: non voleva assistere a questo orrore.” E ne elogia la fedeltà e l’intelligente operosità. All’affermazione: “Duce, vi adorava” risponde: “Lo ha dimostrato”. In seguito, richiesto dalla vedova, detta questa significativa epigrafe per la sua sepoltura:

QUI NEL SONNO SENZA RISVEGLIO RIPOSA MANLIO MORGAGNI, GIORNALISTA PRESIDENTE DELLA “STEFANI” PER LUNGHI ANNI UOMO DI SICURA INTEGRA FEDE. NE DIEDE – MORENDO – TESTIMONIANZA NEL TORBIDO 25 LUGLIO 1943.

25luglio

BOICOTTIAMO CHI BOICOTTA!

7 settembre 2009

Normalmente non amo commentare i fatti di cronaca, ma in questo caso faccio un’eccezione. Stante il contenuto del disgustoso articolo che riporto in calce, invito tutti i lettori liberi e non ancora asserviti al giogo giudaico ad acquistare prodotti ed a sostenere le seguenti ditte svedesi:

IKEA – VOLVO – VODKA ABSOLUT – GRANDI MAGAZZINI H&M

Boicottate piuttosto tutta la merda che proviene dallo Stato pirata, genocida e razzista denominato Israele!

Carlo Gariglio

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STOCCOLMA (24 agosto) – Resta alta la tensione fra Israele e Svezia. Il primo ministro svedese, Frederik Reinfeldt, ha respinto al mittente l’appello di Israele a condannare le affermazioni del popolare tabloid Aftonbladet, che ha scritto di un presunto traffico di organi di palestinesi uccisi da parte di soldati israeliani, affermando che in Svezia la libertà di stampa è tutelata dalla costituzione e che non spetta al governo commentare le notizie dei giornali.

«È importante secondo me dire che non ci si può rivolgere al governo svedese chiedendogli di violare la costituzione svedese», dice Reinfeldt, citato dall’agenzia Tt. Il premier di Stoccolma si è anche augurato che la polemica non indebolisca gli sforzi che la Svezia, in quanto presidente di turno dell’Unione europea, sta compiendo per riavviare il processo di pace in Medio Oriente. Israele ha tacciato l’articolo, apparso sull’Aftonbladet, di antisemitismo.

Oggi alcuni cittadini israeliani hanno proposto come ritorsione il boicottaggio di Ikea. È l’iniziativa spontanea promossa su internet da un gruppo di cittadini. La proposta di boicottaggio, sottoscritta già da numerosi navigatori di internet e rivolta a «tutti i consumatori», riguarda – oltre all’Ikea, marchio popolare con un eccellente giro d’affari in Israele – la catena dei grandi magazzi low cost di H&M, le automobili Volvo e la vodka Absolut (numero uno in Scandinavia). «Dopo la pubblicazione di quell’articolo antisemita… e dopo il rifiuto del governo (di Stoccolma) di condannarlo, non è più possibile continuare a comprare prodotti “made in Sweden”, si legge nell’appello, che invita gli israeliani a rispondere con «un’azione concreta».

Stando a una prima verifica – fatta dal giornale Yediot Ahronot – non sembra in realtà che le entrate dell’ipermercato Ikea alle porte di Tel Aviv, perennemente affollato, ne abbiano per ora risentito. L’eventuale effetto andrà tuttavia valutato nel medio periodo.

L’ultima iniziativa del genere – un boicottaggio delle frequentatissime mete turistiche della Turchia – era stata avviata mesi fa di fronte alla dure dichiarazioni anti-israeliane di Ankara, tradizionale alleato di Gerusalemme, nei giorni dell’offensiva Piombo Fuso nella Striscia di Gaza. E aveva prodotto alla fine una notevole contrazione del flusso, riassorbitasi solo di recente.

Da Il Messaggero